LOGICA DELLA GUERRA: CRIMINE E FOLLIA

Lezioni condivise 92 – Le guerre turco-ungheresi

30 Set 2014 @ 8:09 PM 

Quando inaugurai questo blog, il mio primo in assoluto, non avevo certezze riguardo a come lo avrei utilizzato… Certo è che sentivo il bisogno di dire la mia su quanto accadeva nel mondo, vicino o lontano da me e soprattutto di condividere con altri la mia indignazione per determinati fatti… Un tempo era più semplice associarsi, pubblicare giornali o fanzine, diffondere volantini o dazebao, ma da qualche anno la parola blog si faceva sentire sempre di più.

Inutile dire cosa fosse meglio, se si considera che anche solo socializzare è diventato un problema.

Il giornale elettronico ti porta dentro certi meccanismi in cui si finisce per cadere, soprattutto la conquista dei lettori, dunque il rispetto di una certa periodicità, e quando non si ha l’argomento giusto, si può finire per scrivere sciocchezze.

La svolta di Diary (for friends) arrivò quando decisi di mettere lo strumento web log a mia disposizione. Tenere un blog divenne semplicemente il pretesto per scrivere le idee che elaboravo, insomma, una lettera22 motivante. E partì allora il progetto lezioni condivise, che senza blog probabilmente sarebbero ancora nelle mie fantasie, come altre iniziative che porto avanti nello stesso modo.

Dico questo ora, forse perché mi sono imbattuto in una lezione particolare che si presta a utili divagazioni e mi è venuto naturale tornare al motivo ispiratore di tutto, cioè quella fatica, ma soprattutto gran piacere, che hanno rappresentato per me gli studi universitari, per una moltitudine di aspetti, anche indiretti, che meritano una qualche riconoscenza e il mio è un po’ un omaggio a questa esperienza, l’esigenza che nulla vada perduto, neppure una briciola, giacché amo anche le briciole.

Le lezioni sono certamente lo strumento più tangibile e diretto del racconto, il nucleo, la cellula, il seme, il cuore, ma la sacra rappresentazione studentesca ha dei momenti preparatori lunghi, apparentemente estranei, il sapore della vigilia, i preparativi, l’atmosfera, il viaggio, la facoltà, l’attesa e il dopo, la socializzazione, gli incontri, un mondo, una vita… Non pretendo di essere esaustivo, né ripetitivo, tento solo di rendere un’idea. Non è così per tutti, lo so, ma ammetto che esistano fortune migliori di questa.

Mi riproietto in quel mondo del terzo piano della facoltà di Lettere, dove anche la prof aveva i suoi riti, ci conosceva (e non è scontato nelle aule universitarie), ci chiamava per nome pur dandoci del lei… Anche tra di noi ci conoscevamo, c’era Rosa, c’erano Sabrina, Ambra, Serena, Annalisa… Sembrava di essere tornati sui banchi della scuola superiore. C’era anche una collega ungherese che proprio quel primo giorno di primavera doveva presentarci la sua tesina sulle guerre turco-asburgiche, che son dovuto andare a rivedere, non ho dimenticato invece alcuni suoi commenti.

Tenne a sottolineare come tra turchi e ungheresi, si fossero stabiliti nel presente rapporti di amicizia, di simpatia, contrariamente a quanto avveniva con gli austriaci. Una sorta di inversione delle parti rispetto a quanto accadeva in guerra. Aspetto che avrebbe meritato un’indagine più approfondita forse, senza scomodare la sindrome di Stoccolma, che pure venne evocata. Penso tuttavia che la questione sia legata a rapporti culturali recenti e che le guerre dell’epoca moderna c’entrino poco.

La storia che ci presentò, un po’ lontana, estranea, aveva tuttavia lo scopo di gettare un ponte tra noi e lei, farci in qualche modo conoscere il suo paese.

I magiari si insediarono nel bacino dei Carpazi fin dall’VIII secolo e per non soccombere contro i popoli germanici, dovettero allearsi con il Sacro Romano Impero – e siamo già nell’XI sec. Così in Ungheria si stabilizzò un regno cristiano. Alla fine del XV sec., sotto Vladislav, si ebbe un periodo di crisi e di guerra civile che a lungo andare indebolì politicamente lo stato.

L’Ungheria fu travolta dall’ondata ottomana all’inizio del Cinquecento. La prima città a cadere fu Belgrado nel 1521, allora parte del regno ungherese; la prima battaglia di Mohàcs nel 1526 segnò l’avvio dell’occupazione. Nel 1541 Sulimano II (1520-1566) occupò Buda (allora separata da Pest) e pian piano tutte le maggiori città, fino a Kanizsa nel 1600.

Gli ottomani dispiegarono un numeroso esercito in territorio ungherese, fu un’occupazione soprattutto militare, salvo che nelle grandi città, ove la popolazione musulmana divenne maggioritaria. Per la reggenza del territorio, a rappresentare il sultano, fu nominato un pascià, sorta di vicerè. L’unico pascià a lasciare il segno nella capitale con costruzioni di sapore orientale, come il bagno Rudas, fu Mustafa Sokoli.

Buda fu liberata nel 1686 con l’unità militare degli stati cristiani di tutto l’occidente.

Recentemente la storia del dominio turco in Ungheria ha subito una qualche revisione, si è iniziato a dar conto, oltre che delle guerre e della devastazione, anche di alcuni periodi di grande sviluppo, resta il fatto che alla fine la popolazione ungherese si era ridotta a meno della metà, rispetto alle altre etnie residenti.

Il dominio turco si protrasse per oltre 170 anni, tra XVI e il XVII sec., prolungandosi nelle campagne fino al Settecento. La guerra ottomano-asburgica durò invece 265 anni, dal 1526 al 1791. Gli Asburgo iniziarono a mutare la situazione in loro favore nella seconda metà del Seicento, quando ripresero le ostilità dopo un periodo di guerra fredda e iniziò la grande guerra Austro-Turca (1683-1699).

Il sultano Mehmet IV (arrori ddu tirit!) intendeva occupare Vienna per aver accesso all’Europa centrale, ma da lì cominciò la sua disfatta, e prima nella seconda battaglia di Mohàcs nel 1687 (detta anche del monte Harsány), poi con quella di Zenta, dieci anni dopo, l’Ungheria fu liberata dai turchi e divenne nuovamente austriaco/asburgica (pace di Carlowitz, 1699).

Alcune di queste battaglie vengono definite epiche, la loro descrizione abbonda di strategia militare che tiene conto di tutto tranne dei morti. Esse sono descritte dagli “storici” con sufficiente distacco, come una sorta di evento sportivo ove ali sinistre e ali destre avanzano o si ritirano, accerchiano o temporeggiano, mentre sul terreno rimasero migliaia di uomini morti, benché di cervelli pensanti e pacifisti ne fossero già nati. Dopo ogni partita persa, si chiedeva la testa dei capi, del gran visir, ma anche del sultano. Fu proprio con la sconfitta di Mohàcs che iniziò l’era di Sulimano II. Cose che ancora oggi si insegnano a scuola dimenticando la sostanza delle cose, la vera ragione delle guerre e a chi giovano.

Peraltro in oriente sotto certe forme e in occidente in maniera differente, ma equivalente, dal seicento ad oggi, non sembra che alcuni cervelli abbiamo fatto molta strada, come dimostrano i fautori del califfato islamico o i signori della guerra occidentali.

Come accennato, la fine dell’occupazione non significò fine della guerra. Gli Ottomani venivano sollecitati dal regime assolutista francese a scendere in campo contro il comune nemico austriaco, e nel 1711 si risolsero ad attaccare Venezia, ma finirono per perdere diversi possedimenti europei nei Balcani. La guerra seguì per gran parte del Settecento con alterne vicende, condizionate anche dai conflitti intereuropei e infine dallo scoppio della Rivoluzione francese. La pace di Sistova del 4 agosto 1791, segno anche la fine delle guerre tra magiari e ottomani, senza che fosse mutato granché.

Il ritorno all’assolutismo illuminato asburgico, coincise con la crescita di sentimenti nazionalistici che portarono ad aspri contrasti con l’Austria, fino alla nascita di due entità statuali (impero austriaco e regno ungherese) sotto lo stesso monarca (1867).

I mutamenti avvenuti nell’Ottocento ebbero origini diverse: guerra d’indipendenza greca, occupazione di Bosnia e Erzegovina – 1878 – da parte dell’Austria, anch’essa alle prese con diverse guerre d’indipendenza. Le due grandi guerre del Novecento videro l’Ungheria in una situazione di forte instabilità e sempre dalla parte degli sconfitti, fino all’ingresso nell’orbita “sovietica” da cui si affrancò nel 1989 e al recente ingresso nell’Unione Europea.

Mi chiedo, trascurando le ragioni etiche che da sole darebbero la risposta, quale sia la logica di risolvere le questioni internazionali con guerre o prove di forza che alla fine, a parte i morti ammazzati, lasciano tutto come prima o peggio di prima (e mi riferisco anche alle guerre austro-turche del Settecento), invece che con la pubblica discussione, o se volete, la diplomazia, ove sarebbero chiare o meno le ragioni dei contendenti. Penso all’insensata avanzata barbara del califfo islamico, gemello nella sua logica aberrante di un Alessandro VI – occorre pure individuare le trasversalità interreligiose perverse, come bene ha fatto il film Agorà -, o alla posizione del governo spagnolo sul referendum in Catalogna, nonché alla posizione europea sulle minoranze ucraino/russe, e naturalmente al silenzio di tomba di secoli e secoli sull’olocausto dei nativi americani, che gli USA affrontano ignorandolo.

La verità è che ancora nel II decennio del 2000 la civiltà è un optional e ciascuno vuole imporre la sua barbaramente, altrimenti questioni come quella Palestinese, per dirne una, sarebbero risolte da tempo.

Mi viene in mente anche la strana discrepanza con cui viene trattato l’indipendentismo veneto, agitato in maniera guittesca dalla Lega e consideratissimo da Roma e la persistente condizione di colonia dell’ex impero romano da parte della Sardegna, dove per essere arrestati, la parola “indipendenza” basta pronunciarla. Insomma, alla fine gli USA concessero giustamente l’emancipazione agli afroamericani, continuando tuttavia a sterminare gli indiani o al meglio tenerli nelle riserve.

Secondo la logica renziana di questi giorni, dovrebbero essere arrestati anche i veneti e riportati in schiavitù i neri, in modo che noi e gli indiani continuiamo a non esistere. Ergo: per non far lamentare i poveri, aumentiamo i poveri.

(Storia moderna  – 21.3.1997) MP

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Logica della guerra: crimine e follia
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Elisa
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DALL’HOMO SAPIENS ALL’HOMO DEGENERES

Lezioni condivise 91 – Sulle origini della sinistra europea

21 Ago 2014 @ 7:59 AM 

Il socialismo è un’idea che è sempre stata nella mente degli uomini giusti, che si è evoluta con il tempo, sviluppandosi nei modi più svariati e con i nomi più vari, con più o meno fortuna. Marx non fu un inventore e il socialismo non è una scienza, è un’idea giusta che spesso ha avuto a che fare con uomini sbagliati. Ciò condanna gli uomini non l’idea. Non entriamo neppure, dunque, nei sentieri nefasti dell’anticomunismo e dei boia del socialismo (compresi quelli che hanno contribuito a screditarlo usurpandone il nome).

Quando dico socialismo, intendo nello stesso tempo comunismo, due fasi di uno stesso processo, utopistico solo perché l’evoluzione dell’homo sapiens ha preso due strade diverse: accanto a quella che ha per modelli un Gesù, un Francesco d’Assisi, un Marx, un Che, per intenderci, quell’altra purtroppo maggioritaria che ha per modelli Hitler, Stalin, i Bush, Netanyahu e tanti altri ancora, con tutto il bailamme che sta nel mezzo. Non me la prenderò mai con l’idea giusta, ma con la degenerazione del genere homo; non abbandonerò l’idea giusta, ma combatterò con i miei mezzi contro chi la osteggia: i fascismi, il capitalismo, la disuguaglianza, la violenza, gli armamenti e le guerre, l’inquinamento della terra…

Certo, l’idea socialista, passa attraverso complesse fasi, relative prevalentemente ad avanguardie, piccole comunità, e trova seguito di massa quando allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, si unisce la crescente consapevolezza degli sfruttati: dal forte impulso della Rivoluzione francese, alla nascita del movimento operaio a inizio Ottocento; ma c’erano già arrivati Platone, i Millenaristi (Sancta Nichilitate), Tommaso Moro, i Quaccheri, i Levellers e tanti altri, fino alle prime conquiste elementari come il suffragio universale, i monti di soccorso, le casse mutue, il diritto di sciopero, condizioni di lavoro più umane.

Base del socialismo è l’uguaglianza e la comunione dei beni tra tutti, ed è noto che la speculazione su questi principi elementari per la vita del genere umano ha portato i dittatori a far vivere negli agi una minoranza di favoriti e rendere il popolo “uguale” nella miseria e nell’oppressione. I seguaci di questi dittatori usano i loro stessi misfatti per infangare il socialismo.

Per approfondimenti cito i nomi di alcuni socialisti moderni: Robert Owen, Claude Henri de Rouvroy (Saint-Simon), Charles Fourier, Pierre-Joseph Proudhon, Alexander Herzen, Louis Blanc, Ferdinand Lassalle…

La classe operaia si era posta l’obiettivo di produrre senza sfruttamento, obiettivo generalmente fallito, perché alla base del profitto c’è l’homo degeneres.

Le teorie marxiste, come qualsiasi buon insegnamento, possono non essere esenti da errori, specie quando non trovano nel procedere del tempo e della storia innovatori all’altezza, infatti gli errori sono soprattutto dei suoi interpreti e/o dei suoi mistificatori. Marx ed Engels, fosse per strategia a meno, alla fine ripudiarono la violenza, aspetto non colto da Lenin, benché la Rivoluzione russa non sia stata particolarmente cruenta, ma lo è stata la sua deriva stalinista, e ci vuole una bella faccia tosta a definirla socialista, idem dicasi per altre dittature che usurpano quel nome ancora oggi. Insomma non basta darsi il nome per essere davvero socialisti.

L’Associazione internazionale dei lavoratori (prima internazionale), anarchica, operò in un momento in cui la storia era ancora eurocentrica (Zenith of european power, 1840 – 1890), un’Europa ancora in via di industrializzazione e in rapida trasformazione. Si ebbe alla fine di questo periodo la prima di tante divisioni del movimento operaio, quella della Seconda internazionale 1889 (socialista). Le divisioni non hanno mai giovato all’idea.

Gli anarchici (Proudhon, Bakunin), che agli albori del movimento erano maggioritari, ritenevano, non a torto, che lo stato sociale fosse talmente compromesso da non poter essere emendato; teorizzavano così l’abbattimento dello stato (come nazione e organizzazione capitalista) affinché nascesse una umanità nuova, per questo si opponevano all’organizzazione in partiti e alla politica parlamentare. Essi crebbero particolarmente nei paesi latini e diffusero l’anarcosindacalismo.

Un’altra forma di Socialismo libertario e radicale fu quello teorizzato da Jean Jaques Rousseau, che sosteneva la fondazione di piccole comunità socialiste indipendenti, unite da patto federativo.

A metà Ottocento attivisti emergenti considerarono che il socialismo potesse raggiungersi attraverso la via democratica, in parlamento; non necessariamente marxisti, si rivolgevano anche alla borghesia, distanti dal radicalismo e dai suoi simboli.

Tra questi la Fabian Society – 1884 – con esponenti come George Bernard Shaw, Virginia Woolf, Charlotte Wilson, Emmeline Pankhurst, Annie Besant, Beatrice Potter, Wepp Morris.

Citazione merita anche l’individualismo utilitarista di Jonathan Bentham e John Stuart Mill, una forma di socialismo che tiene in grande considerazione le libertà individuali, care al movimento anarchico. Le azioni dovevano essere improntate a moralità e conseguire il benessere e la felicità collettiva senza causare l’infelicità di alcuno, eventualmente sacrificandone il necessario per il bene di tutti gli esseri umani, tenuto conto che il sacrificio non è un bene, semmai una necessità. Tesi vicine al positivismo quanto agli ideali socialisti.

Il socialismo democratico esplicava la sua azione soprattutto in ambito sociologico ed economico. Prima del revisionismo, della compromissione con ambienti reazionari e soprattutto corrotti, i socialdemocratici credevano in uno stato socialista che mantenesse la proprietà privata ed esercitasse un controllo democratico della ricchezza, con il settore produttivo guidato da esperti. Il socialismo rappresentava idealmente una meta da raggiungere a lungo termine (gradualismo), un’evoluzione della democrazia che avrebbe portato a un progressivo miglioramento dell’economia e dell’uomo: più benessere collettivo, maggiore buon senso.

Un’altra concezione della grande famiglia socialista, e neppure tanto trascurabile, era portata dal cosiddetto Socialismo cristiano, sviluppato in Inghilterra, Francia e Germania, ma anche in Italia, sebbene la presenza di papi conservatori e restauratori non lo favorisse (a papa Francesco, invece, il merito di aver affermato che essere definiti marxisti – riferito a se stesso – non è un’offesa; dovrebbe però chiarire cosa accadde in Argentina durante la dittatura di Videla e promuovere una vera riforma della chiesa per liberarla dalle sovrastrutture che la tengono lontana anni luce dal Vangelo). Gli ispiratori, oltre a quelli, evidentemente storici, dai Vangeli a Francesco d’Assisi e i fraticelli spirituali, sono generalmente considerati John Ludlow, Charles Kingsley e Frederick Maurice (1848). In Belgio, furono i S.C. a dare la spinta decisiva per l’indipendenza dalla Francia.

Essi ponevano l’accento sul messaggio del Vangelo, sul suo messaggio etico sociale: per la cooperazione, fratellanza, spirito di sacrificio, solidarietà.

Riporto un elenco non esaustivo di esponenti S.C., per chi volesse esercitarsi in una sorta di mantra, alla Battiato. Ho aggiunto tre donne come viva testimonianza di tutte le altre che meriterebbero di essere citate, avendo sempre lavorato all’ombra di qualcuno. Se vi esercitate nella chiama, abbiate cura di aggiungere gli altri nomi appropriati già citati nell’articolo che evito di ripetere: Maria di Magdala (0003-0063), Gioacchino da Fiore (1130-1202), Chiara Scifi (1193-1253), Pietro Angelerio da Morrone (1209-1296), Dolcino da Novara (1250-1307), Thomas Müntzer (1489-1525), Tommaso Campanella (1568-1639), Étienne-Gabriel Morelly (1717-1778), Claude Fauchet (1744-1793), Jacques Roux (1752-1794), Robert de Lamennais (1782-1854), Étienne Cabet (1788-1856), Philippe Buchez (1796-1865), Wilhelm Weitling (1808-1871), Thomas Hughes (1822-1896), Davide Lazzaretti (1834-1878), Henry McNeal Turner (1834-1915), Edward Bellamy (1850-1898), James Keir Hardie (1856-1915), Walter Rauschenbusch (1861-1918), Hermann Kutter (1863-1931), Leonhard Ragaz (1868-1945, autore di “Da Cristo a Marx, da Marx a Cristo”), Ernesto Buonaiuti (1881-1946), Jacques Maritain (1882-1973), Paul Johannes Tillich (1886-1965), Karl Barth (1886-1968), Ignazio Silone (1900-1978), Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), Franco Rodano (1920-1983), Lorenzo Milani (1923-1967), Luce d’Eramo (1925-2001).

Nel mio concetto di socialismo non vi è una separazione netta con il comunismo e l’anarchismo storico, se devo fare delle scelte posso avvicinarmi di più a un pensatore o a un altro. E’ possibile che ne trovi di più radicali, di comunisti, anarchici e tutte le combinazioni che vogliamo, perché il termine di paragone del radicalismo (sinonimo di rigore e coerenza) non devono essere né le peculiarità, nè le conseguenze negative di un’idea, ma quanto bene essa riesce concretamente a fare all’intera umanità.

Un’idea socialista-comunista-anarchica è tanto più radicale, estremista, quanto più non ha effetti negativi nei confronti dei più deboli, sotto l’aspetto della libertà individuale e dell’equità sociale, quanto più ha effetti positivi rispetto all’abolizione di privilegi, demagogia, propaganda, disinformazione, quanto più riesce a togliere dalla mente dei vessati, emarginati, sfruttati, oppressi, l’idea della rassegnazione a un sistema radicato di iniquità e disuguaglianza.

Quella che il capitalismo ha chiamato utopia, la società senza classi, equa, la proprietà comune dei mezzi di produzione – che sono di tutti perché esistenti in natura -, è semplicemente quello che sarebbe un mondo giusto, umano e umanitario.

Chi porta avanti queste idee, quando tutto diventa, non solo inaccettabile, ma tocca limiti che superano la natura dell’uomo per divenire bestiali, alieni da qualsiasi forma di ragione, è spesso costretto a reagire alle provocazioni di un mondo sempre più elitario e discriminante.

L’idea socialista ha dovuto fare sempre i conti con un mondo già orientato in un certo modo e il passare del tempo ha solo mutato e fatto progredire l’ingiustizia, concedendo, grazie a lotte più o meno determinate, ampi periodi di respiro.

Riguardo allo stato attuale dell’universo socialista, lungi dall’essersi semplificate le cose, la situazione è piuttosto drammatica, sia per una sorta di appiattimento di una certa socialdemocrazia a ideali capitalisti e liberisti, mantenendo solo brandelli di socialismo che vanno affievolendosi sempre di più, sia per l’eccessiva frammentazione di quel che resta della sinistra di classe, incapace non solo di creare sintesi aggregative, ma anche di superare vizi leaderistici che esulano dai principi del socialismo e rientrano invece nelle sciagurate debolezze umane.

(Storia del risorgimento  – 18.3.1997) MP

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L’OLOCAUSTO OCCULTATO

Lezioni condivise 87 – La scoperta dell’Amerika

31 Mar 2014 @ 11:57

Non si può parlare della scoperta dell’America dispensando la solita storiella di Colombo, pur farcendola di dati storici meno noti, senza mettere in primo piano le conseguenze reali di quell’evento, forse non volute dai protagonisti più celebrati, colpevoli se non altro di gravi omissioni e scelte irresponsabili. Un buon contributo in questo senso lo dà il film 1492: Conquest of Paradise di Ridley Scott. Certo, siamo alla fine del medioevo, ma persone illuminate ne erano già nate parecchie. Gesù Cristo, nel cui nome molti di questi protagonisti agivano (e questo vale ancora oggi), era nato quindici secoli prima.

Ammetto che non si possa essere tutti ricercatori di tutto, ma esistono dei documenti alla portata di chiunque, denunce (anche attraverso musica, libri, cinema) che vengono ignorate da secoli, opere addirittura premiate per l’idiozia ipocrita e contraddittoria o strategica del sistema. La cosa più pericolosa per esso è che si apra un dibattito di massa e – visto che gli amerikani dividono il mondo in buoni e cattivi – che i “buoni” capiscano che i cattivi per eccellenza sono proprio loro.

I dati di fatto di questo semplice corollario sono davanti agli occhi di tutti: gli amerikani, gli yankees (che per intenderci distinguo dagli americani), fanno da sempre il contrario di quello che predicano (in Italia hanno tanti seguaci, ad esempio qualcuno che parla sempre a sproposito di libertà).

Libertà, democrazia, ambiente, diritti civili… alcune conquiste in questi ambiti, ma largamente parziali, sono state ottenute a caro prezzo da minoranze americane, con il sangue e con il carcere, come se in una democrazia fosse normale l’intrigo, l’assassinio e altre nefandezze, per negare diritti civili riconosciuti in quegli stati che possono fregiarsi di essere tali, cioè democratici.

Negli USA vige ancora la pena di morte, il sistema giudiziario non impedisce che innocenti possano essere condannati e giustiziati, non vi è il diritto allo studio, né alla salute, quando si parla di cittadini si intende una fascia di persone con una certa posizione sociale e reddito, chiunque può armarsi e fare strage di innocenti, vi è limitazione di accesso e circolazione sulla base delle idee… E del ruolo che gli USA svolgono nel mondo vogliamo parlarne? Hanno sempre appoggiato le dittature sudamericane, favorito i golpe, mantenuto guerre nel mondo a salvaguardia di interessi illegittimi (per loro le guerre sono un business), rivendicano soluzioni per le quali quando era interesse degli USA si è agito in maniera opposta (esemplare la questione Kosovo – Crimea), persistono nell’inquinamento mondiale e l’elenco potrebbe continuare; ma il loro crimine maggiore, che continua ad essere perpetrato, è lo sterminio dei popoli nativi, il razzismo, la disuguaglianza in base a criteri etnici…

E’ ancora calda la visita di Obama in Italia, farcita di retorica (sono lontani i tempi dei pugni chiusi alle olimpiadi), la pelle nera non è più sufficiente a dare garanzia di vera democrazia. Certe allusioni fatte da Obama sono un insulto all’intelligenza della gente: come si può non essendo ipocriti patentati, protestare per la decisione del popolo di Crimea di separarsi dall’Ucraina e un attimo dopo lodare la missione militare in Kosovo, territorio sottratto all’integrità territoriale della Serbia. Per osare tentare di farla franca in questo modo, o si è tarati da anni di propaganda amerikana o si pensa che la gente sia fessa. La vera democrazia non si fa con due pesi e due misure a seconda della convenienza, se si vuole essere credibili. Obama è un “arbitro” di parte, faziosissimo, che se ci fosse un organo di controllo dell’imparzialità e correttezza tra argomentazioni e atti concreti, lo radierebbe di sicuro dalla sua funzione. Se poi mi si dice che Barack è il meno peggio che possa assurgere al suo ruolo, posso concordare tranquillamente. Certo in America c’è gente migliore, ma non penso potrà mai abitare la casa bianca.

Assolutamente da segnalare, allora, le poche voci che gridano nel deserto, come quella di Piergiorgio Odifreddi ne Il matematico impertinente; dice quello che si deve dire, la verità: Hitler nel concepire lo sterminio degli ebrei, si ispirò all’ ”efficienza” con cui gli stati uniti, dunque i coloni europei, sterminarono i nativi americani, e lo scrisse nel suo cesso di carta detto Mein Kampf.

Quell’efficienza fu davvero tale se oggi negli Stati Uniti nativi e meticci sono circa lo 0,13 % della popolazione totale.

La tattica fu la stessa del nazismo: denigrazione persistente dei nativi, negazione della loro cultura, per giustificare lo sterminio di quelle civiltà.

La verità sullo sterminio è stata nascosta per anni e ancora oggi proseguono i tentativi di occultamento della realtà storica, di gran parte dei documenti prodotti dai nativi e persino delle testimonianze reali. La denuncia dei fatti è ancora una prerogativa di pochi, della controinformazione.

Scrive Odifreddi: Il modello per la soluzione del problema ebraico è stato il modo in cui gli Stati Uniti avevano risolto l’analogo problema indiano: un genocidio sistematico e scientifico dei diciotto milioni di nativi che vivevano nell’America del Nord.
La legge del 1933, per la prevenzione dei difetti ereditari, era esplicitamente basata sul modello statunitense di Harry Laughlin, al quale i nazisti diedero per questo motivo una laurea ad honorem nel 1936 a Heidelberg. (…) La prima legge per la sterilizzazione di “criminali, idioti, stupratori e imbecilli” fu promulgata nel 1907 dall’Indiana…  Imitata da una trentina di stati americani, e dichiarata costituzionale nel 1927 dalla Corte Suprema… Negli anni ’30 furono sterilizzati 60.000 individui negli Stati Uniti, metà dei quali nella sola California…  Negli anni ’50, dopo la guerra, furono castrate 50.000 persone. Gli Stati Uniti hanno dunque preceduto e ispirato il nazismo (fonte Kelebek).

Nel 2007, una parte dell’American Indian Movement guidata da Russell Means, ha chiesto l’indipendenza della nazione Lakota dagli USA. Le condizioni di vita dei nativi sono nettamente inferiori rispetto a quelle dei bianchi, ispanici e anche di molti afroamericani: vi è infatti un’alta percentuale di suicidi tra gli adolescenti di 150 volte superiore a quella statunitense, una mortalità infantile cinque volte più alta e una disoccupazione che tocca cifre altissime; sono inoltre molto diffusi la povertà, l’alcolismo e la tossicodipendenza. In seguito a questa azione politica, dichiaratamente nonviolenta, è stata proclamata la nascita della Repubblica Lakota.

Onore dunque a Oyate Wacinyapin (Russell Means), Teghiya Kte, Canupa Gluha Mani, Mni yuha Najin Win, la delegazione nonviolenta Lakotah, che ha denunciato per l’ennesima volta la violazione dei trattati da parte degli USA, contro la stessa costituzione americana, la convenzione di Ginevra, sentenze della corte suprema USA e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni.

Ma finalmente, dopo 33 anni dalla Dichiarazione Nativa Americana di Continua Indipendenza, avvenuta nel 1974 a Standing Rock, è nata il 19 dicembre 2007 la Repubblica di Lakotah (100.000 abitanti, capitale Porcupine, situata territorialmente tra gli stati Dakota, Nebraska, Wyoming, Iowa e Minnesota), chiedendo agli USA di avviare negoziati pacifici. Sono state inoltre avviate pratiche per il riconoscimento con Venezuela, Bolivia, Cile, Sudafrica, Irlanda, Timor Est, Russia, Finlandia e Islanda. La risposta USA è scontata: non riconoscimento, ma è un primo passo, anche l’uomo di Neanderthal si è evoluto.

Il tempo comincia lentamente a far giustizia, sempre più persone si rendono conto della verità e soprattutto i genocidi eugenetici alla lunga falliscono sempre. Il disegno nazista è fallito di sicuro, ma comincia a delinearsi anche il fallimento di quello amerikano, se pensiamo che fino a qualche decennio fa, i nativi dei territori occupati da USA e Canada venivano considerati estinti. Auguriamo loro, invece, di diventare la grande nazione che avevano diritto di essere.

Vogliamo ora dire due parole anche sul fatto storico dal punto di vista europeo? Abbiamo già detto della contesa tra Spagna e Portogallo per la ricerca di nuove vie verso oriente, della raja, di due stati floridi sotto il profilo economico, in grado di finanziare viaggi anche lungo l’oceano. Siamo alla fine del Quattrocento quando Isabella, risolta la questione di Granada, finanzia Colombo per il viaggio verso occidente, attraverso l’oceano Atlantico. E’ il 1492. I grandi viaggi segnano l’inizio dell’era moderna e tutto avviene sempre con la supervisione della chiesa, presente nei viaggi con i propri religiosi.

Colombo si recò a corte ed ebbe la licenza (Capitolazioni di Santa Fe’ – Aprile 1492). Egli mise anche di suo nella spedizione, aiutato da giovani banchieri. Erano previsti per lui diversi privilegi: essere viceré delle terre che avrebbe scoperto e anche governatore (compito militare). Dal punto di vista economico avrebbe tenuto 1/10 di quello che avrebbe portato via. L’elenco dimostra che la regina pensava di trovare nelle Indie soprattutto beni preziosi. Era la ricerca dell’eldorado (la terra da dove proveniva l’oro).

Colombo toccò terra a San Salvador il 12 ottobre 1492. La terra scoperta “spettava” a Castiglia e Leon. Il regno catalano-aragonese non ebbe parte.

Passò del tempo prima che si chiarisse che quella terra non erano le Indie occidentali, ma un nuovo continente sconosciuto, abitato da popolazioni non progredite, apparentemente neolitiche che conoscevano l’uso dei metalli. Il primo approccio fu pacifico e si ebbe uno scambio di doni. Venne fondato un villaggio senza particolari opposizioni, Villa della Natividad. Colombo tornò a Palos il 15 marzo 1493, i catalani sostengono che approdò invece a Barcellona.

Il papa era allora Alessandro VI. Egli stabilì che le terre scoperte andassero alla Corona di Castiglia. In realtà lo decideva la raja, ovvero il parallelo che stabiliva i  limiti di conquista di Spagna e Portogallo. Dopo i ritocchi di cui si è già trattato, ovvero lo spostamento verso occidente, essa lambiva il Brasile e ciò consentì ai portoghesi (trattato di Tordesillas) di colonizzarlo.

Un concetto non va taciuto, questi fatti di diversi secoli fa, come si può capire, hanno conseguenze sul presente assetto mondiale, sulla politica attuale, sul risveglio dei popoli nativi, sui diritti degli stessi sanciti dall’Onu, in un’epoca in cui i signori della guerra la fanno ancora da padroni con la forza delle armi, non certo con la forza dell’intelletto e della ragione.

E’ importante sapere e capire perché in Brasile si parla portoghese, altrove spagnolo e inglese, ma soprattutto quale ne è stato e ne è il prezzo per i popoli nativi. Gli amerikani hanno voluto tutto ed è giusto che un giorno, speriamo non troppo lontano, ci sia giustizia, e siccome non siamo amerikani, almeno un po’.

(Storia moderna  – 14.3.1997) MP

Commenti (3)

L’olocausto occultato
3 #
vitty
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84.223.32.141
Inviato il 19/04/2014 alle 22:37
Mi piacciono molto queste tue spiegazioni della storia. Oltre che raccontare, sono delle vere e proprie denunce.
Gli anni passano,ma la stoltezza degli uomini resta sempre la stessa. Le prepotenze,i genocidi sono sotto gli occhi di tutti.
Quanto dovremo aspettare affinchè ci sia Giustizia???
Ho attraversato un brutto periodo,per questo sono stata assente.Ora va tutto bene, giusto in tempo per augurarti una serena Pasqua! Auguri a te e ai tuoi lettori!!!
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L’olocausto occultato
2 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.72.213.131
Inviato il 07/04/2014 alle 21:35
la pensiamo uguale?

L’olocausto occultato
1 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
giuliapenzo@alice.it
82.60.161.88
Inviato il 30/03/2014 alle 13:37
strano… pur abitando in un posto di mare, leggendo il titolo mi è venuta in mente la pesca, cioè pesca-frutto. 🙂
buona domenica

NON PORGERE L’ALTRO GUANCHE

Lezioni condivise 81 – La colonizzazione delle Canarie

30 Set 2013 @ 11:55 PM

Alla fine Quattrocento le grandi scoperte geografiche riguardarono soprattutto i due maggiori stati iberici: il regno di Castiglia, che con i Re cattolici si avviava a diventare la nuova Spagna riunificata e il Portogallo, che nella penisola nel corso degli anni si era costruito la propria indipendenza, grazie alla casa d’Aviz, che ne difese decisamente l’autonomia.

Lo sviluppo dei grandi viaggi non fu esattamente l’avallo dei regnanti allo spirito avventuriero dei navigatori, ma una necessità economica non più procrastinabile. L’avanzata dei popoli islamici, e in particolare dei turchi verso occidente, aveva chiuso le vie commerciali di terra, e attraverso il Mediterraneo, per le Indie (così chiamavano allora genericamente tutto l’estremo oriente). Occorreva dunque trovare alternative alle tradizionali vie delle spezie, della seta e per tutto il commercio europeo con l’Asia. Per alcuni Oriente significava anche oro o pietre preziose e si cercarono per anni le fantastiche isole bibliche di Ofir e Tarsis.

I primi a muoversi furono i portoghesi attraverso le coste dell’Africa (vedi post Adiante Pereira!). Furono avviate esplorazioni e conquiste per aggirare l’avanzata turca in medio oriente. Il Portogallo viveva un periodo florido con la dinastia d’Aviz iniziata con Giovanni I (padre di Enrico il navigatore), portata avanti da Edoardo I (fratello di Enrico), Alfonso V e nel periodo in esame da Giovanni II (1495) e Manuel I (1521).

Un’importante tappa di questi viaggi diventò la Guinea, con le cui popolazioni si instaurarono rapporti di scambio assolutamente favorevoli agli europei. Lo stato portoghese si preoccupò di ottenere il monopolio di queste spedizioni e le controllava con l’obbligatorietà delle autorizzazioni del proprio governo; si impossessò dei territori considerati terra nullius, occupabili da chi li scopriva, con l’avallo della chiesa (cattolica) che si riteneva proprietaria dell’orbis terrarum, secondo la dottrina diffusa dai papi.

Le aspirazioni portoghesi furono accolte con bolle papali del 1452 e 1454. Esse concedevano alla corona portoghese la sovranità su tutte le terre e le acque che i suoi sudditi avessero scoperto in zone ancora inesplorate, in cambio della conversione degli indigeni o in alternativa, la loro riduzione in schiavitù.

Intorno alla fine del secolo XV, la Spagna rivolse il proprio interesse alle spedizioni verso occidente, mentre i portoghesi sperimentavano la via ostica del Capo di Buona Speranza: da lì l’India fu raggiunta da Vasco da Gama solo cinque anni dopo la scoperta dell’America, ma ormai – trattato di Tordesillas galeotto – i due oceani conosciuti erano percorsi senza soluzione di continuità, e presto – visto che lo scopo era raggiungere l’oriente (India, ma anche Indonesia, in particolare le Molucche, ricche di spezie), navigando il meno possibile – scoperto il Pacifico, Magellano tentò anche questa via attraverso lo stretto che porta il suo nome. Ma siamo già a cinquecento inoltrato.

Torniamo un po’ indietro. Fu nel 1477 che Isabella di Castiglia decise di portare a termine la conquista dell’arcipelago delle Canarie – pensando probabilmente anche al Marocco, nell’ambito della crociata anti-islamica – trovando l’opposizione del Portogallo. Tutto si risolse nel 1479 con il   trattato di Alcáçovas, che pose fine alla guerra di successione castigliana e regolò tra l’altro le sfere di influenza lungo la costa africana. In cambio delle zone a sud del parallelo delle Canarie, gli spagnoli ebbero via libera per la conquista dell’arcipelago.

Le Canarie sono sette isole vulcaniche a nord del tropico del Cancro – considerate da alcuni quel che resta di Atlantide -, a qualche centinaio di chilometri dalle coste marocchine, lungo l’antico meridiano zero e limite delle terre conosciute dagli antichi. Anticamente si sapeva appena della loro esistenza, se   ne perse memoria con il tramonto dell’Impero romano e furono riscoperte solo nel 1312 da esplorazioni occasionali di navigatori genovesi.

L’arcipelago nell’alto medioevo fu preso di mira da avventurieri di varia provenienza, tra cui il normanno Jean de Béthencourt con un’armata castigliana. La conquista non andò in porto e venne instaurata una qualche convivenza pacifica. La spedizione militare catalana successiva fu molto più feroce, conquistò l’arcipelago sterminando quasi interamente la popolazione indigena, vendendola come schiava e infine provocandone la completa estinzione in seguito a unioni miste.

In buona sostanza tutto si risolse dal 1464 al 1496. La popolazione indigena conduceva una vita ancora primitiva e il conflitto fu impari. Di essi oggi restano le poche tracce che il DNA può aver mantenuto nell’apparentamento con gli spagnoli, le mummie, i graffiti, qualche statua e le testimonianze dei conquistatori, tra cui un saggio di Giovanni Boccaccio, De canaria et insulis reliquis ultra Hispaniam noviter repertis.

I Guanche, così li chiamarono gli spagnoli, probabilmente deformando il nome degli abitanti di Tenerife e attribuendolo a tutta la popolazione dell’arcipelago, benché tra le isole non ci fossero contatti – parlavano lingue differenti – non conoscendo essi la navigazione, erano circa 80.000, di aspetto nordico, bianchi e biondi. Erano popolazioni che rispettavano le donne e punivano severamente chi le offendeva.

Isabella volle che le Canarie divenissero subito patrimonio regio e le organizzò   secondo le leggi castigliane.

Fu applicato il diritto di adelantado, sorta di patronato concesso dalla regina al capitano della conquista – fatta in nome della Castiglia con il vincolo a rispettarne le leggi -, che diventava governatore. Era tuttavia un titolo ancora molto vago (che a Colombo, ad esempio, fu revocato) regolarizzato solo nella seconda metà del cinquecento.

Vi era un consiglio coloniale che applicava l’imposizione fiscale e regolava il commercio, dipendendo dal Consiglio delle Indie, che si occupava di tutte le colonie. Furono creati tribunali regi con giudici regi, introdotta la religione cattolica e l’inquisizione. Alla colonizzazione parteciparono anche domenicani e francescani. Mah!

La politica attuata nei confronti degli aborigeni non fu diversa da quella che riguardò ebrei e arabi in Spagna. I Guanche che non accettarono il dominio castigliano vennero sterminati, gli si diede la caccia anche sulle montagne, furono venduti come schiavi e trasferiti altrove proprio allo scopo di smembrare la popolazione. Pare che ciò avvenisse “contro” la volontà di Isabella, ma con tutto il debole che ho per la regina, sembra di essere alla solita farsa che protegge i potenti, dove tutto avviene a loro insaputa: si arricchiscono, rubano, manipolano, proteggono, insidiano le nipoti marocchine minorenni dei faraoni, senza saperne nulla.

I pochi che si arresero e si “convertirono”, pare presero parte alla distribuzione delle terre (generosità iberica!)

Ciò che non fecero gli spagnoli produssero le malattie da loro introdotte, che scatenarono micidiali epidemie, stante il debole sistema immunitario dei nativi.

La riflessione, per questo popolo ormai estinto e semisconosciuto, come per tutti quelli che hanno subito la stessa sorte, la stanno subendo o l’hanno evitata per molto poco, è che non bisogna tacere e chi si è macchiato di crimini nei confronti dell’umanità deve essere condannato anche dalla storia e non santificato, si chiami Obama, Putin, Isabella o Bashar al-Assad.

(Storia moderna – 28.2.1997) MP

Commenti (2)

Non porgere l’altro Guanche
2 #
valeria
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192.161.52.123
Inviato il 09/10/2013 alle 15:28
I like what I see so now i’m following you.

Non porgere l’altro Guanche
1 #
giulia
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Inviato il 15/09/2013 alle 01:17
Ciao ciao di passaggio,
la scoperta dell’america ti ha sconvolto?

ERIT SALUS IN GREMIO VIRGINIS

Lezioni condivise 80 – Società spagnola moderna.

30 Ago 2013 @ 10:00 AM

Ricordo a me stesso perché il programma di Storia Moderna in Sardegna è così denso di storia spagnola. Perché è soprattutto la Spagna ad essere protagonista nel mondo nella prima parte dell’Età moderna, e per quanto riguarda la Sardegna, essa è stata legata alla corona Aragonese un secolo e mezzo prima della conclusione del medioevo e successivamente alla Spagna riunificata fino al secondo decennio del Settecento, mantenendone la lingua (oltre al sardo) per almeno un altro secolo e diverse tradizioni culturali sono ancora vive oggi. La storia di Sardegna e la storia spagnola per alcuni secoli si incrociano più che con qualsiasi altra. Naturale dunque che il riferimento storico moderno prevalente sia alla Storia di Spagna.

Ho già fatto cenno nella lezione 77 che la nobiltà castigliana osteggiò il matrimonio tra Isabella e Ferdinando. I contrasti tra la Castiglia e gli altri regni formatisi durante la Reconquista avevano radici profonde. La Castiglia si sentiva erede del regno Visigoto, pertanto non aveva visto di buon occhio la nascita degli altri regni autonomi, compreso quello d’Aragona. Peraltro anche dopo il matrimonio i due regni restavano divisi, ciascuno come bene privato dei rispettivi sovrani, situazione che si superò solo di fatto quando Carlo V, nipote dei sovrani, figlio di Giovanna, divenne l’erede unico, in quanto ufficialmente continuavano ad esistere il Regno di Castiglia e quello d’Aragona, potendosi dunque parlare di Corona di Spagna, come unione di più regni, più che di un regno di Spagna.

Il 1492 è una delle date che vengono adottate per segnare la fine del Medioevo e l’inizio dell’Età moderna, è l’anno in cui Colombo approda nel nuovo mondo, che si frapponeva nell’Oceano tra Europa e Asia. Esso era già stato toccato dai popoli scandinavi nel X secolo, senza che fosse chiaro trattarsi di un nuovo continente. Era un periodo storico in cui le scoperte geografiche non erano volute come del XV secolo, quando si succedettero in pochi anni nuove esplorazioni lungo le coste dell’America, e che si trattava di un nuovo continente fu compreso da Vespucci nel 1501.

Il regno di Isabella era nella sua pienezza, era ormai uno stato moderno e si sentì il bisogno di organizzare un esercito nazionale; erano ormai emersi i limiti delle armate mercenarie medievali.

La necessità fu contingente, stante la durata della guerra con il sultanato di Granada, ben 11 anni e conclusero la reconquista (1492). Proprio in quegli anni veniva introdotta nei conflitti un’arma da fuoco, l’archibugio. Ma l’esercito fu impiegato anche per le conquiste in Europa, in particolare per il mantenimento del predominio in Italia.

Nelle nuove truppe, costituite da professionisti, retribuiti, emergeva la fanteria, a scapito della cavalleria pesante; c’erano soldati che rimanevano in attività tutta la vita. L’esercito era suddiviso in Tercios (ogni tercio contava 3000 uomini). L’esercito spagnolo dominò sui campi di battaglia fino alla guerra dei trent’anni (1659), quando subì la sconfitta dalla Francia .

In questo esercito avevano importanza determinante i nobili, considerati parenti del sovrano, che ottenevano gli incarichi più importanti.

Nello stesso periodo cominciarono ad affermarsi nella società spagnola i “letrados”, solitamente non nobili, ma laureati in diritto civile e canonico (utriusque iuris doctor, uid); il termine inizialmente indicava gli uomini di lettere, poi finì per indicare i giuristi e infine gli avvocati. Nel castigliano attuale indica entrambe le cose, e in generale chi svolge un lavoro intellettuale.

Gli artigiani erano organizzati in Gilde (società, fratellanza), secondo le corporazioni già esistenti in Catalogna e Aragona, denominate Gremi. Ciascuni di essi aveva un santo protettore e una cappella (es. Sant’Elmo, patrono lavoratori del porto). A Burgos c’erano i Consulados de mar per l’esportazione della lana.

Il termine gremio, dal latino grembo, ha un’origine religiosa, inizialmente pagana, poi adottata in certi ambienti cristiani delle origini. Riguarda la profezia delle sibille, vergini depositarie di capacità divinatorie per il loro voto di castità: Erit salus in gremio virginis, che significa La salvezza ci verrà dal grembo di una vergine.

Tuttavia in latino corrispondevano alle Universitates o Collegia.

I gremi si diffusero in tutta Europa, in Italia furono definite Arti, in Francia Guildes, in Inghilterra Guilds, in Germania Zünfte, in Veneto fraglie (dal latino “fratalea”, cioè “fratellanza”).

I Gremi attecchirono notevolmente in Sardegna, ve ne sono diverse testimonianze in storici statuti di Società di mutuo soccorso tra artigiani, ma soprattutto in varie rappresentazioni civili, sempre tra il Cristiano e il pagano, come la Faradda (discesa) di li candareri di Sassari e soprattutto Sa Sartiglia di Oristano.

(Storia moderna – 24.2.1997) MP

Commenti (3)

Erit salus in gremio virginis
3 #
Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
paolasixsix@yahoo.it
159.213.40.2
Inviato il 02/09/2013 alle 12:35
l’unione fa la forza…:-)

Erit salus in gremio virginis
2 #
Paola
ilcestinodeicotoni.iobloggo.com
annamariaporcelli@libero.it
79.42.79.23
Inviato il 01/09/2013 alle 15:49
Dopo il forzato congedo da Splinder non mi sono ripresa. Il mio cestino dei cotoni si trova su più piattaforme e forse quella il cui linguaggio riesco ad usare con meno difficoltà è “iobloggo”.
Ora ho da leggere quanto ho perso dei tuoi vari siti.
Un carissimo saluto.

Erit salus in gremio virginis
1 #
Alessandra
sefosseche.myblog.it/
sefosseche@virgilio.it
87.17.240.246
Inviato il 23/08/2013 alle 15:38
ho ricambiato la tua gradita visita… sono appena rientrata dalle ferie… disfo la valigia e ripasso da te ^__* ciao

SIAMO IN FASCIA PROTETTA

Lezioni condivise 77 – Isabella di Castiglia

31 Mag 2013 @ 3:05 PM

Non so a quanti possa essere capitato, ai tempi della scuola elementare, una sorta di apprendimento “random”, c’est a dire, percepire ogni tanto una parola o una frase mentre si era intenti a navigare con la fantasia per lidi più stimolanti e trasformare quanto captato in un concetto creativo, ma completamente avulso dalla sostanza della lezione.

La casistica potrebbe essere composita. Un esempio memorabile riguarda l’associazione di una parola, che infranse il fantastico viaggio, a un’altra omofona già conosciuta.

Resistenza per me era quell’aggeggio vagamente a forma di tempio a pozzo o di tomba egizia (da qualche parte devo aver raccontato delle decine di film di antichi egizi che mi son sorbito da bambino) che mio padre frequentemente sostituiva nel ferro da stiro, dicendo dopo averlo controllato “Est sa resistenza”.

Dopo le difficoltà ad accettare un’altra realtà e l’imbarazzo per il qui pro quo, mi chiesi certamente se fossi stato il solo ad andare in quella direzione così elettrica

L’altro aneddoto, più pertinente a questa lezione, riguarda un curioso scambio di persona.

C’è da premettere che tanti adulti persistono nel credere assolutamente ingenui i bambini, pur essendolo stati anche loro. Si comportano come se non ci fossero anche quando non sarebbe opportuno. Anche in TV ripetono continuamente “siamo in fascia protetta”, espressione molto “educativa” che non cadrà nel vuoto. Non ci si stupisca allora di veder stracciate le proprie convinzioni moralistiche di adulti, dimenticando che da bambini capitava di leggere fumetti come Isabella, Lucrezia e Messalina.

Ciò detto, per molto tempo fui convinto che le gesta della duchessa De Frissac, francese, del seicento e personaggio di fantasia, fossero quelle di Isabella di Castiglia da adolescente.

Alcuni storici immagino non abbiano avuto il mio stesso misunderstanding per avanzare dubbi sulla figura morale della Regina più famosa dell’età moderna, peraltro gli antagonisti, come in ogni conflitto radicale che si rispetti, la vorrebbero santa.

Isabella di Castiglia è una figura mitica della storia europea e non solo. Erede del casato di Trastàmara e d’Aviz, ma con un surplus di parentela nobiliare labirintica. Figlia del re Giovanni II, sorellastra del di lui successore Enrico IV, cui a sua volta successe nel 1474 – sebbene il regno rimase in bilico per la complicata guerra di successione intentata dai sostenitori di sua “nipote” Giovanna, indicata erede al trono quando si seppe delle nozze segrete tra lei e Ferdinando D’Aragona, celebrate nel 1469, che violavano il trattato che la designava regina con la clausola di sposare il re di Portogallo Alfonso V. Egli stesso avviò la guerra giacché diventato nel frattempo marito di Giovanna.

La figura di Isabella ha in parte oscurato quella del consorte, “cugino” d’adozione. Con il loro matrimonio si deve, de facto, la nascita dello stato moderno di Spagna, sancito dall’unione tra le corone di Castiglia e Aragona. Detta “la Cattolica”, a lei viene attribuita a torto o a ragione, in quanto regina dello Stato che finanziò il viaggio, la scoperta dell’America. Da lei e dal consorte fu accolto Colombo a Barcellona, e quando questi scoprì il nuovo mondo lo “donò” a Castiglia e Leon.

Le si attribuisce anche l’avvento dell’inquisizione in Spagna (fu forse più colpa di Ferdinando), ma è stata anche la regina del completamento della reconquista, conclusa nel 1492 con la presa di Granada.

L’ascesa al trono di Aragona di Ferdinando II non fu meno intricata, specie per le trame della madre Giovanna Enriquez; era lei che aspirava al matrimonio del figlio con Isabella, celebrato poi in segreto per l’opposizione dei nobili di Castiglia. Ferdinando era allora re di Sicilia. Successe al padre Giovanni II, re d’Aragona, solo nel 1479 e da questo momento operò di fatto come sovrano di uno stato unitario, sebbene legalmente i due regni fossero ancora distinti. Fu attivo soprattutto nella politica estera e militare, per la chiusura della faccenda di Granada, ultimo avamposto musulmano in Spagna e per la contesa con il Portogallo per la conquista del nuovo mondo, culminato con il trattato di Tordesillas del 1494, che in buona sostanza favorì la Spagna, rispetto alle bolle papali che lo precedettero.

In generale in quel periodo le monarchie venivano concepite come proprietà privata del sovrano, tale era la Castiglia per Isabella. Più complesso il discorso per l’Aragona, il cui territorio più importante, la Contea di Catalogna, con la città di Barcellona che godeva di particolari privilegi, era governato dalle Cortes (Generalitat), che diedero parecchio filo da torcere a Ferdinando.

Questi costituì il Consiglio d’Aragona nel 1494; ne facevano parte anche i castigliani, per la reciproca informazione e rappresentanti di tutti gli stati della corona (per la Sardegna, in un primo tempo parteciparono gli stessi catalano-aragonesi di stanza nell’isola, solo dopo il 1600 furono nominati realmente dei sardi).

Benché i due regni fossero uniti di fatto nella figura dei sovrani, le loro istituzioni rimasero separate. La Castiglia in quanto regno più ricco, fu quello in cui i sovrani stabilirono la loro residenza (per Aragona e Catalogna fu nominato un viceré). Tuttavia si trattò di una sorta di regno itinerante con continui spostamenti, specie da parte di Ferdinando.

La capitale era allora Toledo, ma la politica veniva esercitata prevalentemente a Valladolid e le questioni economiche a Burgos.

Un problema spinoso per i reali di Castiglia era la prepotenza nobiliare nel territorio e i numerosi privilegi concessi alle città. L’imposizione del Tribunale della “santa” inquisizione, nel 1478 fu dunque anche uno strumento politico per il controllo del dissenso e degli abusi.

I re cattolici fin dal 1482, per la loro fedeltà alla chiesa, ottennero il privilegio di designare i vescovi spagnoli al papa per la successiva nomina; questa presentazione avveniva sotto forma di supplica. Essi sfruttarono questo privilegio organizzando le terre della reconquista anche sotto il profilo religioso fin dal 1486.

Non tutto il potere fu concentrato nel Consiglio Reale. Isabella organizzò lo stato con i tre rami: nobiliare, clericale e reale (città regie) nelle cortes (il parlamento), rispettò le autonomie regionali e i fueros (consuetudini) e questo, insieme al suo senso di giustizia e clemenza, le procurò il consenso popolare.

Promulgò un codice valido per tutto il regno, che venne pubblicato nel 1484 con il titolo di Ordenanzas Reales de Castilla. Ella presiedeva quasi settimanalmente le sedute dei tribunali e dava pubblica udienza a chiunque ne facesse richiesta.

Creò i tribunali locali, le audencias; in Sardegna la “Reale udienza”, che essendo lontana dal potere centrale, godeva di ampi poteri. C’era anche un tribunale di ultima istanza, con la sola possibilità di grazia da parte della Regina.

Costituì inoltre delle commissioni o consigli (auxilium et consilium) su guerra, stato e ogni altro aspetto di governo, garantendosi un più efficace controllo della nobiltà.

In funzione di legare la corte con le città fu istituita la figura del Corregidor (sorta di commissario); non doveva essere del luogo in cui operava, né avervi parentele o interessi. La funzione era a tempo determinato e prima di lasciare l’incarico il suo operato era soggetto a controllo.

La guerra per la conquista del sultanato di Granada non fu semplice, durò undici anni, dal 1481 al 1492 e la capitolazione degli arabi fu dovuta a loro controversie interne e tradimenti, peraltro familiari, su cui si raccontano storie degne dei festini arcoresi.

Insomma ci fu una parte che vendette Granada e diede pure una mano a sbarazzarsi dell’altra. Nel trattato che ne conseguì del 1491, gli spagnoli si impegnavano a garantire la libertà religiosa ai musulmani. Solo pochi mesi dopo, sciolto il Sultanato, questi diritti vennero revocati con il decreto di Alhambra (che nella sostanza riguardava l’espulsione degli ebrei non convertiti al cristianesimo) e l’iniziò della campagna per la limpieza de sangre, che coinvolse anche i musulmani (moriscos) e gli ebrei (conversos o marrani) convertiti, discendenti compresi, giacché ben presto si cominciò a sospettare che le conversioni fossero solo fittizie e si continuassero a praticare le religioni di provenienza in privato, solo per non essere espulsi; ma a moriscos e conversos, fu destinato anche di peggio, accusati di eresia, furono le vittime primarie dell’inquisizione.

(Storia moderna – 21.2.1997) MP

Commenti (1)

“Siamo in fascia protetta”
1 #
giulia
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87.4.24.132
Inviato il 29/05/2013 alle 00:31
Dinnanzi alla storia non si favella… o sì?

IL PECCATO ORIGINALE

Lezioni condivise 76 – Stato artificiale and the masses

30 Apr 2013 @ 11:54 PM

Un riesame della politica italiana tra ottocento e novecento mostra diverse analogie con quella odierna; non solo episodi, ma anche metodi e soprattutto corruzione, clientelismo, trasformismo. Oltre ad osservare che la storia ha insegnato poco alla maggioranza degli spregiudicati politici italiani, ne dedurrei che non si tratta di corsi e ricorsi storici, ma prevalentemente del peccato originale di una classe dirigente perennemente corrotta, salvo forse quando si tocca il fondo ed è necessario risorgere dalle rovine, come dopo la Liberazione e la nascita della Repubblica. Anche allora non servirono tanti anni per tornare alle cattive abitudini, con picchi diversi, da Tambroni all’affare Lockheed, dallo stragismo a gladio/P2, da mani pulite al berlusconismo. Il vizio della casta è più forte dell’indignazione della gente, in gran parte assuefatta o addirittura arruolata nel malaffare dei partiti azienda.

La politica onesta è sempre esistita, come i veri Cristiani, ma è in netta minoranza, ha pochi mezzi; la gente è restia al cambiamento perché pensa sia più conveniente stare col più forte, il più ricco, il più cazzone, che riesce a fare una politica antisociale quando sta al governo per poi attaccarla durante la campagna elettorale, prendendo i voti dello stesso popolo che ha appena danneggiato.

Non vi è dubbio che questo peccato, così solido e irriducibile, si sia formato e radicato con le caratteristiche dei fondatori dello stato italiano, la famiglia Savoia, e basta andare a vedere con che genere di politica questi aristocratici provinciali sono arrivati a prendere e mantenere il Regno di Sardegna, la politica delle alleanze, dei voltafaccia, di strategie, di fortuna, di colpevoli aiuti; e dopo l’unità, con la politica dei privilegi, dello sfruttamento di un popolo tenuto alla stregua delle tirannie medievali, specie in quella parte “liberata”, a sud.

Da tale origine hanno avuto luogo i mali con cui ancora ci confrontiamo: mafie, mezzogiorno, corruzione e che ciò sia attuale lo dimostra il governo che si è insediato or ora, che mantiene una tassazione generale insostenibile per le classi meno abbienti, ma si accinge a tagliare l’IMU a tutti, favorendo sostanzialmente i ricchi, è la solita minestra: leggi ad personam dall’impero all’orinale…

Il risorgimento ebbe diverse anime, in un primo tempo divise tra romantici e positivisti e quelle più rivoluzionarie, come Carlo Pisacane, rimasero inascoltate, prevalsero le posizioni più moderate, il resto fu solo scapigliatura.

La storia post unitaria, culminata con la crisi di fine secolo, fu regolata dallo Statuto albertino, Costituzione dello stato sardo, poi italiano, dal 1848 fino alla caduta del fascismo. Nonostante esso non potesse essere emendato, subì delle modifiche consuetudinarie con l’avvento al governo di Cavour, che in qualche modo lo rese elastico, ad esempio nella prassi per cui la fiducia al governo veniva data dal parlamento e non più dal re. Durante il fascismo fu accantonato anche quello, ma non abrogato, scavalcato dalle leggi liberticide della dittatura.

I primi anni post unitari lo stato italiano fu governato dalla cosiddetta destra storica legata ai proprietari terrieri settentrionali e agli interessi del mondo finanziario. I suoi esponenti appartenevano al ceto aristocratico-borghese. La loro politica conservatrice si traduceva nel contenimento della spesa pubblica (ogni fatto sociale era ritenuto privato, compresa ad esempio l’istruzione) e nella tassazione dei sudditi, vedasi la nefanda tassa sul macinato.

Complessivamente, destra e sinistra storica erano in realtà destra liberale di classe più o meno moderata, il cui spessore può misurarsi dagli aventi diritto al voto, poche centinaia di migliaia su 30 milioni di abitanti.

Quando la sinistra, con appena maggiore senso dello stato, subentrò con continuità alla destra, non furono certo avvertiti dal popolo dei benefici, semmai dagli stessi proprietari terrieri e dalla borghesia. Con l’andar del tempo le due compagini si mescolarono. Non vi era sensibilità per i bisogni sociali delle classi povere, si badava di più a migliorare il “funzionamento” delle istituzioni. Ciò fu più evidente dopo il 1870 (prese anche Roma e Venezia) con l’affermarsi del Quarto Stato, che si organizzava politicamente e sindacalmente; le differenze tra i partiti storici si appiattirono, ciò che rimaneva di risorgimentale non era più innovativo, semmai governativo.

Venivano dirette rivolte contro i proprietari, che sfruttavano i braccianti, fenomeno che in Sardegna iniziò già nel 1820 dopo la legge delle chiudende, con il moto de Su connotu. Il governo rispondeva con programmi velleitari e inutili alle masse popolari.

La sinistra storica, ebbe stabilmente il governo dal 1876 per oltre un decennio, leader ne era Agostino Depretis, esponente della Sinistra giovane costituzionale. Era costituita prevalentemente dagli eredi di Mazzini (molto più moderati del loro leader, abiurarono perfino il simbolo) e garibaldini, dal nascente ceto industriale e commerciale. Lungi dal segnare il passaggio dall’immobilismo al dinamismo politico, fu in realtà molto lenta e parziale, favorì la media borghesia. L’equità fu come oggi un miraggio, scarsi segnali, come l’allargamento del suffragio (condizionato) e dell’istruzione.

Depretis ebbe cura di escludere l’estrema sinistra, coinvolse invece la destra (Minghetti, suo predecessore), galleggiava nel centrismo moderato e trasformista, nell’inciucio che porta sempre corruzione e ricatti. La tassa sul macinato fu tolta solo nel 1884. L’industrializzazione e i progressi negli scambi commerciali (navigazione) causarono la crisi agraria e il ritorno del deficit pubblico. Depretis diede origine al trasformismo e propagandò la necessità di confondersi con la destra (PD).

Nel 1887 salì alla ribalta del governo Francesco Crispi, forte di una fama che non onorò, anzi disonorò, nonostante il suo ministro Zanardelli riuscisse ad abolire la pena di morte, a togliere il divieto di sciopero e ampliare il diritto di voto. La sua politica fu presto spiccatamente autoritaria e di polizia, invisa perfino alla destra storica.

Un po’ di tregua fu rappresentata dal primo governo Giolitti (1892), liberale, che tendeva a distinguere i problemi di ordine pubblico dalle proteste di natura sociale su salari e condizioni di lavoro. Travolto tuttavia dallo scandalo della banca di Roma, nel 1893 gli subentrò lo stesso Crispi e immediatamente si tornò alle leggi liberticide. Nel 1982 era nato il Partito dei Lavoratori Italiani che nel 1893 divenne il Partito Socialista Italiano, la data coincide significativamente con l’avvio della repressione delle classi subalterne, dei “fasci siciliani” e lo stesso partito socialista fu sciolto. Crispi affondava sul fronte colonialista, tuttavia il suo successore, Di Rudinì, nel 1898 realizzò la più feroce repressione contro i tumulti per il rincaro del pane, diventati poi insurrezione popolare; in questo contesto si consumò in maggio, a Milano, la strage del generale Bava Beccaris, che fece sparare sulla folla anche con i cannoni, lasciando a terra oltre 100 morti. Ebbe quindi seguito la repressione giudiziaria, appoggiata anche dai liberali e dalla stampa, contro socialisti, anarchici e democratici in genere, ne fece le spese tra gli altri Filippo Turati, condannato a 12 anni di carcere. Il generale ottenne invece onorificenze e premi da Umberto I, che subì la vendetta popolare il 29 luglio 1900 a Monza per mano dell’anarchico Bresci, tornato appositamente dagli Stati Uniti.

Nel giugno successivo alla strage il governo passò in mani militari, quelle del generale Pelloux e la repressione proseguì. Nelle elezioni del giugno 1900 il successo della sinistra socialista e democratica provocò le dimissioni del governo.

Nel 1901, Giolitti, diventato ministro dell’interno nel governo Zanardelli, poi presidente del consiglio per circa un decennio, riportò un clima di tolleranza, la libertà di sciopero, di riunione, associazione e stampa. Dichiarò la neutralità del Governo nei conflitti tra capitale e lavoro, in buona sostanza se ne lavò le mani. Intanto nel PSI si impose il cosiddetto “massimalismo”.

Nel 1913 si svolse la prima elezione a suffragio universale maschile. Nel 1914 con Salandra, venuta meno la mediazione giolittiana, scoppiarono una serie di disordini (Settimana Rossa) che interessarono tutta l’Italia.

Dopo la grande guerra del Capitale, combattuta dai proletari, le cose migliorano con Francesco Nitti (1919), che eliminò le vecchie clientele Giolittiane e introdusse il prezzo politico sui generi di prima necessità, come il pane, ma era politicamente debole. Siamo ormai alla vigilia del fascismo.

Nel 1919, dalla fusione tra i Fasci Italiani di Combattimento e i Nazionalisti, nasce il Partito Fascista di Mussolini. Nitti è costretto a dimettersi mentre infuriano i disordini fomentati dagli squadristi. Tornò un Giolitti meno “illuminato” che nel 1921 decise la graduale abolizione del prezzo politico del pane, mentre i fasci di combattimento agivano in funzione antisocialista, con vere e proprie azioni militari contro le fabbriche occupate, mentre Giolitti stava a guardare.

Nasce il Partito Comunista, ma anche il PNF. Ormai è Mussolini che comanda, gli si prostra la chiesa, poi il Partito popolare, lo stesso re, che invece di opporsi alla marcia su Roma fa dimettere Facta e nomina presidente del consiglio il duce. Ha inizio un ventennio d’inferno e vergogna.

(Storia del risorgimento – 19.2.1997) MP

Commenti (6)

Il peccato originale
6 #
Tatjana
linda@pwlcpa.com
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Inviato il 17/05/2013 alle 22:51
Braquo su Rai4, duro noir di un commissariato di polizia marsigliese corrotto che fa squadra a se. Il Made in Usa non lo reggo da Lehman Bros in poi a parte qualche eccezione che per l’appunto non conosco, tu quale mi suggeriresti?

Il peccato originale
5 #
Simona
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duestelle74@yahoo.it
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Inviato il 06/05/2013 alle 12:44
ma il blog fenila e`chiuso da secoli e poi flygirl e`un altra persona……..mi fa piacere che ti piaccciono i miei post, non ho tempo per il blog ma a volte si!!! baciiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii

Il peccato originale
4 #
noti
notimetolose@virgilio.it
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Inviato il 05/05/2013 alle 16:32
Analisi oltre che interessante oltremodo avvilente. per quanto vorremmo credere che si possa, si voglia, cambiare, la nostra storia ci insegna che la politica si deve autoalimentare fino all’obesità.

Il peccato originale
3 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.54.254.191
Inviato il 04/05/2013 alle 22:14
quindi non sono l’unica matta che pensa che la statua di Garibaldi su tutte le piazze d’Italia è un’oltraggio e che Susanna Agnelli si è data alla beneficenza per compensare la farabbutteria del fratello che nello specifico consiste nell’essersi messo i soldi in tasca mentre lo Stato italiano pagava la cassa integrazione dei suoi operai, non contento è riuscito a farsi regalare un’altra fabbrica di auto, la Lancia, alimentando così il monopolio dell’auto in Italia. ma il massimo è stto farsi nominare senatore a vita e dare il buon esempio andando a farsi operare al cuore all’estero: grande fiducia della sanità italiana. A questo grande esempio di imprenditoria italiana non vogliamo dedicare, chessò…una sala d’aspetto in una grande stazione?

Il peccato originale
2 #
vitty
vitty.n@tiscali.it
84.223.35.91
Inviato il 04/05/2013 alle 08:41
Complimenti,questa ri-lettura della Storia,mi ha insegnato più cose di quante ne abbia imparate sui banchi di scuola! 🙂

Il peccato originale
1 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.54.253.158
Inviato il 23/04/2013 alle 20:54
@giampaolo
giampaolo, che dire, ricambio…

ADIANTE PEREIRA!

Lezioni condivise 73 – L’espansione coloniale portoghese

 31 Gen 2013 @ 8:00 AM

Non c’è espressione più ambigua di “popolo americano”. Esiste un popolo americano? e se esiste qual è? chi legittimamente può definirsi “americano”? i popoli nativi al limite, non i coloni, un coacervo di genti provenienti prevalentemente dall’Europa e di origine ancora distinguibile.

La “democrazia” amerikana per ogni diritto che concede, un altro legittimo ne nega. Gli USA (…e getta) ad esempio, concedono cittadinanza ai nati sul loro suolo, ma la negano da sempre ai popoli nativi, sono uno stato fondato sull’illegalità, sulla violazione dei trattati da essi stessi imposti.

Agli albori dell’Alto medioevo gli spostamenti di interi popoli hanno dato luogo nel mondo antico a nuove nazioni, pressoché omogenee sotto il profilo culturale ed etnico. Non si può dire la stessa cosa per i diversi flussi di migrazione nelle Americhe – il massimo dell’eterogeneità – che iniziano un millennio dopo, in terre ove sono stanziati altri popoli, altre nazioni, con la loro civiltà e la loro cultura, che verranno emarginati, rimossi, sterminati, cancellati.

Nelle Americhe, pertanto, insieme a quel che rimane dei popoli nativi, vivono porzioni di popolo inglese, spagnolo, portoghese, tedesco, italiano, francese, cinese, giapponese e via dicendo. Non si tratta di radici così solide da permettere che si parli di un’altra nazione, siamo di fronte a poche generazioni di immigrati europei. La storia è testimone del genere di persone che furono mandate via dall’Europa per popolare gli USA e cacciare nelle riserve le nazioni indigene. Un’eredità riconoscibile nella violenza ancora imperante, nella disuguaglianza sociale estrema, nel razzismo, nella la facilità con cui anche i ragazzi possono armarsi e compiere stragi degne della più dissoluta barbarie, altro che democrazia!

Ancora oggi si discute tanto sulle modalità della scoperta del nuovo mondo, sull’identità di Colombo, sulla falsificazione di molti documenti per ragion di stato.

Il Portogallo fu il primo stato europeo ad avere mire coloniali fuori dal Mediterraneo. Affacciato sull’Atlantico, chiuso dalla Spagna, trovò naturale spingersi verso l’Africa occidentale e le terre costiere dell’oceano indiano.

Il primo impulso venne dalla dinastia di Aviz (1385) che successe alla decaduta casa di Borgogna, ma anche tutta una serie di coincidenze favorì il Portogallo. L’espansione, almeno per i governanti, obbediva a ragioni di tipo commerciale. La strategia era quella di occupare territori poco abitati che venivano dati in feudo al comandante della nave che li scopriva.

Le terre occupate, considerate res nullius (terra di nessuno), appartenevano a chi le abitava, non vi era organizzazione statale, gli indigeni non avevano leggi scritte.

Veniva adottato lo stesso criterio degli spagnoli durante la Reconquista, le terre redente venivano concesse come diritto di conquista a chi le liberava e analogo principio fu applicato nei regni della corona riconosciuti dal papa. Chi si opponeva a questa legge veniva fatto schiavo e perdeva ogni diritto.

Quando si conquistava un territorio si procedeva ad organizzare le vilas dal punto di vista politico, ma anche religioso, l“evangelizzazione” era una missione imposta dalle bolle papali; la Guinea, ad esempio divenne cattolica (con quali mezzi? è lecito chiedersi).

Si era formata una popolazione di meticci in prevalenza di lingua portoghese che garantiva i contatti con i nativi dell’interno destinati alla schiavitù. Questa prevedeva anche il metodo della gradazione di colore, distinguendo tra neri, mori, moreni e via dicendo.

Le truppe portoghesi presero Ceuta nel 1415 con una poderosa squadra navale, agli ordini del re Giovanni I di Portogallo. L’avanzata fu portata avanti dal principe Enrico il Navigatore.

Nel 1434 il primo gruppo di schiavi venne portato a Lisbona, il loro commercio divenne presto l’affare più importante del Portogallo e riguardò intorno alla metà del Quattrocento principalmente Guinea, Senegal, Capo Verde, Sierra Leone.

Con le bolle Dum Diversas del 1452 e Romanus Pontifex del 1454, il papa Niccolò V (questa è bella! ma abbiamo già visto per il regno di Sardegna e Corsica) riconobbe al re portoghese il diritto ai territori conquistati in Africa e Asia e lo autorizzava ad attaccare, conquistare e soggiogare i Saraceni, i pagani e gli altri nemici della fede; a catturare i loro beni e le loro terre; a ridurre gli indigeni in schiavitù perpetua. Con la bolla Inter caetera, Callisto III (1456) sancì il diritto di cristianizzare i territori, di nominare vescovi e parroci.

Dopo il 1492, scoperto il “nuovo mondo”, Alessandro VI (Rodrigo Borgia) ritenne necessaria una revisione delle sfere di influenza di Spagna e Portogallo, emanò così diverse bolle, tra cui le due Inter Caetera del 3 e 4 maggio 1493, sulla navigazione, la sovranità sulle terre scoperte, i diritti sui sudditi. Egli spagnolo, favorì notevolmente la Spagna. In particolare nella seconda bolla tracciò una linea retta (raja) al largo di Capo Verde che collegava il Polo artico al Polo antartico e in qualche modo divideva la sfera d’influenza dei due stati, l’ovest del meridiano spettava alla Spagna e l’est al Portogallo, escluso di fatto in questo modo dalla conquista di terre nel nuovo mondo.

Per evitare una guerra tra i due stati cattolici si raggiunse un compromesso con il Trattato di Tordesillas del 7 giugno 1495, che modificava le delimitazioni autorizzate dal Papa, spostando la raja in modo che al Portogallo spettasse almeno la conquista del Brasile.

Tutto ciò naturalmente all’insaputa delle civiltà là insediate dei Maya, Aztechi e Incas, per citare le maggiori a noi note e candidate allo sterminio.

            Chi ne è capace si ponga nel loro tempo.

Uno studente ebbe un moto di disgusto verso la barbarie dimostrata dai colonizzatori e lo esplicitò; la prof fece presente forse in maniera troppo sbrigativa che si era a lezione di storia e non di etica. Tuttavia non condivisi. Se l’osservazione dello studente poteva apparire ingenua – le crudeltà di certe epoche storiche sono note – non per questo vanno giustificate per il fatto che siano accadute in tempi remoti. Sarebbe come se nel 2500 o nel 3000 si arrivasse a giustificare il nazifascismo. Se poi si fa attenzione, in tutte le epoche passate, antica, medievale, moderna, accanto alle crudeltà più efferate, c’è sempre stato chi le ha combattute e chi avrebbe voluto farlo, ma non ne ebbe il coraggio, la forza o gli strumenti. Ancora oggi prendiamo lezioni di morale dai filosofi greci e latini; Gesù Cristo è vissuto 2000 anni fa e ancora non abbiamo assimilato il suo messaggio di pace, carità e uguaglianza; Cesare Beccaria scriveva a metà settecento per l’abolizione della pena di morte e ancora oggi in stati che si ritengono esempio di democrazia persiste questa barbarie; la Rivoluzione francese è avvenuta nel settecento e abbiamo perso tanti dei suoi valori, registrando un regresso su molti aspetti…

Il problema della razza tuttavia non era molto sentito allora, i contatti erano stati molto rari prima. Il termine razza aveva un significato culturale, più che come è inteso oggi. D’altra parte ogni popolo si considerava migliore dell’altro, anche tra i bianchi vi era un certo odio.

Il mondo moderno considerava barbari coloro che non avevano leggi, consuetudini, ordinamenti simili ai propri. Musulmani ed ebrei in particolare, erano odiati per la loro religione, non per la razza, soprattutto perché conobbero il cristianesimo e lo rifiutarono. Quando i musulmani si convertivano veniva dato loro un nome cristiano. La conversione affrancava dalla schiavitù, rendeva “liberi”.

I neri, che non avevano conosciuto il cristianesimo, erano più tollerati. “Benché” fossero considerati una razza inferiore. Quando rifiutavano di convertirsi, diventavano schiavi, come accadeva ai prigionieri di guerra, che tuttavia erano considerati vinti, i neri no.

All’inizio del cinquecento dunque Spagna e Portogallo avevano il monopolio legale dei traffici con l’Occidente atlantico.

Per la Spagna l’operazione fu portata avanti da stinchi di santo come Cortes e Pizzarro, con patenti di spietatezza proverbiali; loro omologo portoghese era Pedro Álvares Cabral.

Il Brasile venne scoperto da questi nel 1500, e la colonizzazione vera e propria iniziò intorno al 1530. Benché all’inizio fosse considerato meno importante dei territori asiatici, il Brasile, divenne poi la colonia più importante dell’impero, dalla quale i portoghesi potevano esportare oro, gemme preziose, zucchero, caffè e altri prodotti agricoli e così si intensificò la tratta degli schiavi dalle colonie africane.

Tra il 1575 e il 1583 questo monopolio venne attaccato da inglesi e olandesi in una vera “guerra di corsa” (da cui i corsari, cioè coloro che agivano autorizzati da lettere di corsa emesse da governi nazionali) condotta nelle colonie da mercanti-pirati, che miravano a sottrarre alla Spagna il monopolio delle importazioni di metallo prezioso: il motto era “contro i papisti per Eldorado”, il paese dorato, la regione ricchissima di oro di cui si favoleggiava l’esistenza in America Latina.

Dal 1580 al 1640 il Portogallo cadde in mano agli Asburgo di Spagna, questi non si curavano delle colonie portoghesi facendo il gioco di Inghilterra e Olanda che in poco tempo ridussero notevolmente l’impero portoghese. Riuscì a salvarsi il Brasile e nel Pacifico Macao e Timor Est. Nel 1661 persero anche l’India, conservando solo piccole basi.

Dall’Europa iniziò la migrazione volontaria verso il Brasile che si popolò notevolmente e raggiunse l’indipendenza nel 1822 ad opera di Pedro I, principe portoghese.

L’attacco portato dai filibustieri può essere letto come l’inizio di una fase violentemente competitiva nel commercio a lunga distanza e gli olandesi invocavano la libertà di navigazione, il “mare liberum”. Un concetto molto amerikano: si è sempre molto liberali per ottenere le proprie libertà, prescindendo dal fatto che esse per altri siano causa di schiavitù, oppressione, tirannia.

(Storia moderna – 19.2.1997) MP

Commenti (3)

Adiante Pereira!
3 #
Anaïs de Lonval
anaisdelonval.blog.tiscali.it
nadiranais@tiscali.it
87.19.220.102
Inviato il 22/02/2013 alle 23:47
sempre molto nutriti questi interventi che mi fanno sentire molto ignorante… ma alla luce di quanto sta avvenendo in tempi odierni, in prossimità delle elezioni posso dire che la storia tende a ripetersi… non si ripete uguale a se stessa, certo, ma determinati fenomeni portano a delle conseguenze molto simili. Però noi umani abbiamo la memoria corta e forse anche uno spirito critico alquanto poverello: la storia non è un insieme di nozioni messe in ordine cronologico, la storia è anche etica, la storia è presa di coscienza dei fatti per non ripetere gli stessi errori e cambiare il corso di una determinata vicenda. Ma pochi lo capiscono. Forse anche io stessa stento a comprendere pienamente il valore della storia: bisognerebbe che noi tutti prendessimo periodicamente un libro di storia e ripassassimo la lezione, di tanto in tanto, per non dimenticare. Tu certo saresti un bravo Prof!

Adiante Pereira!
2 #
andreapac
andreapac.blog.tiscali.it
andreapac@tiscali.it
83.211.200.161
Inviato il 18/02/2013 alle 10:09
La figura del pastore che è sicurezza e appartenenza non ha nome è il pontefice di Roma.
Spero tu capiti in quel del Portogallo e allora tra Statue di Botero e monumenti a grandi conquistatori, esploratori e colonizzatori ripercorrerai tutto il tuo scrivere

Adiante Pereira!
1 #
andreapac
andreapac.blog.tiscali.it
andreapac@tiscali.it
213.198.142.7
Inviato il 25/01/2013 alle 21:22
Grazie del passaggio da me.
Ricambio.
bello sapere certe cose, apprenderle che esistono pure.
La matematica e le scienze mi prendono da quando avevo 11 anni e non le ho mai abbandonate, trascurando il resto ingiustamente, ma come fare …
Quanto è complesso il nostro mondo e si continua a sbagliare il verbo avere con quella benedetta H.

I PADRINI DELLE “LIBERATION” OF CONVENIENCE

Lezioni condivise 70 – Independencia e crescimento de Portugal

31 Ott 2012 @ 11:49 PM

Il dibattito sul destino dei popoli è sempre stato vivo. Quasi sempre una nazione, che è un popolo per definizione, non è individuabile dai confini di uno stato, ma dall’avere in comune oltre a una certa caratterizzazione geografica ed etnica, cultura, lingua, religione, tradizioni, storia, identità (anche se non è detto che debbano coesistere contemporaneamente tutti questi fattori).

Il dibattito si fa pretestuosa polemica quando qualcuno, preferibilmente “autorevole”, utilizza questa sua prerogativa per spararla grossa e arrampicarsi sugli specchi della presunta ragion di stato, illogica e prepotente. E’ il caso di Claudio Magris, che ho apprezzato tanto a sentirlo dir di Danubio, ma molto meno quando ha elucubrato contro le aspirazioni di autodeterminazione dei Catalani, che poi è come dire dei sardi, corsi, baschi, palestinesi, irlandesi, nativi americani e via dicendo. Le argomentazioni della mia affermazione le trovate espresse ampiamente in questo articolo.

A volte la Storia si è divertita a “privilegiare” alcuni popoli, penso in tempi recenti agli stati ex URSS (anche se vi sono ancora situazioni molto complesse), quelli ex-Jugoslavi, il Kosovo… Ma, a parte la creazione di situazioni peggiori di prima, in certe occasioni queste “liberazioni” hanno avuto come padrini politici quasi sempre gli USA, che lo sono anche della non liberazione di tanti altri popoli.

La storia moderna, nel bailamme della formazione dei grossi stato-nazione, ci ha lasciato in eredità dei popoli minori che sono riusciti a ritagliarsi una loro specialità e indipendenza, tra questi certamente il Portogallo, che peraltro ha avuto per secoli una storia addirittura imperiale. E’ un po’ strano vedere il blocco della penisola iberica interrotto dal Portogallo, viene spontaneo chiedersi come abbiano fatto e perché proprio loro, con tutti i particolarismi esistenti nella penisola, a non cedere alla spinta unificatrice che ha interessato tutti gli altri regni nati durante la Reconquista.

Il Trecento e il Quattrocento furono per la penisola iberica momenti poco tranquilli, sia per lotte dinastiche, sia per contrasti tra i regni formatisi durante il lento recupero del territorio iberico contro i mori. La Castiglia che di fatto aveva un ruolo centrale, alternava contrasti con l’Aragona e il Portogallo, nonché con quel che restava del comune nemico Al Andalus.

Per Castiglia e Aragona, fin dal Duecento, l’Africa era vista come la terra in cui espandersi, per evitare nuove invasioni del Mori.

Nel 1291 il re di Castiglia aveva conquistato Tarifa, all’estremo sud della penisola iberica, sorta di avamposto per l’Africa. Veniva ancora praticata la politica di dare ai soldati la metà dei territori conquistati, norma che si protrasse per molti anni ancora (Lei mental sotto Edoardo I), con importanti variazioni negli anni: le terre non potevano più essere divise (andavano al primogenito) e in mancanza di eredi tornavano alla corona (majorascato). Inoltre (Lei das sesmarias) le terre non coltivate che venivano concesse dovevano essere obbligatoriamente lavorate, pena, nei casi estremi, l’arresto.

Alla fine del Quattrocento furono conquistate di Tripoli e Tunisi da parte degli aragonesi; Marocco e Algeria da parte della Castiglia.

In questo contesto di variazioni geografiche continue si inserisce anche la questione portoghese.

Nel 1139 Alfonso Henriques divenne re del Portogallo con il nome di Alfonso I, dopo la battaglia d’Ourique contro i Mori. Fu riconosciuto da Alfonso VII di Castiglia nel 1143 e dal papa Alessandro III nel 1179, che gli dava l’esclusiva per la conquista delle terre degli arabi.

Ciò provocò una guerra con la Castiglia nel 1295, finché due anni dopo fu siglato il trattato di Alcañices, dove si sancì la pace della durata di quarant’anni con Ferdinando IV.

Dopo un periodo di pace di oltre settanta anni, essendosi i due regni imparentati, nel 1383, alla morte di Ferdinando I di Portogallo, dinastia di Borgogna, si verificò un problema di successione. La nobiltà portoghese non accettò la figlia Beatrice come regina (in quanto imparentata con i regnanti di Castiglia), ne derivò una complessa guerra di successione, vinta dagli oppositori, che portò al trono nel 1385 la dinastia D’Aviz, con Giovanni I (fratellastro del re defunto).

Ciò cambiò anche la politica portoghese che si dedicò alle conquiste atlantiche lungo il litorale africano. Furono prese Ceuta e le Canarie (tornò popolare il mito greco delle Isole Fortunate che Esiodo identificava appunto con le Canarie).

A Giovanni successe nel 1433 il figlio Edoardo il quale mise gli occhi sul Marocco, restando tuttavia sconfitto e ucciso dalla peste. Gli successe nel 1438 il figlio Alfonso V, minore, sostituito prima dalla madre Eleonora, poi dallo zio Pietro di Coimbra.

Pietro proseguì la politica di esplorazione delle coste africane attraverso suo fratello Enrico, il navigatore (entrambi fratelli di re Edoardo), il quale – peraltro templare – oltre a scoprire l’oro in Guinea (che incise sul cambio delle monete europee), avviò la tratta degli schiavi.

Nel 1441 iniziò il commercio degli schiavi neri, prelevati dalle zone interne del Senegal dai loro fratelli costieri, e pagati mediante baratto con beni vari. La vendita veniva esercitata, lungo diversi chilometri di costa della Guinea.

Attraverso vere e proprie deportazioni, prima che esse avessero come destinazione le Americhe, furono popolate con schiavi neri le isole di Madera, Porto Santo e le Azzorre. Per le Canarie si ebbero più difficoltà essendo già abitate e appartenendo alla Castiglia con riconoscimento pontificio.

Alfonso V cominciò a governare direttamente nel 1448 e non mancarono i contrasti familiari, vere e proprie guerre. Era chiamato l’africano, in quanto sotto di lui aumentò decisamente l’esplorazione delle coste continentali, anche perché le vie di terra erano bloccate da Castiglia e Aragona.

Con Vasco de Gama i portoghesi si spinsero fino al capo di Buona Speranza e fu aperta una rotta per l’India, raggiunta solo intorno al 1497.

Nella parte finale del XV secolo, mentre continuavano i conflitti con l’islam (nel 1471 fu riconquistata Tangeri), si compì la costruzione delle nuove caravelle (basate su vele anche di tre alberi e più, con fondo capiente per più provviste e possibilità di lunga navigazione), che sostituirono le galere (funzionanti solo con i remi) di difficile uso nell’Atlantico.

Nel 1481, alla morte del padre Alfonso V, divenne re Giovanni II, mentre lo stato portoghese versava in una condizione di decadenza.

Era il 1492 quando Colombo giunse nel Nuovo Mondo, ancora sconosciuto nel continente europeo. Dopo una serie di questioni, che videro il Portogallo impreparato, concentrato com’era sulle coste africane, si pervenne al trattato di Tordesillas (1495), il quale con la delimitazione delle sfere di influenza sancite da papa Alessandro VI, modificava quelle meno favorevoli del 1493. Il Portogallo poteva agire sulle terre ad est della linea verticale che divideva il mondo da nord a sud, e la Spagna su quelle a Ovest. Ciò penalizzava il Portogallo rispetto alle nuove terre scoperte, ma le difficoltà di misurazione gli permisero di colonizzare il Brasile.

A Giovanni II successe il cugino e cognato Manuele I nel 1495. Sotto il suo regno Vasco de Gama raggiunse l’India e si iniziò l’esplorazione del Brasile. Il re era decisamente imparentato con i regnanti di Castiglia e d’Aragona (sposò due figlie di Isabella I e Ferdinando II e in terze nozze una loro nipote, figlia di Giovanna).

Conclusero la dinastia d’Aviz il figlio Giovanni III, che consolidò la presenza in Brasile e Sebastiano I, suo nipote, che morì a soli 24 anni in battaglia in Marocco (1578), in evenienze misteriose; non se ne rinvenne il corpo.

Lo zio cardinale, Enrico I, regnò solo fino al 1580. Dopo di lui una veloce guerra di successione portò al trono il Re di Spagna Filippo II con il nome di Filippo I. Così il Portogallo tornò sotto l’influenza spagnola.

(Storia moderna – 14.2.1997) MP

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… L’ITALIA S’È SOPITA

Lezioni condivise 69 – Sminuiti dal “risorgimento”

30 Set 2012 @ 7:52 PM

Per un sardo consapevole della propria identità nazionale, pertanto a conoscenza della storia della sua terra e del suo popolo, dunque capace sotto il profilo intellettuale di rimuovere i condizionamenti coloniali di diversa provenienza: scuola, istituzioni, mass media e – per difetto di quel bagaglio culturale -, dalla famiglia stessa, confrontarsi con la storia del risorgimento italiano è comprensibilmente sgradevole per più di una ragione, ad esempio, perché si tratta del “risorgimento” dello stato che ti occupa, ti colonizza, ti discrimina… Perché studiare a scuola, all’università o nella vita, il risorgimento italiano e non poterlo fare con i tentativi, almeno, di un risorgimento sardo? E cos’è il prodotto di questo risorgimento: uno stato prima in mano a dei nobilacci senza scrupoli che ebbero il regno con una squallida politica di alleanze e voltafaccia, di fama feroce nei confronti del popolo sardo, che regalarono vent’anni di fascismo al loro stesso stato arlecchino, unito a forza con violenze e stragi e i cui eredi moderni, borghesi, hanno dilapidato l’unica degna eredità, che è stata la Resistenza e da anni sguazzano tra corruzione e ruberie.

Mi pare ce ne sia abbastanza per non gradire questo insegnamento non solo da parte dei sardi, ma degli stessi italiani. Per quanto mi riguarda non lo inserii nel mio piano di studi, ma dovetti recedere da questa volontà per ragion di stato, ovvero di dipartimento, ma la mia originaria volontà non passò inosservata…

Dopo questa doverosa premessa, noto con piacere che l’argomento è soggetto a importante revisione storica, o meglio a demistificazione, seppur lenta; crollano “eroi” che si rivelano ben altro e “miti” che non erano tali, per la verità non si dovrebbe parlare neppure di risorgimento… cosa, chi risorse?

Si tratta di una serie di eventi storici che riguardano più stati, alla fine uniti a forza; si tratta soprattutto di pochi borghesi, di pochi, se vogliamo, intellettuali, alla guida di manipoli di uomini e soprattutto dell’esercito dei Savoia, mercenario; non si tratta di popolo, le poche eccezioni che lo riguardano furono rivolte contro la fame e l’oppressione.

Molto spesso il “risorgimento” mette insieme fatti che nulla hanno a che vedere tra loro nel tentativo di rendere credibile un corpus unico, un’azione complessivamente unitaria, allora è anche difficile districarsi tra quanto è stato costruito dalla propaganda e la verità.

Penso ai personaggi messi in luce, posti uno accanto all’altro e spesso aventi poco a che fare tra loro (come per l’abusato binomio Mazzini – Garibaldi), alcuni dei quali ampiamente mistificati ad uso dello stato, talmente intrisi di retorica che fatichiamo a riconoscerli nella loro immagine reale emersa di recente, “grazie” a una ricerca più seria e almeno consapevole della metodologia scientifica.

Nel contesto delle cosiddette guerre d’indipendenza, ove in effetti chi aveva in mano l’azione era l’esercito sabaudo comandato dal governo sardo (che di sardo aveva solo il nome), alcuni coltivarono delle illusioni e anche agendo in un contesto europeo più ricco di fermenti rivoluzionari, elaboravano teorie sul futuro di uno stato in mano ai Savoia.

Giuseppe Mazzini, genovese (1805-1872), avvocato, carbonaro, repubblicano, fondatore del movimento “Giovine Italia”, in realtà cospirava per rovesciare i Savoia, che lo incarcerarono e costrinsero alla latitanza e all’esilio per tutta la sua vita. Come possa essere annoverato tra gli “eroi” del “risorgimento” è un mistero.

Per Mazzini la repubblica era l’unica legittima forma di stato che può garantire la libertà – intesa come partecipazione responsabile – ed esprimere un governo democratico. La contrapponeva al regime monarchico allora vigente, che considerava irresponsabile.

Egli era considerato un pericoloso estremista (fonte: manuale ed. Saint Paul – Svizzera), insieme ai suoi compagni, perché vi era grande diffidenza nei confronti dei repubblicani.

Carlo Cattaneo, milanese (1801–1869), di formazione umanistica, si laureò in giurisprudenza e si occupò di politica, guidando il movimento anti austriaco durante la rivolta delle 5 giornate. Rifiutò l’intervento dei Savoia, che considerava tiranni di uno stato reazionario. Da allora, dopo la breve esperienza della “Repubblica romana” visse esule in Svizzera e non rientrò neanche dopo l’Unità, salvo visite sporadiche, benché eletto più volte deputato, per non giurare fedeltà alla monarchia sabauda.

Per Cattaneo valgono le stesse considerazioni fatte per Mazzini. Ci si ostina a voler mettere sullo stesso piano chi lottò contro l’oppressore, chiunque esso fosse, e chi invece fu esclusivamente servo dei Savoia, come ad esempio Garibaldi.

Anche Cattaneo era un repubblicano radicale, ma in più era federalista, gradiva il modello della confederazione svizzera, non amava il centralismo: è il popolo che deve fare le leggi, come fu per la chiesa della prima ora e in polemica con la chiesa-stato di allora.

A differenza di Mazzini, di un romanticismo un po’ logoro, Cattaneo era piuttosto pragmatico, illuminato, positivista, credeva nell’arengo (le assemblee antifeudali di popolo), lasciava al potere centrale solo la difesa (con un esercito popolare) e il conio monetario.

Per Cattaneo una repubblica centralista non era meglio di una monarchia. Nel 1850, prima del golpe di Luigi Napoleone scriveva “La Francia, si chiami repubblica o regno, nulla monta, è composta di ottantasei monarchie che hanno un unico re a Parigi. Si chiami Luigi Filippo o Cavaignac, regni quattro anni o venti, debba scadere per decreto di legge o per tedio di popolo; poco importa: è sempre l’uomo che ha il telegrafo e quattrocentomila schiavi armati”.

Parole che potevano essere rivolte anche allo stato sabaudo.

Cattaneo, rappresenta un esempio di coerenza e onestà politica mantenuto durante tutta la sua vita. Era amico di Crispi, siciliano, del quale non si può dire la stessa cosa, repubblicano, partecipò all’attentato contro Luigi Napoleone (Napoleone III) e mantenne idee antisabaude fin oltre i quarant’anni, poi l’incontro con Garibaldi, lo rese improvvisamente reazionario (nel 1894 sciolse il Partito socialista) e divenne il più grande tiranno d’Italia (represse ovunque le manifestazioni operaie), tanto che i fascisti lo considerarono un precursore.

Cattaneo invece lanciava scomuniche ai Savoia e a chi sacrificava la libertà per aiutare l’esercito regio. Sperava invece che “il principio della nazionalità che l’esercito mira a distruggere, dissolverà i fortuiti imperi dell’Europa orientale e li tramuterà in federazioni di popoli liberi. Avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d’Europa”.

(Storia del risorgimento – 5.2.1997) MP

Commenti (4)

… L’italia s’è sopita
4 #
afterhours
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KaitlynVictoriu
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… L’italia s’è sopita
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Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
paolasixsix@yahoo.it
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Inviato il 17/10/2012 alle 13:26
…mi sa che sto Cattaneo se tornasse ora si sentirebbe male…:-)

… L’italia s’è sopita
1 #
emily
http://www.emilytarver.com/
emilytarver@gmail.com
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Inviato il 16/10/2012 alle 22:17
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