UNGAREXIT

27 Giu 2016 @ 10:05 AM

Lezioni condivise 113 – Last but not least. Critica.

Lo stato italiano fatica a condannare in pieno il fascismo, nonostante la sua Costituzione, che in qualche modo da tanti anni delegittima favorendo, di fatto, la nascita e la proliferazione di organizzazioni fasciste. Gli esempi sono tanti e si ripetono quotidianamente, non solo da parte di fascisti dichiarati, ma anche di fascisti di fatto, sia nei mass-media sia nella vita di ogni giorno.

E’ una storia lontana, paradossalmente precedente alla caduta del fascismo, che probabilmente va a toccare le radici illiberali e antidemocratiche dello stato italiano. Ma cosa è successo dopo la Liberazione?

Sappiamo che gli artefici della Liberazione sono tanti, ma in essa ha avuto un ruolo determinante la Resistenza partigiana e in questa prevalentemente, quella di sinistra: comunista, socialista e azionista.

Eppure Togliatti, già nel 1946, da ministro della giustizia, portò all’approvazione un’amnistia che estingueva le pene per i reati commessi dai fascisti anche durante il periodo repubblichino. Il risultato fu la scarcerazione di massa di tutti coloro che erano stati coinvolti criminalmente con il fascismo,  e ciò accadde nonostante le proteste partigiane e popolari.

Questo provvedimento evitò che in italia venissero processati e condannati i responsabili maggiori della dittatura fascista (come invece accadde in Germania), ma comportò addirittura che molti venissero reintegrati nelle loro funzioni… In breve la Repubblica si ritrovò un apparato burocratico e di controllo di tante funzioni basilari – tra cui l’istruzione – fascista.

I fascisti, senza alcun percorso di pentimento, né di educazione alla democrazia, fecero a gara a intrufolarsi nei partiti costituzionali e ovunque venivano accolti. Non solo li riabiliti, ma gli dai pure nuovo potere! Tutto ciò non è spiegabile con la fase di emergenza, ove si ebbero più perdite tra i Partigiani, presi di mira da un esercito ancora fascista.

Non sostengo affatto che i fascisti dovessero essere sterminati adottando il loro stesso metodo, ma questo modo di agire ha creato danni per decenni… fino alla ricaduta attuale.

Così fu lo stesso Togliatti e l’URSS di Stalin, ormai zero sovietica e interamente dittatura di un solo uomo, a bloccare la giustizia partigiana, non solo rispetto al blocco di ogni rigurgito fascista, ma anche relativamente al farsi giustizia da sé. Fu impedito ai partigiani di organizzare un processo simile a quello di Norimberga, cioè in sostanza di superare il fascismo; non solo: fu ricostituito sotto altro nome il partito fascista e si fece finta di niente, in spregio a quanto scritto nella stessa Costituzione.

Il governo Bonomi e il CLN avevano predisposto il necessario per spazzar via quanto rimaneva del fascismo, ma all’indomani della Liberazione, anche i fascisti condannati lo erano a pene lievi e in breve si verificò un liberi tutti scandaloso che salvò quasi interamente anche tutta la magistratura fascista. Questo fu favorito soprattutto dall’avvento della DC al potere, in essa si rifugiarono la maggior parte dei fascisti per sfuggire a qualsiasi tipo di condanna e ciò culminò con il decreto Togliatti del 22 giugno 1946, che di fatto superò il senso di giustizia partigiano anche al di là del Decreto stesso. In qualche modo l’amnistia fu concessa anche a militari della RSI che avevano compiuto gravi reati e omicidi; i reati fascisti furono amnistiati ai gerarchi, mentre la magistratura si inaspriva contro i partigiani e più che con i maggiori responsabili del regime, trascinava i processi con i pesci piccoli, alla fine assolti pure loro. I fascisti in carcere alla metà degli anni ‘50 sono stati stimati in poche decine. Furono bloccate le epurazioni dall’Amministrazione pubblica e abolito l’Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo. Questo comportamento nei confronti del fascismo ha riguardato esclusivamente l’Italia.

Questa interpretazione estensiva del decreto provocò proteste anche tra la popolazione comune. Già condannati a morte, poi all’ergastolo, gli assassini fascisti si ritrovarono in poco tempo liberi come le loro vittime, che invece subirono il carcere e la tortura, e i loro figli e le loro madri costretti spesso a camminare al fianco degli assassini dei loro congiunti.

Si ebbe pertanto lo scollamento del Partito socialista e della base PCI dal suo segretario, mentre DC e gerarchia vaticana apparvero tolleranti. Con i partigiani, invece, specie nel cuneese, si rischiò lo scontro, non mancarono azioni partigiane e delle popolazioni ai danni dei fascisti.

Nel 1948 un decreto proposto da Andreotti – sottosegretario alla presidenza del consiglio – estingueva completamente tutti i reati fascisti ancora pendenti.

Si spiega così perché l’Italia restò ideologicamente fascista soprattutto negli apparati militari, burocratici e governativi e peggio nella Pubblica Istruzione di qualsiasi grado. Di questo stato di cose subiamo ancora oggi effetti nell’opinione pubblica e nella politica, giacché la dottrina fascista riuscì a sopravvivere anche al decennio sessantottesco.

Gli storici hanno ormai accertato che Togliatti ebbe le sue responsabilità personali nella cancellazione della giustizia sui reati dei fascisti: non avvertì il suo partito e sottovalutò il ruolo della magistratura ancora nostalgica, al punto che si può affermare che l’Italia repubblicana ereditò l’apparato amministrativo fascista. Alcuni cercarono di giustificarlo debolmente, in realtà era abbastanza dentro il modus operandi e i suggerimenti dello stalinismo, anch’esso scollato dalla rivoluzione comunista sovietica e più simile a una dittatura liberticida, per cui paradossalmente molti fascisti aderirono al PCI.

Insomma il fascismo e i suoi crimini furono archiviati e i responsabili premiati, lo stesso accadde per i reati dei cosiddetti “alleati” (specie USA) responsabili di crimini inenarrabili contro i civili, senza contare l’occupazione militare del territorio che ancora persiste.

Per questo è inutile vantarsi di avere una bellissima Costituzione se essa non viene applicata e più di tutto il reato di ricostituzione e apologia del partito fascista, visto che il paese è pieno di fascisti e organizzazioni fasciste, anche criminali. Per non parlare della stampa fascista, già in attività dal 1945. Tutte le attuali posizioni tolleranti nei confronti del fascismo nascono dalla propaganda di questa stampa e sono state assorbite in modo più o meno estremo anche in opinioni cosiddette democratiche. I crimini del fascismo sono stati accantonati del tutto, dallo squadrismo, agli assassinii, all’abolizione dei partiti, all’arresto degli oppositori, dal confino alle leggi razziali, l’attacco a paesi sovrani in Africa e in Europa, la guerra al fianco di Hitler e via dicendo, mettendo in evidenza aneddoti ridicoli: Mussolini che zappa, bonifica, fa ruvide carezze, l’alibi anticomunista e cazzate varie.

La stampa fascista dopo la Liberazione (Il borghese, L’uomo qualunque, Candido) arrivò perfino a difendere l’organizzatore dell’assassinio Matteotti o a chiedere l’eliminazione del 25 aprile come memoria della Liberazione dal fascismo, giustificare la shoah come crimine di guerra, delegittimare il tribunale di Norimberga.

Un’osservazione che va tenuta presente per chi cerca alibi a Hitler, Mussolini e co., assimilandoli a Stalin, conseguentemente nazifascismo a “comunismo”, spesso anche persone universalmente considerate democratiche, è che occorre avere il senso delle proporzioni della crudeltà, della ferocia e dell’orrore. Stalin è da sempre l’alibi per gli anticomunisti per denigrare l’ideale comunista, che è un ideale umanitario che nulla ha a che fare con il totalitarismo e lo stalinismo. Stalin lungi da essere considerabile comunista, ha distrutto la rivoluzione sovietica, al punto che è stato condannato da ciò che ne rimaneva dopo la sua scomparsa. D’altra parte, ragionando tolstojanamente, il merito della liberazione di Auschwitz non spetta a Stalin, ma agli uomini dell’armata rossa. Detto questo, Stalin, per quante efferatezze abbia compiuto contro gli stessi compagni, non può mai essere accostato agli orrori compiuti dai nazifascisti e in primo luogo dai loro capi.

Lo stesso dicasi per l’antislavismo nazifascista, a loro era consentita qualsiasi ferocia, mentre gli slavi erano costretti a subire e non è percepita una loro lecita ribellione e ancora oggi l’alibi e l’orrore delle foibe, si cerca di metterlo come contraltare all’olocausto, benché sia evidente la sproporzione reale e storica: gli ebrei non avevano mosso un dito per giustificare la repressione contro di loro e gli slavi resistevano semplicemente all’aggressione nazifascista.

Questo tentativo anticomunista e fascista di delegittimazione della Liberazione è rimasto costantemente presente tra i neofascisti salvati dai governi post resistenza, fino alla completa legittimazione anticostituzionale di quel Berlusconi, che ancora oggi è considerato liberale e non fascista quale è sempre stato, benché conviva con questo il suo egocentrismo leaderistico utilitarista.

Da questo momento, in barba alla Costituzione, si è cercato di emarginare l’antifascismo militante, anche con una serie di decisioni che hanno inciso sulla formazione delle giovani generazioni, in una scuola che antifascista non è mai stata e con atteggiamenti arroganti che si sono spinti fino all’apologia del fascismo e in diverse occasioni alla ricostituzione di partiti fascisti, puntualmente tollerati con alibi vari. Da questo stato di cose è nato il razzismo nei confronti dei migranti e il nuovo nazionalismo reazionario.

Questo contesto è tanto più grave in quanto ha investito Presidenti della repubblica e governi, nonché altre istituzioni a vari livelli, senza che alcuno sia stato perseguito a termini di legge, dalle nomine di fascisti a suo tempo condannati come tali, alle lodi del fascista Rauti. Penserete che questo riguardi solo i Salvini, Meloni, Tajani e co., riguarda invece anche insospettabili che passano per antifascisti, e il riferimento è a scelte poco meditate dei Mattarella, Franceschini, Violante…

Recentemente Tomaso Montanari, storico antifascista, ha sostenuto molti di questi pensieri, essendo immediatamente attaccato dai fascisti che si nascondono sotto la definizione “destra”. Solidarietà a lui e a tutto l’antifascismo militante.

Questa lunga quanto necessaria esposizione, oggi che il fascismo – salvato da chi ha gestito il potere dopo la Liberazione – rialza la testa in modo insopportabile, non fa che confermare il giudizio espresso sulle riabilitazioni massicce del dopoguerra, compresa quella di Ungaretti, visto che dobbiamo pur tornare al nostro tema letterario.

Non stiamo parlando del peggiore gerarca, eppure di uno che ha avallato anche con la sua firma gli atti più atroci del regime e non ha mai ritrattato le sue scelte ad avvenuta Liberazione.

La poetica di Ungaretti è una “scala”, un cammino che con il tempo muta. La sua prima fase è stata quella di “poeta della guerra”, una fase iniziata ancora prima del 15-18 e durata almeno cinque anni, che gli si è appiccicata come un’etichetta, sgradita più che altro ai critici ossequienti e che in qualche modo si collega alla sua fase finale, un po’ involuta sotto il profilo letterario, perché meno naturale e più tecnica, ove affronta sempre più profondamente il tema della morte, legato anche a vicende personali.

Ungaretti si avvicina al Petrarca nel periodo Brasiliano – secondo i critici, dopo la perdita del figlio e del fratello -, un interesse che riflette anche sui più vicini a lui temporalmente, Leopardi, Manzoni e Foscolo, specie il primo nella “Terra promessa”, dopo il ritorno in Italia. Petrarca (più statico) lo riflette in Leopardi (più dinamico) e questo in se stesso, con i suoi rimpianti e la memoria del passato fanciullesco.

Egli vede in Petrarca il dramma esistenziale del suo tempo, il dolore, lo considera infatti “il poeta dell’oblio”, ne coglie la genericità, non le particolarità.

Per Tetrarca, Laura da terrena si è eterizzata con la morte (si è resa pietosa, più umana): l’imperfezione terrena/ rende perfetta la morte/.

Ungaretti non condivide l’idea di Besson secondo cui attraverso la memoria si può ricostruire il passato, per lui la memoria può ricordare solo alcuni fatti.

Anche rispetto all’ermetica poetica leopardiana vi sono dei distinguo, coglie rovina e decadenza, ma trasforma l’infinito in finito, cioè lo rende mondano.

Nella sua esperienza a “La voce” conobbe Umberto Saba (Poli), triestino di origine ebraica, costretto all’esilio, poi alla clandestinità. Li univa Leopardi; in Saba, in un contesto ermetico e simbolista, si scorge gioia, amicizia fanciullesca, ma anche sofferenza e dolore, visti da un lato positivo rispetto al passato e pessimistico riguardo al presente, non così in Ungaretti, che tuttavia lo apprezzava.

Saba si colloca un po’ tra Ungaretti e Montale, quest’ultimo molto empirico, materialista, ma lievemente pessimista; mentre Ungaretti era idealista, cercava sollievo nella natura di cui si sentiva parte.

Con De Robertis, che della rivista era il direttore, ebbe un rapporto sporadico legato all’apprezzamento reciproco per il frammentismo. Egli segue l’estetica crociata, legata al gusto personale – la Sanjust ritiene invece che la critica si debba fondare sulla filologia.

“La terra promessa” (1950) è terra della memoria, ove l’uomo supererebbe il finito per l’infinito, cosa impossibile, perché secondo Ungaretti, l’infinito esiste solo nel finito. Nei suoi ultimi anni pare perdere quella sorta di ispirazione cristiana che vantava, per una serie di vicissitudini personali. Eppure, prescindendo dalle vicende umane personali, non ritengo si possa separare in un giudizio, la critica letteraria da ciò che si è stati come uomini (è questo il senso della lunga premessa), e in Ungaretti le ombre non sono poche, si scorgono già nell’epistolario (se ne è fatto cenno) e nel suo rapporto con la guerra, ma esplodono con evidenza nell’adesione cosciente al fascismo, nella totale assenza di autocritica, e stante questo, nella pretesa di trovare attenzione dopo la Liberazione, come se nulla fosse accaduto.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 15.5.1997) MP

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Michaela
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Inviato il 26/07/2017 alle 15:45
This is over…

ESTETICA

Lezioni condivise 109 – Bergson e Ungaretti.

29 febbraio 2016 @ 22:54

Ungaretti conobbe il filosofo Henri Bergson a Parigi nel 1912. Ne frequentò per due anni le lezioni al Collège de France e alla Sorbona. Arrivò in Francia direttamente dall’Egitto – ove era nato – attraversando per la prima volta l’Italia e le montagne lucchesi – sua terra d’origine – che vedeva per la prima volta. Si trattava di un Ungaretti giovane, non ancora compromesso né col fascismo, né dalle guerre e dalle vicende biografiche che ne caratterizzarono l’attività letteraria. In Egitto aveva frequentato le scuole superiori e compiuto le prime esperienze formative, con la lettura di poeti francesi (Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé…) e l’esperienza di Baracca Rossa (ritrovo di socialisti e anarchici) con l’amico Mohammed Sceab.

Henri-Louis Bergson (1859-1941), di famiglia ebraica, a quel tempo era già un filosofo affermato, si poneva fuori dalla tradizione spiritualista e positivista che caratterizzava il suo tempo ed era attento ai fenomeni psicologici e biologici applicati alla letteratura. Per i suoi testi ebbe il premio Nobel per la letteratura nel 1927, non essendovene allora uno per la filosofia.

Negli anni in cui Ungaretti approdò in Francia per gli studi universitari, Bergson stava ottenendo l’attenzione da parte di ambienti socialisti e modernisti cattolici, mentre la chiesa nel 1914 poneva all’Indice i suoi libri. L’iniziale approccio ungarettiano a Bergson avveniva quando si andava in giro con il Saggio sui dati immediati della coscienza, ripreso dal movimento futurista non ancora contaminato dallo squadrismo fascista.

Per Bergson la filosofia può ispirare gli artisti, ma non dar luogo a una teoria estetica. Per questo non ne ebbe una, salvo opinioni sull’estetica del tempo e il suo pensiero sull’arte. Esso risentiva del vitalismo, cioè della vita intesa come forza vitale energetica e fenomeno spirituale, al di là del suo aspetto biologico materiale, e insieme del dibattito sulla psicologia della creazione che si ebbe a cavallo dei due secoli, benché non la condividesse, anzi ne ribaltasse le conclusioni in senso misticista e metafisico, nel lavoro Matière et mémoire (1896).

Egli si rivelava intuizionista, spiritualista, soggettivistico-sentimentale, sostanzialmente giansenista – predestinazione del bene e del male -; percepiva l’arte in senso emotivo e non scientifico, come bellezza vivente, anima naturale, interiore, che investe la coscienza e non la tecnica, una visione come di una metafisica figurata, tuttavia concreta, vitale, nell’ambito della ragione individuale, della riflessione personale: una filosofia rappresentata. La bellezza che esprime il soggetto artistico è la forma mediata dalla grazia. Questa, con la natura e la felicità, è la condizione che l’arte consente di osservare, di rendere visibile e gradevole. In questo senso l’arte non contempla analisi troppo concettuali, empiriche. Nel libro descrive il rapporto tra immagine percepibile e realizzata attraverso la sensazione della memoria, il sogno, la fantasia, la poesia, un’espressione non di un’esigenza, ma di una potenza creativa.

La prima guerra mondiale fu vista da Bergson come scontro tra spirito e materia, o tra vita (Francia) e meccanicità (Germania), spostando la sua filosofia dalla parte del nazionalismo, ricevendo diverse critiche di colleghi francesi. Sostiene Bergson “La materia è necessità, la coscienza è libertà; ma nonostante si oppongano l’una all’altra, la vita trova modo di riconciliarle. Infatti la vita è proprio la libertà che si inserisce nella necessità e la volge a suo profitto” (H. Bergson, L’Énergie spirituelle, 1919). Ritenendo essere per un’intelligenza aperta, agile, più aderente alla vita e al dettato di quell’intuizione cui il bergsonismo stesso non ha mai obiettato nulla. L’homo sapiens e l’homo faber, coesistono.

Il tempo in Bergson (Histoire de l’idée de temps, 1902) concilia pensiero e irrazionalità, intuizione e intelletto. Intende fermarlo nella visione di un istante, l’attimo fuggente, il ritmo, il tempo vitale assunto come flusso della coscienza presente.

Ne l’Evoluzione creatrice (1907) Bergson definisce l’arte come intuizione del flusso cosciente (mentre accade, come in Joyce, adattato alla coscienza) originario della vita, come privilegio che consente di vedere meglio la realtà permettendoci di percepire ciò che essa nasconde, senza simboli in quanto essi ne rappresentano un velo, ristretto nel concetto di “durata pura”, nella logica della successione sensoriale e dell’utilità contingente, e che contiene un’unità sostanziale di passato e presente nel fluire ininterrotto della coscienza, durata reale della psiche individuale, dunque durata soggettiva, relativa, legata a stati d’animo simultanei, spontanei (tempo realizzato).

Ungaretti scrisse degli articoli sul filosofo, tra cui L’estetica di Bergson, in “Lo spettatore italiano” (1924), ove tratta dell’analisi della coscienza dell’uomo, del concetto di tempo “spazializzato”, raffigurabile graficamente nello spazio in istanti che lo precedono e lo seguono, si succedono, senza presente, reso possibile dal precedente, ma annullato dall’istante successivo: un tempo astratto, finto. Come per sant’Agostino, il tempo esiste solo nell’interiorità della coscienza. Ungaretti, al contrario vede gli istanti esistere uno in funzione dell’altro, come un fluire continuo, come una melodia. I fatti coesistono nello spazio (un mobile, un cane, una macchina…). Il fluire è possibile solo nella nostra coscienza. Bergson lo spiega con l’orologio. Esso non misura il tempo, ma segue lo spostamento delle lancette di punto in punto, di momento in momento. In realtà si misura il movimento di un elemento fisico. Come lo spostamento di un mobile che non è misurabile temporalmente, ma solo spazialmente. Il tempo in sé non esiste come durata.

Ungaretti (al contrario) indica una serie di momenti nella nostra memoria che individuano la nostra esistenza; da vecchi si può ripercorrere tutta la vita interiore, lo si può fare, ricostruire al meglio se stessi. Sarebbe il mito dell’eterno ritorno (coro 9 ne Ultimi cori per la terra promessa, raccolta “Taccuino del vecchio”), ripercorrere il vissuto con la memoria (La ginestra di Leopardi). Lo sforzo da compiere è proporre ciò che si verifica nel mutamento. Cogliere il tempo istante per istante.

È sempre pieno di promesse il nascere
sebbene sia straziante
e l’esperienza di ogni giorno insegni
che nel legarsi, sciogliersi e durare
non sono i giorni se non vago fumo.

Un altro aspetto di cui si occupò Bergson è quello del linguaggio. Un iniziale approccio lo ebbe ne Il riso (1899), ove censura la commedia, opponendo il carattere “comico” (qualcosa di alienante che ci allontana dalla realtà) a quello drammatico. Qui egli distingue tra la comicità espressa dal linguaggio e la comicità creata dal linguaggio. La prima è traducibile da una lingua all’altra, la seconda no, perché è prodotta dalla struttura della frase o dalla scelta delle parole e non da una situazione tra persone umane.

La lingua si arricchisce tramite i parlanti e chi scrive. Attraverso i secoli, si notano le mutazioni. Ungaretti parla di lingua d’uso (dialetto) soggetta a contaminazione e lingua letteraria. Il linguaggio è l’unico strumento che ha l’uomo per esprimere il proprio pensiero. Se questo è inadeguato bisogna ricorrere a strumenti adatti, renderlo capace di farlo. Bergson riteneva che se il linguaggio non mutasse fermerebbe l’uomo. Ungaretti sosteneva che bisognasse mutare il linguaggio, si considerava poeta della parola, ma essendo la sua dicotomia tra lingua e silenzio era anche “poeta dell’oblio” (Petrarca). A volte il dramma dei filosofi sono i loro seguaci, coloro che appiattiscono il loro pensiero alla propria convenienza. E’ stata anche la sorte dell’ebreo polacco Bereksohn, il cui padre fu costretto a cambiare nome e naturalizzarsi francese.

Il Nostro dopo l’ottenimento del premio Nobel elaborò la teoria che contrapponeva la società chiusa e statica basata su obbedienza e dogmi, alla società aperta in continua evoluzione anche sotto un dinamismo religioso che coinvolge l’intera umanità; anche se questa condizione non fosse raggiungibile deve restare come orientamento finale. Si riteneva tendenzialmente cattolico, ma non aderì ufficialmente per solidarietà con gli ebrei perseguitati in Germania.

Vi è nella filosofia bergsoniana una nostalgia, mai espressamente dichiarata, del tempo trascorso e un anelito all’avvenire inteso come prospettiva entro la quale tendere (sperare) a realizzare la propria libertà e quella dell’universo, giacché la libertà individuale non è libertà. La sua filosofia pone allora in una continuità indissolubile il passato e l’avvenire, tempo e libertà.

Il punto di vista storico resta sicuramente insostituibile nell’analizzare il lavoro di un artista. Non si dà dunque identità al di fuori della storia, al di fuori di ciò che può essere nominato e in quanto tale tramandato quale attestazione di un vissuto riconoscibile. “Senza la tradizione (che opera una scelta e assegna un nome, tramanda e conserva, indica dove siano i tesori e quale ne sia il valore) il tempo manca di una continuità tramandata con un esplicito atto di volontà, e quindi, in termini umani, non c’è più né passato né futuro, ma soltanto la sempiterna evoluzione del mondo e il ciclo biologico delle creature viventi” (Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Milano, Garzanti, 1991, p. 27).

(Letteratura moderna e contemporanea – 9.5.1997) MP

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ESTETICA
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            rachel
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Inviato il 02/04/2016 alle 22:53
Hello, it’s even easier …

ORA E SEMPRE RESISTENZA

Lezioni condivise 99 – W il soldato Masetti

30 Apr 2015 @ 11:24 PM 

Ritorno alla ricerca di parallelismi tra Ungaretti e Leopardi, che come già detto mi appare un poco artificiosa e di scarso interesse. Ungaretti lesse e studiò Leopardi ed è dunque naturale che vi sia stata una minima contaminazione, tuttavia meno determinante di quanto si vuol far credere.

La mia impressione è che nonostante Leopardi abbia ideologizzato il pessimismo, traduca questo suo stato d’animo in versi generalmente giocondi, vivaci e relativamente solari, mentre l’approccio Ungarettiano appare lugubre ed è semmai più vicino al Foscolo. Ammetto che questa percezione possa essere in buona parte personale, legata anche a reminescenze d’infanzia, quando certe parole e sensazioni sono come sassi, pesano.

Consideriamo ancora Il sentimento del tempo, “Memoria d’Ofelia d’Alba” in Leggende:
“Da voi, pensosi innanzi tempo,/ troppo presto/ tutta la luce vana fu bevuta,/ begli occhi sazi nelle chiuse palpebre/ ormai prive di peso,/ e in voi immortali/ le cose che tra dubbi prematuri/ seguiste ardendo del loro mutare,/ cercano pace,/ e a fondo in breve del vostro silenzio/ si fermeranno,/ cose consumate:/ emblemi eterni, nomi,/ evocazioni pure…/.

Un epitaffio! forse lo è, ma la dicotomia è tra chi si raffigura i campi elisi come distese di grano o praterie e chi tali a sepolcri marmorei venati di grigio, affini piuttosto alla teoria kafkiana del pugno sul cranio al lettore.

Se Ungaretti ha colto dei concetti del recanatese (tutto è vano, inconsistente, si disperde), il modo in cui li espone fa la differenza.

“Notte di marzo”, sezione “La fine di Crono”:
Luna impudica, al tuo improvviso lume/ torna, quell’ombra dove Apollo dorme,/ a trasparenze incerte./ Il sogno riapre i suoi occhi incantevoli,/ splende a un’alta finestra./ Gli voli un desiderio,/ quando toccato avrà la terra,/ incarnerà la sofferenza./

Qui immagini positive vengono fatte crollare senza scampo, si usano il sogno e il desiderio come maschere della sofferenza.

Il pessimismo di Leopardi viene espresso in racconti di vita, figure realistiche, per cui potremmo anche confutare il suo parere, averne un’altra visione, meno drammatica, dal toscano abbiamo invece dei flash senza scampo, più vicini ai monumenti funebri degli antichi egizi, mio terrore di bimbo nel cinema paesano, che evocano più scongiuri che un ragionamento.

“Stelle” in Sogni e accordi:
Tornano in alto ad ardere le favole./ Cadranno colle foglie al primo vento./ Ma venga un altro soffio,/ ritornerà scintillamento nuovo.

Ci risiamo: le favole, che incarnano speranze e desideri, cadranno al primo vento: è rappresentata la capitolazione dei sogni, apparenze che non durano. Tuttavia, visto il contesto generale, questa sembra quasi ottimista.

Nella sezione “Sogni e accordi” de Il sentimento del tempo, si tratta dei sogni legati al cielo, la luna, gli astri, ma sotto una luce inquietante, come in “Ultimo quarto”:
Luna,/ piuma di cielo,/ così velina,/ arida,/ trasporti il murmure d’anime spoglie?/
E alla pallida che diranno mai/ pipistrelli dai ruderi del teatro,/ in sogno quelle capre,/ e fra arse foglie come in fermo fumo/ con tutto il suo sgolarsi di cristallo/ un usignolo?”

“Rosso e azzurro” in Sogni e accordi:
Ho atteso che vi alzaste,/ colori dell’amore,/ e ora svelate un’infanzia di cielo./ Porge la rosa più bella sognata. Il sogno continua ad essere visto con una accezione illusoria, negativa.

Non si salva neppure il “Primo amore”, contrapposto alla notte” in Leggende:
Era una notte urbana,/ rosea e sulfurea era la poca luce/ dove, come da un muoversi dell’ombra,/ pareva salisse la forma…/
Era una notte afosa/ quando improvvise vidi zanne viola/  in un’ascella che fingeva pace./
Da quella notte nuova ed infelice/ e dal fondo del mio sangue straniato/ schiavo loro mi fecero segreti./

Nella sezione La fine di Crono vi è un “Inno alla morte”…:
“Amore, salute lucente,/ mi pesano gli anni venturi./

Altro aspetto che certa critica avvicina alla poetica leopardiana è la presenza della natura in modo mitico e drammatico (“Paesaggio”, “Le stagioni”, “Di luglio”, “D’agosto”), i temi dell’innocenza e della memoria (“Ti svelerà”, “Dove la luce”), la contrapposizione finito-infinito.

L’avvicinamento a Leopardi non è visto soltanto in una mera appropriazione di temi, ma anche nella condivisione della sua filosofia. Ungaretti ne ripropone l’ideologia usando metafore e immagini. La natura mitica e drammatica del “Sentimento” si svilupperebbe come in Leopardi nella “Ginestra”. Il condizionale è d’obbligo, giacché il marchigiano, pur con un sole cupo, non trascende e soprattutto, almeno nel passato trova qualche elemento positivo, mentre per Ungaretti la memoria è una iattura (vedi lezione 90).
Questi terreni, cosparsi/ di ceneri non produttive, e ricoperti/ di lava fattasi pietra,/ che risuona sotto il passi del viandante;/ dove il serpente si annida e si contorce/ sotto il sole, e dove il coniglio torna/ all’abituale tana tra le caverne;/ furono pieni di città ricche e campi coltivati,/ biondeggiarono per i campi di grano e/ risuonarono per i muggiti delle mandrie… (da “La ginestra”).

Tra le attenzioni che Ungaretti ha per Leopardi vi è quella religiosa, egli la riscontra nei versi e la certifica nelle parole del poeta al padre, ove afferma di non essere mai stato ateo. Il presunto ateismo di Leopardi andrebbe cercato nella sua filosofia estrema, ove l’assenza di Dio serve da avvallo ai suoi argomenti, giacché la sua presenza sarebbe consolatoria.

Argomento controverso anche in Ungaretti che lo incrocia in un percorso quasi opposto e trasversale, che si incontra, ma infine diverge, perché dalla riflessione leopardiana sull’inutilità della fede consolatoria, nasce infine “La preghiera” (Inni):
“Signore, sogno fermo,/ fa che torni a correre un patto./ Oh! rasserena questi figli./ Fa’ che l’uomo torni a sentire/ (…) Vorrei di nuovo udirti dire/ che in te finalmente annullate/ le anime s’uniranno/ e lassù formeranno,/ eterna umanità,/ il tuo sonno felice.”/

La ripresa di parole della lingua quotidiana, riferibili anche a Leopardi: buio, quiete, notte, ombra, mare, isola, amore e morte, felicità, sogno, favola, luna, è talmente comune che dubito non ci sia poeta mediamente prolifico che non le abbia usate.

La presenza di Leopardi viene vista anche nel “Dolore” e ne “La terra promessa”, ma valgono le considerazioni già fatte, non vi è respiro, vita, solo negatività senza scampo e questa è una presa d’atto, non un giudizio; può anche essere una scelta questo buio senza soluzione, ben comprensibile per il dolore negli affetti, meno nei lamenti di altra natura. Contrariamente a certa critica non vedo bene il messaggio lanciato in “Non gridate più”, ove non attacca affatto la guerra, ma chi grida per condannarla.

La guerra, oggi è diventata spudoratamente un business, da una parte per i signori della guerra, dall’altra per chi di celebrazione in celebrazione perde la misura di ciò che è stata, è e sarà; non ha bisogno di essere fatta perché si capisca che cosa terribile sia; non ritengo possa considerarsi un’esperienza da fare, come se si facesse un campo di lavoro, per dire… Ungaretti partì volontario in guerra, qualunque possa essere la ragione, patriottismo o robe ancora peggiori, non è certo un fatto positivo. Una volta in trincea, ho già detto cosa accadde, piagnistei per essere esonerato e quant’altro. Altri in trincea ci rimasero e non dico fossero migliori. Peraltro sarebbe troppo bello se il mondo fosse popolato da disertori e i militari felloni e tutti gli amanti delle armi a qualunque titolo potessero essere presi facilmente a cazzotti.

Questa frenesia di fare le guerre, di causarle e di subirne le conseguenze, di non imparare mai nulla dalla storia e peggio educare i bambini alla fatalità di esse, decontestualizzadone il ricordo: poveretti i cadutiche disastro! come fosse una fatalità e non ci fosse chi la guerra la promuove e ci specula.

Leggete “L’obiezione di coscienza” di Alessandro Coletti. Io sono nonviolento e pacifista, sarà per questo che penso che i veri eroi siano il soldato Masetti e non un Garibaldi… e più di costui anche il marine “Palla di Lardo” di Full Metal Jacket, la cui unica pecca fu di sparare anche contro se stesso. Certo sono discorsi limite, ma rendono l’idea.

Allora da quale pulpito arriva il “Non gridate più”, invece che “Non sparate più”.

Di Ungaretti si conservano diversi epistolari, la cui lettura è molto utile per conoscere il suo modo di lavorare in poesia e il mondo che lo circonda, le amicizie, la fatica fatta, le prime prove, la sistemazione dei versi, i contatti con gli editori, i tempi di composizione. Alcune pagine sono liriche: “Quando io dico cose…”, altre mettono in mostra debolezze, magagne e meschinità.

Grazie agli epistolari i critici possono evitare errori. E’ esemplare il caso di D’Annunzio quando scrisse a Barbara Leoni e raccontò di essere sceso al lago, di aver raccolto fiori, di averla pensata… Ma il giorno dopo scrisse la stessa cosa (testuale) a Olga Ossani (da non confondere con la Brunner). Quell’immagine viene usata dal D’Annunzio nell’elegia “Il viadotto”, e se non ci fossero gli epistolari, la realtà potrebbe essere travisata . In questo caso l’autobiografia non è direttamente trasposta nella poesia, ma è presente, vi è lo spunto autobiografico, ma la trasposizione è unicamente letteraria.

La sua formazione ad Alessandria d’Egitto è stata francese. Le letture italiana sono venute più tardi, Papini, Pea… Sono seguiti i suoi soggiorni in Italia e Francia, l’adesione alle idee di alcuni scrittori. L’amicizia con la Boniver gli procurò quella dei francesi, tra cui Mallarmè e Apollinaire.

Dal contatto con Giuseppe De Robertis, filologo, maturò l’idea dell’edizione critica e commentata per le scuole della sua produzione, un modo anche per monetizzare il suo impegno in un periodo evidentemente magro dal punto di vista economico.

L’edizione critica, compendiata definitivamente in “Vita di un uomo” è stata anche l’occasione per apportare modifiche ad alcuni suoi brani, cosa molto frequente in Ungaretti. “Il capitano” nell’edizione critica è stata ampliata prima di una strofa, poi di nuovo ridotta (tre stesure)…

Grazie alle amicizie politiche, fasciste, venne nominato professore universitario a Roma, poi in Brasile. Alla caduta del fascismo, sospeso dagli incarichi, fu Attilio Piccioni che lo salvò, in quanto fu reintegrato nel suo incarico universitario a Roma.

Fatti che mi riportano amaramente al presente e spiegano perché la Resistenza non sia conclusa e non possa concludersi. Ora e sempre Resistenza non è dunque solo uno slogan, ma una realtà.

Alla caduta del fascismo i fascisti e soprattutto la loro forma mentis, si sono infiltrati nella società e nella politica, nella DC e non solo, non era certo auspicabile che continuassero a essere presenti anche nella scuola, ma così è stato. In 70 anni non si sono rimossi neppure simboli evidenti del fascismo, ma neppure scritte che inneggiano al duce. Hanno ragione di rammaricarsi i partigiani dell’ANPI. Siamo invece arrivati al punto che in barba all’apologia del fascismo e al reato di ricostituzione del partito fascista, la presidente della camera ha dovuto dare assicurazioni che nulla sarà rimosso. Ho sempre difeso la Boldrini, ma oltre alla scorta avrebbe necessità di essere affiancata da uno storico, magari antifascista, meglio se partigiano.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 18.4.1997) MP

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ORA E SEMPRE RESISTENZA
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Kate
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Inviato il 19/02/2016 alle 23:00
Now what happens?

IL SEGRETO DI PULCINELLA

Lezioni condivise 96 – Leopardi visto da Ungaretti

31 Gen 2015 @ 8:00 PM

Scrivere del Pensiero è sempre un grosso rischio, se poi si tratta di Pensiero controverso, è come andarsela a cercare, ma devo affrontare questo argomento, seppure non troppo direttamente. Da qualche parte avrò detto e scritto del mio rapporto con la filosofia, o per meglio dire con un certo tipo di filosofi, per questo sento la necessità di definire alcuni semplici corollari preliminari, forse banali, ma utili come premessa, come base per un discorso non troppo complesso.

Ogni animale “pensa” e tra questi l’uomo, che in più scrive, nelle sue lingue. Non tutti gli uomini che pensano scrivono i loro pensieri, ne patisce di sicuro la filosofia (che è amore per la sapienza, ma nel sentire comune anche studio del pensiero). Se a qualcuno venisse in mente di raccogliere il pensiero degli operai nelle fabbriche su varie materie, o dei lavoratori comuni, degli artigiani, dei commercianti, delle badanti e via dicendo, non so in quale branca del sapere sarebbero inseriti i loro pensieri, probabilmente in qualche branca della sociologia, peraltro è già cosa fatta.

Un primo “sospetto” è dunque che si sia studiato fino ad ora solo il pensiero di alcuni privilegiati, questo di sicuro fino al Novecento o sbilanciandomi potrei dire fino alla Rivoluzione francese, ma non è necessario ora che sia così preciso. D’altra parte non si possono trattare tutti i Filosofi alla stessa stregua, tra loro troviamo anche chi ci piace, chi la pensa come noi in tutto o in parte… e non sarebbe neppure giusto prendersela con chi fa altre scelte. La mia è solo una riflessione, una critica, libertà legittima come quella di pensiero.

Tuttavia non posso fare a meno di dirla grossa: alcuni, forse soprattutto tra gli esistenzialisti, devono avere avuto troppo tempo libero…

Non vorrei fare attacchi troppo diretti, alcune biografie mi spiazzano. Tutto ha una ragione ed è più giusto elaborare questa che perdersi nei pensieri, magari lontani dalla realtà. Accade infatti che nel nome di questo o quello, suo malgrado, antico, moderno o contemporaneo, si compiano olocausti, stragi o delitti bestiali.

Atterro, in qualche modo, sulla lettura di Leopardi da parte di Ungaretti. Potrebbe sembrare qualcosa di abbastanza strano, vista la premessa, ma a volte ci sono dei motivi particolari anche per fare le cose più comuni.

La prima impressione è che non vi siano grandi cose in comune tra i due, anzi mi si presentano alcune antitesi, ma si può scavare, si possono riferire altre opinioni.

La prima è quella dello stesso Ungaretti, che si sente legato a Leopardi dalla teoria del Segreto. La poesia nasconderebbe il segreto del poeta, quel segreto che egli vorrebbe condividere, rivelare, ma lo fa costruendovi attorno il mistero, lo rivela in modo meraviglioso, prodigioso, servendosi di una forma che stupisca, che faccia effetto, sia spettacolare.

Questo è abbastanza vero per diversi stili poetici, fino a un certo punto anche per la poesia di Ungaretti, mentre avrei qualche difficoltà a riconoscere in tale descrizione la poesia di Leopardi, anche se il concetto di meraviglioso può essere soggettivo, ma non se ci si riferisce al barocco come fa esplicitamente il lucchese.

La realtà è che lui si barcamena in un bailamme stilistico tra minimalismo, frammentismo, espressionismo, simbolismo, poi ermetismo, neoclassicismo, forse anche tracce di futurismo e barocco, peraltro conditi da condizionamenti ambientali, prima l’esilio e la guerra, poi il fascismo e le vicende personali. Ne è prova anche il cambiamento di atteggiamento nei confronti del passato, della memoria, che prima gli consentiva di muoversi nel tempo a suo piacimento, fino a tornare all’innocenza del bimbo, poi viene in qualche modo rinnegata ne “Il sentimento del tempo”.

Egli si è creato propri riferimenti tra i “cultori della segretezza”, ne ha tratto il proprio linguaggio poetico e la scelta della parola.

Le comunanze sono un po’ forzate, come quella che legherebbe “L’Allegria di naufragi” e “…il naufragar m’è dolce in questo mare”. Mentre ne “Il sentimento de tempo” ad unirli c’è un pessimismo, più umano in Leopardi, portato all’estremo in Ungaretti.

Questi ha scritto saggi, dispensato lezioni e conferenze sul poeta di Recanati, anche in Brasile. Lo scopre come poeta della decadenza, ma anche dell’innocenza, che attribuisce anche a se stesso, e ascrive il pessimismo del marchigiano alla perdita della fede cristiana. L’uomo nasce felice, ma viene corrotto dalla storia, pertanto per esserlo ancora deve mentire a se stesso “io nel pensier mi fingo… e il naufragar m’è dolce…”, un moto ironico dalla natura circostante, conosciuta, in fusione spaziotemporale; versi accostati al senso di infinito in “M’illumino d’immenso”, che tuttavia ha un’altra storia: tutto ciò che al risveglio concede il disagio materiale tangibile e l’illogicità di una guerra.

Ungaretti passa poi dai contenuti alla poetica, in polemica con La Ronda (apparentemente su posizioni comuni, ma più classicistiche). Egli guardava ai classici, un po’ per le direttive del regime e si inventava l’innovazione partendo da essi.

Ciò che rendeva poetico Leopardi era la ricerca lessicale, la lingua arcaica, prima che letteraria, scolastica e colta, e se tale, non doveva apparirlo, ma essere moderna e arcaica allo stesso tempo.

Eszter Rónaky, ungherese, docente presso l’Università di Trieste, ha rilevato quella sorta di “rivalutazione” del barocco da parte del toscano, che a suo avviso è anche del Leopardi, nella ricerca di quello che chiama il “vocabolo magico”, teso a provocare meraviglia. Ma la prof è perplessa, perché è noto che il barocco esasperava le regole fino a snaturare la poesia. E’ stato travisato il concetto per l’eccessiva importanza alla forma fine a se stessa, forse per giustificare “Il dolore”, in cui è stato visto una sorta di neobarocco.

Quali sarebbero i vocaboli magici del Leopardi per Ungaretti non è dato sapere: forse “la donzelletta”, “i veroni del paterno ostello” o “i sempiterni calli”? Che la diacronia linguistica sia talmente mutata in così poco tempo? Che Ungaretti dominasse un italiano manzoniano, mentre ai nostri tempi, con la rivincita dei dialetti e il diritto allo studio, quei termini non appaiono così fuori dal normale? Qual è dunque questo “inesauribile segreto”: la normale mutazione di registri linguistici nel tempo o il silenzioso dimenarsi tra le imposizioni stilistiche del fascismo e il canto libero? O è appunto un mistero irrisolvibile che è memoria e rivoluzione allo stesso tempo.

La formazione letteraria di Ungaretti contempla poeti dello spessore di Rimbaud, Mallarmé, Apollinaire, Leopardi e Petrarca e frequentazioni più diffuse con italiani come Palazzeschi, Soffici, Papini e le loro riviste (ove ha esercitato anche la funzione di critico), la considerazione di tutta la letteratura a partire dal Duecento, in cerca forse di risposte, come nella vita di una dimora, dato che si sentiva costantemente in esilio, identificandosi forse con la storia drammatica dell’amico Moammed Sceab.

Rónaky lo spiega con l’esigenza di aderire a qualcosa, avere una patria, una letteratura, una storia, anche per la sua deriva prima militarista, poi nazionalista. Da un punto di vista più letterario, l’importanza della “parola”, della ricerca linguistica che lui trova in Leopardi, nelle sue espressioni arcaiche, è il trait d’union con il linguaggio del Petrarca, con una lingua remota, ma d’arte, dunque elegante e per questo moderna.

Vi è dunque una linea Petrarca-Leopardi-Ungaretti? A mio avviso essa è tale solo nelle aspirazioni di quest’ultimo. Diverso è trovare in questa catena un senso di aderenza, di legame, di eredità perenne, il naturale quid della poesia.

Un’altra affinità con Leopardi, egli sembra trovarla nel “rapporto” con Nietzsche e precisamente nelle tesi sul nulla e sull’annientamento. Il tedesco condivide la visione di Leopardi secondo cui l’illusione dell’arte è condizione per la sopravvivenza; contro il mondo crudele è necessaria la menzogna per vivere. Per questo l’uomo è mentitore e artista per natura. Ma Nietzsche si spinge fino al superuomo, colui che sa godere della vita nel bene e nel male e concilia il piacere di vivere anche con quello dell’annientamento. Leopardi esclude questo piacere, ritenendo che chi è cosciente del nulla può avere solo il piacere della capacità di percepire il proprio destino.

Di Leopardi Nietzsche stimava pessimismo e nichilismo. Riduceva un po’ tutto al suo pensiero negativo. Tolstoj disse che era un folle megalomane. Dal darwinismo si inventò l’idea di una selezione anche nella società umana, ove avrebbero prevalso gli individui portati alla supremazia per la loro “volontà di potenza”, criticando l’ottimismo progressista di Darwin. Teorie pericolose che sappiamo poi di chi vennero raccolte… Peccato che per dimostrare l’inconsistenza delle teorie di Nietzsche ci siano voluti Hitler, Mussolini e i loro tanti replicanti, aspiranti “superuomini”.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 11.4.1997) MP

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IL SEGRETO DI PULCINELLA
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Alicia
thebeautifulbrain.com/2013/04/what-we-talk-about-…
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Inviato il 08/10/2015 alle 15:24
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GENESIS OF THE WRITE & TOUCH

Lezioni condivise 90 –  Il silenzio che fa rumore

25 Lug 2014 @ 7:55

Visto che quivi si dovrà trattare di una certa meditazione, mi domando se esista un qualche stile letterario simil drag-and-drop, qualcosa come write & touch (the balls)… Le parentesi e l’inglese sono una ulteriore precauzione apotropaica.

Ho già trattato de “Il sentimento del tempo” di Ungaretti nella lezione 88, con particolare attenzione agli Inni – che già non erano tutta questa allegria – , doversi occupare de La morte meditata, non so in quale misura possa migliorare l’umore.

Per me sarebbe di per sé un argomento tabù, tuttavia Ungaretti ha sempre parlato dell’atleta senza sonno – per usare le sue parole – , sia quando ne aveva ben d’onde, durante la guerra, ma anche in anni di morte della libertà, durante il fascismo; purtroppo a quella lui non si è mai riferito, utilizzando semmai il paradosso forse involontario, di parlare di libertà nella cella del condannato a morte.

La sua prospettiva con la sorella dell’ombra o madre velenosa, appare come una sorta di feticcio, un amuleto verbale, visto che è vissuto 82 anni, anche se tutti i suoi gioiosi pensieri gliene facevano dimostrare cento.

Egli evoca questa donna da guardare con distacco, in maniera temporale, storica, ma soprattutto metafisica, edenica, mai dantesca però, molto più lugubre – anche quando diveniva epica, favola – della desolazione leopardiana, che parlarne è un’impresa eroica e al contempo temeraria.

La morte meditata (1932) è composta da sei canti ed è la sesta sezione della silloge, l’ultima, prima che nell’edizione finale del 1936 venisse inserita L’amore. Stile ermetico più che mai, nominalistico, evanescente e indistinto, per capirne la lugubre portata, è sufficiente l’avvio del primo canto:

O sorella dell’ombra,/ Notturna quanto più la luce ha forza,/ M’insegui, morte.

L’abbinamento di amore e morte, vita e caducità umana, innocenza e memoria, temi dell’intero lavoro, qui non hanno soluzione di continuità e nell’atmosfera che si crea gli elementi positivi hanno la peggio.

L’uomo non può fare altro che fermarsi a osservare le tracce del percorso di questa tenebra contrapposta alla luce. Essa è la Madre velenosa degli evi/ nella paura del palpito/ e della solitudine,/ bellezza punita e ridente, forse deridente, metafora della poesia.

Sognatrice fuggente,atleta senza sonnodella nostra grandezza,quando m’avrai domato, dimmi:nella malinconia dei vivivolerà a lungo la mia ombra? Un’altalena continua tra vita terrena ed eterna che distrugge anche la poesia, una sorta di attentato, un processo iniquo, da Omero in poi. Il silenzio omerico è notturno, ma quieto, è il silenzio di Aiace Telamonio nell’XI canto dell’Odissea nei confronti di un tardivo conciliante Ulisse.

L’infarcitura luminosa di storia in Ungaretti, si fa subito tetra, nonostante gli elementi religiosi e mitici, con la deriva funerea e sepolcrale, un’atmosfera grigia, che sta talmente tanto nelle sue corde da riuscire a rendere buia anche l’estate con il sole alto; essa con l’uso o abuso di antitesi e ossimori, diventa torrida, paurosa, distruttrice. Molti brani sono stati sottoposti a un continuo lavorio stilistico e a modifiche, anche con il passaggio dalla scrittura dialogica a quella monofonica.

Nel canto secondo, l’emula sofferente, il silenzio che fa rumore, prosegue per la sua strada e la lusinga finale alla muta parola, esaspera semplicemente il disincanto: “Ti odo cantare come una cicala/ nella rosa abbrunata dei riflessi”. Il canto terzo è speculare, ossessivo, delirante, le cicale ritornano, non nella rosa, ma iroseTu, nella luce fonda,/ o confuso silenzio,/ insisti come le cicale irose. Torna di nuovo il concetto di silenzio chiassoso.

La conclusione, il canto sesto, è di nuovo un’invettiva contro la Memoria, colpevole di offrire spiragli di positività nello squallore totale, e con lei ne fa le spese l’uomo che vi ricorre: Solo tu, memoria demente/ la libertà potevi catturare (…) Con voi, fantasmi, non ho mai ritegno,/ e dei vostri rimorsi ho pieno il cuore/quando fa giorno. Fosse una penitenza, un principio di rimorso, volontà di espiazione, ma non pare affatto, sembra invece mera rimozione.

Era la giusta fine per quella silloge, l’aggiunta della settima sezione, L’Amore, esaspera e confonde. Essa venne aggiunta successivamente alla prima pubblicazione, portando i brani da 62 a 70. Nonostante il titolo l’atmosfera cupa non cessa, ma appare un po’ fuori posto e aumenta la nostra perplessità.

L’amore
Canto Beduino (1932)
Canto (1932)
… (1932)                                                                     p.s. il titolo (sic!)
Preludio (1934)
Quale grido (1934)
Auguri per il proprio compleanno (1935)
Senza più peso (1934)
Silenzio stellato (1932)

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 18.3.1997) MP

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Genesis of the write & touch
2 #
sally brown
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Inviato il 05/08/2014 alle 00:02
ehm…io ci ho fatto la tesi di laurea, sul silenzio.: poiché di ciò di cui non si poteva parlare, si doveva tacere. ma j. cage se ne fregava….e suonava lo stesso. ma in silenzio…muto stai…( e pensa alla stecca) /.)

Genesis of the write & touch
1 #
vitty
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84.223.33.183
Inviato il 14/07/2014 alle 22:04
Ti ringrazio Indian per avermi aggiornato con l’indirizzo del tuo sito di poesie. Permettimi di farti i complimenti! Scrivi benissimo! Sai creare delle atmosfere molto coinvolgenti con i tuoi versi.Specialmente le poesie in dialetto ( che,lo ammetto non riesco a tradurre le parole ma riesco a carpirne l’intensità,il patos che racchiudono ) una volta letta la traduzione, capisco di non essermi sbagliata.Le emozioni che mi avevano trasmesso erano quelle giuste!
Per ora mi sono fermata alla poesia “Presepe ” che mi ha colpito e commosso molto. Per tutta una serie di circostanze,che non starò a spiegare, mi ha toccato profondamente l’anima. Trovo davvero ammirevole questa tua sensibilità nel dire e non dire certe cose. Nel lasciare largo spazio al pensiero,al cuore, per diventare tutt’uno con i sentimenti che si sprigionano grazie alle tue parole.
Ora metterò il link nella colonnina,così potrò leggerle e rileggerle a mio piacimento. Io adoro le poesie. Per me sono una vera carezza per l’anima!
Per quanto riguarda Tomas Eliot invece di carezza,sarebbe meglio dire un pugno nell’anima!
In casa ,dato che ho una discreta raccolta di autori,ho trovato un libro pieno di sue poesie. Ho prima approfondito il profilo del poeta, cercando di scoprire il più possibile i lati del suo carattere,la sua vita. Ne è venuto fuori un ritratto di un uomo piuttosto tormentato,molto introverso.Alla ricerca di trovare il verso giusto che lo facesse entrare nell’olimpo dei poeti affermati. Studioso di Dante,a tal punto da non esitare a prendere in prestito parole e stile da inserire nelle sue opere.
Poi ho iniziato a leggelo. Non solo la “Terra desolata” con le composizioni ” La sepoltura dei morti- Una partita a scacchi- Il sermone del fuoco_ La morte per acqua-V.Ciò che disse il tuono-
Ma pure “gli uomini vuoti”- Mercoledì delle ceneri- Poesie ( con tutta una sfilza di poesie ) ” Prufrock e altre osservazioni ” ( canto d’amore-ritratto di signora- preludi- rapsodia di una notte di vento- Mattino alla finestra- Zia Helen- la cugina nancy- il signor Apollinas- Isteria- Conversazione galante- la figlia che piange)
Ne avrei ancora da leggere ma ho deciso di fermarmi. In quanto,devo ammettere la mia completa incompetenza per comprenderlo a fondo. Si capisce che sono versi che descrivono un animo tormentato,bisognoso di credere in qualcosa in cui non riesce a credere. Sono tutte elucubrazioni interne dove,per me,non trapela nessuno vero sentimento. Per cui non riesce neppure a trasmetterlo.
Ma ripeto,è sicuramente una mia mancanza di conoscenza. Perchè non per niente è i suoi scritti sono inseriti in questa collana ” La grande poesia ”
Certamente spiegato da qualcuno che lo ammira, sarei riuscita a comprenderlo meglio. Come accade quando ci troviamo davanti ad un quadro astratto… alle prime occhiate sembra un groviglio di colori,linee…poi ci viene spiegato e tutto comincia ad avere un senso!
Comunque, per me,i tuoi versi sono assai più belli e sentiti. 🙂 Ciao!!!

THE FEELING OF THE TIME

30 Giu 2014 @ 10:48 PM

WHAT THE THUNDER SAID

Here is no water but only rock
Rock and no water and the sandy road
The road winding above among the mountains
Which are mountains of rock without water
If there were water we should stop and drink
Amongst the rock one cannot stop or think
Sweat is dry and feet are in the sand
If there were only water amongst the rock
Dead mountain mouth of carious teeth that cannot spit
Here one can neither stand nor lie nor sit
There is not even silence in the mountains
But dry sterile thunder without rain
There is not even solitude in the mountains
But red sullen faces sneer and snarl
From doors of mudcracked houses
If there were water
And no rock
If there were rock
And also water
And water
A spring
A pool among the rock
If there were the sound of water only
Not the cicada
And dry grass singing
But sound of water over a rock
Where the hermit – thrust sings in the pine trees
Drip drop drip drop drop drop drop
But there is no water

***********************

COSA HA DETTO IL TUONO (da “The Waste Land”)

Qui non c’è acqua, ma solo roccia
Roccia e non acqua e la strada di sabbia
La tortuosa strada sopra le montagne
Quali sono le montagne di roccia senza acqua
Se ci fosse acqua ci fermeremmo a bere
Tra le rocce non ci si può fermare o pensare
Il sudore è asciutto e piedi sono nella sabbia
Se ci fosse solo acqua tra le rocce
La bocca di denti cariati della montagna morta che non può sputare
Qui non si può stare in piedi né mentire né sedersi
Non c’è nemmeno il silenzio in montagna
Ma il tuono asciutto e sterile senza pioggia
Non c’è nemmeno la solitudine in montagna
Ma i volti rossi imbronciati derisi e ringhianti
Dalle porte delle case di fango incrinate
Se ci fosse acqua
E non roccia
Se ci fosse roccia
E anche acqua
e acqua
Un’estate
Una piscina tra le rocce
Se solo ci fosse il suono dell’acqua
Non la cicala
E l’erba secca che canta
Ma il suono dell’acqua su una roccia
Quando l’eremita – canta tra gli alberi di pino
Drip drop drip drop drop drop drop
Ma non c’è acqua

T. S. Eliot (from “The Waste Land”)

Commenti (3)

The feeling of the time
3 #
giulia
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79.41.176.230
Inviato il 05/07/2014 alle 13:45
oggi anche per me è una giornata da waste land…

The feeling of the time
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Vitty
vitty.blog.tiscali.it
vitty.n@tiscali.it
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Inviato il 04/07/2014 alle 21:31
Complimenti per la scelta di questo testo.Davvero difficile da interpretare. Mi piacerebbe sentire una tua spiegazione 🙂

The feeling of the time
3 #
sally brown
innellama@tiscali.it
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Inviato il 19/06/2014 alle 22:49
dove eravamo rimaste? a Fedor…probabilmente, troppo lungo il discorso, troppo lungo. La linguistica invece mi ha sempre incuriosito: che necessità c’era di sviluppare lingue, idiomi diversi? e sulla base di cosa? perché il cirillico dei russi e il mandarino dei cinesi? una forma di difesa, non permettere l’ inclusione. Come quando da bambini si inventa un codice segreto per non farsi capire dagli adulti? ciao, alla prox…

L’APPIATTIMENTO NEOCLASSICISTA MINCULPOPPISTA

Lezioni condivise 88 – Il sentimento del tempo

30 Apr 2014 @ 11:59 PM 

Le cose peggiori che era necessario dire su Ungaretti sono state dette, forse anche le migliori possibili, per cui esaminando la sua produzione di regime e i cambiamenti di stile netti dall’Allegria al Sentimento del tempo, inutile farsi tanti scrupoli.

Il suo appiattimento stilistico rispetto alla prima produzione e le scelte difformi dalla sua biografia precedente alla grande guerra, lasciano perplessi e non c’è modo di trovargli giustificazioni.

La nuova “poetica” era imposta dalla dittatura, ovvero dalle sue ramificazioni minculpoppiste, e Il Sentimento del tempo – sua seconda silloge del 1933/36, 70 poesie – ne è il frutto. E’ vero che non fu il solo ad aderire al regime, ma i più hanno l’attenuante della giovane età e soprattutto l’aver preso a un certo punto le distanze dal fascismo, cosa che il “nostro”, come abbiamo già detto, non ha mai fatto, anzi ne è stato per certi versi un soccorritore, ha cercato di mettere tutto e tutti sullo stesso piano, come fa ancora la destra, comprese le zone grigie del PD.

Il sentimento del tempo è molto diversa dall’Allegria, per stile e contenuti. La forma ripristina la metrica classica, punteggiatura, aggettivi, uso regolare della sintassi, ricercatezza delle parole, la retorica, l’allusione, polivalenza, ermetismo, spazi tra i versi, strofe brevi a rima libera e vari tecnicismi arcaici.

L ’Allegria invece si basa sull’assenza di metrica, di punteggiatura, di aggettivi, il verso era libero, la sintassi trascurata, le parole concrete e comuni, i versi essenziali senza figure retoriche, solo similitudini; il linguaggio scarno e intenso, i versi franti, spezzettati, versi-parola, versi aggressivi.

La guerra ha cambiato tante cose e principalmente ha portato il fascismo, ragione politica del cambiamento del lucchese, uomo ubbidiente al duce, al punto da non vedere il liberticidio che il dittatore aveva prodotto in Italia. Ungaretti era perfettamente integrato nell’ideologia fascista, la sua libertà era solo metafisica.

Le altre ragioni che vengono sollevate per un cambiamento simile, non sono a mio avviso determinanti: quelle personali – il trasferimento a Roma, il matrimonio con Jeanne Dupoix, la paternità, la morte della madre, il disagio economico; culturali – la collaborazione con La Ronda di Vincenzo Cardarelli e il ritorno all’ordine anche metrico, al nuovo classicismo, diretta conseguenza della stretta del regime, che dettava le sue leggi su tutto (quelli di “Ragioni di una poesia” del 1949 sono pretesti, tentativi di dare una motivazione “poetica” al cambiamento, in contraddizione con la passata vicinanza al simbolismo francese); religiosi – la “conversione” al cattolicesimo (convertirsi e aderire al fascismo è una bella logica!)

Semmai gli elementi non politici possono aver inciso sui contenuti: l’osservazione del paesaggio romano, d’estate, paragonato al barocco (che sbriciola e ricostruisce), un rapporto tra vita e morte; il sole, visto nella sua funzione implacabile, violenta, accostato a una “libertà” che rende prigionieri.

In questo senso egli stesso individua tre momenti della raccolta: il paesaggio come profondità storica; la civiltà minacciata di morte e dunque il destino dell’uomo in relazione con l ’eterno; l’invecchiamento, il perire della carne.

L’opera consta di sette sezioni: “Prime” (1919-1924), ancora vicina all’Allegria;  “La fine di Crono” (1925-1931), pre-ermetiche, già con elementi neoclassici: paesaggi estivi e pensieri metafisici, poesie oscure come L’isola e Fine; “Sogni e Accordi ” (1927-1929), paesaggi, ambiente, ove l’uomo è Stanca ombra nella luce polverosa; “Leggende” (1929-1935), poesie dedicate a persone care morte, ermetiche e tradizionali; “Inni” (1928-1932), riflessione sulla condizione umana, una sorta di rapporto dialettico con Dio, cui si chiede ragione dei tormenti dell’umanità, riconoscendo infine la natura malvagia degli uomini.

Gli “Inni” comprendono La PietàCaino e La Preghiera, considerate le migliori della raccolta, si tratta di una trilogia con versi ermetici e polisemantici, scritti durante la conversione religiosa.

La pietà è ritenuta la migliore, esprime la disperazione dei suoi primi 40 anni. Reca epigrafi, domande retoriche. Non ci vedo livelli ieratici alti e tanto meno l’accostamento ai salmi, azzardati da alcuni critici.

No, odio il vento e la sua voce/ di bestia immemorabile./Dio, coloro che t’implorano/ Non ti conoscono più che di nome? (…) La luce che ci punge/ è un filo sempre più sottile./ Più non abbagli tu, se non uccidi?/ (…) E per pensarti, Eterno,/ non ha che le bestemmie.

Il discorso prosegue in Caino, raffigurato in senso mitico e storico:

Corre sopra le sabbie favolose/ e il suo piede è leggero./ O pastore di lupi,/ hai i denti della luce breve/ che punge i nostri giorni“. Una luce breve in cui si intravede già la notte eterna.
Sei tu fra gli alberi incantati?/ E mentre scoppio di brama,/ cambia il tempo, t’aggiri ombroso,/ col mio passo mi fuggi…”.

L’uomo non è onesto di natura, sostiene Ungaretti, si dibatte nella primordiale tendenza umana al peccato, sempre in conflitto tra l’istinto violento e il desiderio di innocenza. Ma il brano, pur nella sua rappresentazione pacata, riporta un’immagine molto pericolosa, specie se espressa da un aderente al fascismo, è l’attacco alla Memoria, sia sotto il profilo storico che intellettuale. La Memoria non sarebbe onesta perché ricorda al peccatore il suo delitto, che ha oblio solo nel sonno. Allontanando la memoria del peccato si tornerebbe innocenti. Sembra satira! E’ la ricerca di alibi per tutte le nefandezze commesse dal duce? Gli interpreti benevoli suggeriscono che Ungaretti intenda semplicemente inibire la memoria onde evitare la ripetizione di fatti efferati, ma che significa? E’ esattamente il contrario dell’insegnamento umanitario di Dostoevskij in Delitto e castigo: per espiare un delitto occorre ravvedersi, guadagnarsi così una nuova possibilità di vivere, senza rimuovere nulla. Ma quella debole giustificazione è smentita dal poeta stesso quando contrappone innocenza e Memoria, che definisce “figlia indiscreta della noia”. Il Pensiero è dunque noioso? Questo è oscurantismo intellettuale, il capovolgimento di un valore; ed è inutile che si cerchi soccorso in Leopardi, per il quale era noia la nostalgia delle occasioni perdute, in un contesto peraltro personale e non sanguinario. Qui siamo invece a predicare l’incoscienza/innocenza contro l’indiscreta scomoda Memoria che ricorda un fratricidio.

Il concetto torna ne “La terra promessa”: Memoria di Didone, IV coro “Solo ho nell’anima coperti schianti,/ equatori selvosi, su paduli/ brumali grumi di vapore dove/ delira il desiderio,/ nel sonno, di non essere mai nati”.  Ma qui si tratta di dimenticare un dolore, non un delitto, anche se la Memoria è sempre consolatrice e aiuta nei passi successivi.

La preghiera chiede perdono per i peccati degli uomini; rappresenta la raffigurazione delle anime dopo la resurrezione dei morti, che si uniranno e formeranno l’eterna Umanità e il sonno felice di Dio.

Come dolce prima dell’uomo/ doveva andare il mondo./ L’uomo ne cavò beffe di demòni,/ (…) Signore, sogno fermo,/ fa’ che torni a correre un patto./ Oh! rasserena questi figli (…)Vorrei di nuovo udirti dire/ Che in te finalmente annullate/ le anime s’uniranno/ e lassù formeranno,/ eterna umanità,/ il tuo sonno felice.

La sesta sezione della silloge è “La morte meditata” (1932), sei canti sulla morte, vista con distacco, impersonata da una donna. Stile ermetico, nominalistico, evanescente e indistinto.

La settima sezione, “L’amore” (1932-1935) comprende otto poesie aggiunte nell’edizione del 1936. L’amore ispirato da donne lontane, sempre in chiave ermetica e indefinita.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 14.3.1997) MP

Commenti (1)
L’appiattimento neoclassicista minculpoppista
1 #
giulia
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87.0.244.16
Inviato il 28/04/2014 alle 23:11
Guarda che in america ci sono andati gli europei per primi (non è che i nativi siano scomparsi per colpa degli amerikani, visto che gli unici amerikani erano proprio i nativi), quindi prenditela con noi che siamo andati là con sete di conquista. hai provato a spiegarlo dopo, ma prima hai fatto gli stessi danni di Odifreddi

GRIDATE DI PIÙ…

Lezioni condivise 85 – Vita d’un uomo

31 Gen 2014 @ 11:59 PM

Ha ragione Moni Ovadia, l’olocausto è stato un crimine universale non contro un solo popolo, sebbene il quello ebraico ne abbia subito le conseguenze più gravi e palesi. Ogni giorno è buono per ricordare questo crimine, ma la giornata della Memoria serve soprattutto per ricordare la shoah agli smemorati, a chi tende a rimuovere, oltre che alle nuove generazioni, perché sappiano…

La Memoria, che serve per scongiurare il ripetersi di simili sciagure, deve comprendere tutte le shoah perpetrate da alcuni stati per sopprimere altri popoli, spesso fratelli; penso al dramma degli armeni, dei palestinesi, dei nativi americani, dei curdi e di tutti i popoli senza terra e senza autodeterminazione. La Memoria non può distinguere tra strage e strage, o peggio strumentalizzarla per altri fini.

La peggiore cosa che possa fare un popolo perseguitato è perseguitare a sua volta; ritenere che come erede di uno sterminio possa aver acquisito patenti per commettere ogni sorta di nefandezza. Insomma, se è tra le peggiori affermazioni nazi-fasciste la frase pronunciata nel 1869 al Congresso americano dal deputato James Cavanaugh “Io non ho mai visto in vita mia un indiano buono… tranne quando ho visto un indiano morto”, non è vero neppure il contrario, cioè non esistono popoli buoni e popoli cattivi tout court, esistono persone eccellenti e persone malvagie, con tante vie di mezzo.

Fatta questa importante precisazione, visto che i padroni della terra e della guerra decidono a loro piacimento quali sono gli eccidi da esecrare e quelli di cui far finta di nulla, mi chiedo senza soluzione, come possa aver fatto il poeta Ungaretti, così coinvolto moralmente con un regime spregevole come quello fascista, a non pronunciare una parola di scusa o di ripudio per la sua contiguità al regime. L’unico suo atto attinente peggiora addirittura la situazione perché, come altri ancora oggi, cercò di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici. Non gridate più… Invece occorre gridare di più contro le dittature di ogni natura (anche economica), la violenza, il liberticidio e l’ingiustizia. Ho già affrontato l’argomento e devo ribadire che questa sorta di negazionismo e intorbidimento della verità, è per certi versi conforme ad altri comportamenti di Ungaretti, poco autocritico e obiettivo, egocentrico e indisponibile a fare scelte coraggiose e conseguenti a certi suoi versi sulla guerra, di modo che, senza quelle, essi appaiono come di un fastidio privato, personale.

La ventura di averlo studiato a fondo non è negativa in se, serve a poter essere critici e a leggere come dovuto tesi decontestualizzate che lo vedono poeta contro la guerra, è eccessivo; è stato piuttosto contro la sua guerra e non ha condannato la seconda guerra mondiale, non può venire a dire “Non gridate più”, urliamo eccome contro il fascismo che è stato e contro i fascismi attuali.

Egli certamente non è un esempio da indicare ai ragazzi, e sinceramente sarebbe stato più interessante studiare a fondo un Saba, un Quasimodo, al più un Montale… Questi non aderì al fascismo, se ne stette buono, è stato sincero; meno accettabile è che di un comportamento passivo, non dico ci si vanti, ma che si faccia passare come se una cosa valesse l’altra e non bisogna mai dare questa impressione specie quando si è personaggi pubblici. Impossibile pertanto separare la vita reale dalla poesia.

La summa di tutta la poetica di Ungaretti, che almeno non ha avuto anche il demerito di fare nei versi l’apologia del regime, è raccolta nell’opera Vita d’un uomo, pubblicata nel 1969. Gli 82 anni di vita gli hanno dato la possibilità di essere critico con se stesso sotto il profilo letterario; condusse in radio la trasmissione “Ungaretti commentato da Ungaretti” e non disdegnò di apparire in tv: tuttavia non so se fece auto apologia o autocritica.

La logica di Vita d’un uomo porta a concludere che tutte le sue sillogi prefigurassero quest’opera unica, fin dal 1914. In essa è inglobata la sua vita, i suoi cambiamenti stilistici, le tante modifiche alle sue opere, rese con il tempo sempre più minimaliste.

Si possono dare diverse letture dell’opera, io provo a darne una consueta, integrata…

Distinguiamo tre periodi: quello che porta a rivisitare la vita passata, anche quella del bambino e ragazzo, l’Egitto, Lucca; quello segnato dalle guerre (quindi dalla precarietà della vita stessa, dal terrore), la dimensione del tempo, un tempo che scorre e si perde, e ha come orizzonte la fine, la dimensione dell’esserci e non esserci, anche se non si è vecchi; infine il dolore, le vicende personali, ma anche un dolore oggettivo, come di insoddisfazione, recriminazione contro se stessi… che si trascina fino in fondo, tra novità che non ci sono.

Tutto si è compiuto con le prime raccolte e il resto è quasi accademia. In questo senso L’Allegria, come prima fase, e Il sentimento del tempo, quale ritorno all’ordine: sono tappe parallele per arrivare a La vita di un uomo. Si appiattiscono di fronte a questa opera Soffici e gli altri, cui lui teneva così tanto.

“Soltanto la poesia – l’ho imparato terribilmente, lo so – la poesia solo può recuperare l’uomo, persino quando ogni occhio s’accorge, per l’accumularsi delle disgrazie, che la natura domina la ragione e che l’uomo è molto meno regolato della propria opera che non sia alla mercé dell’Elemento…”

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto.
(Il porto sepolto, Giuseppe Ungaretti, 1916)

L’allegria del 1931, raccoglie in se le prime due fasi, quella del Porto sepolto (Alessandria d’Egitto, Lucca, Parigi) e Allegria di naufragi, ricordi frammisti all’esperienza della Prima guerra mondiale, come dolore ma anche come scoperta di fratellanza e umanità, per quanto ciò sia paradossale.

La guerra gli stimola i ricordi della vita civile, l’amico arabo Moammed Sceab (In memoria), Il porto sepolto pre-alessandrino, I fiumi, attraverso i quali ripercorre la sua vita.

Sentimento del tempo non ha invece un tema unitario, se non sotto il profilo artistico, il ritorno alla metrica italica, anche in contrasto con il sentimento artistico del tempo.

Intorno agli anni Venti, dopo la Prima Guerra Mondiale si diffuse il disgusto per la guerra; tale avversione causò tra l’altro la nascita del movimento Dada. Questo movimento generò furore e scandalo. Essendoci dall’altra parte i giustificazionisti, ci fu una sorta di lotta tra civiltà e barbarie.

Dada intendeva distruggere la nuova crociata guerrafondaia. Il movimento durò pochi anni, circa sei, dal 1916 al 1922, il suo giornale “Ça Ira!”, anche se parlare di qualcosa che lo rappresenti è un controsenso. Nacque al tempo della battaglia di Verdun, mentre si manifestava un certo logoramento della guerra, e si spense all’indomani dello schiacciamento della rivoluzione tedesca. L’orizzonte di Dada è quello della guerra e della rivoluzione, compreso tra la morte di Apollinaire, due giorni prima dell’armistizio, e la sconfitta dei tentativi operai della presa del potere in Europa; sconfitta a cui è dedicato il III Congresso dell’Internazionale nel giugno del 1921. Qualche elemento comune, ma anche forti contrasti ebbe con il surrealismo e il futurismo.

Sono anni di confusione e di ricerca, tutto è tutto e alla fine molti superano questa fase tornando al classicismo. Questo è anche il travaglio ungarettiano. Torna agli stili del passato, a leggere Dante, Jacopone, Guittone. Il problema non è l’endecasillabo, ma un ordine metrico, non il versicolo o il prosaicismo.

Nel 1928 Ungaretti attraversa una crisi religiosa e si avvicina al “cristianesimo” (quale? mi chiederei, quello istituzionale, chiesastico, conciliare?), ciò tuttavia influisce sul Sentimento del tempo (1933), opera di ritorno alla tradizione e con contenuti più intimi, esistenziali ed ermetici. Nella silloge individua tre fasi: il tempo storico, Roma antica, misticismo, paesaggio; il tempo vitale, la sorte umana, Roma barocca, decadente; la percezione dell’invecchiamento, del declino fisico. Nelle edizioni il libro si compone delle sezioni: Prima, La fine di Crono, Sogni e Accordi, Leggende, Inni, La morte meditata, L’amore. Lui stesso fa rilevare la diversità tra le due sillogi pubblicate, e con la seconda diventa un riferimento per gli Ermetici.

Proseguendo nella sua opera, e tentando di districarci noi stessi in essa, Ungaretti usa dividerla in stagioni. Forse Il porto sepolto, in primis, rappresenta la Primavera, Il sentimento rappresenta l’Estate (avvicinata al barocco), con La terra promessa avrebbe voluto cantare l’Autunno della vita, il modo di affrontare questo tempo. Questo lavoro fu interrotto dalla morte del figlio, ancora bambino, in Brasile. Tornato in Italia nel ’42, vi trovò la guerra e l’occupazione nazista; scrisse la raccolta “Il dolore”, che nel suo bilancio umano e poetico sarà in molti sensi vicina alla faticosa ripresa de “La terra promessa” e dei suoi lavori conclusivi.

Come compendio che consenta di verificare il succedersi dell’opera ungarettiana, non sempre ristretta in tempi rigorosamente definiti, riporto la bibliografia essenziale:

Natale, Napoli, 26 dicembre 1916;
II Porto Sepolto, Stabilimento tipografico friulano, Udine, 1917;
Allegria di naufragi, Vallecchi, Firenze, 1919;
Il Porto Sepolto Stamperia Apuana, La Spezia, 1923;
L’Allegria, Preda, Milano, 1931;
Sentimento del Tempo, Vallecchi, Firenze, 1933;
La guerra, I edizione italiana, Milano, 1947;
Il Dolore, Milano, 1947;
Demiers Jours. 1919, Milano, 1947;
Gridasti: Soffoco…, Milano, 1950;
La Terra Promessa, Milano, 1950;
Un grido e Paesaggi, Milano, 1952;
Les Cinq livres, texte francais etabli par l’auteur et Jean Lescure. Quelques reflexions de l’auteur, Paris, 1954;
Poesie disperse (1915-1927), Milano, 1959;
Il Taccuino del Vecchio, Milano, 1960;
Dialogo , Milano, 1968;
Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Milano, 1969.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 7.3.1997) MP

Commenti (3)

Gridate di più…
3 #
giulia
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87.5.246.25
Inviato il 17/02/2014 alle 20:17
sparite!
Il problema dei giusti è di essere troppo giusti.
Avrò la fissa, ma U. M. denunciò la presenza dei nazi proprio all’Università. Perché reintegrare chi si era macchiato di delitti così gravi?

Gridate di più…
2 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
82.60.183.152
Inviato il 15/02/2014 alle 19:27
ma sei pieno di pubblicità, come mai?

Gridate di più…
1 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
82.60.161.157
Inviato il 27/01/2014 alle 21:34
Chi non ha peccato scagli la prima pietra.
Così parlò Sciola.
Ops… forse mi confondo 😉
La capacità di un artista penso sia come quella di Sciola di creare dalla semplicità e di ideare qualcosa di eccezionale e unico, eppur universale.

SENSI DI SQUALLORE LETTERARIO FASCISTA

Lezioni condivise 82 – Ungaretti e Soffici

31 Ott 2013 @ 11:59 PM

Si scandalizza qualcuno se affermo che la produzione di poesia italiana nel Novecento, e in particolar modo nella prima metà del secolo, è stata minore? E’ tale proprio nei poeti più celebrati, e se c’è stata Grande poesia, è sommersa, tiratela fuori! Salverei solo qualche poeta, ma dalla caduta del fascismo in poi, ma mai all’altezza dei narratori del secolo scorso, che giganteggiano.

E’ triste che la poesia, tendente all’arte pura, sia stata imbrigliata nelle maglie del fascismo, mentre per attitudine naturale avrebbe dovuto essere resistente, partigiana; ruolo che è toccato prevalentemente al romanzo neorealista.

Per questo è desolante parlare di Ungaretti e di alcuni suoi amici, che formatisi nell’avanguardia francese più anticonformista, finirono per aderire al fascismo, accettandone i favori ed essendo assorbiti dalla sua peggiore propaganda reazionaria.

Ho già trattato questo argomento, ma devo rincarare la dose parlando del suo amico Ardengo Soffici. Questi, toscano, più grande di Ungaretti di nove anni, si dedicava a pittura, scrittura e critica letteraria, collaborando con varie riviste tra cui “Il Leonardo”, “La voce” e “Lacerba”, di cui fu cofondatore con Papini.

Soffici e Ungaretti si conobbero nel 1914, alla vigilia della guerra ed ebbero una fitta corrispondenza dal 1917 al 1930, avviata sul comune terreno del simbolismo francese; discussione che in seguito, pur restando amici, li divise sul piano artistico.

Le loro lettere trattano di letteratura, novità e giudizi sugli autori, ma soprattutto di Ungaretti uomo e soldato, di politica e guerra. In esse, il poeta lucchese, esprime simbologie che ricompariranno nei suoi versi.

Alla vigilia dello scoppio della grande guerra Ungaretti era interventista. Nel 1917 si arruolò nel 19° fanteria e fu spedito all’ufficio censura, che lasciò volontariamente per il fronte. Presto però si stancò della guerra, scrisse le note poesie dal fronte, criticò la gestione del conflitto e chiese ripetutamente il congedo e l’intervento di Soffici per ottenerlo.

La prof, molto indulgente sulle scelte politiche di Ungaretti, è riuscita ad attribuire valore letterario, perfino tecnico, a certe lettere di questo tenore; a mio avviso, in esse viene espressa in modo penoso e per certi versi meschino, la sua paura e angoscia, che cerca di mascherare in modo ridicolo. A motivo della richiesta di esonero sostiene che lui è poeta, dunque più adatto a scrivere brani di critica letteraria; che conosce il francese come fosse la sua lingua materna (sic!), pertanto potrebbe lavorare in Francia per diffondere la cultura italiana all’estero; che tra i soldati c’era consapevolezza della sua superiorità intellettuale e lo chiamavano “signore”.

Imbarazzante commentare se si tiene presente che si arruolò volontario. Sarebbe stato molto più dignitoso riconoscere l’errore e la brutalità oggettiva della guerra, di ogni guerra; si limitò invece ad esprimerla in versi anche ermetici, aderendo contemporaneamente al fascismo, responsabile tra le altre cose della II guerra mondiale e dei crimini razziali. Pertanto anche la poesia scritta nel dopoguerra, “Non gridate più”, assume un valore sinistro e grottesco, in quanto non distingue tra vittime e carnefici, ma soprattutto in riferimento alla sua mancata condanna della dittatura: sembra quasi che l’invocazione sia rivolta agli ebrei e alle vittime del nazifascismo in genere.

Soffici visse a Parigi dal 1899 al 1907, frequentandone gli ambienti letterari e artistici, tornato in Italia, a Firenze, aderì al futurismo, ma ne uscì nel 1914. La sua produzione letteraria, soprattutto autobiografica, non eccelle, il suo miglior lavoro è considerato Kobilek: giornale di battaglia del 1918, insieme alla sua opera critica, tra cui un saggio su Medardo Rosso, pittore torinese e un altro su Rimbaud.

Soffici fu il recensore de “Il porto sepolto” e “Allegria di naufragi”, ma non condivise i lavori successivi di Ungaretti.

Figura controversa e altalenante, passò da uno spirito giovanile rivoluzionario, all’adesione al fascismo, dove pensava potesse svilupparsi l’ordine morale che perseguiva; dal regime ottenne la nomina di Accademico d’Italia.

In una lettera del 1918 Ungaretti manifestava a Soffici l’ammirazione per la sua intelligenza ed eleganza superiore. Lo riteneva maestro d’arte e di vita. Eppure Soffici andava manifestando punti di vista differenti da quelli di Ungaretti anche sul senso dell’immergersi nel Porto Sepolto, dunque sul modo di scrivere versi.

Nel 1920 Ungaretti si schierò contro le scelte artistiche di Soffici. Il dissidio verteva sul ritorno alla classicità da parte di Soffici, mentre per Ungaretti il recupero della tradizione doveva riguardare esclusivamente la musicalità del verso, secondo i dettami del simbolismo francese.

I vociani intendevano recuperare il classicismo alla Carducci, quello dei poeti morti da tempo come ad esempio Petrarca, cosa che Ungaretti giudica la scelta peggiore, riproporre il passato senza nulla di nuovo. Gli stava bene prendere dai classici come dai moderni, ma non riprodurre pedissequamente il loro stile. Citava dunque insieme a Petrarca, Ronsard, Leopardi, Parini, Rosine, Baudelaire, Mallarmè.

Soffici sosteneva invece il ritorno all’ordine italiano e rinnegava poetiche come quelle di Mallarmè e Valery, simbolisti considerati decadenti, che pure erano stati i suoi maestri. Secondo Soffici i due avevano tagliato con il passato senza costruire nulla di nuovo. I punti di vista sono dunque opposti. Il caso scoppiò nel 1929, quando Ungaretti scrisse un articolo ove elogiava Mallarmè e contestava le scelte di Soffici, il quale a sua volta non apprezzava le scelte fatte da Ungaretti con il Sentimento del tempo e i successivi lavori.

La posizione di Soffici rispetto al fascismo è anche peggiore di quella di Ungaretti. Entrambi nel 1925 firmarono il Manifesto degli intellettuali fascisti e più o meno silenziosamente rimasero fedeli al regime fino alla sua caduta. Ma nel 1938 il nome di Soffici compare addirittura nel manifesto, pubblicato sui giornali, firmato da molti intellettuali in appoggio alle leggi razziali appena emanate. Nel 1943, dopo l’8 settembre, nella Firenze occupata dai nazisti, insieme a Barna Occhini, fondò la rivista “Italia e civiltà”, che uscì per ventitré numeri; aderì anche alla repubblica di Salò, blaterando di amor patrio, di carattere sociale del fascismo e fedeltà ai tedeschi. Dopo la Liberazione fu internato per collaborazionismo e assolto per insufficienza di prove. Graziato dunque dalla cecità della classe dirigente postfascista, in parte impregnata di fascismo, in parte poco lungimirante nel sottovalutare gli effetti del travaso di fascisti e fascismo nella società del dopoguerra.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 28.2.1997) MP

Commenti (4)

Sensi di squallore letterario fascista
4 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.72.251.125
Inviato il 13/12/2013 alle 13:30
spiritosa jahira, convieni? scherzi e battute facili a parte, non ci pare ma questo tuo post apre ad una marea di riflessioni. Prima su tutte, se guardo all’Italia con prospettiva storica vedo due cose: l’impero romano, mastodontica macchina di conquista e di produzione di diritto; il terreno di battaglia prediletto da tutta l’europa e non solo, le scorribande di popoli di tutte le razze. L’italiano di oggi a chi è figlio? Secondo me ha fatto secoli di pratica a imparare a sopravvivere tra dominatori stranieri, soldati di ventura di passaggio e clero in casa: ha imparato l’ambiguità e l’alternanza. Altro che partigiani. Dico sempre che di ogni Paese, per quanto detestabile e ignobile sia la sua politica, c’è sempre almeno una cosa da salvare, dell’america salvo la letteratura e l’indipendenza della stampa. La letteratura Italiana al contrario, risente molto dei venti politici, dei padroni della critica e del mercato letterario( e più in generale dell’arte). Ma l’arte non dovrebbe essere libera? Eppure c’è stato un periodo in cui se non eri fascista non pubblicavi e non vendevi, non mangiavi neanche. Nonostante questo, oggi ho molto rivalutato i repubblichini di Salò, avevano più idee e dignità dei nostri politici attuali, molto più fegato di Badoglio….

Sensi di squallore letterario fascista
3 #
jahira
uff
jahira@virgilio.it
79.7.34.136
Inviato il 19/11/2013 alle 23:07
😀

Sensi di squallore letterario fascista
2 #
jahira
uff
jahira@virgilio.it
79.7.28.105
Inviato il 12/11/2013 alle 20:24
Non si puo’ fare di tutta l’erba un fascio (ehm…..)

Sensi di squallore letterario fascista
1 #
jahira
uff
jahira@virgilio.it
79.10.247.207
Inviato il 24/10/2013 alle 10:37
mah, io non ho piu’ voglia di scrivere delle beghe politiche. Sto aspettando le barricate che verranno, amen

È QUI CHE SI PRENDE IL BATTELLO, È QUI CHE SI VENDEMMIA

Lezioni condivise 78 – Baudelaire e Ungaretti

30 Giu 2013 @ 11:54 PM

Osservo come the estate (lo status) – nel senso di possesso di un’immagine – di una persona possa mutare decisamente in base al luogo dove si forma e vive, e mi riferisco non tanto alla visione che ciascuno ha di se stesso, oggettiva o ideale, ma piuttosto a quella che ne fa o ne farà la società di destinazione (connazionale, letteraria, critica…), il marchio che volenti o nolenti ci viene cucito addosso. Come dire, non saremmo così simili a noi stessi se avessimo vissuto da un’altra parte. E’ abbastanza scontato, ma mi trovo a rifletterci su pensando all’immagine letteraria di Baudelaire e Ungaretti.

Tanto Baudelaire è icona persistente della ribellione, dell’anticonformismo, della poesia maledetta – e ciò trova riscontro nella sua stessa vita di bohemienne, scapigliato e censurato – quanto Ungaretti lo è di un certo conformismo e piattume, che sa di stantio, un grigiore tutto italiano che fu anche dei suoi predecessori, da Foscolo a D’Annunzio. E appunto Baudelaire è francese, Ungaretti italiano, la differenza è evidente già dal confronto tra La Marseillaise e Fratelli d’Italia, tant’è che due menti geniali come i Fratelli Taviani, nel fare un film sul risorgimento lo hanno intitolato Allonsanfan.

Questioni iconografiche, che non ci costringono a beatificare Baudelaire, né alla damnatio memoriae nei confronti di Ungaretti, ma che registro, certo del fatto che dal parisien tengo prudentemente le distanze e non perché bevesse troppo assenzio…

Questa divagazione è necessaria per restituire la giusta misura alla supposta relazione tra la poesia del lucchese e quella del poeta maledetto. L’incontro letterario tra i due avvenne quando Ungaretti, in età giovanile e ancora in Egitto, dalla sua lettura come da quella di Mallarmè e Apollinaire, imparò il simbolismo: versi sintetici su immagini emblematiche e termini allusivi che in seguito integrerà con il futurismo; due avanguardie anticlassiche che privilegiano da una parte la musicalità, dall’altra il segno grafico, il rumore; e in seguito vedrà con sospetto il ritorno all’ordine dei “rondisti”, cui si avvicinò per ragioni ideologiche.

L’influenza di Baudelaire è evidente in alcuni brani, nella tematica del viaggio visto come allontanamento da una società o da una condizione di disagio non solo fisico, il mito di Ulisse, il concetto di viaggio come conoscenza: “Mais les vrais voyageurs sont ceux-là seuls qui partent/ Pour partir; cœurs légers, semblables aux ballons,/ De leur fatalité jamais ils ne s’écartent,/ Et sans savoir pourquoi, disent toujours: Allons !/” (da “Le Voyage” di Charles Baudelaire).

Ma è difficile pensare che la poesia non sia in ogni caso viaggio, anche solo metaforico, pertanto è un po’ banale scegliere questo elemento come comunanza, peraltro in Ungaretti il viaggio è la vita stessa, conoscenza, ma soprattutto esilio, mondo esterno ed interiore insieme, necessità di conoscenza del mistero dell’uomo: la nascita in Egitto, gli studi in Francia, la guerra in Italia, l’emigrazione in Brasile e il ritorno; non riesco a vedere degli elementi così comuni, in certi versi forse, ma non nel corpus poetico, i due seguono strade diverse, come se la stessa sceneggiatura l’avessero tradotta in film John Wayne e Luis Buñuel.

E subito riprende/ il viaggio/ come/ dopo il naufragio/ un superstite/ lupo di mare” (Allegria di naufragi, 1917), ma il viaggio è la guerra, la guerra in cui si va volontari per poi maledirla, come se non se ne fossero fatte abbastanza per averne esperienza, da prima di Maratona a Caporetto e oltre.

Gli esempi si possono sprecare fino alla Terra promessa: “Erto più su più mi legava il sonno,/ dietro allo scafo a pezzi della pace/ struggeva gli occhi crudeltà mortale;/ piloto vinto d’un disperso emblema,/ vanità per riaverlo emulai d’onde;/ ma nelle vene già impietriva furia/ crescente d’ultimo e più arcano sonno,/ e più su d’onde e emblema della pace/ così divenni furia non mortale”. (Recitativo di Palinuro, 1932), viaggio reale nei luoghi di Enea (possiamo immaginare una comparazione con il viaggio di Ulisse baudelairiano?).

Certo la lettura di Baudelaire induce echi e suggestioni in Ungaretti, inseriti in due culture e contesti differenti: “O Morte, vecchio capitano, è tempo! Sù l’ancora!/ Ci tedia questa terra, o Morte! Verso l’alto, a piene vele!” (Le voyage, 1859), non ha nulla a che fare con Il capitano (1917) di Ungaretti, persona fisica (Nazzareno Cremona) caduta in guerra, come si rileva da una dedica autografa del poeta ai genitori dello stesso, che poi si riferisse anche a se stesso è un altro discorso.

Ci sono attinenze rielaborate in un contesto differente; ma accostare Ungaretti a Baudelaire è una forzatura, forse per induzione tramite Rimbaud e Apollinaire.

Ricorrente è in Ungaretti il tema della luce, del sole che illumina con i suoi raggi, fin dal contesto della grande guerra, con “Cielo e mare”, poi “Mattino”, M’illumino d’immenso… Qui il sole che irradia la luce al mattino, attrae, guida, rinfranca, ti fa sapere che sei ancora vivo e parte del creato, restituisce la memoria, fortifica, seppure in un contesto drammatico. Il mondo lasciato alle spalle porta in ogni caso a un nuovo mondo.

Anche “Le stagioni” è piena di luce: O leggiadri e giulivi coloriti/ che la struggente calma alleva,/ e addolcirà,/ dall’astro desioso adorni,/ torniti da soavità,/ o seni appena germogliati,/ già sospirosi,/ colmi e trepidi alle furtive mire,/ v’ho/ adocchiati./ Iridi libere/ sulla tua strada alata/ l’arcano dialogo scandivano./

E’ mutevole il vento,/ illusa adolescenza./ Eccoti domita e turbata./ E’ già oscura e fonda/ L’ora d’estate che disanima./ Già verso un’alta, lucida/ Sepoltura, si salpa.

Situazione tetra nella luce dell’estate, secca, nera, poesia paradossale, ossimorica, drammatica, come di una morte presente nei vivi, concetto che torna in Di Luglio: È l’estate e nei secoli/ con i suoi occhi calcinanti/ va della terra spogliando lo scheletro.

Un processo analogo di personificazione della natura lo troviamo in “Illuminazioni” di Rimbaud, la cascata di raggi del sole che scompiglia i capelli correndo nel bosco:

Io risi alla cascata bionda che si scarmigliò attraverso gli abeti: sulla cima argentea riconobbi la dea.

E Baudelaire: Il godimento dà al desiderio più forza./ Desiderio, vecchio albero che il piacere concima,/ mentre s’ingrossa e s’indurisce la tua scorza,/ verso il sole si tendono i rami della tua cima!

Durante il periodo militare, Ungaretti, in alcune lettere a Papini parla dei suoi antenati letterari (le citazioni variano): Villon, Maurice de Guérin, Mallarmé, Papini stesso, Dostoevskij, Cellini; ci mette anche sua madre e il romanzo realista Bel Ami di Guy de Maupassant (1885).

Ungaretti visto sotto un profilo tecnico è un’altra cosa, le influenze possono essere osservate in modo più neutro. Con Papini discorreva della sua recherche metrico-stilistica, della necessità di sperimentare termini nuovi e abbandonare quelli abusati, ovvero restituirgli un senso, in un contesto di versificazione moderno, frantumando endecasillabo e settenario. Tuttavia i suoi punti di riferimento restano Dante e Leopardi e spezzare il verso è solo il pretesto per mettere in evidenza le parole che gli interessano.

In questo contesto critica Poliziano (fa pillole) e Manzoni (fa confetti), ritenuti roba scolastica, anche se il giudizio è ben più articolato e non scevro di notazioni positive. Nei poeti cerca il ritmo e la musicalità (Verlaine) – caratteristiche per la ricerca di unità nella poesia italiana – più che il messaggio.

Aspra è anche la polemica di Ungaretti intentata contro la religione, che persegue il bene a parole e nella pratica fa del male. Altri modelli sono indicati in san Giovanni evangelista, Verlaine, Rasputin (visti come figure “maledette” forse, ma dal difficile accostamento tra loro, specie relativamente a Verlaine).

L’opera di Ungaretti è stata soggetta a studio filologico e pubblicata in edizione critica, “Vita di un uomo”, dove emergono tutte le problematiche testuali e la varianti, numerose, specie nella silloge “Allegria di naufragi”. E visto che siamo in tema qualche filologa mi illumini sul titolo del post…

(Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea – 21.2.1997) MP

Commenti (4)

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
4 #
noti
notimetolose.myblog.it
notimetolose@virgilio.it
151.41.167.130
Inviato il 20/07/2013 alle 12:08
ancora in viaggio?

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
3 #
noti
notimetolose.myblog.it
notimetolose@virgilio.it
151.41.167.130
Inviato il 04/07/2013 alle 22:04
Sono come l’ebreo errante ma sono mortale. E fin che posso girerò il mondo per conoscere, vedere, parlare, captare, sentire, ascoltare. E che Baudelaire si fotta come la sua Emma.

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
2 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.5.246.20
Inviato il 01/07/2013 alle 21:59
baudelaire… se conosci la sua storia non puoi amare la sua poesia e quella sfattezza e mollezza si vede tutta nei suoi versi, a cui cerca di dar forza con il lirismo, ma poi cade e cade quando cade nella realtà, nell’inconcludenza dei suoi gesti, tipica dei poeti molli.

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
1 #
andreapac
andreapac@tiscali.it
213.198.132.189
Inviato il 30/06/2013 alle 22:08
Grazie della visita e del commento lasciatomi, non sono campanule ma fiori aperti pentapalmari, come le margherite e pelargoni.
Molto bello e istruttivo quello che scrivi, buona settimana

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