REPRESENTACION DEL DESENCLAVAMIENTO DE LA CRUZ

Lezioni condivise 111 –  Antoni Maria de Stersili

 30 Apr 2016 @ 11:55 PM

Il ripensamento sulla Storia della letteratura (nel territorio dello stato italiano) è iniziato solo negli anni Cinquanta del secolo scorso e non si è ancora compiuto del tutto. Prevale ancora una concezione centralista, pertanto accentratrice, che privilegia la lingua ufficiale e lega troppo spesso la letteratura alla ragion di stato, avente origine in quell’unità non sentita dai popoli e voluta solo da pochi nel 1861. Da allora diverse illiceità hanno generato una lunga serie di norme e atti impopolari, servendosi dell’uso della forza o approfittando del lassismo diffuso. Il resto è stata sovversione che a volte ha vinto, altre si è imposta, ma mai in maniera stabile e duratura, essendole stata opposta la forza delle armi, delle bombe e delle stragi, anche per indirizzare il modo di pensare e la cultura. Sappiamo, perché ne siamo testimoni, di come lo stato abbia sempre trattato le lingue locali, come ne abbia sempre proibito l’ingresso nella scuola, perpetrando l’ignoranza e impedendo la conoscenza linguistica corretta, almeno come bagaglio culturale di ciascun individuo.

Nell’ambito del cammino di riappropriazione della nostra cultura, della nostra letteratura, del nostro teatro, nel corso dell’anno accademico è stato tenuto in modo permanente un laboratorio teatrale con la partecipazione attiva del prof.

L’attività, conclusa con il saggio – la rappresentazione dei colleghi/attori -, si è come trasfigurata in un’esistenza parallela dello stesso sapore; non dico nel palco calpestato fin da bambini o nelle commedie di Antonio Garau, Efisio Vincenzo Melis e altri, seguite come eventi da ragazzi, ma certo nelle Compagnie teatrali sarde itineranti, accolte nei loro tour nei vari comuni dell’isola, dal primo teatro d’avanguardia, quello che trattava in maniera drammatica o sarcastica del diritto al lavoro o le rappresentazioni storiche di Francesco Masala e del Teatro di Sardegna, “Su connotu”, “Sos laribiancos”, fino alle abbuffate da uno spettacolo al giorno con tutte le maggiori compagnie sarde: Is mascareddas, Cada die, Actores alidos, La maschera, La botte e il cilindro, Crogiulo, Lucido sottile, Mario Medas, Fueddu e gestu e la lista potrebbe continuare ancora a lungo. Mettiamoci dentro anche Dario Fo, da “Guerra di popolo in Cile” e “Mistero buffo”, fino alla recente lezione in aula magna, con il ritrovare colleghe sparite da mesi, magari di quella Trexenta che vanta in tema gloriose tradizioni.

Il saggio ha risvegliato una certa nostalgia, è stato sobrio, ma sentito e toccante, nonché impegnativo, quanto di un’eccentrica suggestione, con quei costumi di scena essenziali e l’azione sulle poltroncine dell’aula magna del Corpo aggiunto. Si è rappresentato il Desenclaviamento de la cruz di Antoni Maria de Stersili (1688).

Sorvolando sul periodo proto sardo, la scrittura in Sardegna è documentata fin dal periodo fenicio-punico, cui seguì la latinizzazione e la coesistenza del sardo con tutte le lingue che introdussero i vari dominatori successivi, principalmente il greco/bizantino, catalano e spagnolo.

Visto che siamo in tema, è lecito citare uno dei primi documenti di età romana, la tavola di Esterzili, recante un decreto del proconsole Lucio Elvio Agrippa e risalente al 18 marzo del 69 d.C., imperatore Otone, relativa a una controversia legale tra le popolazioni arcaiche.

In seguito vennero i Carmina nella necropoli di Tuvixeddu (Grotta della Vipera): Dalle tue ceneri, Pontilla fioriscano viole e gigli… gli scritti di San Lucifero e Sant’Eusebio, nonché San Fulgenzio, in età vandalica, diversi codici, le Passioni dei martiri San Saturno, San Lussorio e San Gavino, le vicende agiografiche di Sant’Antioco e San Giorgio.

Intorno al 1000 il sardo venne usato nei documenti ufficiali dei Judikes, in atti notarili, nella stesura delle leggi, nei Condaghi. I documenti cominciarono a essere tanti, tra cui gli Statuti Sassaresi, e nel Trecento il documento più noto la Carta de logu.

La prima opera letteraria pervenuta a noi in lingua sarda può essere considerata Sa vita et sa morte, et passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu di Antonio Cano ed è un poemetto del Quattrocento.

Del Cinquecento si conservano più scritti: Los diez libros de Fortuna de Amor di Antonio Lo Frasso, citata anche nel Don Chisciotte di Miguel de Cervantes; in quel periodo molti autori scrivevano anche in Castigliano, come Sigismondo Arquer, Giovanni Francesco Fara, Gerolamo Araolla, con l’eccezione di Pietro Delitala (italiano).

Ed eccoci al Seicento, il secolo del nostro testo, tra gli autori, Giuseppe Delitala y Castelvì, Josè Zatrilla, lo storico Francesco Angelo de Vico, Salvatore Vidal, e siamo quasi in epoca contemporanea con una storia letteraria conosciuta e documentata.

Non bisogna dimenticare la poesia estemporanea sarda che rappresenta un patrimonio che nel corso di tanti secoli in parte si è perso. Ne trattò Matteo Madao nel 1787 ed è da citare la meritoria opera dell’altrettanto estemporaneo editore Antonio Cuccu (1921-2003). Diversi autori hanno trattato l’argomento in passato e l’hanno sviscerato nel presente.

Il segno letterario non può prescindere dal suo sostrato, che è il codice linguistico.  Ciò ha permesso di rivalutare tutte le lingue naturali e di studiare con maggiore competenza le lingue e le letterature delle minoranze.

Oggi non ha più senso parlare di letteratura italiana o di letteratura sarda, quanto semmai di comunicazione letteraria degli italiani e dei sardi, ossia di sistemi letterari policentrici la cui identità si è storicamente e geograficamente affermata grazie al contributo di più lingue e di più culture.

I poemi agiografici non furono marginali nella cultura umanistico-rinascimentale, come potrebbe far pensare la scarsa attenzione che oggi si riserva loro. Sono un’opera contigua, non incardinata alla liturgia, che sta dentro la ricca produzione devozionale legata alla celebrazione dei santi. La linea di demarcazione che separava i non alfabetizzati dagli alfabetizzati, almeno fino agli inizi del Settecento, doveva essere più o meno la stessa che divideva i sardofoni da coloro che parlavano altre lingue. La competenza degli altri codici, come il catalano e il castigliano, era patrimonio di una minoranza. Per la comunità di parlanti esse esistevano prevalentemente come lingue scritte, veicolo del potere e della cultura dotta.

Non è improbabile che, per lungo tempo, i testi che venivano scritti fossero destinati alla recitazione e al canto e nello stesso tempo concepiti in previsione di una duplice diffusione: scritta e orale.

Il Cano, mediante la variante logudorese adottò una via mediana tra l’accento fortemente religioso delle Passiones e i modi della tradizione orale della poesia religiosa sarda.

Anche Gerolamo Araolla scrisse in logudorese, un poema sacro di duecentocinquanta ottave in rima alternata e baciata, dal titolo (simile a quello del Cano) Sa vida, su martiriu et morte dessos gloriosos martires Gavinu, Brothu et Gianuariu, pubblicato nel 1582 a Cagliari, in quel periodo opere del genere furono numerose fino a Seicento inoltrato.

Il sardo costretto sempre più nei contesti comunicativi propri dell’oralità, trovò canali, spazi espressivi e circolazione testuale (orale e scritta), soprattutto negli ambiti della cultura e religiosità popolare. Soprattutto il clero continuò a parlarlo con la massa dei fedeli. L’ecclesiastico di rango poteva conoscere, oltre il latino e il sardo, anche il catalano, il castigliano e l’italiano: il castigliano perché lingua ufficiale dei nuovi dominatori, il latino in quanto cardine della funzione sacra, oltre che fondamento della classicità, veicolo della cultura scritta e principale serbatoio di modelli sintattici e retorici.

Tra Cinquecento e Seicento la poliglottìa degli intellettuali sardi, chierici e laici, costituiva, dunque, un elemento fondamentale per la generale comprensione della comunicazione letteraria in Sardegna.

Tra questi, e siamo al punto, frate Antonio Maria da Esterzili (1644-1727), il cui nome resta legato all’opera in versi Representacion del desenclaviamento de la cruz, compose in sardo-campidanese con didascalie in castigliano.

Le opere di molti autori, a partire dal XV secolo, attestano questo plurilinguismo e i loro testi risultano permeati, soprattutto nel contingente lessicale, di elementi allogeni. Latinismi, italianismi e iberismi non di rado coesistono in un rapporto simbiotico col mutante elemento indigeno e con le sue strutture organizzative più profonde. Una questione filologica legata al rapporto tra sistema grafematico e sistema fonematico. Quale contenuto fonico corrisponde a talune realizzazioni grafiche? Quale scrittura? Quale lettura? Quale pronuncia? La lingua sarda solo nella seconda metà del Novecento ha iniziato a conoscere una sia pur minima normalizzazione grafica e ortografica grazie ai premi letterari.

Di fra Antonio Maria da Esterzili sappiamo poco, non conosciamo il cognome, né abbiamo notizie certe sui luoghi ove visse e si formò, escluso il fatto che sicuramente trascorse dei periodi della sua vita a Iglesias, Sanluri e Cagliari. Tra le poche notizie pare certo che il frate venne accusato e punito dagli organi ecclesiastici per un “crimine pessimo”. Secondo alcuni studiosi si tratta di un reato politico oppure a sfondo amoroso. Eppure il frate occupa un posto importantissimo nella storia letteraria della Sardegna in quanto è da considerarsi il primo drammaturgo e commediografo della storia del teatro in lingua sarda. L’Archivio storico di Cagliari ha conservato diverse opere a lui riconducibili che hanno un inestimabile valore culturale. Il titolo completo di questa raccolta è il Libro de comedias escripto in sardo por Fray Antonio Maria de Estercili, sacerdote capuchino en Sellury, año 1688: Conçueta del nascimento del Christo, Comedia de la Pasion de N.ro Señor Christo, Representacion de la comedia del desenclavamiento de la cruz de Christo nuestro Señor, Versos que se representan el dia de la resurreccion, Comedia grande sobre la Assumption de la Virgen Maria Señora nuestra a los cielos.

(Storia del teatro e dello spettacolo – 12.5.1997) MP

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REPRESENTACION DEL DESENCLAVAMIENTO DE LA CRUZ
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Dominique
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MAL UNIDOS, DE SICURU!

Lezioni condivise 110 – La priorità della Lingua

31 Mar 2016 @ 23,58

Uno dei dispiaceri di molti intellettuali sardi è il luogo comune che ci dipinge ancora come pocos, locos y mal unidos, che ci portiamo dietro dal tempo della dominazione spagnola. E vorrei vedere il sardo che non si risentisse! Mi interessa tuttavia discutere sul giudizio di mal unidos; è naturale che ci dia fastidio, eppure se non fossimo davvero poco solidali tra noi, meno attenti ai campanili o anche alle cattedrali (nel deserto) e più al bene della Sardegna, forse staremmo un po’ meglio. Non mi avventuro in analisi storiche peraltro già in parte affrontate, voglio riferirmi al presente e alla fondamentale questione della lingua. In questo campo noi sardi stiamo dando il peggio di noi stessi, come quei politici che ogni volta buttano giù anche quel poco di buono fatto dai predecessori, vecchia usanza latina, una sorta di damnatio memoriae.

Sembrerebbe che lo stato della lingua sarda sia nuovamente a un bivio, o a un trivio. Il nuovo secolo era iniziato bene. Nel 1999 la legge sulle minoranze linguistiche, riconosceva finalmente anche se molto parzialmente, un nostro diritto costituzionale e qualche anno prima una legge regionale, esecutiva, riconosceva pari dignità a sardo e italiano. Da allora sono stati fatti molti passi avanti in positivo, ma molti meno di quelli che si sarebbero potuti fare, quasi sempre per i freni dei politici nostrani e per questo non si è colto l’attimo per fare quelli necessari – tra questi il regolamento di attuazione della legge 482/1999 -, comunque quasi tutti i Comuni della Sardegna hanno attivato uno sportello linguistico, l’insegnamento del sardo sta facendo breccia nella scuola e nella società civile, si sono realizzati alcuni progetti, purtroppo in parte un po’ abbandonati… bontà del renzismo!

Da alcuni anni, forse anche troppi, si assiste a uno stallo se non a un regresso; spiace constatare che ciò coincida con il ritorno in regione di una giunta che si definisce di “sinistra”, o forse per prudenza di “centrosinistra”. L’elettore spera sempre che i governi “progressisti” facciano cose conseguenti, invece si deve regolarmente constatare che anche questi governi continuano a fare cose di destra. E la favola che le categorie destra e sinistra sono superate non si può sentire, giacché c’è un abisso tra chi subisce le politiche conservatrici e chi invece ne usufruisce. La realtà è che non c’è più sinistra…

L’azione del movimento linguistico segna il passo anche per l’eccessivo calo dei finanziamenti, che pur tenendo conto della crisi, sono un attentato alla valorizzazione della lingua sarda ed è peraltro quanto ci si può aspettare da una politica retriva, che ragiona ancora contando gli elettori che accontenta per carpirne il voto.

Ciò che non ci si aspetterebbe è che persista una sorta di “guerra”, o più di una, tra i partigiani della lingua sarda… Nella migliore delle ipotesi si tratta di contrasti di campanile: il mio sardo è migliore del tuo e roba simile, ma si tratta anche di guerre di “potere”, gelosie, le peggiori faziosità e disobiettività, cavilli assurdi, testardaggini, pinnicas. Situazioni che frazionano il movimento linguistico, favoriscono i passi indietro e l’avanzata dei detrattori della lingua sarda.

Le posizioni più nocive sono quelle degli integralisti del logudorese e del campidanese, testardi quasi quanto Likud e Hamas. Posizioni che stanno minando una situazione di equilibrio e apertura della LSC. Vi erano cose da rivedere e lentamente si stavano rivedendo, non a favore delle fazioni, ma della lingua sarda. Chi blocca il progresso della lingua con queste questioni ha certamente altri interessi che non sono il bene del sardo, ma usa il sardo per affermare la propria persona ed è questo il motivo per cui non si fanno passi avanti e si tira continuamente il freno.

Parlavo di guerre, perché sono diverse: Campidano vs Logudoro, tutti contro tutti, difensori della lingua contro accademici, studiosi contro studiosi, giovani contro maestri e via dicendo.

Questa paradossale dimostrazione di disunità è da stigmatizzare, da denunciare, fa incazzare seriamente chi nel movimento linguistico vuole esclusivamente il bene della lingua sarda e non posizioni di potere, ed è chiaro che servono i denari per chi lavora, ed è chiaro che chi lavora deve essere retribuito.

Quanto agli studi, alla ricerca, credo diano un importante contributo alla lingua; gli atlanti stessi lo danno sicuramente al lessico e non solo, le parole non sono mai fini a se stesse, ma hanno una storia, un’etimologia, e nessuno ha il diritto di cassarle. Sarebbero auspicabili invece collaborazioni e idee e soprattutto lavorare tenendo in piedi una base concreta, che è la LSC e non muoversi nel caos.

Dalla LSC lingua di scrittura, lingua ufficiale, si parte verso la formazione della koinè, senza imposizioni di stile manzoniano, che abbiamo visto cosa hanno prodotto per reazione nell’italiano: la guerra dei “dialetti”, la loro necessità di farsi spazio con la forza, contro gli apparati, primi fra tutti i ministri della P.I., che spesso hanno agito contro gli stessi loro compiti, come ministri dell’ignoranza. Non penso che queste parole possano cambiare le cose, ma le dico, in mezzo a chi si fa la guerra, è bene che quelli che vogliono lavorare si contino, si conoscano e portino avanti la lingua sarda nella sua totale ricchezza.

Quali i concetti da privilegiare? Proteggere le specificità e favorire la crescita della koinè, fenomeno naturale e in corso; tutela di tutto il lessico e la grammatica, salvo le sole banali variazioni fonetiche, che pure come in ogni lingua possono coesistere. La ricchezza della lingua va favorita e non gettata via. E’ naturale che un significato possa essere espresso con più termini e non c’è più situazione deprimente di dover sentir ripetere sempre gli stessi luoghi comuni.

Ma affrontiamo concretamente un Atlante linguistico pubblicato o almeno del quale è iniziata la pubblicazione. Si tratta dell’Atlante Linguistico Italiano (ALI – italiano non inteso come lingua, ma come territorio), il cui primo volume (almeno in questo campo abbiamo avuto una priorità) è quello relativo alla Sardegna. Naturalmente non si tratta di una preferenza, ma di una ragione scientifica: il fatto che il dominio del sardo abbia confini finiti, precisi, essendo limitato all’isola e la sua peculiarità, come lingua più conservativa tra le lingue neolatine (tanto che Dante ci volle escludere dalle parlate volgari sostenendo che il sardo ripeteva pedissequamente il latino. Si tratta di un argomento che meriterebbe una specifica trattazione, mi limito solo a osservare che la conoscenza del sardo da parte del “divin” poeta non era approfondita, evidentemente, giacché tra l’altro non ne coglieva il sostrato e le varianti territoriali derivanti dalle diverse fasi temporali di influenza del latino e dal contatto con altre lingue. In ogni caso dobbiamo dargli atto che fu il primo a sostenere il nostro slogan: Sardigna no est italia).

Il materiale è pubblicato in volume per carte sparse (schede), per concetti linguistici produttivi. Vediamo la scheda della parola pipistrello (essere tra topo e uccello).
La scheda mostra una illustrazione contenente il risultato della ricerca sul campo, ovvero le varie voci nel sardo del termine in esame. Si dà atto che nel sardo non esistono continuazioni della voce latina (con buona pace di Dante), ma esclusivamente tipi lessicali originali, peculiari (attinenti alla creatività popolare locale).
I tipi fondamentali. Settentrione: tzirriolu; meridione: zunzurreddu, sunzurreddu, sintzimurreddu.
Dizioni minori. Centrale: alipedde (ala ‘e pedde) ala di pelle (Goceano, Margine; Buddusò, Nule, Bono).
Nuorese: zuzurreri (dal rumore delle ali, onomatopeico).
I tipi marginali: il genovese ratu pernugu (Calasetta), il catalano rata piñata (Alghero), i catalanismi del campidano: arratapignatta (con il fenomeno della prostesi e del raddoppiamento sintattico, come in riu – arriu).
Alcune variazioni morfologiche chiariscono il senso rendendo più facile la parola: da alipedde deriva a Orani,  impeddone (fonosimbolismo).
La dicitura farighe proveniente dal Corso, ha invaso l’area di tzirriolu.
Il ricorso a nomi sostitutivi per le denominazioni ha in Sardegna, come altrove, ragioni apotropaiche: non nominare affinché non compaia, così come si fa per la volpe che è chiamata in modo surrogato – come viene esaminato nella seconda carta – es. margiani.

Per l’approfondimento dello studio i materiali sono disponibili nelle biblioteche universitarie.
Gli Atlanti linguistici sono un importante strumento scientifico, ma anche di tutela del lessico, specie quello delle lingue minoritarie.

(Linguistica sarda – 9.5.1997) MP

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MAL UNIDOS, DE SICURU!
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            Tonya
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Inviato il 16/08/2017 alle 07:17
I needs to spend some time learning more or understanding more.

ESTETICA

Lezioni condivise 109 – Bergson e Ungaretti.

29 febbraio 2016 @ 22:54

Ungaretti conobbe il filosofo Henri Bergson a Parigi nel 1912. Ne frequentò per due anni le lezioni al Collège de France e alla Sorbona. Arrivò in Francia direttamente dall’Egitto – ove era nato – attraversando per la prima volta l’Italia e le montagne lucchesi – sua terra d’origine – che vedeva per la prima volta. Si trattava di un Ungaretti giovane, non ancora compromesso né col fascismo, né dalle guerre e dalle vicende biografiche che ne caratterizzarono l’attività letteraria. In Egitto aveva frequentato le scuole superiori e compiuto le prime esperienze formative, con la lettura di poeti francesi (Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé…) e l’esperienza di Baracca Rossa (ritrovo di socialisti e anarchici) con l’amico Mohammed Sceab.

Henri-Louis Bergson (1859-1941), di famiglia ebraica, a quel tempo era già un filosofo affermato, si poneva fuori dalla tradizione spiritualista e positivista che caratterizzava il suo tempo ed era attento ai fenomeni psicologici e biologici applicati alla letteratura. Per i suoi testi ebbe il premio Nobel per la letteratura nel 1927, non essendovene allora uno per la filosofia.

Negli anni in cui Ungaretti approdò in Francia per gli studi universitari, Bergson stava ottenendo l’attenzione da parte di ambienti socialisti e modernisti cattolici, mentre la chiesa nel 1914 poneva all’Indice i suoi libri. L’iniziale approccio ungarettiano a Bergson avveniva quando si andava in giro con il Saggio sui dati immediati della coscienza, ripreso dal movimento futurista non ancora contaminato dallo squadrismo fascista.

Per Bergson la filosofia può ispirare gli artisti, ma non dar luogo a una teoria estetica. Per questo non ne ebbe una, salvo opinioni sull’estetica del tempo e il suo pensiero sull’arte. Esso risentiva del vitalismo, cioè della vita intesa come forza vitale energetica e fenomeno spirituale, al di là del suo aspetto biologico materiale, e insieme del dibattito sulla psicologia della creazione che si ebbe a cavallo dei due secoli, benché non la condividesse, anzi ne ribaltasse le conclusioni in senso misticista e metafisico, nel lavoro Matière et mémoire (1896).

Egli si rivelava intuizionista, spiritualista, soggettivistico-sentimentale, sostanzialmente giansenista – predestinazione del bene e del male -; percepiva l’arte in senso emotivo e non scientifico, come bellezza vivente, anima naturale, interiore, che investe la coscienza e non la tecnica, una visione come di una metafisica figurata, tuttavia concreta, vitale, nell’ambito della ragione individuale, della riflessione personale: una filosofia rappresentata. La bellezza che esprime il soggetto artistico è la forma mediata dalla grazia. Questa, con la natura e la felicità, è la condizione che l’arte consente di osservare, di rendere visibile e gradevole. In questo senso l’arte non contempla analisi troppo concettuali, empiriche. Nel libro descrive il rapporto tra immagine percepibile e realizzata attraverso la sensazione della memoria, il sogno, la fantasia, la poesia, un’espressione non di un’esigenza, ma di una potenza creativa.

La prima guerra mondiale fu vista da Bergson come scontro tra spirito e materia, o tra vita (Francia) e meccanicità (Germania), spostando la sua filosofia dalla parte del nazionalismo, ricevendo diverse critiche di colleghi francesi. Sostiene Bergson “La materia è necessità, la coscienza è libertà; ma nonostante si oppongano l’una all’altra, la vita trova modo di riconciliarle. Infatti la vita è proprio la libertà che si inserisce nella necessità e la volge a suo profitto” (H. Bergson, L’Énergie spirituelle, 1919). Ritenendo essere per un’intelligenza aperta, agile, più aderente alla vita e al dettato di quell’intuizione cui il bergsonismo stesso non ha mai obiettato nulla. L’homo sapiens e l’homo faber, coesistono.

Il tempo in Bergson (Histoire de l’idée de temps, 1902) concilia pensiero e irrazionalità, intuizione e intelletto. Intende fermarlo nella visione di un istante, l’attimo fuggente, il ritmo, il tempo vitale assunto come flusso della coscienza presente.

Ne l’Evoluzione creatrice (1907) Bergson definisce l’arte come intuizione del flusso cosciente (mentre accade, come in Joyce, adattato alla coscienza) originario della vita, come privilegio che consente di vedere meglio la realtà permettendoci di percepire ciò che essa nasconde, senza simboli in quanto essi ne rappresentano un velo, ristretto nel concetto di “durata pura”, nella logica della successione sensoriale e dell’utilità contingente, e che contiene un’unità sostanziale di passato e presente nel fluire ininterrotto della coscienza, durata reale della psiche individuale, dunque durata soggettiva, relativa, legata a stati d’animo simultanei, spontanei (tempo realizzato).

Ungaretti scrisse degli articoli sul filosofo, tra cui L’estetica di Bergson, in “Lo spettatore italiano” (1924), ove tratta dell’analisi della coscienza dell’uomo, del concetto di tempo “spazializzato”, raffigurabile graficamente nello spazio in istanti che lo precedono e lo seguono, si succedono, senza presente, reso possibile dal precedente, ma annullato dall’istante successivo: un tempo astratto, finto. Come per sant’Agostino, il tempo esiste solo nell’interiorità della coscienza. Ungaretti, al contrario vede gli istanti esistere uno in funzione dell’altro, come un fluire continuo, come una melodia. I fatti coesistono nello spazio (un mobile, un cane, una macchina…). Il fluire è possibile solo nella nostra coscienza. Bergson lo spiega con l’orologio. Esso non misura il tempo, ma segue lo spostamento delle lancette di punto in punto, di momento in momento. In realtà si misura il movimento di un elemento fisico. Come lo spostamento di un mobile che non è misurabile temporalmente, ma solo spazialmente. Il tempo in sé non esiste come durata.

Ungaretti (al contrario) indica una serie di momenti nella nostra memoria che individuano la nostra esistenza; da vecchi si può ripercorrere tutta la vita interiore, lo si può fare, ricostruire al meglio se stessi. Sarebbe il mito dell’eterno ritorno (coro 9 ne Ultimi cori per la terra promessa, raccolta “Taccuino del vecchio”), ripercorrere il vissuto con la memoria (La ginestra di Leopardi). Lo sforzo da compiere è proporre ciò che si verifica nel mutamento. Cogliere il tempo istante per istante.

È sempre pieno di promesse il nascere
sebbene sia straziante
e l’esperienza di ogni giorno insegni
che nel legarsi, sciogliersi e durare
non sono i giorni se non vago fumo.

Un altro aspetto di cui si occupò Bergson è quello del linguaggio. Un iniziale approccio lo ebbe ne Il riso (1899), ove censura la commedia, opponendo il carattere “comico” (qualcosa di alienante che ci allontana dalla realtà) a quello drammatico. Qui egli distingue tra la comicità espressa dal linguaggio e la comicità creata dal linguaggio. La prima è traducibile da una lingua all’altra, la seconda no, perché è prodotta dalla struttura della frase o dalla scelta delle parole e non da una situazione tra persone umane.

La lingua si arricchisce tramite i parlanti e chi scrive. Attraverso i secoli, si notano le mutazioni. Ungaretti parla di lingua d’uso (dialetto) soggetta a contaminazione e lingua letteraria. Il linguaggio è l’unico strumento che ha l’uomo per esprimere il proprio pensiero. Se questo è inadeguato bisogna ricorrere a strumenti adatti, renderlo capace di farlo. Bergson riteneva che se il linguaggio non mutasse fermerebbe l’uomo. Ungaretti sosteneva che bisognasse mutare il linguaggio, si considerava poeta della parola, ma essendo la sua dicotomia tra lingua e silenzio era anche “poeta dell’oblio” (Petrarca). A volte il dramma dei filosofi sono i loro seguaci, coloro che appiattiscono il loro pensiero alla propria convenienza. E’ stata anche la sorte dell’ebreo polacco Bereksohn, il cui padre fu costretto a cambiare nome e naturalizzarsi francese.

Il Nostro dopo l’ottenimento del premio Nobel elaborò la teoria che contrapponeva la società chiusa e statica basata su obbedienza e dogmi, alla società aperta in continua evoluzione anche sotto un dinamismo religioso che coinvolge l’intera umanità; anche se questa condizione non fosse raggiungibile deve restare come orientamento finale. Si riteneva tendenzialmente cattolico, ma non aderì ufficialmente per solidarietà con gli ebrei perseguitati in Germania.

Vi è nella filosofia bergsoniana una nostalgia, mai espressamente dichiarata, del tempo trascorso e un anelito all’avvenire inteso come prospettiva entro la quale tendere (sperare) a realizzare la propria libertà e quella dell’universo, giacché la libertà individuale non è libertà. La sua filosofia pone allora in una continuità indissolubile il passato e l’avvenire, tempo e libertà.

Il punto di vista storico resta sicuramente insostituibile nell’analizzare il lavoro di un artista. Non si dà dunque identità al di fuori della storia, al di fuori di ciò che può essere nominato e in quanto tale tramandato quale attestazione di un vissuto riconoscibile. “Senza la tradizione (che opera una scelta e assegna un nome, tramanda e conserva, indica dove siano i tesori e quale ne sia il valore) il tempo manca di una continuità tramandata con un esplicito atto di volontà, e quindi, in termini umani, non c’è più né passato né futuro, ma soltanto la sempiterna evoluzione del mondo e il ciclo biologico delle creature viventi” (Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Milano, Garzanti, 1991, p. 27).

(Letteratura moderna e contemporanea – 9.5.1997) MP

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ESTETICA
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            rachel
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Inviato il 02/04/2016 alle 22:53
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LE NOSTRE RETROCESSIONI

Lezioni condivise 108 – La sarda rivoluzione

31 gennaio 2016 @  16,01

Le idi di febbraio del 1793 sono state fatali alla Sardegna per l’imperizia e indolenza dei rappresentati della Rivoluzione francese e per l’ennesimo errore di valutazione e disunità dei sardi.

Quell’anno – dopo aver occupato l’Isola di San Pietro (8 di gennaio) e avervi creato la repubblica rivoluzionaria dell’Isola della Libertà, secondo la politica di esportazione della rivoluzione – una sparuta flotta francese (si parla tuttavia di 4000 uomini) al comando dell’ammiraglio Laurent Truguet, si presentava nel golfo di Cagliari nei giorni della merla e bombardava la città; doveva trattarsi di colpi dimostrativi, antisabaudi, tendenti a metter paura ai piemontesi e dare un segnale ai sardi affinché si sollevassero; si era disposti a liberarli dal giogo sabaudo.

Nei giorni successivi i francesi sbarcarono a Margine Rosso (litorale di Quartu Sant’Elena) pensando di conquistare l’isola con l’appoggio dei sardi. Ma questi, considerato un gesto ostile quel bombardamento e visto che il viceré Balbiano e la sua forza militare si erano asserragliati in Castello (cittadella del potere), organizzarono milizie popolari.

In una giornata di nebbia, i francesi, che dovettero fare i conti con le siepi di figumorisca che chiudevano il litorale, sorpresi, non vedendo nulla, presi dal panico, si spararono tra loro, si ammutinarono e tornarono sulle navi, respinti in qualche modo.

Probabilmente fu una delle battaglie più beffarde della storia, oltre che per le paradossali ragioni logistiche, per il fatto che si fronteggiavano salvatori e potenziali salvati, i quali invece proteggevano i propri aguzzini, vigliaccamente in fuga e pronti ad arrendersi.

L’avvenimento ha diversi aspetti grotteschi, al di là della drammaticità vissuta dai protagonisti, ma obiettivamente poteva cambiare le sorti della Sardegna, liberarla da una dinastia fellona che avrebbe continuato ad opprimerla fino ai giorni nostri con i suoi eredi postfascisti. Certo, la nostra debole ventura in duecento anni non si sa quale sarebbe stata, visti anche gli sconvolgimenti della Francia negli anni successivi, ma magari non sarebbe stata peggiore di quella che ci è toccata con i furfanti Savoia e i vari italioti.

Visto il rocambolesco fallimento della missione i rivoluzionari francesi lasciarono Cagliari intorno al 20 febbraio.

Dopo qualche giorno le milizie sarde si sciolsero, ma tra aprile e maggio, si autoconvocarono gli Stamenti (il parlamento sardo), a loro modo di vedere non doveva finire lì, si tenne un animato dibattito, poi come al solito l’elefante partoriva un topolino: si elaborarono unicamente 5 domande (richieste) da presentare al re quale risarcimento per avergli salvato il culo.

Si chiedeva per i sardi di Sardegna un minimo di autogoverno, di autonomia. Venne quindi eletta una delegazione da mandare presso il re a Torino, capoluogo del Regno di Sardegna. I designati furono: Girolamo Pitzolo, Antonio Sircana, Domenico Simon, Michele Aymerich (vescovo di Ales), Francesco Ramasso, Pietro Maria Sisternes. I primi di settembre erano tutti a Torino, ma non solo il re non li ricevette, anzi ordinò che cessasse la riunione degli Stamenti a Cagliari.

L’organismo stamentario era un’assemblea dei tre ordini (reale – cioè civile -, ecclesiastico e nobiliare) creato dalla corona spagnola e mantenuto sotto i sabaudi, ma mai convocato come era previsto dalle norme della statualità sarda.

La delegazione venne ricevuta soltanto nel dicembre 1793, ma in sostanza non ottenne nulla, se non qualche velata illusione; infatti il 1° aprile 1794 il ministro Granari, per conto di Vittorio Amedeo III, respinse le rivendicazioni delle “Cinque domande”, senza neppure comunicarlo ai delegati, ancora a Torino: sette mesi, a non si sa che fare, per avere un rifiuto da tempo palese.

Il rifiuto venne comunicato al viceré perché ne informasse gli Stamenti, dai quali la delegazione apprenderà la notizia (!).

Mentre a Torino si dormiva occupandosi d’altro, a Cagliari, come se non bastasse l’umiliante e sferzante notizia, iniziò la repressione. Il 28 aprile 1794 venivano arrestati i supposti capi della rivolta, Vincenzo Cabras e Bernardo Pintor.

La cecità della reazione si confermò ancora una volta e l’insurrezione popolare nei quartieri di Stampace, Marina e Villanova non si fece attendere. Gli insorti conquistarono Castello e il Palazzo viceregio. Maturò la decisione di cacciare i piemontesi dalla Sardegna.

La Reale Udienza – composta da soli giudici sardi – gli Stamenti e le milizie popolari, solidali tra loro, realizzarono il governo autonomo dei Sardi.

Lo scommiato di tutti i piemontesi dall’isola (514, compreso il vicerè ed escluso il vescovo e pochi altri prelati) avvenne il 7 maggio; vennero cacciati con i loro bagagli, trasportati al porto dagli stessi insorti su carrette.

Ma lo spirito dei vespri durò poco; già a luglio prevalsero i conservatori che occuparono le maggiori cariche: Gavino Cocco (reggente la Reale Cancelleria), Girolamo Pitzolo (intendente generale), Antioco Santuccio (governatore di Sassari), Gavino Paliaccio, marchese della Planargia (generale delle armi). Così il 6 settembre 1794, la restaurazione era completata, giunse a Cagliari il nuovo viceré, Filippo Vivalda.

Nei primi mesi del 1795 il nuovo incaricato degli affari di Sardegna (conte Galli della Loggia), con i traditori Paliaccio e Pitzolo, progettò una sanguinosa repressione. Si inviarono a Torino liste di proscrizione dei capi della rivolta, si adottarono provvedimenti polizieschi e intimidatori nei confronti dei deputati agli Stamenti, ma questi li denunciarono al popolo; ne derivarono nuovi tumulti e Pitzolo e Paliaccio furono linciati nel luglio successivo.

Intanto a Sassari il timore della rivolta fece meditare al governatore Santuccio la secessione da Cagliari. Queste manovre provocarono nei villaggi del sassarese dei movimenti antifeudali a Thiesi, Semestene, Bessude, Bonorva, Torralba, Pozzomaggiore, Ozieri, Ittiri, Uri. Il popolo rifiutava di pagare le tasse e assaltava i palazzi baronali.

Questi moti  si protrassero dal settembre ai primi mesi del 1796: i riformatori si allearono con il movimento antifeudale, cui aderivano preti rivoluzionari come Francesco Sanna Corda (Torralba) e Francesco Muroni (Semestene) e gli avvocati Gioacchino Mundula e Gavino Fadda.

Il 23 ottobre 1795 i commissari degli stamenti Francesco Cilocco, Francesco Dore, Giovanni Onnis, Antonio Manca, Giovanni Falchi, si impegnarono nel sostegno del movimento antifeudale e a novembre i comuni di Thiesi, Cheremule, Bessude, dichiararono di non riconoscere più l’autorità feudale. E’ l’avvio dell’abolizione del feudalesimo in Sardegna. In pochi mesi aderirono più di 40 villaggi.

Alla fine di dicembre le brigate antifeudali guidate da Cilocco e Mundula presero Sassari e condussero a Cagliari Santuccio e il vescovo Della Torre.

Il 13 febbraio 1796, Giovanni Maria Angioy venne nominato alternos (sostituto del vicerè) dagli Stamenti per il Capo di sopra (Cab”e susu) con l’incarico di affrontare il problema delle rivolte antifeudali. Entrò a Sassari osannato dalla folla il 28 febbraio. Era considerato dal popolo la loro guida contro i feudatari. In questi frangenti Francesco Ignazio Mannu scrisse l’inno antifeudale, noto come “Procura de moderare”.

A Cagliari intanto i rivoltosi moderati, Sisternes, Cabras, Pintor e Sulis, si allearono con i feudatari e con l’alto clero; anche gli Stamenti si schierarono in senso antigiacobino e cacciarono i seguaci dell’Angioy, tra cui Mundula e Fadda, proprio mentre tra sabaudi e francesi si pervenne alla pace.

Il 2 giugno 1796 Angioy iniziò la sua marcia verso Cagliari con lo scopo dichiarato di abolire il feudalesimo, ma già a Macomer incontrò l’opposizione dei nobili, mentre ad Oristano le sue milizie si diedero al saccheggio, mettendolo in forte difficoltà e isolandolo.

Pochi giorni dopo il re, con una mossa politica ingannevole, accolse le “cinque domande”, revocò l’autonomia ai sassaresi, destituì e inquisì Angioy, concesse l’amnistia ai rivoltosi di Cagliari, autorizzò la nascita di una milizia sarda, ma nessuna concessione venne in realtà attuata, anzi, in seguito alla ripresa del conflitto con la Francia (1799), Carlo Emanuele IV si rifugerà in Sardegna, e imporrà nuove tasse e maggiori soprusi, ogni impiego fu occupato da torinesi.

I reazionari si armarono contro l’Angioy, che rientrato a Sassari fu costretto a lasciare la Sardegna attraverso la Corsica; riparò a Genova e in altre città del regno, per poi stabilirsi definitivamente a Parigi, dove morirà nel 1808, dopo aver tentato fino all’ultimo di convincere la Francia a liberare l’isola.

In Sardegna intanto, gli Stamenti, sotto il controllo di nobiltà e clero attuarono una feroce repressione dei moti antifeudali nei comuni del sassarese, in particolare a Thiesi, Bono, Ossi, Usini, Tissi, Suni, Bessude. Ma la rivolta non fu doma e riprese nel settembre 1796 capeggiata da Cosimo Auleri e dai fratelli Muroni. Da vari villaggi, tra cui Bonorva si attaccò nuovamente Sassari. Tuttavia alla fine dell’anno la rivolta era sconfitta con processi sommari e condanne a morte. Ebbe inizio la restaurazione con il ripristino ancora più duro della tassazione, che già infieriva sulle popolazioni con le tasse più fantasiose (per tali approfondimenti vi rimando al mio saggio “Rivoluzionari in sottana”, Roma 2009).

Nel Settecento, dunque, il regno di Sardegna subiva più che mai la sorte legata alle vicende internazionali. Cessava di essere una delle Corone spagnole sotto Filippo V, in una Spagna ormai debole e sconfitta e dopo un passaggio all’impero Austriaco nel 1713 (trattato di Utrecht), per un capriccio dello stesso, passò ai Savoia con il trattato dell’Aia (1720). Insomma, il tentativo di riconquista spagnolo peggiorò la nostra situazione.

Dopo l’esperienza Giudicale, che vide la Sardegna autogovernarsi per almeno sei secoli, l’ingerenza di “papa” Bonifax che inventò dal nulla il fittizio Regno di Sardegna e Corsica, e lo donò al Regno d’Aragona, nominalmente, finché questi per una ingenuità politica del Giudicato d’Arborea non ne avviarono la  reale conquista, trascinatasi per oltre un secolo e durata tra Aragona e Spagna, oltre tre secoli: da minor tempo siamo colonia italiana.

Da quando abbiamo perso l’indipendenza – venuta dopo altre dominazioni di vario genere, alcune delle quali non ostili e considerabili quasi come migrazioni di popoli nell’isola, conviventi in pace o meno con le popolazioni autoctone – noi sardi abbiamo visto solo domini che si sono preoccupati unicamente di imporre tasse, sfruttare e distruggere il territorio.

Molti errori sono stati fatti nel passato: dal fidarsi di alleanze pericolose fino alla svendita della statualità, ma quanto questi, hanno pesato le divisioni, riporre fiducia su parti sbagliate e su chi non aveva a cuore le sorti della Sardegna.

Giovanni Maria Angioy è stato l’ultimo a voler riunire la Sardegna sotto un governo di sardi (non di regnanti stranieri) ed è stato lasciato solo. Non solo, come si noterà dalle fasi della rivolta sopra esposta, alcuni di coloro che la avevano compiuta, come i Cabras, i Pintor e perfino Vincenzo Sulis (che poi pagherà personalmente la fiducia in Carlo Feroce), furono gli stessi a reprimere i moti antifeudali e a favorire la restaurazione.

Quella che celebriamo come “Sa Die”, il 28 aprile (1794), è stato solo l’inizio di un incendio che doveva essere mantenuto acceso, invece, senza che nessuno ci attaccasse, abbiamo pensato noi stessi a spegnerlo, a chiedere ai feudatari e soprattutto al re, prego accomodatevi, continuate a tassarci e a spoliarci, noi e le nostre terre. Vincenzo Sulis pagò – e non ne fu pago sembrerebbe – la sua fedeltà ai sabaudi con 20 anni di carcere in una torre, comminati dagli stessi.

Dopo di allora solo fuochi fatui… Benei, fadei, xadei, pighei, furei su chi ‘oleis (come cantano dr. Drer e Crc posse).

E’ davvero paradossale: l’unica volta che qualcuno è venuto in nostro aiuto e poteva liberarci dai sabaudi, lo abbiamo respinto.

(Storia del risorgimento – 30.4.1997) MP

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LE NOSTRE RETROCESSIONI

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Hello, there’s even more now…

KAOS, OVVERO, PERSO IN UN DEITTICO

Lezioni condivise 107 – Sintassi e pragmatica

 31 dicembre 2015 @  20,06

Oggi ho rivisto Rosa alla Conferenza interdisciplinare che c’è stata in luogo della lezione di Linguistica sarda.  Non la vedevo dalla primavera scorsa; dopo la nostra ricerca sul campo ci eravamo persi di vista, seguito strade diverse, evidentemente anche lei ha avuto il suo da fare, ma oggi c’era, speravo fosse serena, lo era.

Ci siamo incontrati fin dal mattino, sembrava nulla fosse cambiato dall’ultima volta, evidentemente entrambi condividevamo di nuovo lo stesso spirito, quello che ti prende allo stomaco in modo morboso, quasi di malessere, ti toglie fiato e ti rende farfugliante; per fortuna esiste un linguaggio del corpo rivelatore, l’effetto calamita, quello che ti guida come barca alla deriva e ti porta immancabilmente nell’aula 11.

E’ sempre difficile descrivere uno stato del genere, lo hanno fatto diversi scrittori anche in capolavori della letteratura mondiale con più o meno efficacia, rispetto al nostro spirito, intendo. Tuttavia a me è capitato spesso, un blocco che causa una miriade di situazioni e sensazioni psico-fisiche che ti sorprendono e riesci a razionalizzare solo dopo che tutto è finito e puoi criticare lucidamente il tuo comportamento, quasi sempre si tratta di una severa autocritica. Quanto sopra è difficile da descrivere, ho tentato perché se non si ha la pazienza di farsi comprendere si può essere pericolosamente fraintesi. Si tratta qui di sensazioni più che di atti, questi non esistono proprio o sono goffi…

Ma cosa accade quando si è dentro l’aula 11, vuota, e si è accostata la porta, e quel senso di “paura” comincia a passare? perché tu sai che lei sa, lei sa che tu sai – anche se non è mai detto, so per certo che se trovi quella giusta poi ti dice che voleva solo visitare l’aula, perché non era mai stata nell’aula 11, è un gran rischio, mai portare nell’aula 11 una sconosciuta.

Sebbene sia passato del tempo, Rosa la conosco, abbiamo già dato, e là non ci servono né sedie né cattedre, ci serve una parete libera. Sì, quando lei si è appoggiata e io di fronte, ha fatto una decina di secondi di resistenza, proferendo sonorità inesplicabili, poi è stata fusione impetuosa per diversi minuti, per poi gradualmente placarsi, fino al completo ristabilirsi dell’intelletto.

Risulta misterioso come ci si possa perdere se si è entrambi animati da tale furore, ma accade, accade anche spesso per innumerevoli motivi, dal carattere, all’insicurezza, fino all’indolenza.

Il bello è che la cura dell’aula 11 è efficacissima, quasi del tutto risolte le turbolenze di stomaco, sostituite da una sensazione più positiva di appetito, così ci concediamo un aperitivo in mensa. Abbiamo parlato per tre ore di tutto quanto fosse possibile parlare, di studi, politica, vita quotidiana, letture, perfino di Justine ou les malheurs de la vertu e di berretti frigi, oltre alle sue allusioni a noi. Lasciata la mensa attendiamo, per il tempo che rimane in sala lettura.

La Conferenza si tiene nell’aula 7, il Laboratorio di cinema, vecchia conoscenza – non unica – di attività politiche svolte nel tempo della scuola superiore.

L’aula è piena, il tema che si affronterà è “Il testo teatrale tra sintassi e pragmatica” e prevede la proiezione del film “Kaos” dei Fratelli Taviani, che avevo già visto ai tempi romani ed è un film sicuramente d’art et d’essai, cioè di qualità e di ricerca artistica.

Dopo la proiezione ha inizio la conferenza e il dibattito. L’attenzione generale nella sala non dà luogo ad alcuna deroga. Posso riportare i contenuti con fedeltà e condivisione.

Occorre definire il mezzo sociolinguistico che discrimina la comunicazione (diamesia), ovvero la differenziazione linguistica in base al mezzo con cui si svolge l’atto comunicativo.

La distinzione più elementare è quella tra espressione scritta e parlata. Dal dialogo (tra due o più persone) (oralità/ascolto), alla diffusione di un testo fonologico, destinato a un pubblico ampio, anche sconosciuto, senza possibilità immediata di replica (trasmissione/ascolto), fino alla comunicazione scritta tout court (scrittura/lettura). Il mezzo comunicativo presuppone l’uso di un differente codice espressivo, di un altro tipo linguaggio.

Nell’oralità, l’espressione “Un sacco di…” esprime una quantità indefinita, ma non lo troveremo in un testo scritto nella lingua standard, sufficientemente corretto; tuttavia l’espressione può legittimamente trovare posto in un testo teatrale in quanto media tra i due mezzi, ovvero, il testo teatrale è scritto perché venga oralizzato.

L’avvento di nuove forme comunicative scritte modifica il discrimine classico facendo emergere nuove definizioni, come “parlato trasmesso” (radio, tv, cinema, telefono) e “scritto trasmesso” (internet, mail, sms), che operano una sorta di incrocio, un parlato che si avvicina al testo e un testo tipico dell’oralità.

I parametri principali che determinano la variazione linguistica sono: la diacronia, in rapporto al tempo; la diatopia, in rapporto allo spazio; la diastratia, in rapporto alla condizione sociale dei parlanti; la diafasia, in rapporto alla situazione.

Nel testo teatrale vi è una mediazione tra scritto e parlato, caratterizzato dalle deissi, forme espressive tipiche del parlato, “abusate” sul palcoscenico perché efficaci nella interazione con il pubblico, e che volendo possono anche caratterizzare i personaggi.

E’ evidente che nel teatro si verificano in parte alcune delle situazioni che caratterizzano il dialogo, avendo di fronte un interlocutore che partecipa e reagisce (risa, applausi ecc.), si creano insomma quelle condizioni per l’uso di un registro espressivo diverso da quello del testo scritto. Più esattamente avviene il passaggio dal testo scritto al parlato, il testo scenico, che completa il testo teatrale.

Riguardo alla dicotomia tra storia linguistica, storia della grammatica e semiotica, il testo teatrale riveste per la sua ambivalenza tra scritto e parlato (con le categorie parlato-parlato, parlato-scritto, parlato-recitato) un particolare termine di paragone e discrimine tra sintassi e pragmatica.

Tra parlato teatrale (o drammatico) e parlato reale, la differenza ovvia è che il primo è appunto più drammatico, teatrale, irreale, tendente a provocare attenzione mentre accade. Per questo il testo teatrale contiene tensione, inquietudine, esasperazione, equivoci, allusioni, sottintesi e altre ambiguità semantiche: queste necessità si riflettono sul testo.

Il testo teatrale in un certo senso azzera la variabile diamesica, ovvero la differenza tra lingua parlata e lingua scritta, in quanto un testo teatrale è scritto perché venga recitato.

La lingua parlata ha delle caratteristiche che la contraddistinguono, la pragmaticità, – ovvero deitticità, quindi lo stretto legame con la situazione reale -, la frammentarietà, l’uso di segni.

La deissi, dunque lo stretto rapporto tra discorso e situazione, è preponderante nel testo teatrale rispetto a qualsiasi altro genere letterario, la ragione è evidente: a teatro si cerca di far apparire un testo come reale, benché il primo manchi della spontaneità dell’altro, dunque deve essere assolutamente comprensibile a chi ascolta.

Secondo Cesare Segre, che ha elaborato le tesi di Alessandro Serpieri, i deittici sono i mezzi linguistici più forti di ancoraggio del testo alla situazione e sono presenti nel testo teatrale più che in ogni altro testo scritto, essi rappresentano “l’immanenza dello spettacolo in seno al testo”. In parole povere, un’esclamazione, ad esempio, da sola rende chiaro il concetto che si vuole esprimere. “I deittici sono infatti il preciso supporto alla gestualità e alla messinscena, costituiscono insomma l’immanenza dello spettacolo in seno al testo”. Allo stesso tempo la pragmaticità è solo fittizia perché i dialoghi sono prestabiliti.

Per altri studiosi il testo teatrale è incompleto finché non è espresso nella scena, giacché solo lì si traducono in gesto alcuni deittici.

Io me n’andrei là (La mandragola – Machiavelli); Ecco il padrone (Il marescalco – Aretino); Quest’é un fiorino, te’ (La Lena – Ariosto): Osservate questi orecchini. Vi piacciono? (La locandiera – Goldoni), scambio mimico-gestuale. Le deissi hanno una loro tipologia, quelle mimico/gestuali e quelle enfatiche.

Un’altra forma che ha preso piede specie nei testi teatrali dal Settecento in poi, sono le pause e le interruzioni, espresse in genere con i puntini di sospensione alla ricerca di una soluzione dialogica naturale.

Ad esse si accompagnano vari segnali discorsivi, come le interiezioni, congiunzioni, avverbi, verbi, locuzioni, formule e frasi che possono svolgere molteplici ruoli comunicativi. Anche in questo caso dal Settecento i testi risultano più curati e variegati.

Pertanto il teatro è il luogo privilegiato di applicazione delle teorie semiotiche per: la sua natura e comunicazione segnica, la pluricodicità, il rapporto spazio-temporale della rappresentazione e quello dello spettatore. Elementi segnici sono: l’attore/personaggio, la scena/finzione, il tempo scenico, ed è come un accordo tra attori sul palco e spettatori, un gioco complesso di immedesimazione e ricezione.

Nel teatro si verifica un livello di finzione doppio, quello della scrittura/invenzione (che corrisponde a quello letterario) e quello della rappresentazione.

Aristotele ha distinto tra mimesi (teatro): un io che finge su un presente, dove si sa solo di chi parla in scena – ed è lo spettatore a giudicare diventando di fatto un attore della finzione -, e diegesi (narrazione): si racconta di un egli, che può essere collocato in qualsiasi temporalità e il narratore può anche essere onnisciente su esso.

I codici comunicativi presenti nel teatro sono stati così individuati da Kowzan: testo/parlato, espressione corporea, apparenza scenica (mimica), scenografia, rumori di scena; testo scritto, ovvero solo testo.

Per Segre un altro elemento della rappresentazione teatrale è la densità, dover concentrare gli avvenimenti in un tempo più o meno prestabilito: “La «densità» è dunque nello stesso tempo concentrazione e accelerazione”.

In un articolo di questa pesantezza la redazione mise accanto il fumetto di un improbabile cameriere con una pizza fumante, ma alla fine della conferenza mi aspetta una serata con Rosa, non un banale deittico.

(Linguistica sarda – 30.4.1997) MP

Minimum monologue:
However, that fucking year was 2015! Just start, beginning, chimeras, mirages, suspensions … then cheat you…
Look, there’s someone worse off than you” and you remain fucked with your guilt…
(Però, che cazzo di anno è stato il 2015! Solo avvii, inizi, chimere, miraggi, sospensioni… che poi ti frega… “Guarda che c’è chi sta peggio di te” e tu rimani fottuto con i tuoi sensi di colpa…).

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GEROGLIFICI DIVERSI

Lezioni condivise 106 – Antidramma e altre storie

 30 novembre 2015 @ 18,30

Ieri notte (quale notte? la stesura di questo pezzo ha visto tante notti) avevo iniziato a guardare il film Muse (La settima musa) di Jaume Balagueró; l’inizio sembrava interessante, poi una scena altamente drammatica lo trasforma in film horror… Senza grandi ripensamenti ho interrotto la visione.

Dovrei parlare appunto di dramma, anzi di antidramma; cosa non è dramma se non la storia di una ragazza che ha una relazione segreta con il prof di Letteratura e dopo averci fatto l’amore, fattolo giurare di amarla in eterno, si fa trovare esangue nella sua vasca da bagno? O è antidramma?

Il dubbio può sorgere perché in senso teatrale i due concetti non sono esattamente opposti, come apparirebbe evidente sotto il profilo linguistico, espressivo, insomma non è come la dicotomia tra horror e commedia.

Del dramma come drammatizzazione ho già trattato ampiamente nelle lezioni 67 e 74.

L’antidramma fa parte del genere, soprattutto teatrale, “drammatico” (contemporaneo), ma si oppone al dramma perché ne nega gli atteggiamenti, la finzione, l’illusione, per assumere una realtà verosimile e la negazione dei valori stabiliti. Adotta il surreale e non i tipici “colpi di teatro”, abbandona la causalità per l’illogicità, introduce l’antieroe, l’eloquenza, il gioco di parole, l’assurdo, le ripetizioni, il grottesco, è imprevedibile.

Negli anni Sessanta del secolo scorso, si comincia a parlare di “nuova scrittura”, dove la parola è segno, non solo immagine astratta della cosiddetta “poesia concreta”. Si tende ad esaltare la manualità, materialità, iconicità della scrittura, fino al disegno e alla pittura, alla nascita della poesia tecnologico-visiva. Gli artisti che vi si esprimono talvolta neppure usano la parola scritta, ma solo il segno e/o il disegno, sono tradizionalmente pittori e poeti o entrambe le cose. Tra gli altri cito Paolo Albani, Mirella Bentivoglio, Irma Blank, Ketty La Rocca, Betty Danon, Lamberto Pienotti, Patrizia Vicinelli; tante donne. Si entra nel terreno della semiotica, lo studio dei segni.

Anche nel teatro il Novecento ha accolto delle avanguardie, accantonando i generi epico, drammatico, melodrammatico in quanto tali, per accogliere le opere di Henrik Ibsen, Bertold Brecht, Pirandello (antesignani dell’antidramma).

Del resto, il testo antitragico esiste fin dai tempi di Platone che lo attuò clamorosamente nel suo “Apologia di Socrate”, dove il filosofo, condannato a morte, chiede di andare in bagno a lavarsi per evitarne l’incombenza a chi avrebbe dovuto provvedervi dopo l’esecuzione: è fino in fondo padrone di se stesso.

Per la comprensione del nuovo teatro occorre intendere il suo conflitto con il dramma e dunque separarlo da esso, ovvero distinguere tra teatro drammatico e postdrammatico, non in relazione al testo, ma al comportamento espressivo. Il testo, quando c’è, è una delle tante componenti del nuovo teatro. Vi è stato un processo storico del teatro, da quando il testo non era presente, ma era solo rito, mimesi, danza. Con l’avvento del testo, esso prese il dominio su tutto, compresa l’azione scenica, che in realtà è il teatro. Il teatro era fuso nel testo, nel dramma.

Il teatro postdrammatico nasce alla fine del XX secolo, con un percorso preceduto da avanguardie (XIX sec.) e neoavanguardie (anni Sessanta e Settanta). Come già osservò Walter Benjamin, a proposito de “Le Affinità elettive” di Goethe, non è il linguaggio, ma il superamento del medesimo, la rappresentazione, che è vero “dramma” (nel senso di teatro, agone, pantomima). Il dramma secondo la sua definizione storica comincia ad entrare in crisi alla fine dell’Ottocento. Ma per poter intravedere un teatro postdrammatico si deve attendere Brecht, non solo testo, ma una sorta di regia.

Heiner Müller ha dichiarato addirittura che “un testo teatrale è valido solo se per il teatro già esistente è impossibile da mettere in scena”. Così si arriva a definire l’incompatibilità tra teatro e dramma. Edward Gordon Craig ne “L’arte del teatro”, sostiene che Shakespeare non dovrebbe essere messo in scena, e quando lui stesso lo fece, dichiarò di avere avuto la conferma dell’irrappresentabilità, in quel caso, di “Amleto”, ovvero la letteratura teatrale è una cosa, il teatro un’altra. In un testo, vi sono elementi come la poesia e altre qualità, che non devono trovare spazio in una rappresentazione teatrale.

All’inizio del Novecento si hanno precursori in Gertrude Stein, Robert Wilson, Antonin Artaud, Stanislaw Ignacy Witkiewicz, con forme testuali essenziali, decostruite. E’ solo l’inizio, ma l’avvento del Cinema pone al teatro nuovi problemi, definirsi come arte specifica, e la sua specificità è la presenza sul palcoscenico. Il teatro di regia è un altro passo verso il teatro postdrammatico. Possiamo indicare qui oltre a Craig, altri come Cechov e Stanislavskij, Claudel e Copeau.

Con la neoavanguardia si comincia a intravedere il teatro postdrammatico, ne sono anticipatori John Cage, Merce Cunningham, Allan Kaprow, poi Beckett, Ionesco, Sartre e Camus. Si stabiliscono varie connessioni tra teatro dell’assurdo e filosofia, esistenzialismo, surrealismo, espressionismo astratto, provocazione e protesta, che coinvolge tutte le arti. Ne sono principali esponenti Kafka, Peter Weiss, Konrad Swinarski e Peter Brook e siamo gia a metà anni Sessanta. In questi anni si afferma un nuovo spirito sperimentale che culmina nel movimento del Sessantotto. E’ attiva soprattutto la Germania, dove nasce Experimenta, lo stile di Brema di Kurt Hübnerssi, con Peter Zadek, Wilfred Minks e Peter Stein. Negli USA nasce un movimento pluriartistico, si mette in luce Christo che imballa i momumenti, Yves Klein con le Anthropometries e a Vienna Richard Schechner che mette in scena “Dionysius 69”, dove gli spettatori interagiscono con gli attori, in rappresentazioni in cui prevale l’absence de sens, il comico o grottesco, la commedia (Fritsch, Dürrenmatt, Hildesheimer), rappresentati nel cinema da “Il dottor Stanamore” di Stanley Kubrick. Esslin usa le stesse modalità per esprimere l’ansia metafisica dell’assurdità dell’esistenza umana.

Eppure il teatro continua a rimanere agganciato al dramma (Ionesco, Adamove), il testo resta preponderante anche con tutte le innovazioni.

Negli anni Ottanta e Novanta si assiste ad una sorta di confusione tra tradizione e postdramma. Il distinguo appare sottile per i non addetti ai lavori: la questione centrale non è più la corrispondenza tra teatro e testo (parola, significato, suono, gesto), ma trovare dei testi utili, adeguati, per un progetto teatrale che si basi su performance, impulsi, frammenti, per una nuova espressione indipendente dal testo.

Per comptendere il teatro postdrammatico occorre aver presenti le avanguardie storiche che lo hanno precorso, come l’antagonismo teatrale, il simbolismo (avanguardia ermetica), poi con futurismo, dada e surrealismo, e l’uso dei piccoli teatri, delle cantine. La scena simbolista era staticità antidrammatica, monologante. Stéphane Mallarmé ideò un Amleto con un solo attore, dove gli altri erano esclusivamente comparse. Paul Claudel ha sostenuto: “Il dramma è qualcosa che arriva, il teatro No qualcuno che arriva”. Maeterlinck e Mallarmé, poi Wilson, presero spunto dal teatro NO, quale rito, cerimonia, fato. In questo senso anche una sacra rappresentazione assumerebbe un aspetto scenico antidrammatico. Hanno preso questa linea anche Tadeusz Kantor con oggetti animati, Heiner Müller con i fantasmi, e Monique Borie.

Come dunque si differenzia il dramma dall’antidramma?
– al posto della trama e dell’azione, l’apparizione;
– al posto della rappresentazione, la performance.

Termina la fusione di testo e scena e si apre alla connessione con la poesia scenica, senza testo. Questa nuova poetica, a partire dal dramma lirico e simbolista, si connota come prima drammaturgia antiaristotelica (Bayerdörfer), già anticipata da Eschilo e da tutto il teatro che non si rifaceva alle prescrizioni aristoteliche (monodrammi, duodrammi e i melodrammi del diciottesimo secolo, ridotti a un’unica scena). E’ esemplare in proposito “La gardienne” di Henri de Régnier (1892). Il poema veniva letto da attori non visibili al pubblico, mentre sul palco, dietro un velo aveva luogo l’azione in forma di pantomima. Separazione tra azione e parola, ma era la rinuncia alla rappresentazione della realtà.

Le prime avanguardie del Novecento consapevolmente o meno usarono vari espedienti per superare il dramma, più che altro con la provocazione del pubblico, con il non sense, poi con la velocità, la musica, numeri di varietà e il cabaret. L’opera della Steine fu ripresa da molti gruppi d’avanguardia degli anni 60 e 70, per la sua forma pura…, ma lontana dalla realtà. L’espressionismo sebbene non sia avanguardia, ha degli elementi che la condizionano, come la predilezione per le forme di monologo e del coro… Analogamente ha inciso sul nuovo teatro il surrealismo con la sua provocazione e le sue immagini magiche. Ribadiamo dunque: il teatro postdrammatico è soprattutto rito, voce, scena, non necessariamente e strettamente azione.

Il concetto di segno teatrale deve comprendere tutte le dimensioni del significato, non soltanto i segni che portano informazioni determinabili, cioè significanti che denotano un significato identificabile o lo connotano come evidente, ma virtualmente tutti gli elementi del teatro. Una fisicità notevole, uno stile gestuale, un’organizzazione spaziale, senza significare, ma solo per il fatto di essere presentati con una certa forza, pur senza essere fissati concettualmente, vengono percepiti come manifestazioni o gesticolazioni che richiamano l’attenzione e hanno senso grazie all’effetto di aumento creato dal contesto della performance.

Il sogno è il modello per eccellenza dell’estetica teatrale, un’eredità del surrealismo. Artaud, che lo aveva previsto, parla di geroglifici per sottolineare lo status dei segni teatrali tra alfabeto e immagine, tra differenti affetti e significazioni. Anche Freud usa il paragone con i geroglifici per caratterizzare la tipologia dei segni che il sogno offre all’interpretazione. Si tratta di invenzioni, trovate poetico-letterarie, dunque disegni metaforici che rimandano a concetti o acrostici. D’altra parte per geroglifico non s’intende solo l’antica scrittura egizia, ma l’arte dei segni che si esprime in poesia, pittura e in pseudo enigmi… Una sorta di linguistica dei segni, la stessa enigmistica.

È stata stabilita una differenziazione tra i diversi livelli della rappresentazione teatrale: testo linguistico, testo della messinscena e performance text. Il tutto è indeterminato e potenziale rispetto al testo tradizionale, anzi funge da “dosaggio” dei differenti aspetti della performance. Si tratta di un modo di utilizzo dei segni a teatro, che rimescola da cima a fondo i livelli teatrali attraverso una qualità strutturalmente modificata del performance text: con più presenza che rappresentazione, più condivisione che comunicazione, più processo che risultato, più manifestazione che significato, più energia che informazione.

Lo stile o meglio la tavolozza stilistica postdrammatica, mette in rilievo i seguenti tratti caratteristici: sinestesia (accostamento di parole appartenenti a sfere sensoriali diverse) paratassi (periodo fondato prevalentemente su un criterio di coordinazione – che prevede la congiunzione), simultaneità, gioco con la densità segnica, musicalizzazione, drammaturgia visiva, fisicità, irruzione del reale, situazione/evento. La paratassi, indica una assenza di gerarchia nell’espressione e dei mezzi teatrali in generale; ogni mezzo, ogni aspetto del teatro ha la sua autonoma forza che insieme al resto crea azione congiunta che costituisce l’opera, senza gerarchie. Ovvero gli spazi, le luci, gli arredi, hanno la stessa peculiarità della parola, della dizione, del movimento scenico. La paratassi dà luogo alla simultaneità dei segni posti all’attenzione dello spettatore che non sempre li percepisce tutti. Ciò non deve apparire come una mancanza, ma come una libertà, un’alternativa al puro caos, perché apre al destinatario la possibilità di elaborare ciò che è simultaneo, operando una selezione e una propria strutturazione contro la “smania di comprensione” (Jochen Horisch). La sovrabbondanza di elementi scenici non è ancora vista come fatto positivo o negativo. Anche la musicalizzazione è vista come un nuovo elemento da definire, vi sono pareri discordi, chi la vede come struttura autonoma del teatro (Helene Varopoulou), un altro tipo di teatro, mentre Meredith Monk sostiene sia stato il teatro a portare alla musica. In realtà la musicalizzazione è oggi un elemento del teatro dalla pop alla sperimentale e accompagna spesso tutto lo spettacolo.

La scenografia come drammaturgia visiva, come la musica ha acquisito nel teatro postdrammatico, a tratti, un’importanza predominante, da riportare nell’ambito della paratassi. Nel nuovo teatro sono elementi difficili da accettare, per un pubblico abituato all’umanità (presenza preponderante umana) nella rappresentazione, le eccessive situazioni di caldo e freddo. La corporeità, la presenza del corpo che era nel teatro drammatico primaria, necessita nel teatro antidrammatico di una molteplicità di nuovi ruoli, anche più provocatori o drammatici, in forma di danza, ritmo, grazia, forza, cinetica, disabilità… rigidità, ostentazione, sudore. Si tratta di un teatro concreto che espone se stesso, senza preoccuparsi di creare contenuti o emozioni, ridicolo o noioso, visione fine a se stessa, di una percettibilità fittizia. E’ l’uscita dalla rappresentazione per irrompere nella realtà, comunemente con il coinvolgimento del pubblico presente, rivolgendogli la parola o provocandolo (sempre esistito nel teatro, ma accentuato). Nell’antidramma il ritorno alla realtà è fatto di trovate provocatorie che lasciano il dubbio allo spettatore se siano reali o parte dello spettacolo, della scrittura, come interrompere l’azione per bere un thé o spazzare il palco. Questo comporta che lo spettatore reagisca a quanto accade sul palco come se si trattasse della realtà. Ad esempio a scene di tortura reagirà disapprovando come se assistesse a una tortura reale, e così via.

Nel teatro postdrammatico negli anni 60 e 70 con vari gruppi teatrali cominciò a diffondersi quello che era stato l’happening (accadimento) sotto il profilo sociale e politico; a livello di teatro si trattava di inventare delle situazioni, delle provocazioni (fenomeno evoluto nell’uomo sandwich o in qualche tipo di flash mob). Questo genere di espressione è legato al situazionismo, movimento filosofico-sociologico ed artistico marxista libertario, con radici nelle avanguardie artistiche d’inizio Novecento, come il dada, il surrealismo e il costruttivismo russo, e nel pensiero politico del comunismo di sinistra, in particolar modo consiliarista e luxemburghista-spartachista, anarchico o ad alcune delle idee del pensiero di Max Stirner e Sartre: il loro interesse era costruire situazioni. Il situazionismo è stato creatore di fenomeni come l’autoriflessione, l’autoindagine, l’autocoscienza.

Il teatro antidrammatico si pone dunque come illusione del reale che ogni spettatore percepisce in modo diverso dall’altro, creandosi le sue emozioni e la sua percezione di teatro.

(Storia del teatro e dello spettacolo – 30.4.1997) MP

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Lezioni condivise 105 – La regina vergine e Felipe el prudente.

31 Ott 2015 @ 8:33 PM

Elisabetta I d’Inghilterra e Filippo II di Spagna, hanno regnato quasi cinquanta anni il loro paese, quasi in contemporanea. A un certo punto della storia, per ragioni politiche, ovviamente, lo spagnolo si mise in testa di voler sposare la Tudor. Conosciamo i personaggi e come andò.

Elisabetta I (1533–1603) era figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena, era anche detta “regina vergine”, fu l’ultima monarca della dinastia Tudor e l’unica superstite tra i figli del re e della Bolena. Enrico VIII avrebbe voluto un maschio e non essendo riuscita la seconda moglie a darglielo, fu accusata di ogni delitto e decapitata nel 1536. Come la sorella Maria, nata da Caterina d’Aragona, fu dichiarata illegittima e insieme a lei relegata ad Hatfield, in esilio.

Delle nefandezze di Enrico, abbiamo già detto (lezione 98). Ci interessa ora seguire il filo che portò Elisabetta al regno, anch’esso non del tutto lineare.

Occorrerà sapere che Jane Seymour, terza moglie del padre, rimettendoci la vita, diede il figlio maschio tanto atteso, Edoardo. Un po’ questo, ma soprattutto la benevolenza di Anna di Clèves (quarta moglie), riportò a corte la piccola Elisabetta, crescendola fino a 24 anni. Ma fu Catherine Parr (la sesta moglie) a riconciliare il re con le figlie e a reinserirle nella linea di successione, dopo il loro fratellastro.

La futura regina ricevette un’educazione protestante e umanistica e rivelò le sue spiccate doti di apprendimento che la resero molto colta, conoscitrice delle lingue e di doti oratorie.

Come previsto, a Enrico VIII, morto nel 1547, successe Edoardo VI; questi morì a 15 anni, tuttavia nel suo testamento nominò erede lady Jane Grey, sua cugina e coetanea, deposta dopo nove giorni e decapitata l’anno dopo a soli 17 anni.

Una vicenda tragica, barbara (nel senso corrente del termine): Jane era cugina carnale di Maria, Elisabetta ed Edoardo; non poteva avere colpe sia per la sua età, sia perchè nominata del re; pagò in modo eccessivamente crudele le ambizioni degli adulti e le lotte di religione. Firmò la sua condannala nuova regina Maria, la cugina con cui studiava, cattolica, e passò alla storia come “la sanguinaria” (bloody Mary). Di un popolo che fa uccidere adolescenti, perchè Maria decise il delitto per il furore del popolo protestante, non si sa cosa pensare.

Maria I, fece incarcerare anche la sorella Elisabetta (che in seguito si finse cattolica) e compì una serie di azzardi e condanne, sposò Filippo II di Spagna in cerca di un erede, ripristinò il cattolicesimo, ma non durò molto: morì senza eredi nel 1558 e le successe, non senza problemi, Elisabetta, la quale ripristinò l’anglicanesimo e per non essere da meno della sorella, fece incarcerare per 19 anni e poi giustiziare, la cugina Maria Stuart, cattolica, che lasciò la Scozia di cui era regina, pensando che la congiunta la aiutasse, visto che era caduta in disgrazia.

La successione a Maria I creò diversi problemi a Elisabetta, sia con la Spagna, che riteneva Filippo II erede in quanto marito della regina, sia con la Scozia, che appoggiava Maria Stuarda, ma vincendo entrambe le guerre, poté fare dell’Inghilterra una potenza commerciale e iniziare la colonizzazione dell’America; la prima colonia fu la Virginia, in suo onore perchè era detta “regina vergine”. L’inghilterra sotto di lei ebbe anche una crescita culturale con William Shakespeare, Francis Bacon e molti altri.

Elisabetta, seppure anglicana, era molto aperta alle altre confessioni e alla loro cultura, la sua età fu detta “dell’oro”. Per i cattolici era tuttavia un’usurpatrice.

Durante il suo regno furono poste le basi della futura potenza commerciale e marittima della nazione ed ebbe inizio la colonizzazione dell’America settentrionale.

Fece un secondo atto di supremazia (1559), dopo quello del padre, ricostituendo una maggioranza protestante. Impose un giuramento ove veniva riconosciuto il suo controllo della chiesa. I vescovi ribelli furono rimossi e sostituiti. Con lei ripresero i contrasti con la cattolica Irlanda.

Il fatto che non si sposasse fu molto chiacchierato, il popolo si chiedeva le ragioni, tra le quali prevalsero i timori di subire la sorte della madre e della matrigna Catherine Howard, entrambe giustiziate con false accuse. Si disse anche che avesse paura del parto, giacché due delle sue matrigne ne morirono (Jane Seymour e Catherine Parr).

Fu una sostenitrice delle “guerre di corsa”. Nel 1587 il corsaro Francis Drake sconfisse a Cadice la flotta spagnola di Filippo II, lo stesso avvenne nel 1588, in questo caso l’Invincibile armada dovette soccombere soprattutto a causa del maltempo che imperversò nella Manica.

Nel complesso fu una regina capace, stabilizzò la situazione economica e garantì un periodo di pace. Tuttavia è opinione comune che i suoi successi siano stati sopravvalutati.

Filippo II, figlio di Carlo V e di sua cugina carnale Isabella, entrambi nipoti di Isabella di Castiglia, fu re di Spagna dal 1556 al 1598 – oltre a una serie di altri titoli, tra cui re consorte d’Inghilterra – e 4 mogli, di cui diventerebbe complesso elencare le vicende (in parte dette trattando di Elisabetta).

Anche Filippo ebbe un’importante formazione culturale, si considerava interamente spagnolo e vedeva nella Spagna stessa il centro dell’impero, fatto che gli impedì di succedere al padre come imperatore in favore dello zio Ferdinando.

Come si è già visto per l’Inghilterra, tranne rare eccezioni, le parentele tra regnanti e nobili in genere, erano motivo delle più grandi inimicizie, ostilità e odio.

La vita di Filippo II non fu facile, specie in Spagna, ove il potere della nobiltà e delle Cortes locali era in grado di condizionarlo, inoltre c’erano i fueros, cioè il diritto consuetudinario che anche il re era obbligato a rispettare. Vi erano una serie di pericoli derivanti dalla storia del regno spagnolo in seguito alla riconquista, a causa della composizione dell’esercito, molto territoriale, ma anche dei moriscos, arabi rimasti in Spagna alla fine del loro dominio. Problemi ci furono anche con la riscossione delle tasse, anch’esse in mano alle cortes locali; le entrate cominciarono a dipendere dai flussi provenienti dal “nuovo mondo”. Così sostanzialmente, il Siglo de Oro fu prevalentemente culturale. Insieme ai debiti ereditati dal padre, alle spese necessarie nel vasto regno, la situazione finanziaria toccò il fallimento.

Il re provò a riformare il sistema accentrando molti poteri e appesantendo la macchina burocratica statale. Questa situazione, oltre a creare seri problemi per i suoi successori, creò in primo luogo delle rivolte, prima da parte dei moriscos, costretti a rinunciare alla propria cultura, compresa lingua, onomastica, religione e vistisi dispersi su tutto il territorio. Qualche anno dopo si sollevò la nobiltà aragonese, per la nomina di un vicerè casigliano.

Con la situazione interna retta a stento, in politica estera fu ancora peggio. Improntata la sua politica alla massima ortodossia cattolica, Filippo si scontrò con il protestantesimo olandese cui venne in soccorso l’Inghilterra, fino alla disastrosa sconfitta dell’Invincibile Armada del 1588, nel tentativo di invasione del regno inglese. La debacle era stata preceduta dal tentativo fallito di Filippo di sposare Elisabetta.

Tra i pochi successi che conseguì vi fu la sconfitta dei turchi a Lepanto nel 1571, l’unione dinastica con il Portogallo e il dominio nella penisola italiana a scapito della Francia (entrambi con delle guerre).

Dopo la sconfitta con gli inglesi, che per di più provocò un rilancio del protestantesimo, Filippo II era vicino alla fine. Gli successe il figlio Filippo III e con lui iniziò la decadenza spagnola.

(Storia moderna – 30.4.1997) MP

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UCRONIA. LA SARDEGNA CHIEDE L’INDIPENDENZA DA TORINO

Lezioni condivise 104 – Stati Uniti d’Europa

30 Set 2015 @ 14:19

Se ragioniamo sulle prospettive attuali della Comunità Europea – piuttosto allo sbando, asservita al capitalismo più retrogrado, ammesso che possa esistere un capitalismo illuminato – comunità fittizia ove le nazioni costituenti si fanno la guerra tra loro per curare ognuna il proprio orticello e chi può, alzando la voce e le ricchezze accumulate anche sfruttando sa tontesa degli altri, comanda su tutti, e decine e decine di altre incongruenze, beh… ci sembrerà alquanto strano che nel settembre del 1867 l’anarchico Mikhail Bakunin pronunciasse queste parole “…Al fine di ottenere il trionfo della libertà, pace e giustizia nelle relazioni internazionali d’Europa, e di rendere impossibile la guerra civile tra i vari popoli che compongono la famiglia europea, una sola strada è possibile: costituire gli Stati Uniti d’Europa” e di rimando anche quanto scrisse Carlo Cattaneo “L’oceano è agitato e vorticoso, e le correnti hanno due possibili fini gli autocrati, o gli Stati Uniti d’Europa” e prima di loro, nel 1849 Victor Hugo al congresso internazionale di pace tenuto a Parigi parlò di États-Unis d’Europe. E’ evidente che questo stato federale o confederale era concepito in maniera molto differente da quello che vediamo oggi, dove molti degli stati membri fanno quello che vogliono in disprezzo anche alle regole fondamentali dei diritti dell’uomo, alzano muri e chiudono frontiere, chiedono la “testa” di altri stati membri per non rimetterci neppure un euro e nemmeno un voto.

Abbiamo già introdotto Carlo Cattaneo nella lezione 98. Esaminiamone il pensiero più nel dettaglio.

Il principio federalistico di Cattaneo si basava sul fatto che in Italia vi erano differenze linguistiche, culturali e di vario genere, che rendevano necessaria un’unione forte e solidale, allora inesistente. Ciò evidentemente poteva essere malinteso da chi non conosceva né Cattaneo, né i concetti che andava predicando. Nel caso della Sardegna vi fu un crollo dei valori linguistici derivante da un malinteso senso di emancipazione sociale. La lingua sarda, parlata, ma non conosciuta nella sua grammatica e nella sua storia, se non da pochi, veniva considerata inferiore, rispetto all’aspirazione a uno stato sociale dignitoso.
Per Cattaneo l’elemento linguistico era fondamentale per procedere al federalismo, secondo il modello americano o svizzero: federazione o confederazione.
Si possono individuare quattro fasi del suo pensiero.
Prima fase:
Nel 1848 Cattaneo matura il progetto federalistico in seguito allo scontro tra le truppe di Carlo Alberto e quelle imperiali di Radeski.
Seconda fase:
L’ “Insurrezione”. Paragona l’esperienza veneziana di resistenza agli austriaci (17 mesi) a quella esercitata contro ai turchi. La resistenza costò agli austriaci 20.000 soldati.
“Le piccole città possono insegnare molto, in quanto unite tra loro, possono vincere stati più potenti“.
Le fortezze distrutte dal nemico dovevano essere ricostruite di notte, come si fece con gli ottomani: “un popolo continua la storia dei suoi padri“.
Il centralismo porta all’autocrazia. Le repubblichette italiane sul modello di quelle svizzere dovevano formare l’unione federativa per costituire la repubblica.
III fase:
Polemica con Mazzini sulla necessità della linea unitaria o federalistica.
IV fase:
Necessità del federalismo partendo dalla centralità delle città: egli guardava molto più avanti del momento storico che viveva (si era nel secolo del nazionalismo). Le città secondo Cattaneo avevano funzionato bene fin dal periodo pre-romano. Nel periodo barbarico le città furono abbandonate e si ricostituirono durante il periodo delle invasioni saracene (quando i “colti” erano loro. A sud era diverso, c’erano i Normanni).

Nel 1835 egli aveva iniziato ad analizzare ed elaborare delle tesi sul valore funzionale delle città, che non dipendeva dall’entità demografica o dall’estensione del loro territorio, ma da quanto in esse veniva operato sotto vari profili: burocratici, culturali, scolastici, imprenditoriali, servizi, sanità, religione, banche, ricchezze, circolazione del denaro per creare lavoro terziario, artigianale e operaio. Una sorta di città stato e impresa, città metropolitana ante litteram, che ha un rapporto con il territorio circostante, non grosse città isolate.
La città per Cattaneo è il polo di riferimento di un territorio dove tutto si concentra, serve e si decentra.
La città/municipio era resistita anche alle invasioni barbariche come nucleo di rinascita e solidarietà con la campagna e la nascita dei Comuni medievali.

Intorno al 1848 egli estese la sua riflessione anche alla costituzione delle nazioni moderne nate da lunghi processi, originati fin dal tempo degli etruschi, liguri, greci, celti… che  avevano già dato vita a piccoli nuclei nazionali, legati da etnia, leggi, religione e riprodottisi più nitidamente nell’età moderna e contemporanea, nella quale si forma la fisionomia più o meno attuale, sulla spinta di azioni unificatrici.

Di grande importanza è l’osservazione di Cattaneo sulle lingue nazionali, intese come etnie, popoli. Egli era attento alla formazione delle lingue ufficiali che avevano sostituito il latino. La comunanza linguistica naturale per Cattaneo era un segno distintivo, anche per i “confini naturali” delle singole nazioni e alimentava lo spirito nazionale.
Rovescio della medaglia di questa concezione era invece l’imposizione per legge o norma di una lingua a popoli che ne parlavano un’altra. Mettere alla base le lingue locali era dunque per Cattaneo un segno preciso di appartenenza, una nazione non poteva essere un’accozzaglia di popoli diversi, salvo il caso di una federazione, appunto, questa era la condizione sine qua non perché l’Italia potesse essere una nazione unitaria, senza appendici aggiunte.
Cattaneo era molto pratico e lungimirante a differenza di altri suoi contemporanei anche più influenti che ragionavano con strategie e forza delle armi, egli vedeva nella cultura e nelle infrastrutture la via verso l’unità, scambi, traffici, quindi strade, ferrovie, studi linguistici allo scopo di comprendersi – non per sostituire uno o l’altro idioma – e la cultura prodotta si sarebbe riconosciuta nella letteratura locale “il vero stato degli animi e delle anime” che rispecchiava il vivo delle abitudini, tradizioni, sentimenti dei ceti popolari. Davanti alla poesia regionale “io oso dire che le più terse ed elaborate squisitezze della poesia academica perdono gran parte dell’infecondo lor pregio“.
Lingua ufficiale (allora ancora indefinita) e “dialetti” rappresentavano due piani distinti e comunicanti; erano il riflesso, a livello di espressione e comunicazione, dell’esistenza nella più generale realtà storica, economica, culturale e amministrativa dell’Italia, di un’altra coppia di entità non opposte, ma integrantisi fra loro, la grande e la piccola patria. L’individuazione di questo rapporto non conflittuale tra la patria nazionale e quella regionale o municipale fu infatti un altro degli elementi centrali del pensiero cattaneano come si venne definendo verso la metà degli anni trenta (1836) e che resterà uno dei cardini della sua visione del federalismo nel periodo della maturità. Per Cattaneo vi erano le patrie municipali e la patria comune, entità imprescindibili.

Accanto ai due punti della città e del nesso tra patria nazionale e patria municipale, un terzo elemento essenziale nella definizione delle basi ideali del federalismo cattaneano è quello del valore della libertà degli individui e dei popoli.
Per Cattaneo il valore della libertà individuale era fondante e sovrastava la sfera dell’agire economico e che investiva invece il complesso della società civile.
Già nel 1822 scriveva: “L’uomo in società esercita la sua relativa indipendenza; e in faccia alla natura alla cui rozza influenza si va sempre più sottraendo, e in faccia a’ suoi simili coi quali non è tenuto che ad un ricambio d’offici rimanendo libero disponitore del proprio avere; e in faccia al poter civile il quale non può farselo servo, ma deve egli stesso servire a lui.
(…) Non è libertà la facoltà di bruteggiare e di delinquere, e l’impotenza al mal fare forma il vero trionfo della legale libertà“.

Nel 1839 Cattaneo fondò la rivista Il Politecnico (Repertorio mensile di studi applicati alla prosperità e coltura sociale), nella quale manifestò le sue idee fino a qualche anno dopo l’Unità.

Alla vigilia delle Cinque giornate, si espresse per la formazione di una libera milizia nazionale, con il conseguente allontanamento delle truppe straniere. E subito indicava la prospettiva di un patto federale fra tutte le patrie “libere” e “armate” dell’Impero asburgico, sul modello della Svizzera e del Belgio: “Sì, ognuno abbia d’ora in poi la sua lingua, e secondo la lingua abbia la sua bandiera, abbia la sua milizia; guai alli inermi! Abbia la sua milizia; ma la rattenga entro il sacro claustro della patria, affinché l’obedienza dei popoli sia spontanea e legitima, e quindi debba serbarsi legitimo e giusto il comando. Oltre al limite del giusto non v’è più obedienza.
Queste patrie, tutte libere, tutte armate, possono vivere l’una accanto all’altra, senza nuocersi, senza impedirsi. Anzi, nel nome d’un principio commune a tutte, possono avere un pegno di reciproca fede, un’assicuranza invincibile contro ogni forza che le minaccia“.
Ne “L’insurrection de Milan en 1848” Cattaneo tracciava le linee guida delle sue vedute federalistiche, incentrate sull’ansia della libertà, conseguibile in Italia solo con istituzioni democratiche e autonomistiche. In esso ammoniva gli italiani a non ripetere l’errore commesso nel corso del Quarantotto affidandosi ciecamente ai moderati e al Piemonte regio, rinunciando così alla propria libertà. Ogni stato d’Italia deve rimaner sovrano e libero in sé. Il doloroso esempio dei popoli della Francia, che hanno conquistato tre volte la libertà, e mai non l’hanno avuta, dimostra vero il detto del nostro antico savio, non potersi conservare la libertà se il popolo non vi tien le mani sopra;ma deve conferire alle communi necessità e alle communi grandezze la debita parte”.

Nel 1850 insisteva sull’autonomia dei territori storici già uniformi e non su grandi stati artificiali.
Il numero delle parti non importa, purché abbiano, tutte uguale padronanza e libertà: e l’una non abbia titolo a far servire a sé alcun’altra, tirandola a sé, e distraendola dal nodo generale.
Egli non vedeva di buon occhio le unioni tipo sonderbund (unione dei cattolici svizzeri contro i cantoni protestanti) in quanto socialmente eterogenei e in guerra tra loro. Ne calcolava la consistenza: il borbonico (sud) di otto milioni di abitanti; l’austriaco (territori occupati) sei, e con i ducati, nove; il sardo cinque; il pontificio tre.
Ora, per tenervi sopra le mani, ogni popolo deve tenersi in casa sua la sua libertà (richiama Machiavelli sebbene il contesto sia differente). E poiché, grazie a Dio, la lingua nostra non ha solo i diminutivi, diremo che quanto meno grandi e meno ambiziose saranno di tal modo le republichette, tanto più saldo e forte sarà il republicone, foss’egli pur vasto, non solo quanto l’Italia, ma quanto l’immensa America.

Altri due concetti del pensiero di Cattaneo erano la “nazione armata” con i cittadini-soldati e gli Stati Uniti d’Europa. La difesa doveva dunque essere garantita dal popolo, non da eserciti stanziali, costosi e pericolosi per le sorti della libertà. Mentre i popoli europei dovevano convivere pacificamente nel reciproco rispetto.

Ribadisce altresì, nella sua maturità, il rapporto tra città e campagna. Quando la città cade, sarà poi la campagna a ricostruirla e renderla vitale.

Come è evidente, Cattaneo non condivise l’unità che in Italia venne imposta con la forza delle armi dallo stato accentratore dei Savoia. Era piuttosto per gli Stati uniti d’Italia, affinché quelli esistenti, nella loro autonomia, si unissero in stato federale.

(Storia del risorgimento – 23.4.1997) MP

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Michelle
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Inviato il 29/09/2017 alle 10:02
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TRATTARE BENE LE LINGUE, SENZA GRATTUGIA

Lezioni condivise 103 – L’atlante linguistico italo-svizzero (AIS)

31 Aug 2015 @ 06:05 PM

Trattare bene le lingue, è scontato, lo è meno pensare che questa affermazione significhi per tutti la stessa cosa. Non credo neppure possa valere allo stesso modo per qualsiasi idioma, giacché è evidente che le lingue non versano tutte nelle stesse condizioni: vi sono le privilegiate, le negate, vietate, dimenticate, in via di estinzione… e non accade solo nel terzo o quarto mondo, ma anche in quello che si autodefinisce civile. Chi tratta male le lingue degli altri, pur essendo convinto del contrario, fa lo stesso con la propria, è incapace di tutelarla.

La questione della lingua è un argomento sempre vivo e per tanti aspetti è giusto che lo sia, la sciagura assoluta è quando interviene la “politica”, non di rado con la sua ignoranza e incompetenza, ma spesso anche con argomenti aberranti, ritorsioni, arbitri.

La questione delle lingue neolatine o romanze, iniziata fin dai tempi del volgare, e protrattasi di secolo in secolo anche con dibattiti di notevole interesse, ha sempre prodotto opinioni differenti. E’ certamente aliena da questo confronto costruttivo quella commissione Manzoni che tirò fuori dal cilindro l’italiano (fiorentino colto) con l’avallo irrituale e sbrigativo del suo amico ministro Broglio (1870). In sostanza per ragion di stato si mise a tacere il dibattito in corso e la politica prevalse sulla scienza. La scelta fu forzata, nell’idea che l’imposizione fosse la soluzione alla “babele” dialettale pre-unitaria. Paradossalmente la proposta del fiorentino era della sezione milanese della commissione, in contrapposizione con quella della sezione fiorentina, più interlocutoria. L’errore politico e storico di unire lo stato con la forza, sotto la tirannia dei Savoia, si ripeteva ai danni della cultura, della ricchezza linguistica del paese; errore oggi evidente, come lo è il naturale verificarsi del percorso sostenuto da Ascoli per la formazione di una koinè attraverso i contatti e i traffici, tra idiomi parenti stretti; la forzatura ha sacrificato parte del lessico, strutture morfologiche e sintattiche che avrebbero potuto coesistere, finché una si fosse affermata o anche no. E’ avvenuto lo stesso processo che si voleva evitare ma in modo innaturale, con la formazione di tante parlate “regionali” che hanno interagito per diglossia con i rispettivi dialetti. E se non si è imparato bene lo standard a scuola, ancora non ci si capisce, come nell’Ottocento. Questo perché la scuola ha rifiutato le lingue “bastarde” e tra queste il sardo, lingua neolatina studiata all’estero, lingua ufficiale degli stati giudicali, lingua per la quale alcuni vorrebbero ripetere l’errore che si è fatto con l’italiano, confondendo le necessarie regole di scrittura con l’oblio della ricchezza della lingua, lessico e grammatica, da tutelare e non tagliare con la scure: non seus pudendi arrosas!

E’ in questo senso che occorre intendersi su cosa significhi trattare bene una lingua, non certo reiterare ciò ha fatto la scuola dell’obbligo fino all’altro ieri in Sardegna, bandendo il sardo manco fosse peste.

Partigiani del rispetto per le lingue sono sicuramente gli atlantisti, proprio perché hanno lavorato sulla loro ricchezza, sulle parole, sui nomi delle cose… La realizzazione di un atlante linguistico è molto lenta e laboriosa; il più completo è ancora oggi l’AIS, benché si siano fatti passi avanti con l’ALI e altri lavori innovativi, ma lontani dall’essere definitivamente conclusi.

L’atlante linguistico italo-svizzero (AIS), Sprach-und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, è stato realizzato secondo il progetto dei linguisti svizzeri, Karl Jaberg (1877-1958) dell’Università di Berna e Jakob Jud (1882-1952) dell’Università di Zurigo, allievi di Jules Gilléron (1854-1926), che si ispirarono al suo Atlas linguistique de la France, dichiarando di volerne continuare il lavoro.

Il progetto si concretizzò nel 1911 con la decisione di impiegare un solo raccoglitore ed esplorare il territorio che comprendeva i dialetti romanzi della Svizzera e dell’Italia settentrionale.

L’indagine vera e propria iniziò nel 1919 e solo intorno al 1927 venne estesa a tutta l’area linguistica italiana con l’aggiunta di altri due raccoglitori. I tre erano Paul Scheuermeier (1888-1973), che svolse il grosso del lavoro nel giro di sei anni nella Svizzera e nell’Italia settentrionale e centrale, Gerhard Rohlfs (1892-1986), studioso dell’Università di Tubingen ed esperto di dialetti meridionali che si occupò dei rilevamenti nella sua zona di competenza nell’arco di 15 mesi, e Max Leopold von Wagner (1880-1962) – uno dei maggiori conoscitori della lingua e della cultura sarda, nonché romanista di maggior spicco del ventesimo secolo; laureatosi a Monaco con una tesi sulla formazione delle parole in sardo – che si occupò della Sardegna impiegando 5 mesi. In questo modo si derogava al principio gilliéroniano del raccoglitore unico. Ciò in realtà ha pesato sulla non unitarietà del lavoro complessivo, in quanto i tre hanno proceduto in maniera differente sia nelle interviste, sia nell’elaborazione delle stesse.

La pubblicazione dei dati si protrasse dal 1928 al 1940 e negli anni ‘50 fu pubblicata un’appendice.

I punti d’inchiesta complessivi furono 407. Un’altra deroga alla regole gilliéroniane fu l’inserimento di alcune grandi città perché considerate centri di innovazione linguistica. Ciò implicò l’analisi dei centri da cui erano partite queste innovazioni. Non venne seguito neppure il criterio di equidistanza, per quello di rappresentatività linguistica, che comporta la conoscenza della realtà, ovvero del linguaggio sincronico.

Il questionario era flessibile (2000 domande), ma vi era anche un questionario ridotto da somministrare nelle città (escludendo le indagini che non potevano riguardarle) e un altro ancora più ampio (4000 domande) che veniva somministrato in una sola zona circoscritta, per scopi prettamente lessicali, dunque per la scrittura di un vocabolario; non mancarono i riferimenti di interesse etnografico. Diverse dunque le innovazioni degli ideatori. I ricercatori inoltre annotavano ogni notizia fornita dall’informatore oltre la risposta canonica e fotografavano tutto ciò che sembrava interessante. Il questionario subì ritocchi anche in corso d’opera.

L’atlante si presenta come un lavoro colossale, suddiviso in otto volumi, di cui quattro in due tomi, e il volume conclusivo di Indici pubblicato solo nel 1960.

Le carte non sono state esposte in ordine alfabetico, secondo il principio di Gilliéron, ma sistematico, onomasiologico, per gruppi di cose e concetti (“Wörter und Sachen”), per complessi semantici o, meglio, etnolinguistici, queste in sintesi le categorie: 1) famiglia, cicli vitali, corpo umano, onomastica; 2) mestieri popolari e arnesi, commercio, fenomenologia spazio e tempo, corpi celesti, metalli; 3) minerali, suolo, acque, flora e fauna, caccia e pesca, lavoro legno, arnesi; 4) sonno, malattie, igiene, qualità e difetti, sentimenti, vita religiosa e sociale; 5) abitazione, cucina e alimentazione; 6) allevamento, api/bachicoltura, veicoli lavoro gioco; 7) coltivazioni, arnesi, alberi da frutto, agri/vinicoltura, olio, orto/giardino/campo; 8) fibre tessili-canapa-lino, artigianato, bucato, cucito, vesti, e infine elementi di morfologia, aggettivi, verbi, frasi, dialetti (argomenti eterogenei).

Si registra dunque un’importante innovazione in questo atlante rispetto ai precedenti, appunto l’introduzione del metodo parole-cose nella geografia linguistica, ambiti prima separati. Il metodo ebbe origine nel 1909 dalla fondazione della rivista omonima da parte dei linguisti tedeschi Hugo Schuchardt (1842-1927) e Rudolf Meringer (1859-1931), che riprendeva le indagini onomasiologiche avviate nel 1895 da Ernst Tappolet (1870-1939). Il concetto è che le parole non sono etichette vuote, ma hanno una loro realtà culturale. La parola può mutare ma non cambia la cosa che essa designa, è allora sinonimia (storica o diacronica). In questo contesto si creano dunque rapporti sinergici, con più attenzione al lessico, al vocabolario, agli aspetti etnografici della cultura dialettale, alla realtà oggettuale che le parole designano. I fenomeni linguistici si diffondono come onde, onde di cose designate dalla parola: la patata è quel bulbo

Per Gilliéron (1912) il mutamento linguistico era relativamente semplice, risultato dell’incessante lavorio tra le modificazioni fonetiche di una parola e il tentativo dei parlanti di operare quasi per reazione psicologica una riparazione, per difenderle ad esempio dall’omofonia, condizione più frequenti all’origine delle innovazioni linguistiche, dunque la coincidenza fonetica tra due termini di diverso significato che determinarno la scomparsa di uno dei due.

Jaberg e Jud, in particolare, si concentravano sulle relazioni che intercorrono tra parola e oggetto, ritenendo che la storia di una parola evolva con la storia dell’oggetto.

Con Jacob, Jud (1882-1952) e Karl Jaberg (1877-1958), si fece strada il principio onomasiologico secondo cui i rapporti tra i referenti, i concetti e i segni linguistici che li esprimono, non siano affatto fissi e costanti, ma dipendano dalla prospettiva del parlante e vadano valutati, di volta in volta, in relazione a parametri non solo connessi alla variazione nello spazio, ma anche relativi alla diversa appartenenza sociale dei parlanti, e situazionali, legati a stili corrispondenti a diversi gradi di formalità condizionati dai contesti d’uso. Un’implicita conseguenza di tale assunto fu l’interesse manifestato dai linguisti svizzeri per i rapporti che intercorrono tra la storia delle parole e quella delle cose, secondo l’indirizzo di ricerca denominato Wörter und Sachen («Parole e cose»), in base al quale lo studio della parola non deve essere disgiunto dalla conoscenza precisa e diretta del referente da essa designato e dalla sua diffusione areale. Infatti, uno stesso termine può essere associato a oggetti diversi o a modelli e tipi differenti di un medesimo oggetto, così come l’appartenenza a strati socioculturali o generazionali diversi può implicare differenze nella denominazione di uno stesso referente. Inoltre, con Jaberg (1936) l’analisi geografica dei fenomeni linguistici, fino ad allora limitata a quelli lessicali e fonetici, si estese all’ambito morfologico, associato anche a distinzioni di natura semantica.

Per capire la complessità dell’argomento occorrerebbe portare degli esempi, li abbiamo senza farci caso nel nostro linguaggio quotidiano, basti pensare alle parole uguali che designano cose differenti che individuiamo nel contesto del periodo.

Ho già fatto l’esempio di testa (97). Esso partiva da due grandi variabili provenienti da diverse ondate del latino: căput (capo) in sardo kábu, kápu (che è ancora attestato in cabudu); e kònca (testa).

Nell’area settentrionale della Sardegna ritorna la voce latino-italiana, che resiste anche in area toscana “capo”. “Testa” è una innovazione settentrionale, usata tuttavia anche in Sicilia, in Sardegna è attestato testu (vaso vuoto) . Derivazione da capitia.

In certi punti kaput assume diversi significati per trovare i quali si procede ad analisi semasiologica (testa, gugliata, girino, senno, panna… Altri esempi di sinonimia nel tempo, nello spazio, nel contesto sociale, culturale, tecnico):
indumento abbottonato davanti senza maniche: gilet, cropetu (termini attestatisi in tempi diversi);
vassoio: safata (spagnolismo) – cabaretu (più raffinato);
sinonimi storici, che identificano anche registri linguistici diversi:
cappello, capeddu; cestino, canesteddu, corbula, cadinu;
penna – designa un oggetto cambiato, innovazione -;
foghile, caminetto, tziminera;
il cambiamento delle parole: fassone, determina il cambiamento di tutto il contesto.

Sull’argomento consiglio la bella tesi di laurea di Silvia Zampedri dal titolo Viarago p. 333 (AIS). A novant’anni dall’inchiesta di Scheuermeier. Indagine sociolinguistica su tratti fonetici.

Nota: in sardo tratare/i significa grattugiare (deu tratu, tui tratas, issu tratat, nois trataus, bois tratais, issus tratant).

(Linguistica sarda – 23.4.1997) MP

Commenti (1)

TRATTARE BENE LE LINGUE, MA SENZA GRATTUGIA
1 #
Max
diaryofboard
aaaz@tiscali.it
82.107.19.111
Inviato il 28/08/2015 alle 14:54
Ciao Simo, tu hai disabilitato i commenti, ti posso rispondere solo qui…
Purtroppo noto su me stesso come certa tecnologia stia cambiando le nostre abitudini: fb, tw, smartphone e compagnia bella… Cerco di resistere il più possibile. C’è una qualche utilità in tutto ciò, ma ci rubano anche tanto tempo prezioso.
Resisto, per scrivere, leggere e non solo “commentare” o delegare la comunicazione esclusivamente a twitt, messaggi brevi…
Come vedi alcuni post sono ancora in bozza, è certamente uno degli effetti di quanto dicevo, ma non li mollo, ci torno, perché non si scrive tanto per scrivere, ma per comunicare e possibilmente dibattere, confrontarsi. Hai smesso di viaggiare? Ciao, Max

SA REJNA DE SA ROSA

Lezioni condivise 102 – Origine dei gosos o gòcius

31 Lug 2015 @ 3:30 PM

Ho appena visto il film di Kenneth Branagh, Much ado about nothing (Molto rumore per nulla), dall’omonima commedia di William Shakespeare. Sarà per suggestione, per la bella opera letteraria e cinematografica, per la bravura di Emma Thompson, ma l’ho trovato davvero evocativo, dopo essermi immerso nell’argomento di questa lezione; ho respirato per qualche istante l’aria poetica del Duecento.

Sigh no more, ladies, sigh nor more;/ men were deceivers ever;/one foot in sea and one on shore,/ to one thing constant never;/ then sigh not so,/ but let them go,/ and be you blithe and bonny;/ converting all your sounds of woe/ into Hey nonny, nonny./
Sing no more ditties, sing no more,/ or dumps so dull and heavy;/ the fraud of men was ever so,/ since summer first was leafy./ Then sigh not so,/ but let them go,/ and be you blithe and bonny,/ converting all your sounds of woe/ into Hey, nonny, nonny./

Ho già trattato delle sacre rappresentazioni e della loro origine; in qualche modo anche i gosos (plurale che celebra le sette gioie di Maria) appartengono a questo rituale, con un percorso inverso: origine dotta, musicale, religiosa, che diventa in seguito rappresentazione popolare.

La tradizione dei gozos (z sonora castigliana), goich, goigs (catalano), in sardo gòcius, o a seconda delle zone, cògius, gosi, làudi, è radicata in Sardegna da secoli e la loro origine si accompagna ad altre forme d’arte sacre e profane, dall’origine latina (la parola deriva da gaudium, gioia) – il riferimento è agli Innari (composizioni metriche cantate), fin dai tempi di Ambrogio (IV sec. d.C.), liturgia e canti ambrosiani, e Agostino (IV-V sec. d.C.) – all’arte trobadorica.

I gosos sono dei canti devozionali paraliturgici dedicati ai santi e in particolare alla Madonna, sviluppatisi in Sardegna in seguito alla dominazione spagnola; il più antico documentato è attestato al XIV sec. Per molto tempo sono stati tramandati oralmente e oggi se ne conserva una minima parte pervenuta a noi in seguito a trascrizione. Gli autori sono prevalentemente chierici, parroci.

Nella metrica predominano le quartine, sestine, ottave o anche quintillas in ottonari.
La struttura più diffusa presenta una quartina iniziale i cui versi finali costituiscono il distico che funge da ritornello alla fine di ogni strofa:
sa cuartina de apertura si podet partire in duas perras de duos versos cada una: sos primos duos versos introduchen su tema de su cantu, sos àteros duos sun sa torrada. Sichin sas istrofas, mascamente sestas de otonàrios, in ube est cantau su tema.
S’ùrtima istrofa est una cuartina. Cada istrofa est serrada dae sa torrada chi est ripìtia duas bortas.
S’aspetu prus de importu de custa tipolozia de cantu est chi, mancari siat unu pagu monòtonu comente melodia, azudat sos fideles pro sa retentiva e s’esecussione de sa torrada. Pro su chi pertocat sa mètrica, s’ùrtimu versu de cada istrofa tenet sa matessi rima de su secundu de sa torrada e annùntziat a sos fideles cando est su mamentu de cantare (a.n.n.).

I “gòsos” oltre che componimenti poetici sono anche dei canti la cui struttura melodica si ripete in molti di essi. Armonia semplice proposta con rare varianti di strofa in strofa.

Sono però diversificate le modalità di esecuzione a seconda dell’area geografica: vi sono i “gòsos” cantati dalle quattro voci dei gruppi a cuncordu o dai gruppi di canto a tenore con le rispettive caratteristiche; da una assemblea di partecipanti a un rito, una processione, con le suggestioni del caso; forme monodiche o come canto solista con accompagnamento strumentale affidato all’organo, la fisarmonica, armonium, launeddas, organetto o, in Campidano, alla chitarra.

Non molto dissimile è anche la tradizione dei rosari cantati. Si tratta dell’esecuzione, basata su versioni in lingua sarda, dei più diffusi testi di preghiere. Di norma è prevista l’alternanza di due cori, ognuno dei quali canta a più voci all’unisono la metà di ciascuna preghiera. Ciò accade nella maggior parte dei centri dell’isola, specie in occasione delle processioni per le feste patronali. E’ una forma di espressione popolare mai artisticizzata, forse per l’eccessiva semplicità e monotonia, tuttavia è la testimonianza di una forte espressione identitaria, che ha una sua casistica riguardo alle occasioni, le modalità di esecuzione, le melodie differenti da paese a paese, i tratti fonetici.

AVE MARIA
Deus Ti salvet, Maria,/ prena de gratzia;/ su Sennori est cun tegus:/ benadita ses Tue trà totu is fèminas,/ e benaditu est su frutu/ de sas intrànnias tuas, Gesus./
Santa Maria, Mama de Deus,/ pregai pro nos àterus pecadores,/ immoi et in s’ora de sa morti nostra./ Amen Gesus./

Ma i gosos sardi hanno un’origine alternativa, parallela, più antica, relativa a modelli bizantini (con ritornello alla fine), identici ai kontakia greci. Nel De caerimoniis aulae Byzantinae risulta che il protospatario Torchitorio I avesse inviato una rappresentanza di sardi a Costantinopoli, i quali, in onore all’imperatore Costantino VII porfirogenito, avevano cantato un inno in greco.

Pertanto è come se una tradizione già esistente nell’innologia sarda si fosse mescolata a pari tradizione spagnola, assumendone in molti casi la lingua. Nel Seicento esplose il fenomeno della drammatica religiosa ed i gosos vi trovarono parte.

Anche questa forma d’arte poetico-musicale trovò tuttavia degli ostacoli nel periodo dell’inquisizione. Nel 1649 Filippo IV proibì il teatro, ma la tradizione continuò e nel Settecento si divulgarono delle raccolte manoscritte in sardo; nel secolo successivo i manoscritti erano ampiamente diffusi, anche in spagnolo.

Intorno al 1763, l’arcivescovo di Sassari Viancini proibì i gosos per rendere più severo lo stile della liturgia. Nel 1924 il Concilio plenario dei vescovi sardi, nel clima di assimilazione “culturale” fascista che arrivò perfino a vietare l’uso del sardo e delle lingue straniere, vietò questo tipo di canti,

Il testo più antico tra quelli oggi conosciuti è la raccolta delle Laudes a sa Rejna de sa Rosa. Questo il testo che dà il titolo alla silloge antologica:

LÀUDE DE NOSTRA SIGNORA DE SA ROSA
O ànima dolorosa/ ch’istas priva de cuntentu,/ semper apas, in pensamentu/ sa Rejna de sa Rosa./
1  Si de pecados dolente/ tue has fatu unu sumàriu,/ nara a Maria allegramente/ su Santìssimu Rosàriu,/ si su mundu est aversàriu/ non podet nessuna cosa/ pro chi lì paret contràriu/ sa Rejna de sa Rosa.
2  Si cheres àteru connoscher/ de pressiosa e allegria,/ nàra chimbe Pater Noster/ e chimbanta Ave Maria,/ pònedi in sa Cunfraria/ servèndela in dogni cosa,/ ti det fagher cumpangia/ sa Rejna de sa Rosa.
3  Servemus sa Virgo pura,/ Virgo santa immaculada/ pius de dogni creatura,/ defensora e avocada/ nostra est Maria sagrada/ de Cristos Mama e Isposa,/ ch’in sempiternu est giamada/ sa Rejna de sa Rosa./
4   Ai custa saludait/ s’ànghelu cun grande onore,/ custa virgo invitait/ a sa sedia gloriosa/ lassande in terra pro ghia/ sa Rejna de sa Rosa./
5   Sa virgo fuit in piantu/ pro esser in terra lassàda,/ ma de su Ispíritu Santu/ issa istesit consolada,/ sa morte sua adnotada/ istesit miraculosa,/ pro esser a su ghelu alzada/ sa Rejna de sa Rosa.
6  Su fìgiu la incoronait/ de perelas cristallinas/ e posca l’intitulait/ subra dogni feminina, de ghelu e terra Rejna/ pedra fina e preciosa,/ siat de nois meighina/ sa Rejna de sa Rosa./
7  O Virgo sola complida/ piena de benignidade,/ cun tantu amore insignida/ e perfeta castidade,/ in dognuna infirmidade/ de sa vida traballosa/ semper pro nois pregade/ Virgo santa de sa Rosa./
(sec. XIV)

Ho fatto cenno alla parentela con l’arte trobadorica. In merito si possono fare alcune ipotesi che, considerati diversi periodi storici, potrebbero anche coesistere: dall’antica origine comune, alla suddivisione in brani religiosi e profani, rifusisi parzialmente nel periodo trobadorico provenzale, nel senso che i trovatori per vivere accettavano commesse da parte delle corti, cioè componevano per i sovrani a tema, anche mirato e non disdegnavano la canzone religiosa.

L’attività in favore dei mecenati veniva definita sirventese (scritta come servente) e la tipologia era varia, sia sotto il profilo tematico (amore, politica, religione), sia sotto il profilo metrico e artistico.

I trovatori vennero a contatto anche con le corti sarde. Essi svolgevano mediante i giullari (attori, divulgatori, che riproponevano i loro lavori), una sorta di servizio di informazione; le notizie si trasferivano di corte in corte, ma anche tra il popolo, mediante i sirventes.

È famoso l’esempio di En amor trob tantz de mal seignoratges di Albertet de Sisteron (1221), nel quale la giudicessa Adelasia di Torres, moglie di Ubaldo Visconti e poi di Enzo di Hoensthaufen (figlio di Federico II di Svevia), viene citata tra le donne più celebri e belle.

L’arte trobadorica (scrittura e ricerca) ebbe la sua influenza anche nella poesia popolare sarda, di quantità, forme e generi di estrema eterogeneità. Un documento importante in questo senso è Memoria de las cosas que han acontecido en algunas partes del Reyno de Cerdeña, di fine Quattrocento.

(Storia del teatro e dello spettacolo – 23.4.1997) MP

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SA REJNA DE SA ROSA
1 #
Davide
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Inviato il 05/02/2016 alle 19:18
Bravo