ORA E SEMPRE RESISTENZA

Lezioni condivise 99 – W il soldato Masetti

30 Apr 2015 @ 11:24 PM 

Ritorno alla ricerca di parallelismi tra Ungaretti e Leopardi, che come già detto mi appare un poco artificiosa e di scarso interesse. Ungaretti lesse e studiò Leopardi ed è dunque naturale che vi sia stata una minima contaminazione, tuttavia meno determinante di quanto si vuol far credere.

La mia impressione è che nonostante Leopardi abbia ideologizzato il pessimismo, traduca questo suo stato d’animo in versi generalmente giocondi, vivaci e relativamente solari, mentre l’approccio Ungarettiano appare lugubre ed è semmai più vicino al Foscolo. Ammetto che questa percezione possa essere in buona parte personale, legata anche a reminescenze d’infanzia, quando certe parole e sensazioni sono come sassi, pesano.

Consideriamo ancora Il sentimento del tempo, “Memoria d’Ofelia d’Alba” in Leggende:
“Da voi, pensosi innanzi tempo,/ troppo presto/ tutta la luce vana fu bevuta,/ begli occhi sazi nelle chiuse palpebre/ ormai prive di peso,/ e in voi immortali/ le cose che tra dubbi prematuri/ seguiste ardendo del loro mutare,/ cercano pace,/ e a fondo in breve del vostro silenzio/ si fermeranno,/ cose consumate:/ emblemi eterni, nomi,/ evocazioni pure…/.

Un epitaffio! forse lo è, ma la dicotomia è tra chi si raffigura i campi elisi come distese di grano o praterie e chi tali a sepolcri marmorei venati di grigio, affini piuttosto alla teoria kafkiana del pugno sul cranio al lettore.

Se Ungaretti ha colto dei concetti del recanatese (tutto è vano, inconsistente, si disperde), il modo in cui li espone fa la differenza.

“Notte di marzo”, sezione “La fine di Crono”:
Luna impudica, al tuo improvviso lume/ torna, quell’ombra dove Apollo dorme,/ a trasparenze incerte./ Il sogno riapre i suoi occhi incantevoli,/ splende a un’alta finestra./ Gli voli un desiderio,/ quando toccato avrà la terra,/ incarnerà la sofferenza./

Qui immagini positive vengono fatte crollare senza scampo, si usano il sogno e il desiderio come maschere della sofferenza.

Il pessimismo di Leopardi viene espresso in racconti di vita, figure realistiche, per cui potremmo anche confutare il suo parere, averne un’altra visione, meno drammatica, dal toscano abbiamo invece dei flash senza scampo, più vicini ai monumenti funebri degli antichi egizi, mio terrore di bimbo nel cinema paesano, che evocano più scongiuri che un ragionamento.

“Stelle” in Sogni e accordi:
Tornano in alto ad ardere le favole./ Cadranno colle foglie al primo vento./ Ma venga un altro soffio,/ ritornerà scintillamento nuovo.

Ci risiamo: le favole, che incarnano speranze e desideri, cadranno al primo vento: è rappresentata la capitolazione dei sogni, apparenze che non durano. Tuttavia, visto il contesto generale, questa sembra quasi ottimista.

Nella sezione “Sogni e accordi” de Il sentimento del tempo, si tratta dei sogni legati al cielo, la luna, gli astri, ma sotto una luce inquietante, come in “Ultimo quarto”:
Luna,/ piuma di cielo,/ così velina,/ arida,/ trasporti il murmure d’anime spoglie?/
E alla pallida che diranno mai/ pipistrelli dai ruderi del teatro,/ in sogno quelle capre,/ e fra arse foglie come in fermo fumo/ con tutto il suo sgolarsi di cristallo/ un usignolo?”

“Rosso e azzurro” in Sogni e accordi:
Ho atteso che vi alzaste,/ colori dell’amore,/ e ora svelate un’infanzia di cielo./ Porge la rosa più bella sognata. Il sogno continua ad essere visto con una accezione illusoria, negativa.

Non si salva neppure il “Primo amore”, contrapposto alla notte” in Leggende:
Era una notte urbana,/ rosea e sulfurea era la poca luce/ dove, come da un muoversi dell’ombra,/ pareva salisse la forma…/
Era una notte afosa/ quando improvvise vidi zanne viola/  in un’ascella che fingeva pace./
Da quella notte nuova ed infelice/ e dal fondo del mio sangue straniato/ schiavo loro mi fecero segreti./

Nella sezione La fine di Crono vi è un “Inno alla morte”…:
“Amore, salute lucente,/ mi pesano gli anni venturi./

Altro aspetto che certa critica avvicina alla poetica leopardiana è la presenza della natura in modo mitico e drammatico (“Paesaggio”, “Le stagioni”, “Di luglio”, “D’agosto”), i temi dell’innocenza e della memoria (“Ti svelerà”, “Dove la luce”), la contrapposizione finito-infinito.

L’avvicinamento a Leopardi non è visto soltanto in una mera appropriazione di temi, ma anche nella condivisione della sua filosofia. Ungaretti ne ripropone l’ideologia usando metafore e immagini. La natura mitica e drammatica del “Sentimento” si svilupperebbe come in Leopardi nella “Ginestra”. Il condizionale è d’obbligo, giacché il marchigiano, pur con un sole cupo, non trascende e soprattutto, almeno nel passato trova qualche elemento positivo, mentre per Ungaretti la memoria è una iattura (vedi lezione 90).
Questi terreni, cosparsi/ di ceneri non produttive, e ricoperti/ di lava fattasi pietra,/ che risuona sotto il passi del viandante;/ dove il serpente si annida e si contorce/ sotto il sole, e dove il coniglio torna/ all’abituale tana tra le caverne;/ furono pieni di città ricche e campi coltivati,/ biondeggiarono per i campi di grano e/ risuonarono per i muggiti delle mandrie… (da “La ginestra”).

Tra le attenzioni che Ungaretti ha per Leopardi vi è quella religiosa, egli la riscontra nei versi e la certifica nelle parole del poeta al padre, ove afferma di non essere mai stato ateo. Il presunto ateismo di Leopardi andrebbe cercato nella sua filosofia estrema, ove l’assenza di Dio serve da avvallo ai suoi argomenti, giacché la sua presenza sarebbe consolatoria.

Argomento controverso anche in Ungaretti che lo incrocia in un percorso quasi opposto e trasversale, che si incontra, ma infine diverge, perché dalla riflessione leopardiana sull’inutilità della fede consolatoria, nasce infine “La preghiera” (Inni):
“Signore, sogno fermo,/ fa che torni a correre un patto./ Oh! rasserena questi figli./ Fa’ che l’uomo torni a sentire/ (…) Vorrei di nuovo udirti dire/ che in te finalmente annullate/ le anime s’uniranno/ e lassù formeranno,/ eterna umanità,/ il tuo sonno felice.”/

La ripresa di parole della lingua quotidiana, riferibili anche a Leopardi: buio, quiete, notte, ombra, mare, isola, amore e morte, felicità, sogno, favola, luna, è talmente comune che dubito non ci sia poeta mediamente prolifico che non le abbia usate.

La presenza di Leopardi viene vista anche nel “Dolore” e ne “La terra promessa”, ma valgono le considerazioni già fatte, non vi è respiro, vita, solo negatività senza scampo e questa è una presa d’atto, non un giudizio; può anche essere una scelta questo buio senza soluzione, ben comprensibile per il dolore negli affetti, meno nei lamenti di altra natura. Contrariamente a certa critica non vedo bene il messaggio lanciato in “Non gridate più”, ove non attacca affatto la guerra, ma chi grida per condannarla.

La guerra, oggi è diventata spudoratamente un business, da una parte per i signori della guerra, dall’altra per chi di celebrazione in celebrazione perde la misura di ciò che è stata, è e sarà; non ha bisogno di essere fatta perché si capisca che cosa terribile sia; non ritengo possa considerarsi un’esperienza da fare, come se si facesse un campo di lavoro, per dire… Ungaretti partì volontario in guerra, qualunque possa essere la ragione, patriottismo o robe ancora peggiori, non è certo un fatto positivo. Una volta in trincea, ho già detto cosa accadde, piagnistei per essere esonerato e quant’altro. Altri in trincea ci rimasero e non dico fossero migliori. Peraltro sarebbe troppo bello se il mondo fosse popolato da disertori e i militari felloni e tutti gli amanti delle armi a qualunque titolo potessero essere presi facilmente a cazzotti.

Questa frenesia di fare le guerre, di causarle e di subirne le conseguenze, di non imparare mai nulla dalla storia e peggio educare i bambini alla fatalità di esse, decontestualizzadone il ricordo: poveretti i cadutiche disastro! come fosse una fatalità e non ci fosse chi la guerra la promuove e ci specula.

Leggete “L’obiezione di coscienza” di Alessandro Coletti. Io sono nonviolento e pacifista, sarà per questo che penso che i veri eroi siano il soldato Masetti e non un Garibaldi… e più di costui anche il marine “Palla di Lardo” di Full Metal Jacket, la cui unica pecca fu di sparare anche contro se stesso. Certo sono discorsi limite, ma rendono l’idea.

Allora da quale pulpito arriva il “Non gridate più”, invece che “Non sparate più”.

Di Ungaretti si conservano diversi epistolari, la cui lettura è molto utile per conoscere il suo modo di lavorare in poesia e il mondo che lo circonda, le amicizie, la fatica fatta, le prime prove, la sistemazione dei versi, i contatti con gli editori, i tempi di composizione. Alcune pagine sono liriche: “Quando io dico cose…”, altre mettono in mostra debolezze, magagne e meschinità.

Grazie agli epistolari i critici possono evitare errori. E’ esemplare il caso di D’Annunzio quando scrisse a Barbara Leoni e raccontò di essere sceso al lago, di aver raccolto fiori, di averla pensata… Ma il giorno dopo scrisse la stessa cosa (testuale) a Olga Ossani (da non confondere con la Brunner). Quell’immagine viene usata dal D’Annunzio nell’elegia “Il viadotto”, e se non ci fossero gli epistolari, la realtà potrebbe essere travisata . In questo caso l’autobiografia non è direttamente trasposta nella poesia, ma è presente, vi è lo spunto autobiografico, ma la trasposizione è unicamente letteraria.

La sua formazione ad Alessandria d’Egitto è stata francese. Le letture italiana sono venute più tardi, Papini, Pea… Sono seguiti i suoi soggiorni in Italia e Francia, l’adesione alle idee di alcuni scrittori. L’amicizia con la Boniver gli procurò quella dei francesi, tra cui Mallarmè e Apollinaire.

Dal contatto con Giuseppe De Robertis, filologo, maturò l’idea dell’edizione critica e commentata per le scuole della sua produzione, un modo anche per monetizzare il suo impegno in un periodo evidentemente magro dal punto di vista economico.

L’edizione critica, compendiata definitivamente in “Vita di un uomo” è stata anche l’occasione per apportare modifiche ad alcuni suoi brani, cosa molto frequente in Ungaretti. “Il capitano” nell’edizione critica è stata ampliata prima di una strofa, poi di nuovo ridotta (tre stesure)…

Grazie alle amicizie politiche, fasciste, venne nominato professore universitario a Roma, poi in Brasile. Alla caduta del fascismo, sospeso dagli incarichi, fu Attilio Piccioni che lo salvò, in quanto fu reintegrato nel suo incarico universitario a Roma.

Fatti che mi riportano amaramente al presente e spiegano perché la Resistenza non sia conclusa e non possa concludersi. Ora e sempre Resistenza non è dunque solo uno slogan, ma una realtà.

Alla caduta del fascismo i fascisti e soprattutto la loro forma mentis, si sono infiltrati nella società e nella politica, nella DC e non solo, non era certo auspicabile che continuassero a essere presenti anche nella scuola, ma così è stato. In 70 anni non si sono rimossi neppure simboli evidenti del fascismo, ma neppure scritte che inneggiano al duce. Hanno ragione di rammaricarsi i partigiani dell’ANPI. Siamo invece arrivati al punto che in barba all’apologia del fascismo e al reato di ricostituzione del partito fascista, la presidente della camera ha dovuto dare assicurazioni che nulla sarà rimosso. Ho sempre difeso la Boldrini, ma oltre alla scorta avrebbe necessità di essere affiancata da uno storico, magari antifascista, meglio se partigiano.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 18.4.1997) MP

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ORA E SEMPRE RESISTENZA
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RIFLESSIONI SULLA RELIGIONE

Lezioni condivise 98 – La chiesa anglicana

31 Mar 2015 @ 11:00 PM

C’è stato un tempo in cui chi si poneva domande sulla religione veniva messo al rogo dopo aver subito crudeli torture. Da qualche parte accade ancora, visto che dagli anni ottanta del secolo scorso, è come se la storia avesse deciso improvvisamente di tornare indietro e oggi in questo mondo “globale” viviamo tra regresso economico, disuguaglianze e l’incubo di una nuova barbarie.

Sarebbe ingiusto e anche falso se affermassi che l’inciviltà e la ferocia umana, siano sempre state causate dalla religione. Nazismo, fascismo, l’olocausto dei nativi americani o degli armeni e tante altre nefandezze simili, molte delle quali sconosciute o taciute, sono da addebitare a “stati” cosiddetti laici.

Tuttavia vorrei sapere se esiste, a parte qualche rara eccezione minoritaria, qualche religione che non abbia compiuto nella sua storia qualche grossa nefandezza, per di più di senso opposto a quello che andava e va predicando.

E’ un modo un po’ sconvolgente di presentare la chiesa anglicana, che peraltro non è storicamente tra quelle più cruente, benché importanti roghi li abbia accesi anch’essa. Ma questa chiesa è abbastanza funzionale al mio ragionamento ricorrente su tante religioni ed è sintomatica del fatto che sovente si invoca la “fede”, contro il ragionamento, in modo che le magagne anche più palesi restino nell’oblio.

Una religione dovrebbe avere origine divina, mi si spieghi perché iddio improvvisamente avrebbe deciso di mettere a capo di essa Enrico VIII, come per un nuovo popolo eletto, quello inglese… un aspetto che sa di burocrazia e stona con la divinità, sette secoli dopo Carlo Magno.

Lo stesso ragionamento vale per la miriade, tra sette e grandi confessioni, in cui si è frazionato il Cristianesimo, ognuna di esse, come Enrico VIII, invoca l’intervento divino, e così la scelta religiosa non è più un fatto di fede, ma di confini geografici, a seconda che si sia nati in Russia, Germania, Spagna o nei paesi arabi, in India, Cina e via dicendo. Perché il discorso non vale solo per il Cristianesimo. Avete mai sentito parlare ad esempio di sunniti e sciiti?

Se una Fede si deve avere, deve riguardare l’origine di essa, non le trasformazioni fatte degli uomini… E la parola Fede dovrebbe essere sinonimo di pace, carità, fratellanza, uguaglianza, libertà, non come è stata per secoli e ancora oggi equivalente di tutto il contrario.

Ma la storia della riforma anglicana è davvero esemplare perché il movente ufficiale che ne decretò la nascita fu il rifiuto di un papa a concedere il divorzio a Enrico VIII. Fatto abbastanza paradossale.

E’ vero che i “papi” di quello e altri periodi hanno concesso a re, principi e imperatori, ai potenti insomma, la possibilità di compiere nefandezze ben più gravi di un divorzio, anche se il nostro caro Enrico ha esagerato, salvo aver dato modo a Rick Wakeman, tastierista degli Yes di comporre il capolavoro The Six Wives of Henry VIII.

Enrico VIII fu il secondo re della dinastia Tudor, quella nata dalla guerra delle due rose, sanguinosa lotta dinastica combattuta in Inghilterra tra il 1455 ed il 1485 tra due diversi rami dei Plantageneti, eredi di Edoardo III: i Lancaster (rosa rossa) e gli York (rosa bianca).

Fu Enrico Tudor (Enrico VII) a porre fine alla guerra nel 1485. Lui, erede della casa di Lancaster sposò la figlia primogenita di Edoardo IV, Elisabetta di York. I loro figli Arturo e il secondogenito Enrico divennero così legittimi eredi al trono inglese per nascita e sangue senza più possibilità di contestazioni.

La guerra causò la scomparsa di tante famiglie nobili e di conseguenza generò uno stato molto ricco e potente. Così Enrico VIII quando ebbe la necessità di sciogliere il matrimonio con Caterina D’Aragona non si fece scrupoli a chiederlo al papa e a ingaggiare tutto il braccio di ferro che ne conseguì, fino alla separazione della Chiesa d’Inghilterra da Roma con l’atto di supremazia del 1534, contro il rifiuto di Clemente VII di sciogliere il suo matrimonio per sposare Anne Boleyn.

Non vi era alcun motivo di dissenso religioso con il Cattolicesimo a giustificare questa decisione. E neppure per il papa vi erano motivi religiosi, piuttosto il piccolo particolare che Caterina era zia di Carlo V. Enrico VIII accusò il papa di ingerenza negli affari inglesi e fece un primo passo verso la nazionalizzazione religiosa.

Il papa non si decise a scomunicare Enrico VIII, lo dichiarò solo e confermò Caterina D’Aragona regina. Tra l’altro le dichiarazioni antipapali non venivano dichiarate eresia.

Questa situazione trovò nel Paese terreno abbastanza fertile, perché circa 50 anni prima John Wycliffe, riformatore religioso, mostrò già la sua opposizione a Roma, al potere del Papa e degli ecclesiastici. Tuttavia gli inglesi erano anticlericali, ma non anticattolici. Si opponevano alla tassa sui funerali e ad altri aspetti estranei alla fede… Le entrate ecclesiastiche rappresentavano 1/7 delle entrate inglesi, i preti venivano visti come una sorta di agenti delle tasse della curia romana.

La vicenda delle nozze tra Enrico VIII e Anna Bolena fu piuttosto complessa e piena di clamorosi colpi di scena.

Nonostante dichiarazioni e atti, la corte inglese rimase attenta alle formalità e alle norme religiose, per superare le quali si ricorse ad espedienti e cavilli, anche contraddittori.

Inizialmente Enrico VIII si rifece al Levitico 20,21 – che proibisce il matrimonio con la vedova del fratello (Caterina d’Aragona era vedova di Arturo, fratello di Enrico VIII Tudor) – perché venisse dichiarato nullo il suo matrimonio – per celebrare il quale fu però invocata la dispensa papale (Giulio II) – con il pretesto che il matrimonio non era stato consumato. Ora tale dispensa veniva giudicata illegittima (nemmeno un papa poteva eludere la Bibbia) e si fece di tutto per dimostrare che invece il matrimonio era stato consumato,  e Caterina si difendeva con forza.

Ovviamente dietro tutte queste manfrine vi erano interessi di potere e il desiderio di Enrico VIII di avere dalla Bolena un erede maschio.

Nasceva così the great matter. La difesa di Caterina non se ne stava con le mani in mano. Fu trovato nel Deuteronomio 25:5, libro biblico successivo al levitico, un precetto esattamente contrario, ovvero che è dovere di un cognato sposare la moglie vedova del fratello quando non abbiano avuto figli, perché non vada in sposa a un estraneo.

A complicare le cose c’era il fatto che Clemente VII era prigioniero di Carlo V, nipote di Caterina e difficilmente poteva intervenire contro di lei. Così il papa agì in modo da scontentare tutti e nessuno, non concesse l’annullamento, ma solo la dispensa (1527) che senza il primo non poteva essere utilizzata.

Parte di queste vicende furono oggetto di un lungo processo e congiure. Nel 1529 fu destituito il cardinale cancelliere e sostituito da Tommaso Moro, che però si dimise nel 1532, alla vigilia della rottura definitiva con la chiesa cattolica. Essa fu voluta proprio dalle pressioni e dalla potenza di Anna Bolena.

La rottura definitiva si ebbe nel 1532 con la celebrazione delle nozze segrete e subito dopo con le nozze ufficiali (1533) e l’atto di supremazia (1534). Anna non fu accettata dal popolo inglese che amava Caterina.

Eppure le divergenze sia a livello popolare, sia da parte di un cattolico inglese come Thomas Moore, seguace di Erasmo, erano la lontananza della gerarchia romana dall’ortodossia cattolica, per corruzione, mondanità e ingerenze negli affari nazionali inglesi per ragioni di natura economica.

L’anglicanesimo ondeggiò tra protestantesimo e cattolicesimo, se ne discostò sempre per ragioni extra religiose: la minaccia di Paolo III di mettergli contro un’alleanza tra l’imperatore Carlo V e Francesco I, re di Francia; ma fu un continuo allontanarsi e riaccostarsi, fino all’avvicinamento al calvinismo, per opportunità di indipendenza politica, sancito da Elisabetta I e valido ancora oggi.

Enrico VIII salito al trono nel 1509 all’età di 18 anni, era stato fedele al cattolicesimo tanto che papa Leone X gli conferì il titolo di Defensor Fidei. Il papa Clemente VII reagì invece all’atto di supremazia con la scomunica.

Edoardo VI, re minorenne (figlio della terza moglie Jane Seymour), tramite lo zio reggente Edoardo Seymour, introdusse il rituale del Prayer Book (libro di preghiera), al quale il Parlamento conferì forza di legge. Inoltre venne negato il carattere sacrificale della messa. Sul piano dottrinale venne pubblicata una nuova professione di fede contenuta in 42 articoli di ispirazione calvinista approvati dal re nel 1553.

Figura importante, come accennato, nell’ambito della querelle fu Tommaso Moro. Egli nacque il 7 febbraio 1477. Negli anni dal 1492 al 1500 si dedicò agli studi giuridici e nel 1499 conobbe Erasmo da Rotterdam al quale rimarrà legato da una profonda amicizia. Non condivise le decisioni di Enrico VIII sul divorzio dalla regina Caterina, avendo ben compreso a quali conseguenze avrebbe portato. Fu sottoposto a interrogatorio e il 1 luglio 1535 condannato a morte per “avere parlato del re in modo malizioso….e diabolico”. Si oppose alle illustrazioni nella Bibbia, in quanto avrebbero portato all’eresia. Ciò confermava la possibilità della fruizione della Bibbia da parte dei ricchi (che potevano leggere il latino), mentre i poveri si dovevano affidare ai predicatori. La sua figura per certi aspetti mostra delle ambiguità. Nel 1536 la Bibbia fu tradotta in inglese, ma non tutti sapevano leggere.  Il 6 luglio alle 9 venne decapitato e non impiccato, come avrebbe voluto l’accusa di tradimento, per intercessione del re. Per condannarlo si dovette ricorrere alla falsa testimonianza di tale Rich che verrà, qualche tempo dopo ricompensato con il titolo di Lord. Fu proclamato beato da Leone XIII e santificato il 19 maggio 1935 da Pio XI.

La nuova regina, Maria Tudor (1553-1558), figlia di Enrico VIII e di Caterina d’Aragona, che era rimasta fedele al cattolicesimo, tentò di restaurare l’antica fede, ma cadde in disgrazia per il suo matrimonio con Filippo II di Spagna e la persecuzione dei protestanti, che gli valsero il soprannome di Maria la sanguinaria.

Con la salita al trono di Elisabetta (1558-1603), figlia di Enrico VIII e sorellastra di Maria Tudor, il protestantesimo si affermò definitivamente in Inghilterra. Nel 1559 con un’apposita legge, che faceva della regina il supremo governatore della Chiesa d’Inghilterra, fu rimesso in vigore l’abrogato Atto di supremazia del 1538. Nello stesso anno fu promulgato un nuovo Atto di uniformità che prescriveva il ritorno all’uso liturgico del Prayer Book, modificato su due punti rispetto all’edizione precedente: viene soppressa ogni formula scortese nei confronti del papa; si afferma la presenza reale di Cristo nell’eucarestia. Questo ritorno alla riforma fu ben accolto sia dal popolo che dal clero, ma non dai vescovi che rimasero, tutti ad eccezione di uno, fedeli alla Chiesa di Roma.

Nel febbraio del 1570 Elisabetta fu scomunicata da Papa Pio V, ciò provocò la rottura tra i cattolici (i papisti) e protestanti, tanto che i cattolici furono considerati nemici dell’Inghilterra, considerati dei ribelli e perseguitati.

Dall’11 novembre 1992, la Chiesa anglicana ha ammesso il sacerdozio femminile.

(Storia moderna  – 18.4.1997) MP

metodologia citazione testi: autore, titolo, edizione, luogo, data.

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LA LINGUA E’ MOBILE

Lezioni condivise 97 – Appunti di storia della Linguistica

28 Feb 2015 @ 11:58 PM

Ancora una volta, trattando di linguistica, mi tornano in mente i pedanti saccenti, quelli che usano correggere ogni loro percezione di difformità rispetto alla lingua standard. Ciò stona particolarmente riguardo all’italiano, essendo stato ridotto, sia dalla retorica post-risorgimentale che dal fascismo, a idioma stantio, conservatore, oscurantista, imposto a scapito delle altre lingue territoriali che si è tentato di far scomparire. Eppure, dal punto di vista linguistico, il dialetto fiorentino e gli altri sono sullo stesso piano, hanno tutti origine dal latino e appartengono allo stesso dominio linguistico “italiano”, benché si manifestino fenomeni di differenziazione, indicati nella geografia linguistica dalle isoglosse (dal greco ísos = uguale e glossa = lingua), linee che segnano il confine tra fenomeni linguistici difformi.

Tornando ai pedanti, essi parlano senza avere idea di cosa sia una lingua e meno ancora gli studi linguistici; non che questa sia una colpa, ma non si predica ciò che non si conosce, e non mi riferisco certo alle piccole innocenti correzioni didattiche.

Riporto, solo per dare un’idea dell’oggetto degli studi, un breve saggio di storia della linguistica, una serie di elementi da sviluppare.

Senza evocare la torre di Babele, si possono considerare precursori in materia, il Primo trattato grammaticale islandese (XII sec.) e il De vulgari eloquentia di Dante (XIV sec.).

L’iniziazione scientifica allo studio delle lingue è dell’avvio del XIX secolo e ha origine dal Romanticismo; prima di allora vi era stato solo empirismo grammaticale, retorica, o speculazione filosofica.

Nel 1786 William Jones scoprì un rapporto di parentela storica tra sanscrito e greco-latino-gotico-celtico. E’ l’inizio degli studi di “grammatica comparativa” come li definì nel 1808 Friedrich Schlegel, che classificò le lingue in isolanti (prive di struttura grammaticale), agglutinanti (ad affissi) e flessive (lingue indoeuropee).

Con la pubblicazione del volume Sul sistema di coniugazione del sanscrito comparato con quello del greco, latino, persiano e germanico di Franz Bopp, nel 1816, nasce ufficialmente la Linguistica in Europa.

Friedrich Diez, intorno alla metà dell’Ottocento, adatterà il metodo storico-comparativo alle lingue neolatine: est (italiano e valacco, alias rumeno), nord-est (provenzale e francese), sud-ovest (spagnolo e portoghese). Il sardo si colloca in un dominio centrale, avendo caratteristiche miste.

A fine Ottocento il movimento dei neogrammatici (Lipsia) fisserà a tavolino le regole della linguistica comparativa. Ad essi si opporranno Graziadio Isaia Ascoli con le due Lettere glottologiche e Hugo Schuchardt con Intorno alle leggi fonetiche. Contro i neogrammatici. I quali negheranno che le norme linguistiche possano avere un’applicazione generale e assoluta come le leggi fisiche, sostenendo che sono le variabili tempo e spazio a determinarne e limitarne l’azione.

Ha origine così la geolinguistica e con essa gli atlanti linguistici, la prima rappresentazione cartografica dei fenomeni linguistici.

Il padre ufficiale della geolinguistica è Jules Gilliéron (1854-1926), svizzero, insegnante di dialettologia; egli pubblicò un atlante fonetico dei dialetti gallo-romanzi con un raccoglitore unico non linguista, Edmond Edmont, perché la conoscenza della materia non lo condizionasse. La ricerca si basava su 1400 domande ordinate per campi semantici e sul principio di equidistanza dei punti di indagine.

Nel 1916 con Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure nasce lo strutturalismo; egli sosteneva che “il linguaggio è riconducibile a cinque o sei distinzioni o paia di cose”: la dicotomia tra linguistica diacronica e linguistica sincronica, le serie associative in absentia (memoria) e le serie di successioni in praesentia (asse sintagmatico, parole legate da un rapporto di continuità), sistemi semiotici il cui significato (signifié) è associato in modo arbitrario al significante (signifiant), l’arbitrarietà del segno linguistico (arbitraire du signe).

In Italia Matteo Bartoli (docente di Gramsci) e Benvenuto Terracini (docente anche all’Università di Cagliari ed esperto di lingua sarda) daranno vita nella prima metà del Novecento alla nuova linguistica spaziale, o neolinguistica, la quale punterà l’attenzione sui legami tra ambienti, classi o strati sociali, da un lato, e varietà sociali della lingua dall’altro, siamo agli albori della Sociolinguistica.

A partire dal 1950 assistiamo allo sviluppo di altri indirizzi di analisi linguistica: linguistica cibernetica o teoria dell’informazione; linguistica statistica o linguistica quantitativa; linguistica computazionale, studio del linguaggio con l’ausilio dei calcolatori; la pragmatica, che studia “i rapporti dei segni coi loro utenti”; la linguistica cognitiva.

Negli anni settanta nasce la Textlinguistik o Linguistica testuale, studio dei vari tipi di testo, scritti e orali, e delle operazioni cui vengono sottoposti. Il testo è ogni parte linguistica enunciata di un atto comunicativo che soddisfa sette criteri di testualità: a) coesione, b) coerenza, c) intenzionalità, d) accettabilità, e) informatività, f) situazionalità, g) intertestualità.

L’ibridità o testo misto è la mescolanza di testi e stili diversi: di forme diamesiche (secondo il mezzo o il modo usato per comunicare, orale, scritto, tv, stampa, dislocazione, ridondanza, paratassi, gerghi, regionalismi,  ecc.), di tecniche discorsive (citazioni, discorso riportato); di campi di conoscenze (tipi testuali: descrittivo, narrativo, argomentativo…).

Nello stesso periodo si sviluppa la Sociolinguistica. Uno dei precursori è certamente Noam Chomsky, l’esponente italiano più noto è Giorgio Raimondo Cardona. Essa non si occupa del sistema linguistico astratto, la langue (che attiene alla Sociologia del linguaggio), ma della parole, e di come essa varia nelle effettive realizzazioni linguistiche ad opera di parlanti ‘reali’, condizionati da molteplici fattori, il background socio-culturale, il contesto sociale attuale, la situazione comunicativa. Si sviluppa soprattutto intorno alla variabile diastratica (status, istruzione, età, sesso, social network, ecc.) e la variabile diafasica, legata ai vari contesti situazionali nei quali di volta in volta avviene l’interazione linguistica.

Il contesto linguistico ci permette di scoprire che una stessa lingua ha una moltitudine di registri (modi di esplicitarla) a seconda delle differenti variabili in cui po’ essere usata, le più comuni sono lo spazio e il tempo, le situazioni psico-affettive, cognitive o socio-culturali differenti: famiglia, lavoro, scritto, orale e via dicendo.

La Semantica, è una disciplina linguistica complessa, relativamente recente, si basa su queste due leggi: 1. Un solo termine-oggetto non comporta significazione; 2. La significazione presuppone l’esistenza della relazione tra due termini. E’ evidente che alla base di un significato vi è una relazione tra due termini, altrimenti cadrebbe il senso stesso di significato.

L’evoluzione degli studi linguistici ha comportato conseguentemente quella degli strumenti adoperati per questi studi, non esclusi gli atlanti linguistici e la ricerca sul campo.

Questo non sminuisce ovviamente l’importanza degli studi del passato. Resta una pietra miliare per noi sardi, il Dizionario etimologicodi Max Leopold Wagner, capolavoro della lessicologia; ma anche la carta corografica dello Spano, ove è proiettata la completa realtà linguistica della Sardegna, nonché le carte, prima in ordine alfabetico, poi onomasiologico (rapporto di tutte le denominazioni cosa-parola), basate sull’omogeneità per campi semantici dei dati.

Ad esempio, solo a Cagliari il tuorlo d’uovo ha almeno queste tre denominazioni: aravellu – revellu – arevellu).

L’analisi di tipo semasiologico è invece caricare una stessa parola di significati diversi. E’ il caso del concetto di testa/capo che divide il dominio romanzo: conca – testa; testu – vaso vuoto; caput -capo; cabu – gugliata/ago; capudu – bandolo; cabudiana – pecora guidaiola; benere a cabu – concludere. Nei dialetti italiani vale per: viso, masso, girino, cavolo, panna.

Le parole semanticamente omogenee sono in genere più antiche all’interno, di creazione popolare nelle aree intermedie, più recenti lungo le coste.

La geolinguista più attiva in Sardegna è Maria Antonietta Dettori, docente universitaria a Cagliari. Ha lavorato alle tassonomie popolari sottostanti al sistema dei cromonimi, degli ornitonimi e degli ittionimi in aree della Sardegna (principalmente negli stagni di Cabras e di Santa Giusta). Ha ricostruito il lessico tecnico di una tipica imbarcazione dell’area oristanese, su fassone. Ha collaborato al I volume dell’Atlante linguistico italiano, dedicato al corpo umano.

La Sardegna sta colmando lentamente la lacuna, unica nel dominio romanzo, di non disporre di un atlante linguistico. Vi era finora solo il “Saggio di un atlante linguistico della Sardegna” di Terracini e Franceschi del 1964, con dati dell’ALI, 59 carte su rilievi di Ugo Pellis.

L’ALiMuS (Atlante Linguistico Multimediale della Sardegna) sarà il primo atlante linguistico della nostra isola (progetto avviato nel 2004, presentazione di una prima parte dei risultati tre anni fa). Prevede 101 punti d’inchiesta, località di piccola o media dimensione, appartenenti al mondo rurale e per le aree urbane e suburbane, sono state incluse le tre città maggiori (Cagliari, Sassari, Nuoro) e poche altre, non lontane da queste ultime.

E’ previsto un questionario lessicale di circa 1300 concetti-parole per 18 campi semantici (es.: i fenomeni atmosferici, la natura, la misura del tempo, la fauna e la flora selvatica, l’agricoltura, la casa, i lavori domestici…) e un altro morfo-sintattico di circa 300 entrate.

Sarà un atlante di nuova generazione, parlante, ed essendo informatico non sarà necessario aspettare la fine di tutte le inchieste per avere accesso alla banca dati, che potrà essere arricchita man mano che esse verranno portate a termine; anche se i tempi si stanno rivelando lunghi quando quelli degli atlanti cartacei e sempre per mancanza di fondi.

(Linguistica sarda  – 11.4.1997) MP

Sassarese: pisano misto a ligure e sardo.
Gallurese: corso – toscano, con superstrato sardo.

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LA LINGUA E’ MOBILE
1 #
Emily
etoday.ru/2015/03/sovremennaya-hudozhnica-milo-m….
terrell@mail.ru
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Inviato il 02/03/2017 alle 22:10
привет

IL SEGRETO DI PULCINELLA

Lezioni condivise 96 – Leopardi visto da Ungaretti

31 Gen 2015 @ 8:00 PM

Scrivere del Pensiero è sempre un grosso rischio, se poi si tratta di Pensiero controverso, è come andarsela a cercare, ma devo affrontare questo argomento, seppure non troppo direttamente. Da qualche parte avrò detto e scritto del mio rapporto con la filosofia, o per meglio dire con un certo tipo di filosofi, per questo sento la necessità di definire alcuni semplici corollari preliminari, forse banali, ma utili come premessa, come base per un discorso non troppo complesso.

Ogni animale “pensa” e tra questi l’uomo, che in più scrive, nelle sue lingue. Non tutti gli uomini che pensano scrivono i loro pensieri, ne patisce di sicuro la filosofia (che è amore per la sapienza, ma nel sentire comune anche studio del pensiero). Se a qualcuno venisse in mente di raccogliere il pensiero degli operai nelle fabbriche su varie materie, o dei lavoratori comuni, degli artigiani, dei commercianti, delle badanti e via dicendo, non so in quale branca del sapere sarebbero inseriti i loro pensieri, probabilmente in qualche branca della sociologia, peraltro è già cosa fatta.

Un primo “sospetto” è dunque che si sia studiato fino ad ora solo il pensiero di alcuni privilegiati, questo di sicuro fino al Novecento o sbilanciandomi potrei dire fino alla Rivoluzione francese, ma non è necessario ora che sia così preciso. D’altra parte non si possono trattare tutti i Filosofi alla stessa stregua, tra loro troviamo anche chi ci piace, chi la pensa come noi in tutto o in parte… e non sarebbe neppure giusto prendersela con chi fa altre scelte. La mia è solo una riflessione, una critica, libertà legittima come quella di pensiero.

Tuttavia non posso fare a meno di dirla grossa: alcuni, forse soprattutto tra gli esistenzialisti, devono avere avuto troppo tempo libero…

Non vorrei fare attacchi troppo diretti, alcune biografie mi spiazzano. Tutto ha una ragione ed è più giusto elaborare questa che perdersi nei pensieri, magari lontani dalla realtà. Accade infatti che nel nome di questo o quello, suo malgrado, antico, moderno o contemporaneo, si compiano olocausti, stragi o delitti bestiali.

Atterro, in qualche modo, sulla lettura di Leopardi da parte di Ungaretti. Potrebbe sembrare qualcosa di abbastanza strano, vista la premessa, ma a volte ci sono dei motivi particolari anche per fare le cose più comuni.

La prima impressione è che non vi siano grandi cose in comune tra i due, anzi mi si presentano alcune antitesi, ma si può scavare, si possono riferire altre opinioni.

La prima è quella dello stesso Ungaretti, che si sente legato a Leopardi dalla teoria del Segreto. La poesia nasconderebbe il segreto del poeta, quel segreto che egli vorrebbe condividere, rivelare, ma lo fa costruendovi attorno il mistero, lo rivela in modo meraviglioso, prodigioso, servendosi di una forma che stupisca, che faccia effetto, sia spettacolare.

Questo è abbastanza vero per diversi stili poetici, fino a un certo punto anche per la poesia di Ungaretti, mentre avrei qualche difficoltà a riconoscere in tale descrizione la poesia di Leopardi, anche se il concetto di meraviglioso può essere soggettivo, ma non se ci si riferisce al barocco come fa esplicitamente il lucchese.

La realtà è che lui si barcamena in un bailamme stilistico tra minimalismo, frammentismo, espressionismo, simbolismo, poi ermetismo, neoclassicismo, forse anche tracce di futurismo e barocco, peraltro conditi da condizionamenti ambientali, prima l’esilio e la guerra, poi il fascismo e le vicende personali. Ne è prova anche il cambiamento di atteggiamento nei confronti del passato, della memoria, che prima gli consentiva di muoversi nel tempo a suo piacimento, fino a tornare all’innocenza del bimbo, poi viene in qualche modo rinnegata ne “Il sentimento del tempo”.

Egli si è creato propri riferimenti tra i “cultori della segretezza”, ne ha tratto il proprio linguaggio poetico e la scelta della parola.

Le comunanze sono un po’ forzate, come quella che legherebbe “L’Allegria di naufragi” e “…il naufragar m’è dolce in questo mare”. Mentre ne “Il sentimento de tempo” ad unirli c’è un pessimismo, più umano in Leopardi, portato all’estremo in Ungaretti.

Questi ha scritto saggi, dispensato lezioni e conferenze sul poeta di Recanati, anche in Brasile. Lo scopre come poeta della decadenza, ma anche dell’innocenza, che attribuisce anche a se stesso, e ascrive il pessimismo del marchigiano alla perdita della fede cristiana. L’uomo nasce felice, ma viene corrotto dalla storia, pertanto per esserlo ancora deve mentire a se stesso “io nel pensier mi fingo… e il naufragar m’è dolce…”, un moto ironico dalla natura circostante, conosciuta, in fusione spaziotemporale; versi accostati al senso di infinito in “M’illumino d’immenso”, che tuttavia ha un’altra storia: tutto ciò che al risveglio concede il disagio materiale tangibile e l’illogicità di una guerra.

Ungaretti passa poi dai contenuti alla poetica, in polemica con La Ronda (apparentemente su posizioni comuni, ma più classicistiche). Egli guardava ai classici, un po’ per le direttive del regime e si inventava l’innovazione partendo da essi.

Ciò che rendeva poetico Leopardi era la ricerca lessicale, la lingua arcaica, prima che letteraria, scolastica e colta, e se tale, non doveva apparirlo, ma essere moderna e arcaica allo stesso tempo.

Eszter Rónaky, ungherese, docente presso l’Università di Trieste, ha rilevato quella sorta di “rivalutazione” del barocco da parte del toscano, che a suo avviso è anche del Leopardi, nella ricerca di quello che chiama il “vocabolo magico”, teso a provocare meraviglia. Ma la prof è perplessa, perché è noto che il barocco esasperava le regole fino a snaturare la poesia. E’ stato travisato il concetto per l’eccessiva importanza alla forma fine a se stessa, forse per giustificare “Il dolore”, in cui è stato visto una sorta di neobarocco.

Quali sarebbero i vocaboli magici del Leopardi per Ungaretti non è dato sapere: forse “la donzelletta”, “i veroni del paterno ostello” o “i sempiterni calli”? Che la diacronia linguistica sia talmente mutata in così poco tempo? Che Ungaretti dominasse un italiano manzoniano, mentre ai nostri tempi, con la rivincita dei dialetti e il diritto allo studio, quei termini non appaiono così fuori dal normale? Qual è dunque questo “inesauribile segreto”: la normale mutazione di registri linguistici nel tempo o il silenzioso dimenarsi tra le imposizioni stilistiche del fascismo e il canto libero? O è appunto un mistero irrisolvibile che è memoria e rivoluzione allo stesso tempo.

La formazione letteraria di Ungaretti contempla poeti dello spessore di Rimbaud, Mallarmé, Apollinaire, Leopardi e Petrarca e frequentazioni più diffuse con italiani come Palazzeschi, Soffici, Papini e le loro riviste (ove ha esercitato anche la funzione di critico), la considerazione di tutta la letteratura a partire dal Duecento, in cerca forse di risposte, come nella vita di una dimora, dato che si sentiva costantemente in esilio, identificandosi forse con la storia drammatica dell’amico Moammed Sceab.

Rónaky lo spiega con l’esigenza di aderire a qualcosa, avere una patria, una letteratura, una storia, anche per la sua deriva prima militarista, poi nazionalista. Da un punto di vista più letterario, l’importanza della “parola”, della ricerca linguistica che lui trova in Leopardi, nelle sue espressioni arcaiche, è il trait d’union con il linguaggio del Petrarca, con una lingua remota, ma d’arte, dunque elegante e per questo moderna.

Vi è dunque una linea Petrarca-Leopardi-Ungaretti? A mio avviso essa è tale solo nelle aspirazioni di quest’ultimo. Diverso è trovare in questa catena un senso di aderenza, di legame, di eredità perenne, il naturale quid della poesia.

Un’altra affinità con Leopardi, egli sembra trovarla nel “rapporto” con Nietzsche e precisamente nelle tesi sul nulla e sull’annientamento. Il tedesco condivide la visione di Leopardi secondo cui l’illusione dell’arte è condizione per la sopravvivenza; contro il mondo crudele è necessaria la menzogna per vivere. Per questo l’uomo è mentitore e artista per natura. Ma Nietzsche si spinge fino al superuomo, colui che sa godere della vita nel bene e nel male e concilia il piacere di vivere anche con quello dell’annientamento. Leopardi esclude questo piacere, ritenendo che chi è cosciente del nulla può avere solo il piacere della capacità di percepire il proprio destino.

Di Leopardi Nietzsche stimava pessimismo e nichilismo. Riduceva un po’ tutto al suo pensiero negativo. Tolstoj disse che era un folle megalomane. Dal darwinismo si inventò l’idea di una selezione anche nella società umana, ove avrebbero prevalso gli individui portati alla supremazia per la loro “volontà di potenza”, criticando l’ottimismo progressista di Darwin. Teorie pericolose che sappiamo poi di chi vennero raccolte… Peccato che per dimostrare l’inconsistenza delle teorie di Nietzsche ci siano voluti Hitler, Mussolini e i loro tanti replicanti, aspiranti “superuomini”.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 11.4.1997) MP

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IL SEGRETO DI PULCINELLA
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Alicia
thebeautifulbrain.com/2013/04/what-we-talk-about-…
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Inviato il 08/10/2015 alle 15:24
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STORIA DELL’OCCHIO…

Lezioni condivise 95 – La doppiezza pirandelliana

31 Dic 2014 @ 6:23 PM

Ogni espressione culturale e artistica ha origine dalla necessità dell’uomo di rappresentare se stesso sotto un’ampia serie di forme, scrittura, pittura, musica, con l’uso del corpo, della mente e soprattutto dei sensi, è un creare e ricevere.

Alla base del teatro c’è la vista, quindi l’occhio, è un’arte da guardare, per conoscere, meravigliarsi – dal greco thèatron, thèa e dal latino spectàre, specère (spettacolo).
E’ l’occhio che ci fa provare le sensazioni, ci permette di conoscere il mondo, ci fa meravigliare continuamente di noi (gnothi seautón = conosci te stesso), in un ciclo di visione e rappresentazione.
L’occhio è il varco che entra e porta dentro di noi, il faro della nostra fronte, ciò attraverso cui è passato, passa e passerà tutto ciò che conosciamo e conosceremo. Chi ci guarda negli occhi entra dentro di noi e da questo atto nascono sensazioni e sentimenti. L’occhio non si punta per molto tempo sull’occhio, vaga; non guardare negli occhi è negare la conoscenza agli altri e a se stessi.
L’animale quando si trova in pericolo e non ha via di scampo, guarda negli occhi, è un modo istintivo per dominare l’altro, per entrare nel suo mondo conoscerlo, comunicare.
L’uomo fa lo stesso in maniera consapevole, provando, a seconda dei casi, piacere, rabbia o altre emozioni.
E’ il teatro della vita, perché la vita è teatro, in quanto noi vediamo; guardare è l’attività principale, fondamentale, dell’uomo, sia come codice ludico, che come codice  mimetico o altro.
Il teatro è il nostro modo di comunicare con gli altri, per quello che siamo. Più noi tentiamo di comunicare agli altri, più noi riusciamo a conoscere noi stessi.
Questa teoria dell’occhio viene stravolta in una società schizofrenica, pregna di condizionamenti e di diffidenze, ove si vuole o si è costretti ad apparire diversamente da come si è, anche se gli altri non ci vedono per come cerchiamo di mostrarci. Il teatro si evolve!
Questo esperimento di vite parallele, tra privato, commedia, dramma e politica, fu pienamente esercitato da Luigi Pirandello. Egli di sicuro si inventa un altro se stesso nelle sue commedie, ma se ciò si potesse dire anche delle sue scelte politiche, sarebbe tutto a suo vantaggio.
Nel caso di Ungaretti credo di essere stato abbastanza chiaro, non vedo perché non dovrei esserlo per Pirandello. Due casi diversi. Ungaretti non ha alcuna attenuante e anzi diverse aggravanti, in più ha vissuto abbastanza per potersi ricredere e non lo ha fatto. Con questo non voglio dire che Pirandello abbia delle attenuanti, aderì volontariamente al fascismo in età matura e all’indomani del delitto Matteotti, adducendo peraltro motivazioni aberranti, pertanto condivido il senso del giudizio che espresse Giovanni Amendola e di tutti quelli che hanno avuto lo stesso coraggio, non certo di chi ancora oggi a “sinistra” tenta di negare la realtà, nascondendo, negando, giustificando.
Strappò una tessera del PNF, questa fu una buona azione, ma continuò ad essere fascista e ad avvantaggiarsi dei “premi” di Mussolini, quando il suo stesso dramma familiare lo avrebbe dovuto allontanare. Morì il 10 dicembre 1936, prima che il fascismo mostrasse il suo lato peggiore; non sappiamo pertanto se ne avrebbe preso le distanze o meno. Ma anche questa non è un’attenuante rispetto alle scelte già fatte.
Nonostante Pirandello sia stato un personaggio e un commediografo tale da ispirare considerazioni diverse (alludo appunto al suo alter ego letterario), una persona è un tutt’uno e tutto quello che è stato contribuisce al giudizio finale.
Nato il 28 giugno 1867 in contrada Caos presso Girgenti (dal 1929 Agrigento), all’età di 25 anni si stabilì a Roma, ove lo raggiunse la proposta del padre di fidanzarsi con Antonietta Portulano, figlia del suo socio d’affari. Si sposarono nel 1894, lei aveva quattro anni meno di lui. Anche se non ebbero alcuna intimità fino alle nozze, l’unione riuscì anche sotto il profilo passionale, ma per motivi accidentali fu breve. Nel 1903 in Antonietta comincia a manifestarsi la malattia mentale, che ha come pretesto, prima la gelosia morbosa nei confronti del marito (la pazzia di mia moglie sono io), poi il fallimento della società di famiglia (la zolfara di Aragona), l’impoverimento, la morte del padre e l’internamento, concluso con la morte nel 1959.
Le testimonianze concordano su un Pirandello fedele, che visse anni di tormento; secondo Corrado Alvaro, suo amico, la tragedia familiare determinava tutte le sue azioni (non so se sia uno degli alibi). Ebbero tre figli Stefano, Lietta e Fausto.
Pirandello ebbe un singolare rapporto con il figlio Stefano (1895-1972), il maggiore, nato un anno dopo il matrimonio. Questi cambiò cognome in Landi, perché il nome del padre lo oscurava. Ha scritto un solo romanzo e diversi lavori teatrali, in un’ottica opposta a quella del padre, lui sana ove il padre affonda la lama e tuttavia il padre credeva nella sua arte e lo faceva partecipe della sua, tanto che sarà lui a concludere I Giganti della Montagna.
Tentiamo di valutare in che modo Pirandello si sdoppia nella sua opera, specie nei miti, ove è confermata la positività dei suoi personaggi femminili. Forse una sorta di ricompensa per il dramma della moglie, per lei e per se stesso, una sorta di indennizzo psicologico.
Ne Il mito di Lazzaro (1926), ambientato in epoca contemporanea, al sud, dove le donne sono considerate ancora subalterne, emerge la figura di Sara, personaggio di grande dignità, secondo la visione della donna da parte di Gesù.
Diego e Sara, marito e moglie, giungono a separarsi per i continui contrasti. Lei si rifà una vita dopo i vani tentativi di riconciliazione, se ne va in campagna dove stabilisce una libera relazione, non condizionata da regole e religione. Diego si occupa dei figli, relega Lucio in seminario e Lia in convento; ma Lucio si rifiuta di diventare prete e il padre muore nella conseguente violenta reazione; sarà risuscitato dal medico, come Lazzaro. Ha scoperto però che nell’aldilà non c’è nulla e le sue rinunce sono state inutili, perde la fede e cerca la vendetta.
Lucio per poter mediare tra padre e madre si dedica alla vita religiosa e sostiene che Dio non va interpretato secondo logiche razionali, ma più profonde. Dice al padre: Eri morto e sei risuscitato senza vedere al di là, è il tuo castigo. Devi vivere e lasciar vivere. Questo è bene, è Dio: valorizzare ciò che c’è in questa vita. Con la stessa logica esorta la sorellina Lia, paralitica, a rialzarsi e lei lo fa.
Diego/Lazzaro, solo metaforicamente legato al personaggio del Vangelo, è la riproposizione del dramma della resurrezione/rinascita fisica e interiore dell’uomo.
Lazzaro (da Maschere nude) fu stroncato da “Civiltà cattolica”, che non vi lesse la speranza che nasce dalla capacità dell’uomo di rispondere alle proprie domande, ma ateismo, dunque incapacità a superare i limiti della conoscenza.
Ne I giganti della montagna (iniziato nel 1928), un mito tra favola e realtà, il mago Cotrone, abbandonata la civiltà si occupa dei sei abitanti dell’isola La Scalogna, ai margini della vita, per difenderli dallo sfruttamento padronale, dispensando verità, le verità che la coscienza rifiuta. Ma nell’isola arriva la compagnia della contessa Ilse. Lei, ospitata dal mago, vuole portare in scena La favola del figlio cambiato, ma non c’è teatro nei dintorni.
Cotrone propone di rappresentare la favola nel paese dei Giganti che abitano nella vicina montagna, in occasione di una grande festa di nozze, pur sapendo che essi sono adusi all’uso della forza e un po’ bestiali.
Fin qui Pirandello; il dramma è concluso dal figlio Stefano: i giganti inferociti dallo spettacolo che non comprendono, aggrediscono gli attori e Ilse viene smembrata come un fantoccio. Ilse rappresenta la cultura, torturata dall’ignoranza, “la tragedia della Poesia in questo brutale mondo moderno”, scrisse Pirandello a Marta Abba.
Poteva essere l’inizio di un ripensamento? Eppure questi giganti sono l’immagine dei nazifascisti, che anche lui (pur non gradendo la definizione) nel suo concreto pirandellismo, apprezzava come nemici della cultura e dell’arte, arricus de tontìmini, alla stregua dei macellai di Charlie Hebdo. *

(Storia del teatro e dello spettacolo  – 11.4.1997) MP

* postilla del 9.01.2015

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STORIA DELL’OCCHIO…
1 #
Giulia
http.chidicedonna.myblog.it
giuliapenzo@alice.it
5.90.10.161
Inviato il 11/02/2015 alle 21:28
Stai guardando Sanremo ?

LA RETORICA ITALIOTA, VE LA REGALO…

Lezioni condivise 94 – Le ideologie del risorgimento

30 Nov 2014 @ 11:58 PM 

La propaganda dei “moderati” penetra nella gente come l’edera negli interstizi, così da sempre ci portiamo dietro dei luoghi comuni che è arduo estirpare.

L’errore della “sinistra”, da tempo, è inseguire questa categoria inesistente sul suo terreno, con il risultato che non c’è più sinistra, o almeno non c’è più come una volta. Sintetizzo il concetto.

Per questa ragione e per esperienza, diffido di chi si definisce “moderato” o anche “riformista”, perché in realtà so di avere a che fare con dei reazionari e in alcuni casi anche peggio.

Tre anni fa una parte di italiani, o forse è il caso di dire, una minoranza di italiani, ha festeggiato, anche con sfoggio di armamenti, i 150 anni di unità dello stato; unità che in realtà è sempre stata solo sulla carta sotto quasi tutti gli aspetti e che con il passare degli anni si è indebolita sempre più. Si è fatto sfoggio di retorica a più non posso, robe che non si vedevano più dai tempi del fascismo o dal neofascismo missino. Il cosiddetto “risorgimento” italiano è stato l’opposto della Rivoluzione francese ed è palese se si confrontano, ammesso che si possa, gli stati che ne sono scaturiti.

I valori della Rivoluzione non hanno mai attecchito in Italia, perché questo fantomatico “risorgimento” non è stato altro che la conquista di territori da parte della monarchia sabauda e dei suoi seguaci conservatori, anche se talvolta portavano la camicia rossa.

Certi storici si sono fatti in quattro per cercare di far passare un’anima almeno “democratica” del risorgimento, ci hanno provato in buona fede anche i partigiani, forse meno in buona fede il PCI. La mettano come vogliono: il risorgimento italiano puzza di monarchico, di vecchiume, di oscurantismo…

L’ho già detto nelle lezioni precedenti, l’argomento non mi appassiona; per quanto si cerchi di trovare qualche elemento positivo, si trova ben poco e marginale, nonostante su alcune figure si sia pompato parecchio, perché è evidente che a tanti non fa piacere avere questo “risorgimento” così culturalmente futile.

Siccome di demagogia se ne è fatta a bizzeffe, non mi unirò certo anch’io al coro; Cavour, Garibaldi e i Savoia, diventati re a spese della Sardegna, fateveli raccontare da qualcun altro. Quello del risorgimento è certo un periodo storico raccontato male; per favorire l’enfasi patriottica si è taciuto su tanti fatti che metterebbero le cose in una luce diversa e in alcuni casi si è fatta un’operazione di mistificazione, ascrivendovi fatti che con esso non hanno nulla a che vedere, relativi all’ordinaria lotta contro l’oppressore nei singoli stati, ora nelle Due Sicilie, ora in Veneto o nello stato Pontificio.

Gli “artefici” del  risorgimento, propagandato dal regime fascista e post-fascista come avanzata eroica dei garibaldini, si sono macchiati di crimini paragonabili a quelli che oggi compie il sedicente califfato islamico tra Iraq e Siria. Paesi campani, tra cui Pontelandolfo, Casalduni, Campolattaro, Auletta, sono stati rasi al suolo dal generale piemontese Enrico Cialdini, i partigiani (briganti) massacrati, le donne violentate, e del nome di questo signore e altri criminali come lui sono piene le vie di paesi e città.

Il rosso camiciato Garibaldi che incontrava baroni e notai e li riempiva di doni piemontesi, derubava la povera gente per sfamare le sue truppe. Questi e altri atti provocarono negli abitanti del sud la comprensibile reazione; i contadini si unirono ai briganti per resistere agli occupanti, una resistenza di cui i libri di storia tacciono, come del massacro dei partigiani caduti sotto le imboscate di garibaldini e piemontesi, uno per tutti il caso di Venosa in Lucania, con tre fratelli giudicati disertori, uccisi e gettati nella piazza del paese come monito. O che dire della tragica giornata del 6 agosto 1863, quando lo sciopero degli operai di Portici, costretti a lavorare 12 ore al giorno, furono soffocate nel sangue dai bersaglieri!

Lo stato ha sempre parlato di questione meridionale senza mai risolverla, ha sempre considerato le regioni a sud della linea gotica e soprattutto quelle più meridionali, come territori conquistati, li ha impoveriti, assoggettati a ruberie e privati anche della possibilità di reagire; l’ignoranza e la propaganda nelle scuole hanno fatto il resto, così che questi nemici dell’Italia, si considerano più italiani di quelli che in realtà lo sono per definizione. Un drammatico paradosso.

In questo scenario salvare qualcosa del risorgimento diventa un’operazione piuttosto complessa e quel poco che c’è non è ascrivibile ad esso, perché riguarda chi quella battaglia l’ha persa.

Le rivolte giacobine spontanee, quelle delle popolazioni affamate, le insurrezioni cittadine, tutto viene messo insieme dalla propaganda di stato in quello che viene definito risorgimento: ecco dove bisogna riscrivere la storia.

Episodi pochi, qualche uomo, ma raramente integro del tutto, forse l’unico è Carlo Cattaneo. Egli tra i pochi illuminati del tempo, era come tale molto avanti, un radicale, di sinistra, protagonista delle “cinque giornate di Milano” e fondatore della rivista “Il politecnico”; le sue teorie politiche erano originali e anticonformiste, federalista tra fitte schiere di centralisti, europeista e cosmopolita, in mezzo a nazionalisti, avvicinato agli anarchici, era attento a che la rivoluzione non diventasse distruzione, ma costruzione di uno stato giusto. Avversava dunque il conservatorismo dei ceti aristocratici e anche il moderatismo prevalente tra i liberali, in nome di un radicalismo progressista che rientrava nelle esigenze della moderna borghesia produttiva, classe autenticamente “rivoluzionaria” nell’Italia arcaica e rurale dell’epoca.

Chi altro salvare, Mazzini? Si è parlato tanto di lui in questi anni, qualcuno si è spinto a definirlo estremista, terrorista, forse perché nell’equazione con se stesso risultasse almeno qualcosa di “progressita”, ma Mazzini emerge in questo senso solo perché tutto il resto era più reazionario che si potesse. Impelagato in veti di coscienza, fondò infine una società segreta (la Giovane Italia) che ebbe solo importanza nominale. Fu arrestato, ma non costituì mai un efficace pericolo per la monarchia, tormentato da dubbi infiniti tra democrazia e populismo. Queste sue posizioni lo allontanavano dalle classi popolari e dall’azione in sé. Non riuscì mai a incidere e fu sopravvalutato anche dai suoi nemici.

Per una qualche completezza riguardo a quanto si muoveva in quel periodo cito anche il neoguelfismo, che caldeggiava uno stato sotto la guida della chiesa; l’esponente più in vista fu Gioberti (dopo varie peregrinazioni qui e là), ve lo regalo.

Santorre di Santarosa, rappresenta forse la sintesi dei personaggi del risorgimento, totalmente invischiato nella monarchia (tanto da essere ministro sotto Carlo Alberto), pensava di poter far accettare ai Savoia una monarchia costituzionale, poi perseguitato da Carlo Felice per questo,  morì in esilio partecipando alla rivoluzione greca. Né carne, né pesce.

Nel periodo cosiddetto risorgimentale in realtà accaddero cose molto più importanti, come la nascita della classe operaia e dell’ideologia socialista, la sociologia con Comte, come sviluppo del positivismo.

Con il socialismo nacque immancabilmente anche il riformismo, dovrei dunque riallacciarmi all’inizio, invece provo a succhiare due cose serie dall’ideologia riformista, che è cosa diversa dai riformisti, specie quelli odierni.
La definizione è pessima (vedi Bobbio). In realtà il riformismo nasce in ambito socialista, non come ideologia alternativa, ma unicamente come metodologia per realizzare il socialismo.
Con il tempo ci hanno messo mano in tanti, allontanando di molto l’obiettivo iniziale, ma il fatto positivo e realista, quanto utopico, è arrivare al socialismo gradualmente, secondo un processo democratico, dunque costruttivo e non distruttivo, che non sia a scapito della libertà – dunque preveda la possibilità di disobbedienza (Fromm) – e dell’uguaglianza (Jean-Jacques Rousseau).
Anche la critica, tanto osannata, della tradizione marxista, è soltanto la premessa del fare riformista, non ne è il contenuto; proprio perché il riformismo è soprattutto fare, piuttosto che contestare.
Gilles Martinet ha teorizzato il riformismo rivoluzionario, riforme politiche in stretta sintonia con l’azione di massa nelle fabbriche e nella società.

Più su ho citato l’utopia, comunemente considerata sinonimo di irrealizzabile, ma non l’ho usata in questo senso. Per Bronislaw Baczko, le utopie esprimono immagini-guida, idee-forza, talvolta verità premature, utili a mobilitare energie collettive e ad orientarne le speranze.

(Storia del risorgimento  – 7.4.1997) MP

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La retorica italiota, ve la regalo…
1 #
Edwarda
https://americangallery.wordpress.com
jeffy@gmail.com
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Inviato il 26/02/2015 alle 05:31
Anything in life can be accomplished by waiting on hold firmly to a
certain objective.

NUESTRAS ESPERANZAS EN LOS MEJORES

Lezioni condivise 93 – Il sistema polisinodial della Corona spagnola

31 Ott 2014 @ 11:57 PM

Occuparsi di particolari argomenti del passato, noti solamente a una numerosa minoranza di storici e studiosi, è “ragionevole” che suoni ai più una perdita di tempo (un po’ come a Lolita la poesia di Edgar Allan Poe), ma conoscere la storia è utile per capire il presente; se dessi retta al mio sano estremismo, direi che la storia è il presente stesso, presente che, non conoscendo essa, non potremmo comprendere.

Tutto ha ragione di essere conosciuto. Lo stato odierno del continente americano, ad esempio, non è prodotto di magia. In un tempo relativamente breve, rispetto al complesso della storia, sono scomparsi popoli, avvenute rivoluzioni, eccidi di ogni tipo; i “migranti” europei che hanno occupato il continente, si sono presi la libertà di fare di quelle terre i loro campi di battaglia, per conquiste, annessioni,  innalzamento di steccati e ogni altra nefandezza.

Capire quanto è avvenuto in America, dopo la “scoperta”, presuppone la conoscenza della storia europea.

La Spagna, che a parte il Brasile, il Canada e la quasi totalità degli USA, colonizzò tutto il resto del continente, usava esportare i propri ordinamenti, controllare i propri coloni come fossero ancora in Europa, vi trasferì perfino l’Inquisizione.

La Reconquista contribuì al superamento dell’aspetto “patrimoniale” (privato) del regno e favorì l’affermazione del carattere nazionale, centralizzatore e protettivo del dominio politico.

Dopo le nozze di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia (1469) si realizzò la ristrutturazione amministrativa in senso burocratico polisinodale.

Nacquero i Consejos che erano nello stesso tempo, organi di consulta, corti di giustizia, tribunali amministrativi e si distinguevano su base territoriale e per competenze specifiche.

Le rappresentanze degli ordini medievali (le Cortes), nonostante l’unificazione territoriale, continuarono a esistere nei rispettivi regni della Corona, ma erano sempre meno consultate.

La Spagna esercitò un rispetto relativo per l’autonomia dei Reinos, garantendo alcuni ordinamenti giuridici particolari. L’Aragona, per dirne una, conservò un sistema costituzionale fondato sull’idea di contratto (il pactismo aragonese).

I principali Istituti statali venivano esportati in tutti gli stati della Corona, dove poi si adattavano a situazioni contingenti, creando talvolta curiosi effetti, come per gli alcadi in Sardegna, comandanti delle torri litoranee, mentre in Spagna erano i sindaci dei comuni.

Il sistema polisinodial si sviluppò tra il XVI e il  XVIII secolo, basato su una pluralità di consigli, tavole, e altri organismi collegiali che esercitavano funzioni legislative, giudiziarie, ma anche esecutive.

I Consejos (Consigli Supremi) erano vari, derivavano dal Consilium o Curia Regis dei primi regni medievali, ove godevano di notevole attenzione riguardo alle decisioni politiche, insieme con l’Auxilium (ordine militare).

Nel XIV sec. all’apice dell’ordinamento vi era il Consiglio reale di Castiglia. Per analogia nacque il consiglio di Aragona e man mano tutti gli altri, specie dopo l’apparentamento con gli Asburgo e l’ingresso di altri territori nella Corona.

Tra i consigli territoriali grande importanza assunse il Consiglio delle Indie. Aveva giurisdizione suprema in tutte le questioni relative a terra e mare del Nuovo Mondo, militarmente e politicamente, in pace e in guerra, in materia commerciale, civile e penale. Avanzava proposte per la nomina del viceré e delle altre cariche.

Gli altri consigli erano quelli d’Aragona (con giurisdizione su Catalogna, Valencia, Maiorca e Sardegna, e fino al 1555 Napoli e Sicilia), d’Italia (fu istituito da Filippo II per la gestione dei territori italiani della corona spagnola, Napoli, Sicilia e il Ducato di Milano), delle Fiandre (Paesi Bassi e Borgogna) e del Portogallo (istituito nel 1582, continuò ad esistere anche dopo l’indipendenza portoghese e venne sciolto solo dopo il trattato di Lisbona del 1668).

Il Consiglio di Statosupraterritorial, si occupava delle questioni di politica estera più importanti, e di quelle relative al re e alla famiglia reale. Iniziò a operare nel 1526, quando Solimano il Magnifico minacciò l’Austria. Era presieduto direttamente dal re e fungeva anche da Consiglio di guerra.

Il Consiglio dell’Inquisizione (1478), presieduto dal Grande Inquisitore, sorse di fatto per rafforzare l’unità del paese e difendere l’ortodossia religiosa sorvegliando le coscienze; in origine doveva esaminare i ricorsi dei condannati, ma presto prese in carico questioni di competenza dei tribunali locali, fino a prendere il sopravvento e avere un ruolo centrale.

Il Consiglio di Crociata, fu creato per gestire i tre diritti concessi dal papato: di cruzada, el subsidios y el excusado, per la difesa della fede cattolica e la guerra contro gli infedeli. Tali diritti (non era più tempo di crociate in terra santa) erano le tasse principali per il finanziamento delle casse reali.

Il Consejo de las Órdenes (consiglio degli ordini) gestiva il mayorazgo dell’ordine di Calatrava – che nel 1489 il papa affidò a Ferdinando – e successivamente gli ordini militari di Santiago nel 1493 e Alcantara (o di Montesa) nel 1494. Il consiglio amministrava beni e cavalieri, ma finì per diventare una sorta di Corte d’Onore per garantire la limpieza de sangre.

Il Consejo de Hacienda (consiglio delle finanze, 1523) era la semplificazione della Hacienda castellana (il tesoro spagnolo); aveva due contabilità separate (la Major e de Cuentas), che si controllavano vicendevolmente. Erano in attrito continuo con gli altri Consigli, di cui controllavano i conti.

Consejos de Cámara (consigli camerali) erano competenti in materia di nombramientos, gracias y mercedes (nomine, grazie e favori).

La Real Audiencia (Real Udienza) era un organo di giustizia. La prima audiencia venne fondata a Valladolid nel 1371, sotto il regno di Enrico II e fu per due secoli il massimo organo di giustizia della Castiglia. Dopo la renconquista di Granada nel 1492, l’audiencia venne divisa in due: quella di Valladolid con potere nella zona a nord del fiume Tago e quella di Granada con competenza a sud del fiume.

Sotto il regno di Carlo V il sistema dell’audiencia venne esteso al resto della Spagna, in Sardegna (1564-1847) – dove continuò a funzionare fino alla fine del Regno –  e nel Regno di Sicilia (1569-1707).

La prima audiencia nelle Americhe venne creata nel 1511 a Santo Domingo, e seguirono Messico, Panama, sud America e Filippine.

Municipios erano l’unità amministrativa locale primaria con a capo l’alcalde (alcaide o àlcade). Era un’istituzione di origine musulmana, con funzioni amministrative e giudiziarie, introdotta nei regni di León e di Castiglia nell’XI secolo e generalizzata poi in Spagna e nelle sue colonie. Il nome deriva dall’arabo al-qadi, che significa giudice.

La Casa de Contratación fu fondata nel 1503 a Siviglia per il controllo del monopolio del traffico con le Indie, la custodia e l’aggiornamento del Padrón real (1508), sul quale venivano registrate le nuove scoperte. Nel 1717 venne trasferita a Cadice. Attirava constantemente commercianti, artisti e persone in cerca di fortuna.

La Spagna, stando agli esiti attuali, penso sia seconda solo all’Inghilterra come protagonista delle brutture che hanno interessato il continente americano.

La storia non è un sortilegio, ma è condizionata dalle scelte di coloro che si elevano a padroni della terra. Gli ordinamenti prodotti da questi individui hanno veicolato quella che è ora l’America, perfino gli infiniti veti USA contro la Palestina.

Continua a prevalere la legge del più forte e il più forte è quasi sempre il peggiore; quando non lo è, lo diventa o viene eliminato. Riponiamo tuttavia le nostre speranze sui Migliori e che la Resistenza non abbia mai fine.

(Storia moderna  – 7.4.1997) MP

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Nuestras esperanzas en los Mejores
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Edwarda
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Inviato il 15/02/2015 alle 06:28
Absolutely good plot, I appreciate the details

LOGICA DELLA GUERRA: CRIMINE E FOLLIA

Lezioni condivise 92 – Le guerre turco-ungheresi

30 Set 2014 @ 8:09 PM 

Quando inaugurai questo blog, il mio primo in assoluto, non avevo certezze riguardo a come lo avrei utilizzato… Certo è che sentivo il bisogno di dire la mia su quanto accadeva nel mondo, vicino o lontano da me e soprattutto di condividere con altri la mia indignazione per determinati fatti… Un tempo era più semplice associarsi, pubblicare giornali o fanzine, diffondere volantini o dazebao, ma da qualche anno la parola blog si faceva sentire sempre di più.

Inutile dire cosa fosse meglio, se si considera che anche solo socializzare è diventato un problema.

Il giornale elettronico ti porta dentro certi meccanismi in cui si finisce per cadere, soprattutto la conquista dei lettori, dunque il rispetto di una certa periodicità, e quando non si ha l’argomento giusto, si può finire per scrivere sciocchezze.

La svolta di Diary (for friends) arrivò quando decisi di mettere lo strumento web log a mia disposizione. Tenere un blog divenne semplicemente il pretesto per scrivere le idee che elaboravo, insomma, una lettera22 motivante. E partì allora il progetto lezioni condivise, che senza blog probabilmente sarebbero ancora nelle mie fantasie, come altre iniziative che porto avanti nello stesso modo.

Dico questo ora, forse perché mi sono imbattuto in una lezione particolare che si presta a utili divagazioni e mi è venuto naturale tornare al motivo ispiratore di tutto, cioè quella fatica, ma soprattutto gran piacere, che hanno rappresentato per me gli studi universitari, per una moltitudine di aspetti, anche indiretti, che meritano una qualche riconoscenza e il mio è un po’ un omaggio a questa esperienza, l’esigenza che nulla vada perduto, neppure una briciola, giacché amo anche le briciole.

Le lezioni sono certamente lo strumento più tangibile e diretto del racconto, il nucleo, la cellula, il seme, il cuore, ma la sacra rappresentazione studentesca ha dei momenti preparatori lunghi, apparentemente estranei, il sapore della vigilia, i preparativi, l’atmosfera, il viaggio, la facoltà, l’attesa e il dopo, la socializzazione, gli incontri, un mondo, una vita… Non pretendo di essere esaustivo, né ripetitivo, tento solo di rendere un’idea. Non è così per tutti, lo so, ma ammetto che esistano fortune migliori di questa.

Mi riproietto in quel mondo del terzo piano della facoltà di Lettere, dove anche la prof aveva i suoi riti, ci conosceva (e non è scontato nelle aule universitarie), ci chiamava per nome pur dandoci del lei… Anche tra di noi ci conoscevamo, c’era Rosa, c’erano Sabrina, Ambra, Serena, Annalisa… Sembrava di essere tornati sui banchi della scuola superiore. C’era anche una collega ungherese che proprio quel primo giorno di primavera doveva presentarci la sua tesina sulle guerre turco-asburgiche, che son dovuto andare a rivedere, non ho dimenticato invece alcuni suoi commenti.

Tenne a sottolineare come tra turchi e ungheresi, si fossero stabiliti nel presente rapporti di amicizia, di simpatia, contrariamente a quanto avveniva con gli austriaci. Una sorta di inversione delle parti rispetto a quanto accadeva in guerra. Aspetto che avrebbe meritato un’indagine più approfondita forse, senza scomodare la sindrome di Stoccolma, che pure venne evocata. Penso tuttavia che la questione sia legata a rapporti culturali recenti e che le guerre dell’epoca moderna c’entrino poco.

La storia che ci presentò, un po’ lontana, estranea, aveva tuttavia lo scopo di gettare un ponte tra noi e lei, farci in qualche modo conoscere il suo paese.

I magiari si insediarono nel bacino dei Carpazi fin dall’VIII secolo e per non soccombere contro i popoli germanici, dovettero allearsi con il Sacro Romano Impero – e siamo già nell’XI sec. Così in Ungheria si stabilizzò un regno cristiano. Alla fine del XV sec., sotto Vladislav, si ebbe un periodo di crisi e di guerra civile che a lungo andare indebolì politicamente lo stato.

L’Ungheria fu travolta dall’ondata ottomana all’inizio del Cinquecento. La prima città a cadere fu Belgrado nel 1521, allora parte del regno ungherese; la prima battaglia di Mohàcs nel 1526 segnò l’avvio dell’occupazione. Nel 1541 Sulimano II (1520-1566) occupò Buda (allora separata da Pest) e pian piano tutte le maggiori città, fino a Kanizsa nel 1600.

Gli ottomani dispiegarono un numeroso esercito in territorio ungherese, fu un’occupazione soprattutto militare, salvo che nelle grandi città, ove la popolazione musulmana divenne maggioritaria. Per la reggenza del territorio, a rappresentare il sultano, fu nominato un pascià, sorta di vicerè. L’unico pascià a lasciare il segno nella capitale con costruzioni di sapore orientale, come il bagno Rudas, fu Mustafa Sokoli.

Buda fu liberata nel 1686 con l’unità militare degli stati cristiani di tutto l’occidente.

Recentemente la storia del dominio turco in Ungheria ha subito una qualche revisione, si è iniziato a dar conto, oltre che delle guerre e della devastazione, anche di alcuni periodi di grande sviluppo, resta il fatto che alla fine la popolazione ungherese si era ridotta a meno della metà, rispetto alle altre etnie residenti.

Il dominio turco si protrasse per oltre 170 anni, tra XVI e il XVII sec., prolungandosi nelle campagne fino al Settecento. La guerra ottomano-asburgica durò invece 265 anni, dal 1526 al 1791. Gli Asburgo iniziarono a mutare la situazione in loro favore nella seconda metà del Seicento, quando ripresero le ostilità dopo un periodo di guerra fredda e iniziò la grande guerra Austro-Turca (1683-1699).

Il sultano Mehmet IV (arrori ddu tirit!) intendeva occupare Vienna per aver accesso all’Europa centrale, ma da lì cominciò la sua disfatta, e prima nella seconda battaglia di Mohàcs nel 1687 (detta anche del monte Harsány), poi con quella di Zenta, dieci anni dopo, l’Ungheria fu liberata dai turchi e divenne nuovamente austriaco/asburgica (pace di Carlowitz, 1699).

Alcune di queste battaglie vengono definite epiche, la loro descrizione abbonda di strategia militare che tiene conto di tutto tranne dei morti. Esse sono descritte dagli “storici” con sufficiente distacco, come una sorta di evento sportivo ove ali sinistre e ali destre avanzano o si ritirano, accerchiano o temporeggiano, mentre sul terreno rimasero migliaia di uomini morti, benché di cervelli pensanti e pacifisti ne fossero già nati. Dopo ogni partita persa, si chiedeva la testa dei capi, del gran visir, ma anche del sultano. Fu proprio con la sconfitta di Mohàcs che iniziò l’era di Sulimano II. Cose che ancora oggi si insegnano a scuola dimenticando la sostanza delle cose, la vera ragione delle guerre e a chi giovano.

Peraltro in oriente sotto certe forme e in occidente in maniera differente, ma equivalente, dal seicento ad oggi, non sembra che alcuni cervelli abbiamo fatto molta strada, come dimostrano i fautori del califfato islamico o i signori della guerra occidentali.

Come accennato, la fine dell’occupazione non significò fine della guerra. Gli Ottomani venivano sollecitati dal regime assolutista francese a scendere in campo contro il comune nemico austriaco, e nel 1711 si risolsero ad attaccare Venezia, ma finirono per perdere diversi possedimenti europei nei Balcani. La guerra seguì per gran parte del Settecento con alterne vicende, condizionate anche dai conflitti intereuropei e infine dallo scoppio della Rivoluzione francese. La pace di Sistova del 4 agosto 1791, segno anche la fine delle guerre tra magiari e ottomani, senza che fosse mutato granché.

Il ritorno all’assolutismo illuminato asburgico, coincise con la crescita di sentimenti nazionalistici che portarono ad aspri contrasti con l’Austria, fino alla nascita di due entità statuali (impero austriaco e regno ungherese) sotto lo stesso monarca (1867).

I mutamenti avvenuti nell’Ottocento ebbero origini diverse: guerra d’indipendenza greca, occupazione di Bosnia e Erzegovina – 1878 – da parte dell’Austria, anch’essa alle prese con diverse guerre d’indipendenza. Le due grandi guerre del Novecento videro l’Ungheria in una situazione di forte instabilità e sempre dalla parte degli sconfitti, fino all’ingresso nell’orbita “sovietica” da cui si affrancò nel 1989 e al recente ingresso nell’Unione Europea.

Mi chiedo, trascurando le ragioni etiche che da sole darebbero la risposta, quale sia la logica di risolvere le questioni internazionali con guerre o prove di forza che alla fine, a parte i morti ammazzati, lasciano tutto come prima o peggio di prima (e mi riferisco anche alle guerre austro-turche del Settecento), invece che con la pubblica discussione, o se volete, la diplomazia, ove sarebbero chiare o meno le ragioni dei contendenti. Penso all’insensata avanzata barbara del califfo islamico, gemello nella sua logica aberrante di un Alessandro VI – occorre pure individuare le trasversalità interreligiose perverse, come bene ha fatto il film Agorà -, o alla posizione del governo spagnolo sul referendum in Catalogna, nonché alla posizione europea sulle minoranze ucraino/russe, e naturalmente al silenzio di tomba di secoli e secoli sull’olocausto dei nativi americani, che gli USA affrontano ignorandolo.

La verità è che ancora nel II decennio del 2000 la civiltà è un optional e ciascuno vuole imporre la sua barbaramente, altrimenti questioni come quella Palestinese, per dirne una, sarebbero risolte da tempo.

Mi viene in mente anche la strana discrepanza con cui viene trattato l’indipendentismo veneto, agitato in maniera guittesca dalla Lega e consideratissimo da Roma e la persistente condizione di colonia dell’ex impero romano da parte della Sardegna, dove per essere arrestati, la parola “indipendenza” basta pronunciarla. Insomma, alla fine gli USA concessero giustamente l’emancipazione agli afroamericani, continuando tuttavia a sterminare gli indiani o al meglio tenerli nelle riserve.

Secondo la logica renziana di questi giorni, dovrebbero essere arrestati anche i veneti e riportati in schiavitù i neri, in modo che noi e gli indiani continuiamo a non esistere. Ergo: per non far lamentare i poveri, aumentiamo i poveri.

(Storia moderna  – 21.3.1997) MP

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Logica della guerra: crimine e follia
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Elisa
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Inviato il 13/09/2014 alle 16:28
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DALL’HOMO SAPIENS ALL’HOMO DEGENERES

Lezioni condivise 91 – Sulle origini della sinistra europea

21 Ago 2014 @ 7:59 AM 

Il socialismo è un’idea che è sempre stata nella mente degli uomini giusti, che si è evoluta con il tempo, sviluppandosi nei modi più svariati e con i nomi più vari, con più o meno fortuna. Marx non fu un inventore e il socialismo non è una scienza, è un’idea giusta che spesso ha avuto a che fare con uomini sbagliati. Ciò condanna gli uomini non l’idea. Non entriamo neppure, dunque, nei sentieri nefasti dell’anticomunismo e dei boia del socialismo (compresi quelli che hanno contribuito a screditarlo usurpandone il nome).

Quando dico socialismo, intendo nello stesso tempo comunismo, due fasi di uno stesso processo, utopistico solo perché l’evoluzione dell’homo sapiens ha preso due strade diverse: accanto a quella che ha per modelli un Gesù, un Francesco d’Assisi, un Marx, un Che, per intenderci, quell’altra purtroppo maggioritaria che ha per modelli Hitler, Stalin, i Bush, Netanyahu e tanti altri ancora, con tutto il bailamme che sta nel mezzo. Non me la prenderò mai con l’idea giusta, ma con la degenerazione del genere homo; non abbandonerò l’idea giusta, ma combatterò con i miei mezzi contro chi la osteggia: i fascismi, il capitalismo, la disuguaglianza, la violenza, gli armamenti e le guerre, l’inquinamento della terra…

Certo, l’idea socialista, passa attraverso complesse fasi, relative prevalentemente ad avanguardie, piccole comunità, e trova seguito di massa quando allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, si unisce la crescente consapevolezza degli sfruttati: dal forte impulso della Rivoluzione francese, alla nascita del movimento operaio a inizio Ottocento; ma c’erano già arrivati Platone, i Millenaristi (Sancta Nichilitate), Tommaso Moro, i Quaccheri, i Levellers e tanti altri, fino alle prime conquiste elementari come il suffragio universale, i monti di soccorso, le casse mutue, il diritto di sciopero, condizioni di lavoro più umane.

Base del socialismo è l’uguaglianza e la comunione dei beni tra tutti, ed è noto che la speculazione su questi principi elementari per la vita del genere umano ha portato i dittatori a far vivere negli agi una minoranza di favoriti e rendere il popolo “uguale” nella miseria e nell’oppressione. I seguaci di questi dittatori usano i loro stessi misfatti per infangare il socialismo.

Per approfondimenti cito i nomi di alcuni socialisti moderni: Robert Owen, Claude Henri de Rouvroy (Saint-Simon), Charles Fourier, Pierre-Joseph Proudhon, Alexander Herzen, Louis Blanc, Ferdinand Lassalle…

La classe operaia si era posta l’obiettivo di produrre senza sfruttamento, obiettivo generalmente fallito, perché alla base del profitto c’è l’homo degeneres.

Le teorie marxiste, come qualsiasi buon insegnamento, possono non essere esenti da errori, specie quando non trovano nel procedere del tempo e della storia innovatori all’altezza, infatti gli errori sono soprattutto dei suoi interpreti e/o dei suoi mistificatori. Marx ed Engels, fosse per strategia a meno, alla fine ripudiarono la violenza, aspetto non colto da Lenin, benché la Rivoluzione russa non sia stata particolarmente cruenta, ma lo è stata la sua deriva stalinista, e ci vuole una bella faccia tosta a definirla socialista, idem dicasi per altre dittature che usurpano quel nome ancora oggi. Insomma non basta darsi il nome per essere davvero socialisti.

L’Associazione internazionale dei lavoratori (prima internazionale), anarchica, operò in un momento in cui la storia era ancora eurocentrica (Zenith of european power, 1840 – 1890), un’Europa ancora in via di industrializzazione e in rapida trasformazione. Si ebbe alla fine di questo periodo la prima di tante divisioni del movimento operaio, quella della Seconda internazionale 1889 (socialista). Le divisioni non hanno mai giovato all’idea.

Gli anarchici (Proudhon, Bakunin), che agli albori del movimento erano maggioritari, ritenevano, non a torto, che lo stato sociale fosse talmente compromesso da non poter essere emendato; teorizzavano così l’abbattimento dello stato (come nazione e organizzazione capitalista) affinché nascesse una umanità nuova, per questo si opponevano all’organizzazione in partiti e alla politica parlamentare. Essi crebbero particolarmente nei paesi latini e diffusero l’anarcosindacalismo.

Un’altra forma di Socialismo libertario e radicale fu quello teorizzato da Jean Jaques Rousseau, che sosteneva la fondazione di piccole comunità socialiste indipendenti, unite da patto federativo.

A metà Ottocento attivisti emergenti considerarono che il socialismo potesse raggiungersi attraverso la via democratica, in parlamento; non necessariamente marxisti, si rivolgevano anche alla borghesia, distanti dal radicalismo e dai suoi simboli.

Tra questi la Fabian Society – 1884 – con esponenti come George Bernard Shaw, Virginia Woolf, Charlotte Wilson, Emmeline Pankhurst, Annie Besant, Beatrice Potter, Wepp Morris.

Citazione merita anche l’individualismo utilitarista di Jonathan Bentham e John Stuart Mill, una forma di socialismo che tiene in grande considerazione le libertà individuali, care al movimento anarchico. Le azioni dovevano essere improntate a moralità e conseguire il benessere e la felicità collettiva senza causare l’infelicità di alcuno, eventualmente sacrificandone il necessario per il bene di tutti gli esseri umani, tenuto conto che il sacrificio non è un bene, semmai una necessità. Tesi vicine al positivismo quanto agli ideali socialisti.

Il socialismo democratico esplicava la sua azione soprattutto in ambito sociologico ed economico. Prima del revisionismo, della compromissione con ambienti reazionari e soprattutto corrotti, i socialdemocratici credevano in uno stato socialista che mantenesse la proprietà privata ed esercitasse un controllo democratico della ricchezza, con il settore produttivo guidato da esperti. Il socialismo rappresentava idealmente una meta da raggiungere a lungo termine (gradualismo), un’evoluzione della democrazia che avrebbe portato a un progressivo miglioramento dell’economia e dell’uomo: più benessere collettivo, maggiore buon senso.

Un’altra concezione della grande famiglia socialista, e neppure tanto trascurabile, era portata dal cosiddetto Socialismo cristiano, sviluppato in Inghilterra, Francia e Germania, ma anche in Italia, sebbene la presenza di papi conservatori e restauratori non lo favorisse (a papa Francesco, invece, il merito di aver affermato che essere definiti marxisti – riferito a se stesso – non è un’offesa; dovrebbe però chiarire cosa accadde in Argentina durante la dittatura di Videla e promuovere una vera riforma della chiesa per liberarla dalle sovrastrutture che la tengono lontana anni luce dal Vangelo). Gli ispiratori, oltre a quelli, evidentemente storici, dai Vangeli a Francesco d’Assisi e i fraticelli spirituali, sono generalmente considerati John Ludlow, Charles Kingsley e Frederick Maurice (1848). In Belgio, furono i S.C. a dare la spinta decisiva per l’indipendenza dalla Francia.

Essi ponevano l’accento sul messaggio del Vangelo, sul suo messaggio etico sociale: per la cooperazione, fratellanza, spirito di sacrificio, solidarietà.

Riporto un elenco non esaustivo di esponenti S.C., per chi volesse esercitarsi in una sorta di mantra, alla Battiato. Ho aggiunto tre donne come viva testimonianza di tutte le altre che meriterebbero di essere citate, avendo sempre lavorato all’ombra di qualcuno. Se vi esercitate nella chiama, abbiate cura di aggiungere gli altri nomi appropriati già citati nell’articolo che evito di ripetere: Maria di Magdala (0003-0063), Gioacchino da Fiore (1130-1202), Chiara Scifi (1193-1253), Pietro Angelerio da Morrone (1209-1296), Dolcino da Novara (1250-1307), Thomas Müntzer (1489-1525), Tommaso Campanella (1568-1639), Étienne-Gabriel Morelly (1717-1778), Claude Fauchet (1744-1793), Jacques Roux (1752-1794), Robert de Lamennais (1782-1854), Étienne Cabet (1788-1856), Philippe Buchez (1796-1865), Wilhelm Weitling (1808-1871), Thomas Hughes (1822-1896), Davide Lazzaretti (1834-1878), Henry McNeal Turner (1834-1915), Edward Bellamy (1850-1898), James Keir Hardie (1856-1915), Walter Rauschenbusch (1861-1918), Hermann Kutter (1863-1931), Leonhard Ragaz (1868-1945, autore di “Da Cristo a Marx, da Marx a Cristo”), Ernesto Buonaiuti (1881-1946), Jacques Maritain (1882-1973), Paul Johannes Tillich (1886-1965), Karl Barth (1886-1968), Ignazio Silone (1900-1978), Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), Franco Rodano (1920-1983), Lorenzo Milani (1923-1967), Luce d’Eramo (1925-2001).

Nel mio concetto di socialismo non vi è una separazione netta con il comunismo e l’anarchismo storico, se devo fare delle scelte posso avvicinarmi di più a un pensatore o a un altro. E’ possibile che ne trovi di più radicali, di comunisti, anarchici e tutte le combinazioni che vogliamo, perché il termine di paragone del radicalismo (sinonimo di rigore e coerenza) non devono essere né le peculiarità, nè le conseguenze negative di un’idea, ma quanto bene essa riesce concretamente a fare all’intera umanità.

Un’idea socialista-comunista-anarchica è tanto più radicale, estremista, quanto più non ha effetti negativi nei confronti dei più deboli, sotto l’aspetto della libertà individuale e dell’equità sociale, quanto più ha effetti positivi rispetto all’abolizione di privilegi, demagogia, propaganda, disinformazione, quanto più riesce a togliere dalla mente dei vessati, emarginati, sfruttati, oppressi, l’idea della rassegnazione a un sistema radicato di iniquità e disuguaglianza.

Quella che il capitalismo ha chiamato utopia, la società senza classi, equa, la proprietà comune dei mezzi di produzione – che sono di tutti perché esistenti in natura -, è semplicemente quello che sarebbe un mondo giusto, umano e umanitario.

Chi porta avanti queste idee, quando tutto diventa, non solo inaccettabile, ma tocca limiti che superano la natura dell’uomo per divenire bestiali, alieni da qualsiasi forma di ragione, è spesso costretto a reagire alle provocazioni di un mondo sempre più elitario e discriminante.

L’idea socialista ha dovuto fare sempre i conti con un mondo già orientato in un certo modo e il passare del tempo ha solo mutato e fatto progredire l’ingiustizia, concedendo, grazie a lotte più o meno determinate, ampi periodi di respiro.

Riguardo allo stato attuale dell’universo socialista, lungi dall’essersi semplificate le cose, la situazione è piuttosto drammatica, sia per una sorta di appiattimento di una certa socialdemocrazia a ideali capitalisti e liberisti, mantenendo solo brandelli di socialismo che vanno affievolendosi sempre di più, sia per l’eccessiva frammentazione di quel che resta della sinistra di classe, incapace non solo di creare sintesi aggregative, ma anche di superare vizi leaderistici che esulano dai principi del socialismo e rientrano invece nelle sciagurate debolezze umane.

(Storia del risorgimento  – 18.3.1997) MP

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GENESIS OF THE WRITE & TOUCH

Lezioni condivise 90 –  Il silenzio che fa rumore

25 Lug 2014 @ 7:55

Visto che quivi si dovrà trattare di una certa meditazione, mi domando se esista un qualche stile letterario simil drag-and-drop, qualcosa come write & touch (the balls)… Le parentesi e l’inglese sono una ulteriore precauzione apotropaica.

Ho già trattato de “Il sentimento del tempo” di Ungaretti nella lezione 88, con particolare attenzione agli Inni – che già non erano tutta questa allegria – , doversi occupare de La morte meditata, non so in quale misura possa migliorare l’umore.

Per me sarebbe di per sé un argomento tabù, tuttavia Ungaretti ha sempre parlato dell’atleta senza sonno – per usare le sue parole – , sia quando ne aveva ben d’onde, durante la guerra, ma anche in anni di morte della libertà, durante il fascismo; purtroppo a quella lui non si è mai riferito, utilizzando semmai il paradosso forse involontario, di parlare di libertà nella cella del condannato a morte.

La sua prospettiva con la sorella dell’ombra o madre velenosa, appare come una sorta di feticcio, un amuleto verbale, visto che è vissuto 82 anni, anche se tutti i suoi gioiosi pensieri gliene facevano dimostrare cento.

Egli evoca questa donna da guardare con distacco, in maniera temporale, storica, ma soprattutto metafisica, edenica, mai dantesca però, molto più lugubre – anche quando diveniva epica, favola – della desolazione leopardiana, che parlarne è un’impresa eroica e al contempo temeraria.

La morte meditata (1932) è composta da sei canti ed è la sesta sezione della silloge, l’ultima, prima che nell’edizione finale del 1936 venisse inserita L’amore. Stile ermetico più che mai, nominalistico, evanescente e indistinto, per capirne la lugubre portata, è sufficiente l’avvio del primo canto:

O sorella dell’ombra,/ Notturna quanto più la luce ha forza,/ M’insegui, morte.

L’abbinamento di amore e morte, vita e caducità umana, innocenza e memoria, temi dell’intero lavoro, qui non hanno soluzione di continuità e nell’atmosfera che si crea gli elementi positivi hanno la peggio.

L’uomo non può fare altro che fermarsi a osservare le tracce del percorso di questa tenebra contrapposta alla luce. Essa è la Madre velenosa degli evi/ nella paura del palpito/ e della solitudine,/ bellezza punita e ridente, forse deridente, metafora della poesia.

Sognatrice fuggente,atleta senza sonnodella nostra grandezza,quando m’avrai domato, dimmi:nella malinconia dei vivivolerà a lungo la mia ombra? Un’altalena continua tra vita terrena ed eterna che distrugge anche la poesia, una sorta di attentato, un processo iniquo, da Omero in poi. Il silenzio omerico è notturno, ma quieto, è il silenzio di Aiace Telamonio nell’XI canto dell’Odissea nei confronti di un tardivo conciliante Ulisse.

L’infarcitura luminosa di storia in Ungaretti, si fa subito tetra, nonostante gli elementi religiosi e mitici, con la deriva funerea e sepolcrale, un’atmosfera grigia, che sta talmente tanto nelle sue corde da riuscire a rendere buia anche l’estate con il sole alto; essa con l’uso o abuso di antitesi e ossimori, diventa torrida, paurosa, distruttrice. Molti brani sono stati sottoposti a un continuo lavorio stilistico e a modifiche, anche con il passaggio dalla scrittura dialogica a quella monofonica.

Nel canto secondo, l’emula sofferente, il silenzio che fa rumore, prosegue per la sua strada e la lusinga finale alla muta parola, esaspera semplicemente il disincanto: “Ti odo cantare come una cicala/ nella rosa abbrunata dei riflessi”. Il canto terzo è speculare, ossessivo, delirante, le cicale ritornano, non nella rosa, ma iroseTu, nella luce fonda,/ o confuso silenzio,/ insisti come le cicale irose. Torna di nuovo il concetto di silenzio chiassoso.

La conclusione, il canto sesto, è di nuovo un’invettiva contro la Memoria, colpevole di offrire spiragli di positività nello squallore totale, e con lei ne fa le spese l’uomo che vi ricorre: Solo tu, memoria demente/ la libertà potevi catturare (…) Con voi, fantasmi, non ho mai ritegno,/ e dei vostri rimorsi ho pieno il cuore/quando fa giorno. Fosse una penitenza, un principio di rimorso, volontà di espiazione, ma non pare affatto, sembra invece mera rimozione.

Era la giusta fine per quella silloge, l’aggiunta della settima sezione, L’Amore, esaspera e confonde. Essa venne aggiunta successivamente alla prima pubblicazione, portando i brani da 62 a 70. Nonostante il titolo l’atmosfera cupa non cessa, ma appare un po’ fuori posto e aumenta la nostra perplessità.

L’amore
Canto Beduino (1932)
Canto (1932)
… (1932)                                                                     p.s. il titolo (sic!)
Preludio (1934)
Quale grido (1934)
Auguri per il proprio compleanno (1935)
Senza più peso (1934)
Silenzio stellato (1932)

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 18.3.1997) MP

Commenti (2)

Genesis of the write & touch
2 #
sally brown
innellama@tiscali.it
79.32.166.74
Inviato il 05/08/2014 alle 00:02
ehm…io ci ho fatto la tesi di laurea, sul silenzio.: poiché di ciò di cui non si poteva parlare, si doveva tacere. ma j. cage se ne fregava….e suonava lo stesso. ma in silenzio…muto stai…( e pensa alla stecca) /.)

Genesis of the write & touch
1 #
vitty
vitty.n@tiscali.it
84.223.33.183
Inviato il 14/07/2014 alle 22:04
Ti ringrazio Indian per avermi aggiornato con l’indirizzo del tuo sito di poesie. Permettimi di farti i complimenti! Scrivi benissimo! Sai creare delle atmosfere molto coinvolgenti con i tuoi versi.Specialmente le poesie in dialetto ( che,lo ammetto non riesco a tradurre le parole ma riesco a carpirne l’intensità,il patos che racchiudono ) una volta letta la traduzione, capisco di non essermi sbagliata.Le emozioni che mi avevano trasmesso erano quelle giuste!
Per ora mi sono fermata alla poesia “Presepe ” che mi ha colpito e commosso molto. Per tutta una serie di circostanze,che non starò a spiegare, mi ha toccato profondamente l’anima. Trovo davvero ammirevole questa tua sensibilità nel dire e non dire certe cose. Nel lasciare largo spazio al pensiero,al cuore, per diventare tutt’uno con i sentimenti che si sprigionano grazie alle tue parole.
Ora metterò il link nella colonnina,così potrò leggerle e rileggerle a mio piacimento. Io adoro le poesie. Per me sono una vera carezza per l’anima!
Per quanto riguarda Tomas Eliot invece di carezza,sarebbe meglio dire un pugno nell’anima!
In casa ,dato che ho una discreta raccolta di autori,ho trovato un libro pieno di sue poesie. Ho prima approfondito il profilo del poeta, cercando di scoprire il più possibile i lati del suo carattere,la sua vita. Ne è venuto fuori un ritratto di un uomo piuttosto tormentato,molto introverso.Alla ricerca di trovare il verso giusto che lo facesse entrare nell’olimpo dei poeti affermati. Studioso di Dante,a tal punto da non esitare a prendere in prestito parole e stile da inserire nelle sue opere.
Poi ho iniziato a leggelo. Non solo la “Terra desolata” con le composizioni ” La sepoltura dei morti- Una partita a scacchi- Il sermone del fuoco_ La morte per acqua-V.Ciò che disse il tuono-
Ma pure “gli uomini vuoti”- Mercoledì delle ceneri- Poesie ( con tutta una sfilza di poesie ) ” Prufrock e altre osservazioni ” ( canto d’amore-ritratto di signora- preludi- rapsodia di una notte di vento- Mattino alla finestra- Zia Helen- la cugina nancy- il signor Apollinas- Isteria- Conversazione galante- la figlia che piange)
Ne avrei ancora da leggere ma ho deciso di fermarmi. In quanto,devo ammettere la mia completa incompetenza per comprenderlo a fondo. Si capisce che sono versi che descrivono un animo tormentato,bisognoso di credere in qualcosa in cui non riesce a credere. Sono tutte elucubrazioni interne dove,per me,non trapela nessuno vero sentimento. Per cui non riesce neppure a trasmetterlo.
Ma ripeto,è sicuramente una mia mancanza di conoscenza. Perchè non per niente è i suoi scritti sono inseriti in questa collana ” La grande poesia ”
Certamente spiegato da qualcuno che lo ammira, sarei riuscita a comprenderlo meglio. Come accade quando ci troviamo davanti ad un quadro astratto… alle prime occhiate sembra un groviglio di colori,linee…poi ci viene spiegato e tutto comincia ad avere un senso!
Comunque, per me,i tuoi versi sono assai più belli e sentiti. 🙂 Ciao!!!

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