PIÙ SERPENTI DI COSÌ! (My sweet Lady Jane…)

Lezioni condivise 105 – La regina vergine e Felipe el prudente.

31 Ott 2015 @ 8:33 PM

Elisabetta I d’Inghilterra e Filippo II di Spagna, hanno regnato quasi cinquanta anni il loro paese, quasi in contemporanea. A un certo punto della storia, per ragioni politiche, ovviamente, lo spagnolo si mise in testa di voler sposare la Tudor. Conosciamo i personaggi e come andò.

Elisabetta I (1533–1603) era figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena, era anche detta “regina vergine”, fu l’ultima monarca della dinastia Tudor e l’unica superstite tra i figli del re e della Bolena. Enrico VIII avrebbe voluto un maschio e non essendo riuscita la seconda moglie a darglielo, fu accusata di ogni delitto e decapitata nel 1536. Come la sorella Maria, nata da Caterina d’Aragona, fu dichiarata illegittima e insieme a lei relegata ad Hatfield, in esilio.

Delle nefandezze di Enrico, abbiamo già detto (lezione 98). Ci interessa ora seguire il filo che portò Elisabetta al regno, anch’esso non del tutto lineare.

Occorrerà sapere che Jane Seymour, terza moglie del padre, rimettendoci la vita, diede il figlio maschio tanto atteso, Edoardo. Un po’ questo, ma soprattutto la benevolenza di Anna di Clèves (quarta moglie), riportò a corte la piccola Elisabetta, crescendola fino a 24 anni. Ma fu Catherine Parr (la sesta moglie) a riconciliare il re con le figlie e a reinserirle nella linea di successione, dopo il loro fratellastro.

La futura regina ricevette un’educazione protestante e umanistica e rivelò le sue spiccate doti di apprendimento che la resero molto colta, conoscitrice delle lingue e di doti oratorie.

Come previsto, a Enrico VIII, morto nel 1547, successe Edoardo VI; questi morì a 15 anni, tuttavia nel suo testamento nominò erede lady Jane Grey, sua cugina e coetanea, deposta dopo nove giorni e decapitata l’anno dopo a soli 17 anni.

Una vicenda tragica, barbara (nel senso corrente del termine): Jane era cugina carnale di Maria, Elisabetta ed Edoardo; non poteva avere colpe sia per la sua età, sia perchè nominata del re; pagò in modo eccessivamente crudele le ambizioni degli adulti e le lotte di religione. Firmò la sua condannala nuova regina Maria, la cugina con cui studiava, cattolica, e passò alla storia come “la sanguinaria” (bloody Mary). Di un popolo che fa uccidere adolescenti, perchè Maria decise il delitto per il furore del popolo protestante, non si sa cosa pensare.

Maria I, fece incarcerare anche la sorella Elisabetta (che in seguito si finse cattolica) e compì una serie di azzardi e condanne, sposò Filippo II di Spagna in cerca di un erede, ripristinò il cattolicesimo, ma non durò molto: morì senza eredi nel 1558 e le successe, non senza problemi, Elisabetta, la quale ripristinò l’anglicanesimo e per non essere da meno della sorella, fece incarcerare per 19 anni e poi giustiziare, la cugina Maria Stuart, cattolica, che lasciò la Scozia di cui era regina, pensando che la congiunta la aiutasse, visto che era caduta in disgrazia.

La successione a Maria I creò diversi problemi a Elisabetta, sia con la Spagna, che riteneva Filippo II erede in quanto marito della regina, sia con la Scozia, che appoggiava Maria Stuarda, ma vincendo entrambe le guerre, poté fare dell’Inghilterra una potenza commerciale e iniziare la colonizzazione dell’America; la prima colonia fu la Virginia, in suo onore perchè era detta “regina vergine”. L’inghilterra sotto di lei ebbe anche una crescita culturale con William Shakespeare, Francis Bacon e molti altri.

Elisabetta, seppure anglicana, era molto aperta alle altre confessioni e alla loro cultura, la sua età fu detta “dell’oro”. Per i cattolici era tuttavia un’usurpatrice.

Durante il suo regno furono poste le basi della futura potenza commerciale e marittima della nazione ed ebbe inizio la colonizzazione dell’America settentrionale.

Fece un secondo atto di supremazia (1559), dopo quello del padre, ricostituendo una maggioranza protestante. Impose un giuramento ove veniva riconosciuto il suo controllo della chiesa. I vescovi ribelli furono rimossi e sostituiti. Con lei ripresero i contrasti con la cattolica Irlanda.

Il fatto che non si sposasse fu molto chiacchierato, il popolo si chiedeva le ragioni, tra le quali prevalsero i timori di subire la sorte della madre e della matrigna Catherine Howard, entrambe giustiziate con false accuse. Si disse anche che avesse paura del parto, giacché due delle sue matrigne ne morirono (Jane Seymour e Catherine Parr).

Fu una sostenitrice delle “guerre di corsa”. Nel 1587 il corsaro Francis Drake sconfisse a Cadice la flotta spagnola di Filippo II, lo stesso avvenne nel 1588, in questo caso l’Invincibile armada dovette soccombere soprattutto a causa del maltempo che imperversò nella Manica.

Nel complesso fu una regina capace, stabilizzò la situazione economica e garantì un periodo di pace. Tuttavia è opinione comune che i suoi successi siano stati sopravvalutati.

Filippo II, figlio di Carlo V e di sua cugina carnale Isabella, entrambi nipoti di Isabella di Castiglia, fu re di Spagna dal 1556 al 1598 – oltre a una serie di altri titoli, tra cui re consorte d’Inghilterra – e 4 mogli, di cui diventerebbe complesso elencare le vicende (in parte dette trattando di Elisabetta).

Anche Filippo ebbe un’importante formazione culturale, si considerava interamente spagnolo e vedeva nella Spagna stessa il centro dell’impero, fatto che gli impedì di succedere al padre come imperatore in favore dello zio Ferdinando.

Come si è già visto per l’Inghilterra, tranne rare eccezioni, le parentele tra regnanti e nobili in genere, erano motivo delle più grandi inimicizie, ostilità e odio.

La vita di Filippo II non fu facile, specie in Spagna, ove il potere della nobiltà e delle Cortes locali era in grado di condizionarlo, inoltre c’erano i fueros, cioè il diritto consuetudinario che anche il re era obbligato a rispettare. Vi erano una serie di pericoli derivanti dalla storia del regno spagnolo in seguito alla riconquista, a causa della composizione dell’esercito, molto territoriale, ma anche dei moriscos, arabi rimasti in Spagna alla fine del loro dominio. Problemi ci furono anche con la riscossione delle tasse, anch’esse in mano alle cortes locali; le entrate cominciarono a dipendere dai flussi provenienti dal “nuovo mondo”. Così sostanzialmente, il Siglo de Oro fu prevalentemente culturale. Insieme ai debiti ereditati dal padre, alle spese necessarie nel vasto regno, la situazione finanziaria toccò il fallimento.

Il re provò a riformare il sistema accentrando molti poteri e appesantendo la macchina burocratica statale. Questa situazione, oltre a creare seri problemi per i suoi successori, creò in primo luogo delle rivolte, prima da parte dei moriscos, costretti a rinunciare alla propria cultura, compresa lingua, onomastica, religione e vistisi dispersi su tutto il territorio. Qualche anno dopo si sollevò la nobiltà aragonese, per la nomina di un vicerè casigliano.

Con la situazione interna retta a stento, in politica estera fu ancora peggio. Improntata la sua politica alla massima ortodossia cattolica, Filippo si scontrò con il protestantesimo olandese cui venne in soccorso l’Inghilterra, fino alla disastrosa sconfitta dell’Invincibile Armada del 1588, nel tentativo di invasione del regno inglese. La debacle era stata preceduta dal tentativo fallito di Filippo di sposare Elisabetta.

Tra i pochi successi che conseguì vi fu la sconfitta dei turchi a Lepanto nel 1571, l’unione dinastica con il Portogallo e il dominio nella penisola italiana a scapito della Francia (entrambi con delle guerre).

Dopo la sconfitta con gli inglesi, che per di più provocò un rilancio del protestantesimo, Filippo II era vicino alla fine. Gli successe il figlio Filippo III e con lui iniziò la decadenza spagnola.

(Storia moderna – 30.4.1997) MP

Commenti (1)

PIÙ SERPENTI DI COSÌ!
1 #
malaika
darlinglinks.com/
girls@gmail.com
23.95.201.187
Inviato il 27/10/2015 alle 13:42
No longer are backlinks…

UCRONIA. LA SARDEGNA CHIEDE L’INDIPENDENZA DA TORINO

Lezioni condivise 104 – Stati Uniti d’Europa

30 Set 2015 @ 14:19

Se ragioniamo sulle prospettive attuali della Comunità Europea – piuttosto allo sbando, asservita al capitalismo più retrogrado, ammesso che possa esistere un capitalismo illuminato – comunità fittizia ove le nazioni costituenti si fanno la guerra tra loro per curare ognuna il proprio orticello e chi può, alzando la voce e le ricchezze accumulate anche sfruttando sa tontesa degli altri, comanda su tutti, e decine e decine di altre incongruenze, beh… ci sembrerà alquanto strano che nel settembre del 1867 l’anarchico Mikhail Bakunin pronunciasse queste parole “…Al fine di ottenere il trionfo della libertà, pace e giustizia nelle relazioni internazionali d’Europa, e di rendere impossibile la guerra civile tra i vari popoli che compongono la famiglia europea, una sola strada è possibile: costituire gli Stati Uniti d’Europa” e di rimando anche quanto scrisse Carlo Cattaneo “L’oceano è agitato e vorticoso, e le correnti hanno due possibili fini gli autocrati, o gli Stati Uniti d’Europa” e prima di loro, nel 1849 Victor Hugo al congresso internazionale di pace tenuto a Parigi parlò di États-Unis d’Europe. E’ evidente che questo stato federale o confederale era concepito in maniera molto differente da quello che vediamo oggi, dove molti degli stati membri fanno quello che vogliono in disprezzo anche alle regole fondamentali dei diritti dell’uomo, alzano muri e chiudono frontiere, chiedono la “testa” di altri stati membri per non rimetterci neppure un euro e nemmeno un voto.

Abbiamo già introdotto Carlo Cattaneo nella lezione 98. Esaminiamone il pensiero più nel dettaglio.

Il principio federalistico di Cattaneo si basava sul fatto che in Italia vi erano differenze linguistiche, culturali e di vario genere, che rendevano necessaria un’unione forte e solidale, allora inesistente. Ciò evidentemente poteva essere malinteso da chi non conosceva né Cattaneo, né i concetti che andava predicando. Nel caso della Sardegna vi fu un crollo dei valori linguistici derivante da un malinteso senso di emancipazione sociale. La lingua sarda, parlata, ma non conosciuta nella sua grammatica e nella sua storia, se non da pochi, veniva considerata inferiore, rispetto all’aspirazione a uno stato sociale dignitoso.
Per Cattaneo l’elemento linguistico era fondamentale per procedere al federalismo, secondo il modello americano o svizzero: federazione o confederazione.
Si possono individuare quattro fasi del suo pensiero.
Prima fase:
Nel 1848 Cattaneo matura il progetto federalistico in seguito allo scontro tra le truppe di Carlo Alberto e quelle imperiali di Radeski.
Seconda fase:
L’ “Insurrezione”. Paragona l’esperienza veneziana di resistenza agli austriaci (17 mesi) a quella esercitata contro ai turchi. La resistenza costò agli austriaci 20.000 soldati.
“Le piccole città possono insegnare molto, in quanto unite tra loro, possono vincere stati più potenti“.
Le fortezze distrutte dal nemico dovevano essere ricostruite di notte, come si fece con gli ottomani: “un popolo continua la storia dei suoi padri“.
Il centralismo porta all’autocrazia. Le repubblichette italiane sul modello di quelle svizzere dovevano formare l’unione federativa per costituire la repubblica.
III fase:
Polemica con Mazzini sulla necessità della linea unitaria o federalistica.
IV fase:
Necessità del federalismo partendo dalla centralità delle città: egli guardava molto più avanti del momento storico che viveva (si era nel secolo del nazionalismo). Le città secondo Cattaneo avevano funzionato bene fin dal periodo pre-romano. Nel periodo barbarico le città furono abbandonate e si ricostituirono durante il periodo delle invasioni saracene (quando i “colti” erano loro. A sud era diverso, c’erano i Normanni).

Nel 1835 egli aveva iniziato ad analizzare ed elaborare delle tesi sul valore funzionale delle città, che non dipendeva dall’entità demografica o dall’estensione del loro territorio, ma da quanto in esse veniva operato sotto vari profili: burocratici, culturali, scolastici, imprenditoriali, servizi, sanità, religione, banche, ricchezze, circolazione del denaro per creare lavoro terziario, artigianale e operaio. Una sorta di città stato e impresa, città metropolitana ante litteram, che ha un rapporto con il territorio circostante, non grosse città isolate.
La città per Cattaneo è il polo di riferimento di un territorio dove tutto si concentra, serve e si decentra.
La città/municipio era resistita anche alle invasioni barbariche come nucleo di rinascita e solidarietà con la campagna e la nascita dei Comuni medievali.

Intorno al 1848 egli estese la sua riflessione anche alla costituzione delle nazioni moderne nate da lunghi processi, originati fin dal tempo degli etruschi, liguri, greci, celti… che  avevano già dato vita a piccoli nuclei nazionali, legati da etnia, leggi, religione e riprodottisi più nitidamente nell’età moderna e contemporanea, nella quale si forma la fisionomia più o meno attuale, sulla spinta di azioni unificatrici.

Di grande importanza è l’osservazione di Cattaneo sulle lingue nazionali, intese come etnie, popoli. Egli era attento alla formazione delle lingue ufficiali che avevano sostituito il latino. La comunanza linguistica naturale per Cattaneo era un segno distintivo, anche per i “confini naturali” delle singole nazioni e alimentava lo spirito nazionale.
Rovescio della medaglia di questa concezione era invece l’imposizione per legge o norma di una lingua a popoli che ne parlavano un’altra. Mettere alla base le lingue locali era dunque per Cattaneo un segno preciso di appartenenza, una nazione non poteva essere un’accozzaglia di popoli diversi, salvo il caso di una federazione, appunto, questa era la condizione sine qua non perché l’Italia potesse essere una nazione unitaria, senza appendici aggiunte.
Cattaneo era molto pratico e lungimirante a differenza di altri suoi contemporanei anche più influenti che ragionavano con strategie e forza delle armi, egli vedeva nella cultura e nelle infrastrutture la via verso l’unità, scambi, traffici, quindi strade, ferrovie, studi linguistici allo scopo di comprendersi – non per sostituire uno o l’altro idioma – e la cultura prodotta si sarebbe riconosciuta nella letteratura locale “il vero stato degli animi e delle anime” che rispecchiava il vivo delle abitudini, tradizioni, sentimenti dei ceti popolari. Davanti alla poesia regionale “io oso dire che le più terse ed elaborate squisitezze della poesia academica perdono gran parte dell’infecondo lor pregio“.
Lingua ufficiale (allora ancora indefinita) e “dialetti” rappresentavano due piani distinti e comunicanti; erano il riflesso, a livello di espressione e comunicazione, dell’esistenza nella più generale realtà storica, economica, culturale e amministrativa dell’Italia, di un’altra coppia di entità non opposte, ma integrantisi fra loro, la grande e la piccola patria. L’individuazione di questo rapporto non conflittuale tra la patria nazionale e quella regionale o municipale fu infatti un altro degli elementi centrali del pensiero cattaneano come si venne definendo verso la metà degli anni trenta (1836) e che resterà uno dei cardini della sua visione del federalismo nel periodo della maturità. Per Cattaneo vi erano le patrie municipali e la patria comune, entità imprescindibili.

Accanto ai due punti della città e del nesso tra patria nazionale e patria municipale, un terzo elemento essenziale nella definizione delle basi ideali del federalismo cattaneano è quello del valore della libertà degli individui e dei popoli.
Per Cattaneo il valore della libertà individuale era fondante e sovrastava la sfera dell’agire economico e che investiva invece il complesso della società civile.
Già nel 1822 scriveva: “L’uomo in società esercita la sua relativa indipendenza; e in faccia alla natura alla cui rozza influenza si va sempre più sottraendo, e in faccia a’ suoi simili coi quali non è tenuto che ad un ricambio d’offici rimanendo libero disponitore del proprio avere; e in faccia al poter civile il quale non può farselo servo, ma deve egli stesso servire a lui.
(…) Non è libertà la facoltà di bruteggiare e di delinquere, e l’impotenza al mal fare forma il vero trionfo della legale libertà“.

Nel 1839 Cattaneo fondò la rivista Il Politecnico (Repertorio mensile di studi applicati alla prosperità e coltura sociale), nella quale manifestò le sue idee fino a qualche anno dopo l’Unità.

Alla vigilia delle Cinque giornate, si espresse per la formazione di una libera milizia nazionale, con il conseguente allontanamento delle truppe straniere. E subito indicava la prospettiva di un patto federale fra tutte le patrie “libere” e “armate” dell’Impero asburgico, sul modello della Svizzera e del Belgio: “Sì, ognuno abbia d’ora in poi la sua lingua, e secondo la lingua abbia la sua bandiera, abbia la sua milizia; guai alli inermi! Abbia la sua milizia; ma la rattenga entro il sacro claustro della patria, affinché l’obedienza dei popoli sia spontanea e legitima, e quindi debba serbarsi legitimo e giusto il comando. Oltre al limite del giusto non v’è più obedienza.
Queste patrie, tutte libere, tutte armate, possono vivere l’una accanto all’altra, senza nuocersi, senza impedirsi. Anzi, nel nome d’un principio commune a tutte, possono avere un pegno di reciproca fede, un’assicuranza invincibile contro ogni forza che le minaccia“.
Ne “L’insurrection de Milan en 1848” Cattaneo tracciava le linee guida delle sue vedute federalistiche, incentrate sull’ansia della libertà, conseguibile in Italia solo con istituzioni democratiche e autonomistiche. In esso ammoniva gli italiani a non ripetere l’errore commesso nel corso del Quarantotto affidandosi ciecamente ai moderati e al Piemonte regio, rinunciando così alla propria libertà. Ogni stato d’Italia deve rimaner sovrano e libero in sé. Il doloroso esempio dei popoli della Francia, che hanno conquistato tre volte la libertà, e mai non l’hanno avuta, dimostra vero il detto del nostro antico savio, non potersi conservare la libertà se il popolo non vi tien le mani sopra;ma deve conferire alle communi necessità e alle communi grandezze la debita parte”.

Nel 1850 insisteva sull’autonomia dei territori storici già uniformi e non su grandi stati artificiali.
Il numero delle parti non importa, purché abbiano, tutte uguale padronanza e libertà: e l’una non abbia titolo a far servire a sé alcun’altra, tirandola a sé, e distraendola dal nodo generale.
Egli non vedeva di buon occhio le unioni tipo sonderbund (unione dei cattolici svizzeri contro i cantoni protestanti) in quanto socialmente eterogenei e in guerra tra loro. Ne calcolava la consistenza: il borbonico (sud) di otto milioni di abitanti; l’austriaco (territori occupati) sei, e con i ducati, nove; il sardo cinque; il pontificio tre.
Ora, per tenervi sopra le mani, ogni popolo deve tenersi in casa sua la sua libertà (richiama Machiavelli sebbene il contesto sia differente). E poiché, grazie a Dio, la lingua nostra non ha solo i diminutivi, diremo che quanto meno grandi e meno ambiziose saranno di tal modo le republichette, tanto più saldo e forte sarà il republicone, foss’egli pur vasto, non solo quanto l’Italia, ma quanto l’immensa America.

Altri due concetti del pensiero di Cattaneo erano la “nazione armata” con i cittadini-soldati e gli Stati Uniti d’Europa. La difesa doveva dunque essere garantita dal popolo, non da eserciti stanziali, costosi e pericolosi per le sorti della libertà. Mentre i popoli europei dovevano convivere pacificamente nel reciproco rispetto.

Ribadisce altresì, nella sua maturità, il rapporto tra città e campagna. Quando la città cade, sarà poi la campagna a ricostruirla e renderla vitale.

Come è evidente, Cattaneo non condivise l’unità che in Italia venne imposta con la forza delle armi dallo stato accentratore dei Savoia. Era piuttosto per gli Stati uniti d’Italia, affinché quelli esistenti, nella loro autonomia, si unissero in stato federale.

(Storia del risorgimento – 23.4.1997) MP

Commenti (1)

UCRONIA: LA SARDEGNA CHIEDE L’INDIPENDENZA DA TORINO
1 #
Michelle
https://imtaramichelle.com/
michelle@xaanex.com
146.185.223.45
Inviato il 29/09/2017 alle 10:02
Very good!

TRATTARE BENE LE LINGUE, SENZA GRATTUGIA

Lezioni condivise 103 – L’atlante linguistico italo-svizzero (AIS)

31 Aug 2015 @ 06:05 PM

Trattare bene le lingue, è scontato, lo è meno pensare che questa affermazione significhi per tutti la stessa cosa. Non credo neppure possa valere allo stesso modo per qualsiasi idioma, giacché è evidente che le lingue non versano tutte nelle stesse condizioni: vi sono le privilegiate, le negate, vietate, dimenticate, in via di estinzione… e non accade solo nel terzo o quarto mondo, ma anche in quello che si autodefinisce civile. Chi tratta male le lingue degli altri, pur essendo convinto del contrario, fa lo stesso con la propria, è incapace di tutelarla.

La questione della lingua è un argomento sempre vivo e per tanti aspetti è giusto che lo sia, la sciagura assoluta è quando interviene la “politica”, non di rado con la sua ignoranza e incompetenza, ma spesso anche con argomenti aberranti, ritorsioni, arbitri.

La questione delle lingue neolatine o romanze, iniziata fin dai tempi del volgare, e protrattasi di secolo in secolo anche con dibattiti di notevole interesse, ha sempre prodotto opinioni differenti. E’ certamente aliena da questo confronto costruttivo quella commissione Manzoni che tirò fuori dal cilindro l’italiano (fiorentino colto) con l’avallo irrituale e sbrigativo del suo amico ministro Broglio (1870). In sostanza per ragion di stato si mise a tacere il dibattito in corso e la politica prevalse sulla scienza. La scelta fu forzata, nell’idea che l’imposizione fosse la soluzione alla “babele” dialettale pre-unitaria. Paradossalmente la proposta del fiorentino era della sezione milanese della commissione, in contrapposizione con quella della sezione fiorentina, più interlocutoria. L’errore politico e storico di unire lo stato con la forza, sotto la tirannia dei Savoia, si ripeteva ai danni della cultura, della ricchezza linguistica del paese; errore oggi evidente, come lo è il naturale verificarsi del percorso sostenuto da Ascoli per la formazione di una koinè attraverso i contatti e i traffici, tra idiomi parenti stretti; la forzatura ha sacrificato parte del lessico, strutture morfologiche e sintattiche che avrebbero potuto coesistere, finché una si fosse affermata o anche no. E’ avvenuto lo stesso processo che si voleva evitare ma in modo innaturale, con la formazione di tante parlate “regionali” che hanno interagito per diglossia con i rispettivi dialetti. E se non si è imparato bene lo standard a scuola, ancora non ci si capisce, come nell’Ottocento. Questo perché la scuola ha rifiutato le lingue “bastarde” e tra queste il sardo, lingua neolatina studiata all’estero, lingua ufficiale degli stati giudicali, lingua per la quale alcuni vorrebbero ripetere l’errore che si è fatto con l’italiano, confondendo le necessarie regole di scrittura con l’oblio della ricchezza della lingua, lessico e grammatica, da tutelare e non tagliare con la scure: non seus pudendi arrosas!

E’ in questo senso che occorre intendersi su cosa significhi trattare bene una lingua, non certo reiterare ciò ha fatto la scuola dell’obbligo fino all’altro ieri in Sardegna, bandendo il sardo manco fosse peste.

Partigiani del rispetto per le lingue sono sicuramente gli atlantisti, proprio perché hanno lavorato sulla loro ricchezza, sulle parole, sui nomi delle cose… La realizzazione di un atlante linguistico è molto lenta e laboriosa; il più completo è ancora oggi l’AIS, benché si siano fatti passi avanti con l’ALI e altri lavori innovativi, ma lontani dall’essere definitivamente conclusi.

L’atlante linguistico italo-svizzero (AIS), Sprach-und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, è stato realizzato secondo il progetto dei linguisti svizzeri, Karl Jaberg (1877-1958) dell’Università di Berna e Jakob Jud (1882-1952) dell’Università di Zurigo, allievi di Jules Gilléron (1854-1926), che si ispirarono al suo Atlas linguistique de la France, dichiarando di volerne continuare il lavoro.

Il progetto si concretizzò nel 1911 con la decisione di impiegare un solo raccoglitore ed esplorare il territorio che comprendeva i dialetti romanzi della Svizzera e dell’Italia settentrionale.

L’indagine vera e propria iniziò nel 1919 e solo intorno al 1927 venne estesa a tutta l’area linguistica italiana con l’aggiunta di altri due raccoglitori. I tre erano Paul Scheuermeier (1888-1973), che svolse il grosso del lavoro nel giro di sei anni nella Svizzera e nell’Italia settentrionale e centrale, Gerhard Rohlfs (1892-1986), studioso dell’Università di Tubingen ed esperto di dialetti meridionali che si occupò dei rilevamenti nella sua zona di competenza nell’arco di 15 mesi, e Max Leopold von Wagner (1880-1962) – uno dei maggiori conoscitori della lingua e della cultura sarda, nonché romanista di maggior spicco del ventesimo secolo; laureatosi a Monaco con una tesi sulla formazione delle parole in sardo – che si occupò della Sardegna impiegando 5 mesi. In questo modo si derogava al principio gilliéroniano del raccoglitore unico. Ciò in realtà ha pesato sulla non unitarietà del lavoro complessivo, in quanto i tre hanno proceduto in maniera differente sia nelle interviste, sia nell’elaborazione delle stesse.

La pubblicazione dei dati si protrasse dal 1928 al 1940 e negli anni ‘50 fu pubblicata un’appendice.

I punti d’inchiesta complessivi furono 407. Un’altra deroga alla regole gilliéroniane fu l’inserimento di alcune grandi città perché considerate centri di innovazione linguistica. Ciò implicò l’analisi dei centri da cui erano partite queste innovazioni. Non venne seguito neppure il criterio di equidistanza, per quello di rappresentatività linguistica, che comporta la conoscenza della realtà, ovvero del linguaggio sincronico.

Il questionario era flessibile (2000 domande), ma vi era anche un questionario ridotto da somministrare nelle città (escludendo le indagini che non potevano riguardarle) e un altro ancora più ampio (4000 domande) che veniva somministrato in una sola zona circoscritta, per scopi prettamente lessicali, dunque per la scrittura di un vocabolario; non mancarono i riferimenti di interesse etnografico. Diverse dunque le innovazioni degli ideatori. I ricercatori inoltre annotavano ogni notizia fornita dall’informatore oltre la risposta canonica e fotografavano tutto ciò che sembrava interessante. Il questionario subì ritocchi anche in corso d’opera.

L’atlante si presenta come un lavoro colossale, suddiviso in otto volumi, di cui quattro in due tomi, e il volume conclusivo di Indici pubblicato solo nel 1960.

Le carte non sono state esposte in ordine alfabetico, secondo il principio di Gilliéron, ma sistematico, onomasiologico, per gruppi di cose e concetti (“Wörter und Sachen”), per complessi semantici o, meglio, etnolinguistici, queste in sintesi le categorie: 1) famiglia, cicli vitali, corpo umano, onomastica; 2) mestieri popolari e arnesi, commercio, fenomenologia spazio e tempo, corpi celesti, metalli; 3) minerali, suolo, acque, flora e fauna, caccia e pesca, lavoro legno, arnesi; 4) sonno, malattie, igiene, qualità e difetti, sentimenti, vita religiosa e sociale; 5) abitazione, cucina e alimentazione; 6) allevamento, api/bachicoltura, veicoli lavoro gioco; 7) coltivazioni, arnesi, alberi da frutto, agri/vinicoltura, olio, orto/giardino/campo; 8) fibre tessili-canapa-lino, artigianato, bucato, cucito, vesti, e infine elementi di morfologia, aggettivi, verbi, frasi, dialetti (argomenti eterogenei).

Si registra dunque un’importante innovazione in questo atlante rispetto ai precedenti, appunto l’introduzione del metodo parole-cose nella geografia linguistica, ambiti prima separati. Il metodo ebbe origine nel 1909 dalla fondazione della rivista omonima da parte dei linguisti tedeschi Hugo Schuchardt (1842-1927) e Rudolf Meringer (1859-1931), che riprendeva le indagini onomasiologiche avviate nel 1895 da Ernst Tappolet (1870-1939). Il concetto è che le parole non sono etichette vuote, ma hanno una loro realtà culturale. La parola può mutare ma non cambia la cosa che essa designa, è allora sinonimia (storica o diacronica). In questo contesto si creano dunque rapporti sinergici, con più attenzione al lessico, al vocabolario, agli aspetti etnografici della cultura dialettale, alla realtà oggettuale che le parole designano. I fenomeni linguistici si diffondono come onde, onde di cose designate dalla parola: la patata è quel bulbo

Per Gilliéron (1912) il mutamento linguistico era relativamente semplice, risultato dell’incessante lavorio tra le modificazioni fonetiche di una parola e il tentativo dei parlanti di operare quasi per reazione psicologica una riparazione, per difenderle ad esempio dall’omofonia, condizione più frequenti all’origine delle innovazioni linguistiche, dunque la coincidenza fonetica tra due termini di diverso significato che determinarno la scomparsa di uno dei due.

Jaberg e Jud, in particolare, si concentravano sulle relazioni che intercorrono tra parola e oggetto, ritenendo che la storia di una parola evolva con la storia dell’oggetto.

Con Jacob, Jud (1882-1952) e Karl Jaberg (1877-1958), si fece strada il principio onomasiologico secondo cui i rapporti tra i referenti, i concetti e i segni linguistici che li esprimono, non siano affatto fissi e costanti, ma dipendano dalla prospettiva del parlante e vadano valutati, di volta in volta, in relazione a parametri non solo connessi alla variazione nello spazio, ma anche relativi alla diversa appartenenza sociale dei parlanti, e situazionali, legati a stili corrispondenti a diversi gradi di formalità condizionati dai contesti d’uso. Un’implicita conseguenza di tale assunto fu l’interesse manifestato dai linguisti svizzeri per i rapporti che intercorrono tra la storia delle parole e quella delle cose, secondo l’indirizzo di ricerca denominato Wörter und Sachen («Parole e cose»), in base al quale lo studio della parola non deve essere disgiunto dalla conoscenza precisa e diretta del referente da essa designato e dalla sua diffusione areale. Infatti, uno stesso termine può essere associato a oggetti diversi o a modelli e tipi differenti di un medesimo oggetto, così come l’appartenenza a strati socioculturali o generazionali diversi può implicare differenze nella denominazione di uno stesso referente. Inoltre, con Jaberg (1936) l’analisi geografica dei fenomeni linguistici, fino ad allora limitata a quelli lessicali e fonetici, si estese all’ambito morfologico, associato anche a distinzioni di natura semantica.

Per capire la complessità dell’argomento occorrerebbe portare degli esempi, li abbiamo senza farci caso nel nostro linguaggio quotidiano, basti pensare alle parole uguali che designano cose differenti che individuiamo nel contesto del periodo.

Ho già fatto l’esempio di testa (97). Esso partiva da due grandi variabili provenienti da diverse ondate del latino: căput (capo) in sardo kábu, kápu (che è ancora attestato in cabudu); e kònca (testa).

Nell’area settentrionale della Sardegna ritorna la voce latino-italiana, che resiste anche in area toscana “capo”. “Testa” è una innovazione settentrionale, usata tuttavia anche in Sicilia, in Sardegna è attestato testu (vaso vuoto) . Derivazione da capitia.

In certi punti kaput assume diversi significati per trovare i quali si procede ad analisi semasiologica (testa, gugliata, girino, senno, panna… Altri esempi di sinonimia nel tempo, nello spazio, nel contesto sociale, culturale, tecnico):
indumento abbottonato davanti senza maniche: gilet, cropetu (termini attestatisi in tempi diversi);
vassoio: safata (spagnolismo) – cabaretu (più raffinato);
sinonimi storici, che identificano anche registri linguistici diversi:
cappello, capeddu; cestino, canesteddu, corbula, cadinu;
penna – designa un oggetto cambiato, innovazione -;
foghile, caminetto, tziminera;
il cambiamento delle parole: fassone, determina il cambiamento di tutto il contesto.

Sull’argomento consiglio la bella tesi di laurea di Silvia Zampedri dal titolo Viarago p. 333 (AIS). A novant’anni dall’inchiesta di Scheuermeier. Indagine sociolinguistica su tratti fonetici.

Nota: in sardo tratare/i significa grattugiare (deu tratu, tui tratas, issu tratat, nois trataus, bois tratais, issus tratant).

(Linguistica sarda – 23.4.1997) MP

Commenti (1)

TRATTARE BENE LE LINGUE, MA SENZA GRATTUGIA
1 #
Max
diaryofboard
aaaz@tiscali.it
82.107.19.111
Inviato il 28/08/2015 alle 14:54
Ciao Simo, tu hai disabilitato i commenti, ti posso rispondere solo qui…
Purtroppo noto su me stesso come certa tecnologia stia cambiando le nostre abitudini: fb, tw, smartphone e compagnia bella… Cerco di resistere il più possibile. C’è una qualche utilità in tutto ciò, ma ci rubano anche tanto tempo prezioso.
Resisto, per scrivere, leggere e non solo “commentare” o delegare la comunicazione esclusivamente a twitt, messaggi brevi…
Come vedi alcuni post sono ancora in bozza, è certamente uno degli effetti di quanto dicevo, ma non li mollo, ci torno, perché non si scrive tanto per scrivere, ma per comunicare e possibilmente dibattere, confrontarsi. Hai smesso di viaggiare? Ciao, Max

SA REJNA DE SA ROSA

Lezioni condivise 102 – Origine dei gosos o gòcius

31 Lug 2015 @ 3:30 PM

Ho appena visto il film di Kenneth Branagh, Much ado about nothing (Molto rumore per nulla), dall’omonima commedia di William Shakespeare. Sarà per suggestione, per la bella opera letteraria e cinematografica, per la bravura di Emma Thompson, ma l’ho trovato davvero evocativo, dopo essermi immerso nell’argomento di questa lezione; ho respirato per qualche istante l’aria poetica del Duecento.

Sigh no more, ladies, sigh nor more;/ men were deceivers ever;/one foot in sea and one on shore,/ to one thing constant never;/ then sigh not so,/ but let them go,/ and be you blithe and bonny;/ converting all your sounds of woe/ into Hey nonny, nonny./
Sing no more ditties, sing no more,/ or dumps so dull and heavy;/ the fraud of men was ever so,/ since summer first was leafy./ Then sigh not so,/ but let them go,/ and be you blithe and bonny,/ converting all your sounds of woe/ into Hey, nonny, nonny./

Ho già trattato delle sacre rappresentazioni e della loro origine; in qualche modo anche i gosos (plurale che celebra le sette gioie di Maria) appartengono a questo rituale, con un percorso inverso: origine dotta, musicale, religiosa, che diventa in seguito rappresentazione popolare.

La tradizione dei gozos (z sonora castigliana), goich, goigs (catalano), in sardo gòcius, o a seconda delle zone, cògius, gosi, làudi, è radicata in Sardegna da secoli e la loro origine si accompagna ad altre forme d’arte sacre e profane, dall’origine latina (la parola deriva da gaudium, gioia) – il riferimento è agli Innari (composizioni metriche cantate), fin dai tempi di Ambrogio (IV sec. d.C.), liturgia e canti ambrosiani, e Agostino (IV-V sec. d.C.) – all’arte trobadorica.

I gosos sono dei canti devozionali paraliturgici dedicati ai santi e in particolare alla Madonna, sviluppatisi in Sardegna in seguito alla dominazione spagnola; il più antico documentato è attestato al XIV sec. Per molto tempo sono stati tramandati oralmente e oggi se ne conserva una minima parte pervenuta a noi in seguito a trascrizione. Gli autori sono prevalentemente chierici, parroci.

Nella metrica predominano le quartine, sestine, ottave o anche quintillas in ottonari.
La struttura più diffusa presenta una quartina iniziale i cui versi finali costituiscono il distico che funge da ritornello alla fine di ogni strofa:
sa cuartina de apertura si podet partire in duas perras de duos versos cada una: sos primos duos versos introduchen su tema de su cantu, sos àteros duos sun sa torrada. Sichin sas istrofas, mascamente sestas de otonàrios, in ube est cantau su tema.
S’ùrtima istrofa est una cuartina. Cada istrofa est serrada dae sa torrada chi est ripìtia duas bortas.
S’aspetu prus de importu de custa tipolozia de cantu est chi, mancari siat unu pagu monòtonu comente melodia, azudat sos fideles pro sa retentiva e s’esecussione de sa torrada. Pro su chi pertocat sa mètrica, s’ùrtimu versu de cada istrofa tenet sa matessi rima de su secundu de sa torrada e annùntziat a sos fideles cando est su mamentu de cantare (a.n.n.).

I “gòsos” oltre che componimenti poetici sono anche dei canti la cui struttura melodica si ripete in molti di essi. Armonia semplice proposta con rare varianti di strofa in strofa.

Sono però diversificate le modalità di esecuzione a seconda dell’area geografica: vi sono i “gòsos” cantati dalle quattro voci dei gruppi a cuncordu o dai gruppi di canto a tenore con le rispettive caratteristiche; da una assemblea di partecipanti a un rito, una processione, con le suggestioni del caso; forme monodiche o come canto solista con accompagnamento strumentale affidato all’organo, la fisarmonica, armonium, launeddas, organetto o, in Campidano, alla chitarra.

Non molto dissimile è anche la tradizione dei rosari cantati. Si tratta dell’esecuzione, basata su versioni in lingua sarda, dei più diffusi testi di preghiere. Di norma è prevista l’alternanza di due cori, ognuno dei quali canta a più voci all’unisono la metà di ciascuna preghiera. Ciò accade nella maggior parte dei centri dell’isola, specie in occasione delle processioni per le feste patronali. E’ una forma di espressione popolare mai artisticizzata, forse per l’eccessiva semplicità e monotonia, tuttavia è la testimonianza di una forte espressione identitaria, che ha una sua casistica riguardo alle occasioni, le modalità di esecuzione, le melodie differenti da paese a paese, i tratti fonetici.

AVE MARIA
Deus Ti salvet, Maria,/ prena de gratzia;/ su Sennori est cun tegus:/ benadita ses Tue trà totu is fèminas,/ e benaditu est su frutu/ de sas intrànnias tuas, Gesus./
Santa Maria, Mama de Deus,/ pregai pro nos àterus pecadores,/ immoi et in s’ora de sa morti nostra./ Amen Gesus./

Ma i gosos sardi hanno un’origine alternativa, parallela, più antica, relativa a modelli bizantini (con ritornello alla fine), identici ai kontakia greci. Nel De caerimoniis aulae Byzantinae risulta che il protospatario Torchitorio I avesse inviato una rappresentanza di sardi a Costantinopoli, i quali, in onore all’imperatore Costantino VII porfirogenito, avevano cantato un inno in greco.

Pertanto è come se una tradizione già esistente nell’innologia sarda si fosse mescolata a pari tradizione spagnola, assumendone in molti casi la lingua. Nel Seicento esplose il fenomeno della drammatica religiosa ed i gosos vi trovarono parte.

Anche questa forma d’arte poetico-musicale trovò tuttavia degli ostacoli nel periodo dell’inquisizione. Nel 1649 Filippo IV proibì il teatro, ma la tradizione continuò e nel Settecento si divulgarono delle raccolte manoscritte in sardo; nel secolo successivo i manoscritti erano ampiamente diffusi, anche in spagnolo.

Intorno al 1763, l’arcivescovo di Sassari Viancini proibì i gosos per rendere più severo lo stile della liturgia. Nel 1924 il Concilio plenario dei vescovi sardi, nel clima di assimilazione “culturale” fascista che arrivò perfino a vietare l’uso del sardo e delle lingue straniere, vietò questo tipo di canti,

Il testo più antico tra quelli oggi conosciuti è la raccolta delle Laudes a sa Rejna de sa Rosa. Questo il testo che dà il titolo alla silloge antologica:

LÀUDE DE NOSTRA SIGNORA DE SA ROSA
O ànima dolorosa/ ch’istas priva de cuntentu,/ semper apas, in pensamentu/ sa Rejna de sa Rosa./
1  Si de pecados dolente/ tue has fatu unu sumàriu,/ nara a Maria allegramente/ su Santìssimu Rosàriu,/ si su mundu est aversàriu/ non podet nessuna cosa/ pro chi lì paret contràriu/ sa Rejna de sa Rosa.
2  Si cheres àteru connoscher/ de pressiosa e allegria,/ nàra chimbe Pater Noster/ e chimbanta Ave Maria,/ pònedi in sa Cunfraria/ servèndela in dogni cosa,/ ti det fagher cumpangia/ sa Rejna de sa Rosa.
3  Servemus sa Virgo pura,/ Virgo santa immaculada/ pius de dogni creatura,/ defensora e avocada/ nostra est Maria sagrada/ de Cristos Mama e Isposa,/ ch’in sempiternu est giamada/ sa Rejna de sa Rosa./
4   Ai custa saludait/ s’ànghelu cun grande onore,/ custa virgo invitait/ a sa sedia gloriosa/ lassande in terra pro ghia/ sa Rejna de sa Rosa./
5   Sa virgo fuit in piantu/ pro esser in terra lassàda,/ ma de su Ispíritu Santu/ issa istesit consolada,/ sa morte sua adnotada/ istesit miraculosa,/ pro esser a su ghelu alzada/ sa Rejna de sa Rosa.
6  Su fìgiu la incoronait/ de perelas cristallinas/ e posca l’intitulait/ subra dogni feminina, de ghelu e terra Rejna/ pedra fina e preciosa,/ siat de nois meighina/ sa Rejna de sa Rosa./
7  O Virgo sola complida/ piena de benignidade,/ cun tantu amore insignida/ e perfeta castidade,/ in dognuna infirmidade/ de sa vida traballosa/ semper pro nois pregade/ Virgo santa de sa Rosa./
(sec. XIV)

Ho fatto cenno alla parentela con l’arte trobadorica. In merito si possono fare alcune ipotesi che, considerati diversi periodi storici, potrebbero anche coesistere: dall’antica origine comune, alla suddivisione in brani religiosi e profani, rifusisi parzialmente nel periodo trobadorico provenzale, nel senso che i trovatori per vivere accettavano commesse da parte delle corti, cioè componevano per i sovrani a tema, anche mirato e non disdegnavano la canzone religiosa.

L’attività in favore dei mecenati veniva definita sirventese (scritta come servente) e la tipologia era varia, sia sotto il profilo tematico (amore, politica, religione), sia sotto il profilo metrico e artistico.

I trovatori vennero a contatto anche con le corti sarde. Essi svolgevano mediante i giullari (attori, divulgatori, che riproponevano i loro lavori), una sorta di servizio di informazione; le notizie si trasferivano di corte in corte, ma anche tra il popolo, mediante i sirventes.

È famoso l’esempio di En amor trob tantz de mal seignoratges di Albertet de Sisteron (1221), nel quale la giudicessa Adelasia di Torres, moglie di Ubaldo Visconti e poi di Enzo di Hoensthaufen (figlio di Federico II di Svevia), viene citata tra le donne più celebri e belle.

L’arte trobadorica (scrittura e ricerca) ebbe la sua influenza anche nella poesia popolare sarda, di quantità, forme e generi di estrema eterogeneità. Un documento importante in questo senso è Memoria de las cosas que han acontecido en algunas partes del Reyno de Cerdeña, di fine Quattrocento.

(Storia del teatro e dello spettacolo – 23.4.1997) MP

Commenti (1)

SA REJNA DE SA ROSA
1 #
Davide
discoteche-riccione-rimini.it/
webmaster@gruppopritelli.it
80.181.120.48
Inviato il 05/02/2016 alle 19:18
Bravo

MARRANU CHI TI MOVES!

Lezioni condivise 101 – La rivoluzione dei prezzi

30 Giu 2015 @ 11:59 PM

La Storia se la volti e la rivolti può sembrare un’altra storia. A seconda di come la prendi, da questo o quell’avvenimento, da questo o quel tema, dal mare o dai monti, da una donna o da un uomo, da un tetto o da una strada, dalla città o dalla campagna, dal re o dal Popolo, potrebbe sembrare un argomento nuovo, mai trattato, finché si arriva al nodo, che unisce ed esplica.

La Storia non è una questione di apparenze, di opinioni e forse neppure di metodi, anche se da un minimo di regole può scaturire una scrittura più obiettiva, tuttavia non la scrivono le macchine, ma l’uomo e ciò può bastare per comprendere la miriade di variabili che ci si può trovare ad affrontare.

A volte la Summa finisce per essere sommario, pertanto conviene porsi degli obiettivi minimi che altri esamineranno, approfondiranno, confuteranno.

La domanda che mi pongo ora è se la Storia sia un tutt’uno, ovvero, se muova da un centro, o se sia un insieme di motori che, operando nello stesso spazio, vengano a contatto, interagiscano, si separino di nuovo e così via.

La mia risposta, ora, è che le due opzioni non sono in contrasto: i centri da cui muove la Storia possono essere tantissimi, per “semplificare” direi, almeno uno per ogni persona vivente, pertanto è quasi miracoloso che si pervenga a delle sintesi, tante, ma almeno un po’ più circoscritte.

Capisco che il ragionamento potrebbe apparire del tutto specioso, ma nessuna domanda che noi possiamo porci lo è, neppure quelle che possono apparire o sono retoriche.

La rivoluzione dei prezzi nell’Europa del Cinquecento è un fenomeno accidentale o è collegata alla Storia anche non economica del periodo? Domanda appunto retorica. Il disaccordo verte su quali fatti e in che misura abbiano influito, – senza scomodare teorie letterarie considerate in A Sound of Thunder di Ray Bradbury e dal film The Butterfly Effect e per certi versi anche da Source Code e magari altri -; ogni risposta, alla fine, è frutto di un ragionamento individuale, che può diventare collettivo e opinione diffusa, in base a regole sociali, autorevolezza, capacità… argomento inesauribile.

Dall’inizio del Cinquecento e fino al 1620 ca, in Europa, si verificò un progressivo e non congiunturale aumento dei prezzi dei prodotti di prima necessità, cui seguirono avvenimenti ed effetti a catena: carestie, impoverimento, nascita delle officine, abbandono delle campagne, incremento demografico, aumento della domanda, svalutazione monetaria, inflazione, la crisi della corona Spagnola, che si indebitò con i Fugger (banchieri tedeschi), che a loro volta fallirono…

Il sistema economico di allora non prevedeva bilanci di previsione, ma solo consuntivi. Si contava molto sulla prodigalità dei nobili. Con l’inflazione a rimetterci erano i creditori, tenuto conto che i debiti non venivano mai saldati al 100%, erano favoriti gli affaristi, i borghesi. Si corse ai beni rifugio: case, terreni, imprese… Nel mercato si fece tangibile il fenomeno della concorrenza che finiva per favorire la scarsa qualità: ad esempio i tessuti inglesi erano preferiti a quelli italiani, più cari, per la tradizione dei produttori rinomati.

Gli storici si sono interrogati su questa serie di eventi e conclusero che ne fosse causa, soprattutto l’inflazione, prodotta dalla massiccia importazione di oro e argento in seguito alle nuove scoperte geografiche. Inutile dire che esse avranno avuto la loro parte di influenza sugli eventi europei, sull’economia e crisi del Mediterraneo, che dovette subire lo spostamento dei traffici e la decadenza dei porti più influenti, Genova, Pisa, Napoli e Venezia.

Questo collegamento esclusivo ha resistito fino ad epoca contemporanea ed era vero che essendo le monete coniate con i metalli preziosi, perdevano valore, causavano inflazione e aumento dei prezzi. Nella seconda metà del secolo scorso queste tesi furono messe in discussione; si constatò che l’aumento dei prezzi ebbe inizio prima della scoperta dell’America e riguardò soprattutto i beni di largo consumo, come gli alimentari. A causa dell’incremento demografico la domanda divenne superiore all’offerta, che a sua volta era insufficiente, per la scarsità degli addetti agricoli e dei metodi di coltivazione obsoleti.

Queste furono le premesse per la crisi del Seicento, che arricchì i nobili produttori/proprietari, i fittavoli, i mercanti, e impoverì ulteriormente chi viveva di un salario.

Ma come accennavo in premessa ogni avvenimento non può mai essere (o quasi mai, solo per evitare affermazioni assolute) fine a se stesso, è sempre originato da una causa, da più di una causa, una concatenazione di cause, che formano la Storia stessa. Cause prossime e remote, dirette e indirette.

Se volessimo partire da molto lontano potremmo tornare alla fine del Trecento con la decadenza di Costantinopoli e dell’impero bizantino, fino alla sua definitiva caduta nel 1453 per via dell’invasione ottomana, che per secoli minacciò l’Europa e costituì l’imput reale della crisi, con il blocco delle vie tradizionali delle spezie, verso le Indie.

In pochi anni si tentarono vie alternative doppiando il Capo di Buona Speranza e navigando verso occidente. Come sappiamo i paesi più attivi furono Portogallo e Spagna, seguiti da Olanda e Inghilterra e in tono minore dalla Francia. Gli stati italiani disponevano solo dell’iniziativa di navigatori privati e senza mezzi.

I rapporti amichevoli con i nativi americani durarono poco, iniziò presto la colonizzazione e vennero spazzate via civiltà come quelle Atzeca, Maia e Inca, altri popoli meno consistenti resistettero più a lungo, ma alla fine ebbero più o meno la stessa sorte.

Un fatto così epocale, che dà inizio all’Era Moderna, non può non avere avuto contraccolpi in Europa, può sorprendere piuttosto che essi siano negativi. Per questo le ragioni vanno ricercate anche all’interno delle politiche degli stati europei, e al tempo chi condizionava le sorti dell’Europa era la Spagna, in gran parte responsabile della propria decadenza per ragioni alle quali non si diede il giusto peso e soprattutto un peso economico.

Mi riferisco al fenomeno definito della limpieza de sangre, all’inquisizione, alla cacciata di ebrei (1499) e moriscos (1609), atti dei quali non si valutarono le conseguenze: sulla Spagna si concentrò l’odio di tutti i riformatori cattolici, definiti protestanti; la dipartita della ricchezza ebrea impoverì lo stato, mentre quella dei moriscos (eredi degli arabi ricacciati dalla reconquista) e successivamente anche dei conversos mori, tolse braccia determinanti all’agricoltura.

La discriminazione degli ebrei e la loro ghettizzazione è una storia complessa di antica origine, su ogni ebreo veniva fatta ricadere la colpa dell’assassinio di Gesù, il Cristo; mi chiedo sempre come mai tale atteggiamento non abbia interessato anche i romani: è dunque solo un pretesto. Il pregiudizio popolare è quasi sempre guidato dalla politica e dall’economia, capirei di più se esso fosse oggi legato al genocidio dei Palestinesi, ma non è così.

Quando politica e religione, molto colluse nella Spagna dell’epoca (il re aveva poteri sulla nomina dei vescovi), si impossessarono di questo ricorrente pregiudizio, lentamente si diede origine ai Conversos (dal latino conversus, “convertiti”, o Cristianos nuevos), gli ebrei e i musulmani che diventavano Cristiani, una sorta di marchio che ereditavano anche i loro discendenti. Si trattava evidentemente di conversioni di facciata, per convenienza, costrizione o indifferenza religiosa.

In poco tempo si imposero termini meno generici. I convertiti di origine arabo/moresca furono definiti moriscos, o anche mudéjar (corruzione di parola araba che significa “regolarizzato”), riferita in origine ai mori che intesero rimanere in Spagna ed erano autorizzati a praticare la loro religione. La mano della repressione fu in sostanza meno dura con gli arabi, messi di fronte alla scelta di convertirsi o andare via. Gli ebrei furono perseguitati anche dopo la “conversione”, in sostanza non vennero mai considerati davvero Cristiani, i più continuarono a praticare l’ebraismo di nascosto, finendo sotto i ferri dell’inquisizione. Per i conversos ebrei fu adottato il termine di marranos, dall’ebraico marah, ribelle, che desemantizzato ha assunto un significato molto dispregiativo. Ancora oggi, nella lingua sarda, il neologismo di un tempo, viene usato come forma di monito del tipo “Sei un marrano se fai questo o quello…”, senza che ci si chieda da dove venga la parola marranu.

La storia dei marranos è molto complessa, essi solitamente ricchi e influenti talvolta riuscivano ad infiltrarsi nelle maglie del potere e della chiesa, fino ad annoverarsi tra i santi (Santa Teresa d’Avila) e addirittura nell’inquisizione (si vocifera dello stesso Torquemada). Molti di essi si rifugiavano in convento.

Se ne descrivono tre categorie: quelli zelanti – che per dimostrare il loro distacco perseguitavano gli ebrei o li disprezzavano pubblicamente -, quelli falsamente convertiti e quelli costretti a forza che non abiurarono.

Vi erano addirittura epiteti ingiuriosi locali: in Catalogna haram (vietato), riferito al fatto che non mangiassero carne di maiale o xuetes, nelle Isole Baleari, dalla mistura con carne di porco che veniva consumata in pubblico per dimostrare la sincerità del loro cattolicesimo, mentre gli ebrei rimasti tali li chiamavano anusim (costretti), posizione indulgente; mentre per la chiesa ebraica, in molti casi complice della persecuzione, erano meshumadim (ebrei apostati).

Le cronache del tempo sono piene di episodi in cui, per futili motivi, si fa strage di marranos; talvolta fu l’autorità pubblica a dover intervenire in loro difesa, in questo senso maggiori furono le tutele in Portogallo. Ciò provocò l’abbandono della penisola iberica da parte di molti conversos, che cercarono asilo in stati europei più tolleranti, come la Francia, l’Olanda e alcuni stati italiani.

Non sembri strano dunque che parte delle vicende economiche e non che viviamo oggi, come fu per la rivoluzione dei prezzi la crisi dell’impero bizantino, trovino la loro origine nelle politiche iberiche di Cinque e Seicento, in altre parole, i nostri comportamenti oggi riguardano anche le generazioni future e ciò deve essere uno stimolo per contrastare l’imbarbarimento della politica globale.

(Storia moderna – 23.4.1997) MP

 Commenti (0)

LA LANGUE. MARCA PATATA

Lezioni condivise 100 – Polemiche linguistiche e complessità.

31 Mag 2015 @ 21:58

Quando siamo nati in pochi anni abbiamo imparato una lingua, i più fortunati due o anche più, ed è stato un fatto naturale cui non abbiamo fatto caso più di tanto; ancora bambini probabilmente abbiamo anche appreso dell’esistenza di tante lingue e tante altre cose a seconda dei nostri studi e interessi. La situazione odierna presenta una differenza sostanziale: i bambini di un tempo erano naturalmente bilingui (imparavano in modo naturale sia la lingua ufficiale e passivamente la seconda lingua o dialetto), quelli di oggi un’altra lingua o dialetto possono apprenderli solo a scuola. Insomma la relativa apertura della società verso il multilinguismo, non riesce a compensare quanto si imparava in casa o con gli amici, per di più in regime di proibizione a usare lingua che non fosse l’italiano, per quanto ci riguarda come sardi.

Non tutti ancora sanno perché parlano una determinata lingua e soprattutto quale dibattito, quali polemiche, quali battaglie, quale storia vi sia dietro l’idioma che si parla, non è esattamente un fatto ereditario e lo è ancora meno per le colonie. Certe zone marginali hanno dovuto cambiare lingua ufficiale e/o dialetto, a causa della forza delle armi o per ragion di stato. Chiediamoci perché ancora viene impedito nelle scuole lo studio della storia sarda.

In tale argomento sono comprese anche le polemiche tra linguisti e dialettologi, terminologie che non avrebbe senso separare, ma occorre farlo per comprendere le rispettive posizioni. Per intenderci i linguisti sarebbero i difensori della lingua ufficiale, i dialettologi quelli della lingua a tutto campo, senza preclusioni di sorta.

Nei primi anni del novecento, dopo l’acceso dibattito che caratterizzò trent’anni prima la questione della scelta della lingua italiana ufficiale – dibattito che si trascinava fin dall’epoca medievale, sebbene esclusivamente in funzione letteraria -, ci furono accese polemiche relativamente alla geografia linguistica e in particolare alla redazione delle carte, ovvero se puntare su parlata urbana o rurale, in sostanza se valorizzare il “dialetto” o meno. Ciò sulla scia dei diversi studi che presero in considerazione l’inserimento del lessico rurale nel vocabolario, a suo tempo non condiviso dal Manzoni, che insisteva sul fiorentino. Lo scontro venne sintetizzato come polemica tra atlantisti (favorevoli al lessico rurale sia negli atlanti che nel vocabolario) e vocabolaristi, che invece erano contrari alla “contaminazione” del lessico fiorentino.

La prevalenza numerica dei primi, che si estrinsecò in una vera e propria corrente letteraria, dal verismo al regionalismo, fino agli albori del neorealismo, non riuscì ad infrangere l’ufficialità della lingua standard, ma a lungo andare di fatto lo fece e se ne ha riscontro nella linguistica e nei vocabolari odierni.

Furono pubblicati dei testi che trattavano il tema direttamente, come I Beati Paoli (1909) di Luigi Natoli, – giornalista, filosofo, storico, filologo – romanzo popolare il cui intento era infondere nel lettore il rapporto tra letteratura ‘alta’ e letteratura ‘bassa’, inteso come una mistura di registri e modalità narrative. Il romanzo popolare in definitiva conferma, sul piano storico-linguistico, la fluidità della norma otto-novecentesca, capace di veicolare contenuti socio-identitari e socio-etici destinati a radicarsi nella memoria popolare.

Un limite dei vocabolari, relativamente allo studio dei significati, secondo gli atlantisti, è che sarebbero elaborati in ordine alfabetico per cui non si possono fare paralleli concettuali veloci.

Gli atlanti, invece, documentano la parola, non la langue; l’atlante rappresenta l’idioletto del singolo parlante, perché l’informatore è uno solo per scheda, scelto secondo dei precisi criteri.

La parola da attestare è la prima detta, sono esclusi sinonimi e ripensamenti. Semmai può essere ricostruito il contesto della risposta, la discussione, se l’informatore ha avuto dubbi, se si è corretto, se si riscontra che la domanda è stata mal posta, fraintesa, male interpretata dal raccoglitore.

Il linguista Mc Lion segnalò gli errori di Ugo Pellis nella ricerca sui volatili in Sardegna, in quanto estese tutti i nomi raccolti in un centro montano a tutta l’isola. Nel suo caso le cose furono complicate anche dall’incompetenza dei parlanti. Questo è un limite che viene posto agli atlanti linguistici, in quanto uno stesso questionario non è adeguato a tutte le aree, tanto meno è efficace un questionario nazionale. Che senso avrebbe infatti indagare su l’alpeggio (allevamento in altura) in Sardegna o sul mare al nord?

Un questionario non può prescindere dallo studio dell’area in cui è somministrato, in quanto deve garantire delle omogeneità; a un’area variegata si adegueranno i punti di inchiesta la cui caratteristica dovrà essere la rapidità, la risposta spontanea.

L’atlante regionale consente di studiare questionari più precisi, adeguati, benché ogni ricercatore abbia i propri metodi: il Contini ha raccolto dati in tutti i paesi della Sardegna, producendo una lessicografia localistica.

Peraltro vi sono diverse metodologie che possono essere adottate a seconda dell’oggetto dello studio; per la sintassi sono utili le trasmissioni radiofoniche, che non creano interferenza.

Altri sistemi sono gli etno testi: basati su conversazioni guidate, utilizzabili in senso diacronico.

Vi sono studi di tipo onomasiologico: studio delle parole, dei segni linguistici o la raccolta di denominazioni di materiali iconografici (Atlante italo-svizzero, AIS, per il quale Wagner fece l’inchiesta in Sardegna).

Gli step per la realizzazione di uno studio di dialettologia: esporre i materiali raccolti evidenziando le parole dialettali; indicazione delle modalità d’inchiesta, schedatura materiale linguistico (una scheda per ogni parola).

Il concetto di “Marca”.

Riguarda il campo della fonologia, specie per le opposizioni fonologiche (es. differenza tra t e d, una meno sonora, l’altra più sonora), ma si è poi esteso a tutta la grammatica, morfologia, sintassi, lessico.

La marca mette a confronto due o più forme linguistiche: una forma marcata è una forma non primaria, ovvero rispetto ad essa è marcata da un segno, un suffisso, una desinenza che la differenzia rispetto al lemma originario.

L’esempio più elementare è prendere una forma neutra o base e marcarla, ad esempio casa è un sostantivo non marcato in italiano rispetto a cas-e (plurale) o cas-etta (diminutivo): la parola abbraccia genericamente tutto il campo semantico, mentre cas-e, la forma marcata, si riferisce a molte case, esclude dunque il significato base. Lo stesso dicasi per maschile-femminile, es. alto, alt-a, il maschile è considerato non marcato perché convenzionalmente anche neutro, racchiude in se un significato generale, quello femminile solo il suo.

La marcatezza è un concetto molto elastico e generale: ci sono infatti pochi criteri base per determinare quale forma è considerata marcata e quale no.

Una marca è riferibile a diversi campi semantici, ma anche a tutte le variabili spazio temporali, culturali, religiose, rituali, scientifiche, dialettali, colloquiali, standard, solenni, gergali, poetiche e via dicendo e più nel dettaglio: a) le professioni e discipline; b) varianti socialmente marcate, con riferimenti eterogenei in base a luogo o modalità di enunciazione: gergo, dialetto (regionale, studentesco, tecnico/gergale, dei bambini… c) Varianti arcaiche (es. scortese, mal sonante, volgare, popolare), albero opzioni avanzate (codici), brand.

Franz Josef  Hausmann (1989) definì i macrocampi in cui possono agire i marchi, tra cui: quello diacronico (che marca i fenomeni di tempo, presente-passato, vecchio-nuovo) diatopico (inerente lo spazio, variabilità della lingua comune, regionale…), diaintegrativo (nazionale/estero), diamesico (parlato-scritto), diastratico (alto-basso), diafásico (formale-informale), diatestuale (poetico-letterario-giornalistico-amministrativo), diatécnico (speciale/comune), diafrequente (comune/raro),  diaevaluativo o diaconnotativo (connotativi, eufemismi), dianormativo (giusto/sbagliato).

Santillana dell’Università di Salamanca, si riferisce in modo esplicito ai marchi.  Individua quattro tipi di marchi:
a) Termini tecnici (Aer, aeronautica)
b) Marchi di uso o registro (9 marchi: ristretto, rurale, volgare, slang, colloquiale, letterario, elevato, amministrativo, affettivo).
c) Marchi pragmatici (23 marchi): affermazione, minaccia, anticipatori, disgusto, rabbia, insultare umoristico dei bambini…
d) Ispanoamericanismi (il resto dei termini dialettali dello spagnolo). Buon riposo!

(Linguistica sarda  – 18.4.1997) MP

Commenti (2)

LA LANGUE
2 #
Simona
simoseru@tiscali.it
2.38.94.2
Inviato il 13/08/2015 alle 19:37
Interessante scoprire che ancora qualcuno scrive sul suo blog e soprattutto interessante leggerlo.
dovremmo sempre ricordarci tutto ciò, ma anche ricordarci di trattare bene le lingue 😉
grazie

LA LANGUE
1 #
greta cabrera
hummingbirdtattoo.org/
greta.cabrera@gmail.com
198.52.228.189
Inviato il 30/06/2015 alle 23:33
you are in a place mysterious and tempting

ORA E SEMPRE RESISTENZA

Lezioni condivise 99 – W il soldato Masetti

30 Apr 2015 @ 11:24 PM 

Ritorno alla ricerca di parallelismi tra Ungaretti e Leopardi, che come già detto mi appare un poco artificiosa e di scarso interesse. Ungaretti lesse e studiò Leopardi ed è dunque naturale che vi sia stata una minima contaminazione, tuttavia meno determinante di quanto si vuol far credere.

La mia impressione è che nonostante Leopardi abbia ideologizzato il pessimismo, traduca questo suo stato d’animo in versi generalmente giocondi, vivaci e relativamente solari, mentre l’approccio Ungarettiano appare lugubre ed è semmai più vicino al Foscolo. Ammetto che questa percezione possa essere in buona parte personale, legata anche a reminescenze d’infanzia, quando certe parole e sensazioni sono come sassi, pesano.

Consideriamo ancora Il sentimento del tempo, “Memoria d’Ofelia d’Alba” in Leggende:
“Da voi, pensosi innanzi tempo,/ troppo presto/ tutta la luce vana fu bevuta,/ begli occhi sazi nelle chiuse palpebre/ ormai prive di peso,/ e in voi immortali/ le cose che tra dubbi prematuri/ seguiste ardendo del loro mutare,/ cercano pace,/ e a fondo in breve del vostro silenzio/ si fermeranno,/ cose consumate:/ emblemi eterni, nomi,/ evocazioni pure…/.

Un epitaffio! forse lo è, ma la dicotomia è tra chi si raffigura i campi elisi come distese di grano o praterie e chi tali a sepolcri marmorei venati di grigio, affini piuttosto alla teoria kafkiana del pugno sul cranio al lettore.

Se Ungaretti ha colto dei concetti del recanatese (tutto è vano, inconsistente, si disperde), il modo in cui li espone fa la differenza.

“Notte di marzo”, sezione “La fine di Crono”:
Luna impudica, al tuo improvviso lume/ torna, quell’ombra dove Apollo dorme,/ a trasparenze incerte./ Il sogno riapre i suoi occhi incantevoli,/ splende a un’alta finestra./ Gli voli un desiderio,/ quando toccato avrà la terra,/ incarnerà la sofferenza./

Qui immagini positive vengono fatte crollare senza scampo, si usano il sogno e il desiderio come maschere della sofferenza.

Il pessimismo di Leopardi viene espresso in racconti di vita, figure realistiche, per cui potremmo anche confutare il suo parere, averne un’altra visione, meno drammatica, dal toscano abbiamo invece dei flash senza scampo, più vicini ai monumenti funebri degli antichi egizi, mio terrore di bimbo nel cinema paesano, che evocano più scongiuri che un ragionamento.

“Stelle” in Sogni e accordi:
Tornano in alto ad ardere le favole./ Cadranno colle foglie al primo vento./ Ma venga un altro soffio,/ ritornerà scintillamento nuovo.

Ci risiamo: le favole, che incarnano speranze e desideri, cadranno al primo vento: è rappresentata la capitolazione dei sogni, apparenze che non durano. Tuttavia, visto il contesto generale, questa sembra quasi ottimista.

Nella sezione “Sogni e accordi” de Il sentimento del tempo, si tratta dei sogni legati al cielo, la luna, gli astri, ma sotto una luce inquietante, come in “Ultimo quarto”:
Luna,/ piuma di cielo,/ così velina,/ arida,/ trasporti il murmure d’anime spoglie?/
E alla pallida che diranno mai/ pipistrelli dai ruderi del teatro,/ in sogno quelle capre,/ e fra arse foglie come in fermo fumo/ con tutto il suo sgolarsi di cristallo/ un usignolo?”

“Rosso e azzurro” in Sogni e accordi:
Ho atteso che vi alzaste,/ colori dell’amore,/ e ora svelate un’infanzia di cielo./ Porge la rosa più bella sognata. Il sogno continua ad essere visto con una accezione illusoria, negativa.

Non si salva neppure il “Primo amore”, contrapposto alla notte” in Leggende:
Era una notte urbana,/ rosea e sulfurea era la poca luce/ dove, come da un muoversi dell’ombra,/ pareva salisse la forma…/
Era una notte afosa/ quando improvvise vidi zanne viola/  in un’ascella che fingeva pace./
Da quella notte nuova ed infelice/ e dal fondo del mio sangue straniato/ schiavo loro mi fecero segreti./

Nella sezione La fine di Crono vi è un “Inno alla morte”…:
“Amore, salute lucente,/ mi pesano gli anni venturi./

Altro aspetto che certa critica avvicina alla poetica leopardiana è la presenza della natura in modo mitico e drammatico (“Paesaggio”, “Le stagioni”, “Di luglio”, “D’agosto”), i temi dell’innocenza e della memoria (“Ti svelerà”, “Dove la luce”), la contrapposizione finito-infinito.

L’avvicinamento a Leopardi non è visto soltanto in una mera appropriazione di temi, ma anche nella condivisione della sua filosofia. Ungaretti ne ripropone l’ideologia usando metafore e immagini. La natura mitica e drammatica del “Sentimento” si svilupperebbe come in Leopardi nella “Ginestra”. Il condizionale è d’obbligo, giacché il marchigiano, pur con un sole cupo, non trascende e soprattutto, almeno nel passato trova qualche elemento positivo, mentre per Ungaretti la memoria è una iattura (vedi lezione 90).
Questi terreni, cosparsi/ di ceneri non produttive, e ricoperti/ di lava fattasi pietra,/ che risuona sotto il passi del viandante;/ dove il serpente si annida e si contorce/ sotto il sole, e dove il coniglio torna/ all’abituale tana tra le caverne;/ furono pieni di città ricche e campi coltivati,/ biondeggiarono per i campi di grano e/ risuonarono per i muggiti delle mandrie… (da “La ginestra”).

Tra le attenzioni che Ungaretti ha per Leopardi vi è quella religiosa, egli la riscontra nei versi e la certifica nelle parole del poeta al padre, ove afferma di non essere mai stato ateo. Il presunto ateismo di Leopardi andrebbe cercato nella sua filosofia estrema, ove l’assenza di Dio serve da avvallo ai suoi argomenti, giacché la sua presenza sarebbe consolatoria.

Argomento controverso anche in Ungaretti che lo incrocia in un percorso quasi opposto e trasversale, che si incontra, ma infine diverge, perché dalla riflessione leopardiana sull’inutilità della fede consolatoria, nasce infine “La preghiera” (Inni):
“Signore, sogno fermo,/ fa che torni a correre un patto./ Oh! rasserena questi figli./ Fa’ che l’uomo torni a sentire/ (…) Vorrei di nuovo udirti dire/ che in te finalmente annullate/ le anime s’uniranno/ e lassù formeranno,/ eterna umanità,/ il tuo sonno felice.”/

La ripresa di parole della lingua quotidiana, riferibili anche a Leopardi: buio, quiete, notte, ombra, mare, isola, amore e morte, felicità, sogno, favola, luna, è talmente comune che dubito non ci sia poeta mediamente prolifico che non le abbia usate.

La presenza di Leopardi viene vista anche nel “Dolore” e ne “La terra promessa”, ma valgono le considerazioni già fatte, non vi è respiro, vita, solo negatività senza scampo e questa è una presa d’atto, non un giudizio; può anche essere una scelta questo buio senza soluzione, ben comprensibile per il dolore negli affetti, meno nei lamenti di altra natura. Contrariamente a certa critica non vedo bene il messaggio lanciato in “Non gridate più”, ove non attacca affatto la guerra, ma chi grida per condannarla.

La guerra, oggi è diventata spudoratamente un business, da una parte per i signori della guerra, dall’altra per chi di celebrazione in celebrazione perde la misura di ciò che è stata, è e sarà; non ha bisogno di essere fatta perché si capisca che cosa terribile sia; non ritengo possa considerarsi un’esperienza da fare, come se si facesse un campo di lavoro, per dire… Ungaretti partì volontario in guerra, qualunque possa essere la ragione, patriottismo o robe ancora peggiori, non è certo un fatto positivo. Una volta in trincea, ho già detto cosa accadde, piagnistei per essere esonerato e quant’altro. Altri in trincea ci rimasero e non dico fossero migliori. Peraltro sarebbe troppo bello se il mondo fosse popolato da disertori e i militari felloni e tutti gli amanti delle armi a qualunque titolo potessero essere presi facilmente a cazzotti.

Questa frenesia di fare le guerre, di causarle e di subirne le conseguenze, di non imparare mai nulla dalla storia e peggio educare i bambini alla fatalità di esse, decontestualizzadone il ricordo: poveretti i cadutiche disastro! come fosse una fatalità e non ci fosse chi la guerra la promuove e ci specula.

Leggete “L’obiezione di coscienza” di Alessandro Coletti. Io sono nonviolento e pacifista, sarà per questo che penso che i veri eroi siano il soldato Masetti e non un Garibaldi… e più di costui anche il marine “Palla di Lardo” di Full Metal Jacket, la cui unica pecca fu di sparare anche contro se stesso. Certo sono discorsi limite, ma rendono l’idea.

Allora da quale pulpito arriva il “Non gridate più”, invece che “Non sparate più”.

Di Ungaretti si conservano diversi epistolari, la cui lettura è molto utile per conoscere il suo modo di lavorare in poesia e il mondo che lo circonda, le amicizie, la fatica fatta, le prime prove, la sistemazione dei versi, i contatti con gli editori, i tempi di composizione. Alcune pagine sono liriche: “Quando io dico cose…”, altre mettono in mostra debolezze, magagne e meschinità.

Grazie agli epistolari i critici possono evitare errori. E’ esemplare il caso di D’Annunzio quando scrisse a Barbara Leoni e raccontò di essere sceso al lago, di aver raccolto fiori, di averla pensata… Ma il giorno dopo scrisse la stessa cosa (testuale) a Olga Ossani (da non confondere con la Brunner). Quell’immagine viene usata dal D’Annunzio nell’elegia “Il viadotto”, e se non ci fossero gli epistolari, la realtà potrebbe essere travisata . In questo caso l’autobiografia non è direttamente trasposta nella poesia, ma è presente, vi è lo spunto autobiografico, ma la trasposizione è unicamente letteraria.

La sua formazione ad Alessandria d’Egitto è stata francese. Le letture italiana sono venute più tardi, Papini, Pea… Sono seguiti i suoi soggiorni in Italia e Francia, l’adesione alle idee di alcuni scrittori. L’amicizia con la Boniver gli procurò quella dei francesi, tra cui Mallarmè e Apollinaire.

Dal contatto con Giuseppe De Robertis, filologo, maturò l’idea dell’edizione critica e commentata per le scuole della sua produzione, un modo anche per monetizzare il suo impegno in un periodo evidentemente magro dal punto di vista economico.

L’edizione critica, compendiata definitivamente in “Vita di un uomo” è stata anche l’occasione per apportare modifiche ad alcuni suoi brani, cosa molto frequente in Ungaretti. “Il capitano” nell’edizione critica è stata ampliata prima di una strofa, poi di nuovo ridotta (tre stesure)…

Grazie alle amicizie politiche, fasciste, venne nominato professore universitario a Roma, poi in Brasile. Alla caduta del fascismo, sospeso dagli incarichi, fu Attilio Piccioni che lo salvò, in quanto fu reintegrato nel suo incarico universitario a Roma.

Fatti che mi riportano amaramente al presente e spiegano perché la Resistenza non sia conclusa e non possa concludersi. Ora e sempre Resistenza non è dunque solo uno slogan, ma una realtà.

Alla caduta del fascismo i fascisti e soprattutto la loro forma mentis, si sono infiltrati nella società e nella politica, nella DC e non solo, non era certo auspicabile che continuassero a essere presenti anche nella scuola, ma così è stato. In 70 anni non si sono rimossi neppure simboli evidenti del fascismo, ma neppure scritte che inneggiano al duce. Hanno ragione di rammaricarsi i partigiani dell’ANPI. Siamo invece arrivati al punto che in barba all’apologia del fascismo e al reato di ricostituzione del partito fascista, la presidente della camera ha dovuto dare assicurazioni che nulla sarà rimosso. Ho sempre difeso la Boldrini, ma oltre alla scorta avrebbe necessità di essere affiancata da uno storico, magari antifascista, meglio se partigiano.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 18.4.1997) MP

Commenti (1)

ORA E SEMPRE RESISTENZA
1 #
Kate
telegraph.co.uk/fashion/
oz@gmail.com
107.172.201.13
Inviato il 19/02/2016 alle 23:00
Now what happens?

RIFLESSIONI SULLA RELIGIONE

Lezioni condivise 98 – La chiesa anglicana

31 Mar 2015 @ 11:00 PM

C’è stato un tempo in cui chi si poneva domande sulla religione veniva messo al rogo dopo aver subito crudeli torture. Da qualche parte accade ancora, visto che dagli anni ottanta del secolo scorso, è come se la storia avesse deciso improvvisamente di tornare indietro e oggi in questo mondo “globale” viviamo tra regresso economico, disuguaglianze e l’incubo di una nuova barbarie.

Sarebbe ingiusto e anche falso se affermassi che l’inciviltà e la ferocia umana, siano sempre state causate dalla religione. Nazismo, fascismo, l’olocausto dei nativi americani o degli armeni e tante altre nefandezze simili, molte delle quali sconosciute o taciute, sono da addebitare a “stati” cosiddetti laici.

Tuttavia vorrei sapere se esiste, a parte qualche rara eccezione minoritaria, qualche religione che non abbia compiuto nella sua storia qualche grossa nefandezza, per di più di senso opposto a quello che andava e va predicando.

E’ un modo un po’ sconvolgente di presentare la chiesa anglicana, che peraltro non è storicamente tra quelle più cruente, benché importanti roghi li abbia accesi anch’essa. Ma questa chiesa è abbastanza funzionale al mio ragionamento ricorrente su tante religioni ed è sintomatica del fatto che sovente si invoca la “fede”, contro il ragionamento, in modo che le magagne anche più palesi restino nell’oblio.

Una religione dovrebbe avere origine divina, mi si spieghi perché iddio improvvisamente avrebbe deciso di mettere a capo di essa Enrico VIII, come per un nuovo popolo eletto, quello inglese… un aspetto che sa di burocrazia e stona con la divinità, sette secoli dopo Carlo Magno.

Lo stesso ragionamento vale per la miriade, tra sette e grandi confessioni, in cui si è frazionato il Cristianesimo, ognuna di esse, come Enrico VIII, invoca l’intervento divino, e così la scelta religiosa non è più un fatto di fede, ma di confini geografici, a seconda che si sia nati in Russia, Germania, Spagna o nei paesi arabi, in India, Cina e via dicendo. Perché il discorso non vale solo per il Cristianesimo. Avete mai sentito parlare ad esempio di sunniti e sciiti?

Se una Fede si deve avere, deve riguardare l’origine di essa, non le trasformazioni fatte degli uomini… E la parola Fede dovrebbe essere sinonimo di pace, carità, fratellanza, uguaglianza, libertà, non come è stata per secoli e ancora oggi equivalente di tutto il contrario.

Ma la storia della riforma anglicana è davvero esemplare perché il movente ufficiale che ne decretò la nascita fu il rifiuto di un papa a concedere il divorzio a Enrico VIII. Fatto abbastanza paradossale.

E’ vero che i “papi” di quello e altri periodi hanno concesso a re, principi e imperatori, ai potenti insomma, la possibilità di compiere nefandezze ben più gravi di un divorzio, anche se il nostro caro Enrico ha esagerato, salvo aver dato modo a Rick Wakeman, tastierista degli Yes di comporre il capolavoro The Six Wives of Henry VIII.

Enrico VIII fu il secondo re della dinastia Tudor, quella nata dalla guerra delle due rose, sanguinosa lotta dinastica combattuta in Inghilterra tra il 1455 ed il 1485 tra due diversi rami dei Plantageneti, eredi di Edoardo III: i Lancaster (rosa rossa) e gli York (rosa bianca).

Fu Enrico Tudor (Enrico VII) a porre fine alla guerra nel 1485. Lui, erede della casa di Lancaster sposò la figlia primogenita di Edoardo IV, Elisabetta di York. I loro figli Arturo e il secondogenito Enrico divennero così legittimi eredi al trono inglese per nascita e sangue senza più possibilità di contestazioni.

La guerra causò la scomparsa di tante famiglie nobili e di conseguenza generò uno stato molto ricco e potente. Così Enrico VIII quando ebbe la necessità di sciogliere il matrimonio con Caterina D’Aragona non si fece scrupoli a chiederlo al papa e a ingaggiare tutto il braccio di ferro che ne conseguì, fino alla separazione della Chiesa d’Inghilterra da Roma con l’atto di supremazia del 1534, contro il rifiuto di Clemente VII di sciogliere il suo matrimonio per sposare Anne Boleyn.

Non vi era alcun motivo di dissenso religioso con il Cattolicesimo a giustificare questa decisione. E neppure per il papa vi erano motivi religiosi, piuttosto il piccolo particolare che Caterina era zia di Carlo V. Enrico VIII accusò il papa di ingerenza negli affari inglesi e fece un primo passo verso la nazionalizzazione religiosa.

Il papa non si decise a scomunicare Enrico VIII, lo dichiarò solo e confermò Caterina D’Aragona regina. Tra l’altro le dichiarazioni antipapali non venivano dichiarate eresia.

Questa situazione trovò nel Paese terreno abbastanza fertile, perché circa 50 anni prima John Wycliffe, riformatore religioso, mostrò già la sua opposizione a Roma, al potere del Papa e degli ecclesiastici. Tuttavia gli inglesi erano anticlericali, ma non anticattolici. Si opponevano alla tassa sui funerali e ad altri aspetti estranei alla fede… Le entrate ecclesiastiche rappresentavano 1/7 delle entrate inglesi, i preti venivano visti come una sorta di agenti delle tasse della curia romana.

La vicenda delle nozze tra Enrico VIII e Anna Bolena fu piuttosto complessa e piena di clamorosi colpi di scena.

Nonostante dichiarazioni e atti, la corte inglese rimase attenta alle formalità e alle norme religiose, per superare le quali si ricorse ad espedienti e cavilli, anche contraddittori.

Inizialmente Enrico VIII si rifece al Levitico 20,21 – che proibisce il matrimonio con la vedova del fratello (Caterina d’Aragona era vedova di Arturo, fratello di Enrico VIII Tudor) – perché venisse dichiarato nullo il suo matrimonio – per celebrare il quale fu però invocata la dispensa papale (Giulio II) – con il pretesto che il matrimonio non era stato consumato. Ora tale dispensa veniva giudicata illegittima (nemmeno un papa poteva eludere la Bibbia) e si fece di tutto per dimostrare che invece il matrimonio era stato consumato,  e Caterina si difendeva con forza.

Ovviamente dietro tutte queste manfrine vi erano interessi di potere e il desiderio di Enrico VIII di avere dalla Bolena un erede maschio.

Nasceva così the great matter. La difesa di Caterina non se ne stava con le mani in mano. Fu trovato nel Deuteronomio 25:5, libro biblico successivo al levitico, un precetto esattamente contrario, ovvero che è dovere di un cognato sposare la moglie vedova del fratello quando non abbiano avuto figli, perché non vada in sposa a un estraneo.

A complicare le cose c’era il fatto che Clemente VII era prigioniero di Carlo V, nipote di Caterina e difficilmente poteva intervenire contro di lei. Così il papa agì in modo da scontentare tutti e nessuno, non concesse l’annullamento, ma solo la dispensa (1527) che senza il primo non poteva essere utilizzata.

Parte di queste vicende furono oggetto di un lungo processo e congiure. Nel 1529 fu destituito il cardinale cancelliere e sostituito da Tommaso Moro, che però si dimise nel 1532, alla vigilia della rottura definitiva con la chiesa cattolica. Essa fu voluta proprio dalle pressioni e dalla potenza di Anna Bolena.

La rottura definitiva si ebbe nel 1532 con la celebrazione delle nozze segrete e subito dopo con le nozze ufficiali (1533) e l’atto di supremazia (1534). Anna non fu accettata dal popolo inglese che amava Caterina.

Eppure le divergenze sia a livello popolare, sia da parte di un cattolico inglese come Thomas Moore, seguace di Erasmo, erano la lontananza della gerarchia romana dall’ortodossia cattolica, per corruzione, mondanità e ingerenze negli affari nazionali inglesi per ragioni di natura economica.

L’anglicanesimo ondeggiò tra protestantesimo e cattolicesimo, se ne discostò sempre per ragioni extra religiose: la minaccia di Paolo III di mettergli contro un’alleanza tra l’imperatore Carlo V e Francesco I, re di Francia; ma fu un continuo allontanarsi e riaccostarsi, fino all’avvicinamento al calvinismo, per opportunità di indipendenza politica, sancito da Elisabetta I e valido ancora oggi.

Enrico VIII salito al trono nel 1509 all’età di 18 anni, era stato fedele al cattolicesimo tanto che papa Leone X gli conferì il titolo di Defensor Fidei. Il papa Clemente VII reagì invece all’atto di supremazia con la scomunica.

Edoardo VI, re minorenne (figlio della terza moglie Jane Seymour), tramite lo zio reggente Edoardo Seymour, introdusse il rituale del Prayer Book (libro di preghiera), al quale il Parlamento conferì forza di legge. Inoltre venne negato il carattere sacrificale della messa. Sul piano dottrinale venne pubblicata una nuova professione di fede contenuta in 42 articoli di ispirazione calvinista approvati dal re nel 1553.

Figura importante, come accennato, nell’ambito della querelle fu Tommaso Moro. Egli nacque il 7 febbraio 1477. Negli anni dal 1492 al 1500 si dedicò agli studi giuridici e nel 1499 conobbe Erasmo da Rotterdam al quale rimarrà legato da una profonda amicizia. Non condivise le decisioni di Enrico VIII sul divorzio dalla regina Caterina, avendo ben compreso a quali conseguenze avrebbe portato. Fu sottoposto a interrogatorio e il 1 luglio 1535 condannato a morte per “avere parlato del re in modo malizioso….e diabolico”. Si oppose alle illustrazioni nella Bibbia, in quanto avrebbero portato all’eresia. Ciò confermava la possibilità della fruizione della Bibbia da parte dei ricchi (che potevano leggere il latino), mentre i poveri si dovevano affidare ai predicatori. La sua figura per certi aspetti mostra delle ambiguità. Nel 1536 la Bibbia fu tradotta in inglese, ma non tutti sapevano leggere.  Il 6 luglio alle 9 venne decapitato e non impiccato, come avrebbe voluto l’accusa di tradimento, per intercessione del re. Per condannarlo si dovette ricorrere alla falsa testimonianza di tale Rich che verrà, qualche tempo dopo ricompensato con il titolo di Lord. Fu proclamato beato da Leone XIII e santificato il 19 maggio 1935 da Pio XI.

La nuova regina, Maria Tudor (1553-1558), figlia di Enrico VIII e di Caterina d’Aragona, che era rimasta fedele al cattolicesimo, tentò di restaurare l’antica fede, ma cadde in disgrazia per il suo matrimonio con Filippo II di Spagna e la persecuzione dei protestanti, che gli valsero il soprannome di Maria la sanguinaria.

Con la salita al trono di Elisabetta (1558-1603), figlia di Enrico VIII e sorellastra di Maria Tudor, il protestantesimo si affermò definitivamente in Inghilterra. Nel 1559 con un’apposita legge, che faceva della regina il supremo governatore della Chiesa d’Inghilterra, fu rimesso in vigore l’abrogato Atto di supremazia del 1538. Nello stesso anno fu promulgato un nuovo Atto di uniformità che prescriveva il ritorno all’uso liturgico del Prayer Book, modificato su due punti rispetto all’edizione precedente: viene soppressa ogni formula scortese nei confronti del papa; si afferma la presenza reale di Cristo nell’eucarestia. Questo ritorno alla riforma fu ben accolto sia dal popolo che dal clero, ma non dai vescovi che rimasero, tutti ad eccezione di uno, fedeli alla Chiesa di Roma.

Nel febbraio del 1570 Elisabetta fu scomunicata da Papa Pio V, ciò provocò la rottura tra i cattolici (i papisti) e protestanti, tanto che i cattolici furono considerati nemici dell’Inghilterra, considerati dei ribelli e perseguitati.

Dall’11 novembre 1992, la Chiesa anglicana ha ammesso il sacerdozio femminile.

(Storia moderna  – 18.4.1997) MP

metodologia citazione testi: autore, titolo, edizione, luogo, data.

Commenti (0)

LA LINGUA E’ MOBILE

Lezioni condivise 97 – Appunti di storia della Linguistica

28 Feb 2015 @ 11:58 PM

Ancora una volta, trattando di linguistica, mi tornano in mente i pedanti saccenti, quelli che usano correggere ogni loro percezione di difformità rispetto alla lingua standard. Ciò stona particolarmente riguardo all’italiano, essendo stato ridotto, sia dalla retorica post-risorgimentale che dal fascismo, a idioma stantio, conservatore, oscurantista, imposto a scapito delle altre lingue territoriali che si è tentato di far scomparire. Eppure, dal punto di vista linguistico, il dialetto fiorentino e gli altri sono sullo stesso piano, hanno tutti origine dal latino e appartengono allo stesso dominio linguistico “italiano”, benché si manifestino fenomeni di differenziazione, indicati nella geografia linguistica dalle isoglosse (dal greco ísos = uguale e glossa = lingua), linee che segnano il confine tra fenomeni linguistici difformi.

Tornando ai pedanti, essi parlano senza avere idea di cosa sia una lingua e meno ancora gli studi linguistici; non che questa sia una colpa, ma non si predica ciò che non si conosce, e non mi riferisco certo alle piccole innocenti correzioni didattiche.

Riporto, solo per dare un’idea dell’oggetto degli studi, un breve saggio di storia della linguistica, una serie di elementi da sviluppare.

Senza evocare la torre di Babele, si possono considerare precursori in materia, il Primo trattato grammaticale islandese (XII sec.) e il De vulgari eloquentia di Dante (XIV sec.).

L’iniziazione scientifica allo studio delle lingue è dell’avvio del XIX secolo e ha origine dal Romanticismo; prima di allora vi era stato solo empirismo grammaticale, retorica, o speculazione filosofica.

Nel 1786 William Jones scoprì un rapporto di parentela storica tra sanscrito e greco-latino-gotico-celtico. E’ l’inizio degli studi di “grammatica comparativa” come li definì nel 1808 Friedrich Schlegel, che classificò le lingue in isolanti (prive di struttura grammaticale), agglutinanti (ad affissi) e flessive (lingue indoeuropee).

Con la pubblicazione del volume Sul sistema di coniugazione del sanscrito comparato con quello del greco, latino, persiano e germanico di Franz Bopp, nel 1816, nasce ufficialmente la Linguistica in Europa.

Friedrich Diez, intorno alla metà dell’Ottocento, adatterà il metodo storico-comparativo alle lingue neolatine: est (italiano e valacco, alias rumeno), nord-est (provenzale e francese), sud-ovest (spagnolo e portoghese). Il sardo si colloca in un dominio centrale, avendo caratteristiche miste.

A fine Ottocento il movimento dei neogrammatici (Lipsia) fisserà a tavolino le regole della linguistica comparativa. Ad essi si opporranno Graziadio Isaia Ascoli con le due Lettere glottologiche e Hugo Schuchardt con Intorno alle leggi fonetiche. Contro i neogrammatici. I quali negheranno che le norme linguistiche possano avere un’applicazione generale e assoluta come le leggi fisiche, sostenendo che sono le variabili tempo e spazio a determinarne e limitarne l’azione.

Ha origine così la geolinguistica e con essa gli atlanti linguistici, la prima rappresentazione cartografica dei fenomeni linguistici.

Il padre ufficiale della geolinguistica è Jules Gilliéron (1854-1926), svizzero, insegnante di dialettologia; egli pubblicò un atlante fonetico dei dialetti gallo-romanzi con un raccoglitore unico non linguista, Edmond Edmont, perché la conoscenza della materia non lo condizionasse. La ricerca si basava su 1400 domande ordinate per campi semantici e sul principio di equidistanza dei punti di indagine.

Nel 1916 con Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure nasce lo strutturalismo; egli sosteneva che “il linguaggio è riconducibile a cinque o sei distinzioni o paia di cose”: la dicotomia tra linguistica diacronica e linguistica sincronica, le serie associative in absentia (memoria) e le serie di successioni in praesentia (asse sintagmatico, parole legate da un rapporto di continuità), sistemi semiotici il cui significato (signifié) è associato in modo arbitrario al significante (signifiant), l’arbitrarietà del segno linguistico (arbitraire du signe).

In Italia Matteo Bartoli (docente di Gramsci) e Benvenuto Terracini (docente anche all’Università di Cagliari ed esperto di lingua sarda) daranno vita nella prima metà del Novecento alla nuova linguistica spaziale, o neolinguistica, la quale punterà l’attenzione sui legami tra ambienti, classi o strati sociali, da un lato, e varietà sociali della lingua dall’altro, siamo agli albori della Sociolinguistica.

A partire dal 1950 assistiamo allo sviluppo di altri indirizzi di analisi linguistica: linguistica cibernetica o teoria dell’informazione; linguistica statistica o linguistica quantitativa; linguistica computazionale, studio del linguaggio con l’ausilio dei calcolatori; la pragmatica, che studia “i rapporti dei segni coi loro utenti”; la linguistica cognitiva.

Negli anni settanta nasce la Textlinguistik o Linguistica testuale, studio dei vari tipi di testo, scritti e orali, e delle operazioni cui vengono sottoposti. Il testo è ogni parte linguistica enunciata di un atto comunicativo che soddisfa sette criteri di testualità: a) coesione, b) coerenza, c) intenzionalità, d) accettabilità, e) informatività, f) situazionalità, g) intertestualità.

L’ibridità o testo misto è la mescolanza di testi e stili diversi: di forme diamesiche (secondo il mezzo o il modo usato per comunicare, orale, scritto, tv, stampa, dislocazione, ridondanza, paratassi, gerghi, regionalismi,  ecc.), di tecniche discorsive (citazioni, discorso riportato); di campi di conoscenze (tipi testuali: descrittivo, narrativo, argomentativo…).

Nello stesso periodo si sviluppa la Sociolinguistica. Uno dei precursori è certamente Noam Chomsky, l’esponente italiano più noto è Giorgio Raimondo Cardona. Essa non si occupa del sistema linguistico astratto, la langue (che attiene alla Sociologia del linguaggio), ma della parole, e di come essa varia nelle effettive realizzazioni linguistiche ad opera di parlanti ‘reali’, condizionati da molteplici fattori, il background socio-culturale, il contesto sociale attuale, la situazione comunicativa. Si sviluppa soprattutto intorno alla variabile diastratica (status, istruzione, età, sesso, social network, ecc.) e la variabile diafasica, legata ai vari contesti situazionali nei quali di volta in volta avviene l’interazione linguistica.

Il contesto linguistico ci permette di scoprire che una stessa lingua ha una moltitudine di registri (modi di esplicitarla) a seconda delle differenti variabili in cui po’ essere usata, le più comuni sono lo spazio e il tempo, le situazioni psico-affettive, cognitive o socio-culturali differenti: famiglia, lavoro, scritto, orale e via dicendo.

La Semantica, è una disciplina linguistica complessa, relativamente recente, si basa su queste due leggi: 1. Un solo termine-oggetto non comporta significazione; 2. La significazione presuppone l’esistenza della relazione tra due termini. E’ evidente che alla base di un significato vi è una relazione tra due termini, altrimenti cadrebbe il senso stesso di significato.

L’evoluzione degli studi linguistici ha comportato conseguentemente quella degli strumenti adoperati per questi studi, non esclusi gli atlanti linguistici e la ricerca sul campo.

Questo non sminuisce ovviamente l’importanza degli studi del passato. Resta una pietra miliare per noi sardi, il Dizionario etimologicodi Max Leopold Wagner, capolavoro della lessicologia; ma anche la carta corografica dello Spano, ove è proiettata la completa realtà linguistica della Sardegna, nonché le carte, prima in ordine alfabetico, poi onomasiologico (rapporto di tutte le denominazioni cosa-parola), basate sull’omogeneità per campi semantici dei dati.

Ad esempio, solo a Cagliari il tuorlo d’uovo ha almeno queste tre denominazioni: aravellu – revellu – arevellu).

L’analisi di tipo semasiologico è invece caricare una stessa parola di significati diversi. E’ il caso del concetto di testa/capo che divide il dominio romanzo: conca – testa; testu – vaso vuoto; caput -capo; cabu – gugliata/ago; capudu – bandolo; cabudiana – pecora guidaiola; benere a cabu – concludere. Nei dialetti italiani vale per: viso, masso, girino, cavolo, panna.

Le parole semanticamente omogenee sono in genere più antiche all’interno, di creazione popolare nelle aree intermedie, più recenti lungo le coste.

La geolinguista più attiva in Sardegna è Maria Antonietta Dettori, docente universitaria a Cagliari. Ha lavorato alle tassonomie popolari sottostanti al sistema dei cromonimi, degli ornitonimi e degli ittionimi in aree della Sardegna (principalmente negli stagni di Cabras e di Santa Giusta). Ha ricostruito il lessico tecnico di una tipica imbarcazione dell’area oristanese, su fassone. Ha collaborato al I volume dell’Atlante linguistico italiano, dedicato al corpo umano.

La Sardegna sta colmando lentamente la lacuna, unica nel dominio romanzo, di non disporre di un atlante linguistico. Vi era finora solo il “Saggio di un atlante linguistico della Sardegna” di Terracini e Franceschi del 1964, con dati dell’ALI, 59 carte su rilievi di Ugo Pellis.

L’ALiMuS (Atlante Linguistico Multimediale della Sardegna) sarà il primo atlante linguistico della nostra isola (progetto avviato nel 2004, presentazione di una prima parte dei risultati tre anni fa). Prevede 101 punti d’inchiesta, località di piccola o media dimensione, appartenenti al mondo rurale e per le aree urbane e suburbane, sono state incluse le tre città maggiori (Cagliari, Sassari, Nuoro) e poche altre, non lontane da queste ultime.

E’ previsto un questionario lessicale di circa 1300 concetti-parole per 18 campi semantici (es.: i fenomeni atmosferici, la natura, la misura del tempo, la fauna e la flora selvatica, l’agricoltura, la casa, i lavori domestici…) e un altro morfo-sintattico di circa 300 entrate.

Sarà un atlante di nuova generazione, parlante, ed essendo informatico non sarà necessario aspettare la fine di tutte le inchieste per avere accesso alla banca dati, che potrà essere arricchita man mano che esse verranno portate a termine; anche se i tempi si stanno rivelando lunghi quando quelli degli atlanti cartacei e sempre per mancanza di fondi.

(Linguistica sarda  – 11.4.1997) MP

Sassarese: pisano misto a ligure e sardo.
Gallurese: corso – toscano, con superstrato sardo.

Commenti (1)

LA LINGUA E’ MOBILE
1 #
Emily
etoday.ru/2015/03/sovremennaya-hudozhnica-milo-m….
terrell@mail.ru
188.232.75.216
Inviato il 02/03/2017 alle 22:10
привет

IL SEGRETO DI PULCINELLA

Lezioni condivise 96 – Leopardi visto da Ungaretti

31 Gen 2015 @ 8:00 PM

Scrivere del Pensiero è sempre un grosso rischio, se poi si tratta di Pensiero controverso, è come andarsela a cercare, ma devo affrontare questo argomento, seppure non troppo direttamente. Da qualche parte avrò detto e scritto del mio rapporto con la filosofia, o per meglio dire con un certo tipo di filosofi, per questo sento la necessità di definire alcuni semplici corollari preliminari, forse banali, ma utili come premessa, come base per un discorso non troppo complesso.

Ogni animale “pensa” e tra questi l’uomo, che in più scrive, nelle sue lingue. Non tutti gli uomini che pensano scrivono i loro pensieri, ne patisce di sicuro la filosofia (che è amore per la sapienza, ma nel sentire comune anche studio del pensiero). Se a qualcuno venisse in mente di raccogliere il pensiero degli operai nelle fabbriche su varie materie, o dei lavoratori comuni, degli artigiani, dei commercianti, delle badanti e via dicendo, non so in quale branca del sapere sarebbero inseriti i loro pensieri, probabilmente in qualche branca della sociologia, peraltro è già cosa fatta.

Un primo “sospetto” è dunque che si sia studiato fino ad ora solo il pensiero di alcuni privilegiati, questo di sicuro fino al Novecento o sbilanciandomi potrei dire fino alla Rivoluzione francese, ma non è necessario ora che sia così preciso. D’altra parte non si possono trattare tutti i Filosofi alla stessa stregua, tra loro troviamo anche chi ci piace, chi la pensa come noi in tutto o in parte… e non sarebbe neppure giusto prendersela con chi fa altre scelte. La mia è solo una riflessione, una critica, libertà legittima come quella di pensiero.

Tuttavia non posso fare a meno di dirla grossa: alcuni, forse soprattutto tra gli esistenzialisti, devono avere avuto troppo tempo libero…

Non vorrei fare attacchi troppo diretti, alcune biografie mi spiazzano. Tutto ha una ragione ed è più giusto elaborare questa che perdersi nei pensieri, magari lontani dalla realtà. Accade infatti che nel nome di questo o quello, suo malgrado, antico, moderno o contemporaneo, si compiano olocausti, stragi o delitti bestiali.

Atterro, in qualche modo, sulla lettura di Leopardi da parte di Ungaretti. Potrebbe sembrare qualcosa di abbastanza strano, vista la premessa, ma a volte ci sono dei motivi particolari anche per fare le cose più comuni.

La prima impressione è che non vi siano grandi cose in comune tra i due, anzi mi si presentano alcune antitesi, ma si può scavare, si possono riferire altre opinioni.

La prima è quella dello stesso Ungaretti, che si sente legato a Leopardi dalla teoria del Segreto. La poesia nasconderebbe il segreto del poeta, quel segreto che egli vorrebbe condividere, rivelare, ma lo fa costruendovi attorno il mistero, lo rivela in modo meraviglioso, prodigioso, servendosi di una forma che stupisca, che faccia effetto, sia spettacolare.

Questo è abbastanza vero per diversi stili poetici, fino a un certo punto anche per la poesia di Ungaretti, mentre avrei qualche difficoltà a riconoscere in tale descrizione la poesia di Leopardi, anche se il concetto di meraviglioso può essere soggettivo, ma non se ci si riferisce al barocco come fa esplicitamente il lucchese.

La realtà è che lui si barcamena in un bailamme stilistico tra minimalismo, frammentismo, espressionismo, simbolismo, poi ermetismo, neoclassicismo, forse anche tracce di futurismo e barocco, peraltro conditi da condizionamenti ambientali, prima l’esilio e la guerra, poi il fascismo e le vicende personali. Ne è prova anche il cambiamento di atteggiamento nei confronti del passato, della memoria, che prima gli consentiva di muoversi nel tempo a suo piacimento, fino a tornare all’innocenza del bimbo, poi viene in qualche modo rinnegata ne “Il sentimento del tempo”.

Egli si è creato propri riferimenti tra i “cultori della segretezza”, ne ha tratto il proprio linguaggio poetico e la scelta della parola.

Le comunanze sono un po’ forzate, come quella che legherebbe “L’Allegria di naufragi” e “…il naufragar m’è dolce in questo mare”. Mentre ne “Il sentimento de tempo” ad unirli c’è un pessimismo, più umano in Leopardi, portato all’estremo in Ungaretti.

Questi ha scritto saggi, dispensato lezioni e conferenze sul poeta di Recanati, anche in Brasile. Lo scopre come poeta della decadenza, ma anche dell’innocenza, che attribuisce anche a se stesso, e ascrive il pessimismo del marchigiano alla perdita della fede cristiana. L’uomo nasce felice, ma viene corrotto dalla storia, pertanto per esserlo ancora deve mentire a se stesso “io nel pensier mi fingo… e il naufragar m’è dolce…”, un moto ironico dalla natura circostante, conosciuta, in fusione spaziotemporale; versi accostati al senso di infinito in “M’illumino d’immenso”, che tuttavia ha un’altra storia: tutto ciò che al risveglio concede il disagio materiale tangibile e l’illogicità di una guerra.

Ungaretti passa poi dai contenuti alla poetica, in polemica con La Ronda (apparentemente su posizioni comuni, ma più classicistiche). Egli guardava ai classici, un po’ per le direttive del regime e si inventava l’innovazione partendo da essi.

Ciò che rendeva poetico Leopardi era la ricerca lessicale, la lingua arcaica, prima che letteraria, scolastica e colta, e se tale, non doveva apparirlo, ma essere moderna e arcaica allo stesso tempo.

Eszter Rónaky, ungherese, docente presso l’Università di Trieste, ha rilevato quella sorta di “rivalutazione” del barocco da parte del toscano, che a suo avviso è anche del Leopardi, nella ricerca di quello che chiama il “vocabolo magico”, teso a provocare meraviglia. Ma la prof è perplessa, perché è noto che il barocco esasperava le regole fino a snaturare la poesia. E’ stato travisato il concetto per l’eccessiva importanza alla forma fine a se stessa, forse per giustificare “Il dolore”, in cui è stato visto una sorta di neobarocco.

Quali sarebbero i vocaboli magici del Leopardi per Ungaretti non è dato sapere: forse “la donzelletta”, “i veroni del paterno ostello” o “i sempiterni calli”? Che la diacronia linguistica sia talmente mutata in così poco tempo? Che Ungaretti dominasse un italiano manzoniano, mentre ai nostri tempi, con la rivincita dei dialetti e il diritto allo studio, quei termini non appaiono così fuori dal normale? Qual è dunque questo “inesauribile segreto”: la normale mutazione di registri linguistici nel tempo o il silenzioso dimenarsi tra le imposizioni stilistiche del fascismo e il canto libero? O è appunto un mistero irrisolvibile che è memoria e rivoluzione allo stesso tempo.

La formazione letteraria di Ungaretti contempla poeti dello spessore di Rimbaud, Mallarmé, Apollinaire, Leopardi e Petrarca e frequentazioni più diffuse con italiani come Palazzeschi, Soffici, Papini e le loro riviste (ove ha esercitato anche la funzione di critico), la considerazione di tutta la letteratura a partire dal Duecento, in cerca forse di risposte, come nella vita di una dimora, dato che si sentiva costantemente in esilio, identificandosi forse con la storia drammatica dell’amico Moammed Sceab.

Rónaky lo spiega con l’esigenza di aderire a qualcosa, avere una patria, una letteratura, una storia, anche per la sua deriva prima militarista, poi nazionalista. Da un punto di vista più letterario, l’importanza della “parola”, della ricerca linguistica che lui trova in Leopardi, nelle sue espressioni arcaiche, è il trait d’union con il linguaggio del Petrarca, con una lingua remota, ma d’arte, dunque elegante e per questo moderna.

Vi è dunque una linea Petrarca-Leopardi-Ungaretti? A mio avviso essa è tale solo nelle aspirazioni di quest’ultimo. Diverso è trovare in questa catena un senso di aderenza, di legame, di eredità perenne, il naturale quid della poesia.

Un’altra affinità con Leopardi, egli sembra trovarla nel “rapporto” con Nietzsche e precisamente nelle tesi sul nulla e sull’annientamento. Il tedesco condivide la visione di Leopardi secondo cui l’illusione dell’arte è condizione per la sopravvivenza; contro il mondo crudele è necessaria la menzogna per vivere. Per questo l’uomo è mentitore e artista per natura. Ma Nietzsche si spinge fino al superuomo, colui che sa godere della vita nel bene e nel male e concilia il piacere di vivere anche con quello dell’annientamento. Leopardi esclude questo piacere, ritenendo che chi è cosciente del nulla può avere solo il piacere della capacità di percepire il proprio destino.

Di Leopardi Nietzsche stimava pessimismo e nichilismo. Riduceva un po’ tutto al suo pensiero negativo. Tolstoj disse che era un folle megalomane. Dal darwinismo si inventò l’idea di una selezione anche nella società umana, ove avrebbero prevalso gli individui portati alla supremazia per la loro “volontà di potenza”, criticando l’ottimismo progressista di Darwin. Teorie pericolose che sappiamo poi di chi vennero raccolte… Peccato che per dimostrare l’inconsistenza delle teorie di Nietzsche ci siano voluti Hitler, Mussolini e i loro tanti replicanti, aspiranti “superuomini”.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 11.4.1997) MP

Commenti (1)

IL SEGRETO DI PULCINELLA
2 #
Alicia
thebeautifulbrain.com/2013/04/what-we-talk-about-…
kristagoldschmidt@gmail.com
104.143.23.189
Inviato il 08/10/2015 alle 15:24
There is definately a lot to learn about this issue.
I like all the points you’ve made.
I can’t wait to read much more from you. This is really
a wonderful web site.