LA STORIA È LA MIA STORIA

Lezioni condivise 66 – La Spagna dopo la reconquista

 30 Giu 2012 @ 10:56 PM

 Quando penso alla Reconquista spagnola, è come se in qualche modo mi riguardasse privatamente, e non è detto che non sia così, ma di più non riesco a elaborare, se non ipotesi semplici: il forte legame con la storia, non tanto come materia di studio, o scienza umanistica, ma prevalentemente come vita passata che ha riguardato anche i miei avi, insomma la storia è la mia storia; e più direttamente i quasi cinquecento anni di Sardegna spagnola, vissuta ancora dal mio esavolo Pepi… La reconquista mi si figura come un territorio collinare deserto, una sorta di terra di nessuno ai cui orizzonti stanno i contendenti.

Se si vuole un numero magico, si potrebbe dire che essa è durata 770 anni, qualcosa come venti generazioni, dunque si ha ragione di vedere un’immagine indefinita, una fetta di Meseta. In questo tempo è accaduto di tutto, in bene e in male, un periodo che ha occupato tutto il medio evo, fino agli albori dell’età moderna e le testimonianze concrete le abbiamo nell’arte, dalle Asturie a Cordoba, un’arte stratificata nello spazio e nel tempo, ma anche nel fenomeno plurietnico, nelle differenze somatiche evidenti e curiose, le stesse che anni fa mi facevano domandare ¿Qué hacen las muchachas visigodas de ahora?

In quell’ampio periodo di tempo, nel mondo spagnolo, il re aveva tutti i poteri, sia quello giudiziario che legislativo, sociale, politico e amministrativo… La sua autorità viene sempre più rafforzandosi, finché sarà considerato personale proprietario del regno. La regina Isabella lo lasciò in eredità, come un suo bene, a Giovanna la loca (che loca non era, vittima di una congiura tra il padre e il marito, Ferdinando II e Filippo I).

Prima che si giungesse a questa forma di proprietà personale dei regni, risultato di lotte e guerre, l’elezione del re avveniva per scelta dei nobili, i ricos hombres, che nominavano persone sempre all’interno della stessa famiglia, ciò portò alla nascita di una dinastia e al successivo passaggio diretto ai figli (maschi o femmine).

La monarchia si rafforzò anche grazie alla chiesa. Essa aveva interesse che ci fosse uno stato ordinato. Così quella che era una scelta del popolo divenne monarchia assoluta per diritto divino.

Il re una volta eletto era depositario di tutti i poteri: il primo era fare leggi, era visto come difensore del popolo, in contrapposizione ai feudatari (benché anche questi fossero una sua emanazione). Il re poteva concedere la grazia, in caso di condanna di altri organismi del regno. I delitti contro lo stato erano giudicati direttamente dal re.

Le prime leggi erano consuetudinarie, il sovrano doveva controllare che esse venissero rispettate, poi vennero anche nuove leggi e altre forme giuridiche, come i pregoni (precòn), proclami, bandi.

Il re quale responsabile dello stato, doveva difenderlo, diventa così anche supremo capo militare. Egli era anche il più ricco, proprietario dei territori acquisiti con la reconquista.

Inizialmente si creò confusione tra possessi personali del re e dello stato, che generava questioni sul patrimonio regio. Sotto il profilo amministrativo vi era l’aspetto del controllo della riscossione delle tasse (tesoreria dello stato), delle diverse casistiche sulle proprietà (es. sale, strade reali, miniere, pesca, boschi). Il sovrano esercitava il suo diritto come proprietario mediante tributi (regalie, regalias). Non potendosene occupare personalmente, delegava suoi funzionari concedendo una forma di   appalto, l’arrendament.

Si bandiva una gara e vinceva chi versava la quota più alta per la concessione del servizio, siamo già a forme di leasing… Nasceva in sostanza la borghesia, si pagava per esercitare un servizio e ci si rivaleva sulle persone che dovevano versare il tributo, le moderne esattorie…

Tornando al principio, quando dicevo che la storia è la mia storia, spero sia chiaro che non mi riferivo a questi ultimi sviluppi, il concetto era molto generale e riguardava condivisioni ataviche.

(Storia moderna – 5.2.1997) MP

Commenti (3)

La Storia è la mia storia
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emma
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Inviato il 11/07/2012 alle 07:26
E io dovrei fare i conti con gli austriaci? Acc!!
dura è!

La Storia è la mia storia
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Inviato il 09/07/2012 alle 10:02
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La Storia è la mia storia
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Tampa
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Inviato il 30/06/2012 alle 16:59
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QUELLI CHE POSSEDEVANO IL CAVALLO, OH YES…

Lezioni condivise 64 – Nobiltà e società spagnola postgotica

30 Apr 2012 @ 10:56 PM

La nobiltà spagnola, erede della Visigota e figlia della reconquista, ne è stata in qualche modo protagonista, in quanto strumento utilizzato dai Re per quel preciso scopo.

Non si tratta, almeno nel periodo in esame, di quella categoria di cui si diffida per essersi fatta durante la storia passata o recente una cattiva nomea (come per i politicanti, militari, polizia, preti, economisti, capitalisti, amerikani, e via dicendo): la nobiltà spagnola durante la reconquista, va considerata con alcuni distinguo. Essa non fu fine a se stessa, ebbe un ruolo storico, il cui alone leggendario limita l’iniquità della sua essenza sociale non egualitaria, che tuttavia osserviamo con il dovuto distacco espositivo.

Nei primi secoli delle monarchie iberiche il titolo nobiliare più elevato era quello del rico ombre (in portoghese rico-homem). Ne Las Siete Partidas di Alfonso X si legge che “Secondo il costume spagnolo, sono chiamati ricos-hombres coloro che in altri territori si dicono conti o baroni” e il re li chiamava cugini.

Si chiamavano ricoshombres per il fatto che avevano molti vassalli e possedimenti che i re concedevano loro, secondo i meriti nel sostenerlo nella reconquista e ripopolazione delle terre.

Las Siete Partidas era, come diremmo oggi, un testo unico, cioè un tentativo di raccogliere tutte le leggi e le consuetudini locali, vigenti nel decaduto regno visigoto, di cui Alfonso X rivendicava la continuità.

Il testo era sommariamente così concepito:
A l servicio de Dios … (Per il servizio di Dio …)
L un FFE Catholica … (La fede cattolica …)
F Izo Nuestro Sennor Dios … (Il Signore Dio ha fatto …)
O ANR sennaladas … (Riti speciali …)
N Ascen entre los ommmes … (Tra gli uomini non nascono …)
S esudamente dixeron … (Gli antichi saggi saggiamente dissero …)
O luidança et atreuimiento … (L’oblio e l’audacia …).
Una sorta di acrostico forzato con all’interno contenuti più documentali.

Con il regno visigoto di Spagna ormai diventato Al Andalus in seguito all’occupazione arabo/megrebina, quel che rimaneva dell’antico popolo venuto dalle pianure danubiane, organizzava la propria riscossa con l’hidalguìa, una investitura d’onore, senza feudo, ma con l’onere di andare in guerra nel momento in cui il Re lo avesse chiesto, mantenendo un proprio cavallo e proprie armi, esercitandosi militarmente, con l’idea di respingere gli occupanti.

Etimologicamente hidalgo viene da hijo de algo o hijo de alguien (lett. “figlio di qualcuno”, cioè qualcuno che conta), dunque ricco, si rifà quindi al concetto di rico homem; una via di mezzo tra i ricohombre e caballero. Ma le denominazioni si confondono nel tempo, così che nel XII sec. queste differenziazioni sostanzialmente cadono.

Gli hidalgos nascono quindi come soldati della reconquista, nobili del nord o senza titolo. Hidalgo è ancora oggi sinonimo di nobile nei paesi di lingua spagnola e portoghese, ma nasce come termine che sta ad indicare la nobiltà originariamente non titolata.

I titoli venivano allora trasferiti al primogenito (majorascato), l’erede (affinché il patrimonio non si smembrasse), mentre gli altri diventavano conquistadores, che dovevano cioè conquistare sul campo la propria ricchezza.

La hidalguìa dava diritto a una serie di privilegi e distinzioni sociali, talché gli hidalgos erano esentati dal pagare le tasse, ma non necessariamente possedevano beni immobili. Questi privilegi erano i fueros. anch’essi uniformati ne Las Siete Partidas.

I fueros raccolgono il diritto locale fin dall’XI secolo, si distinguono tra breves (consuetudini) ed extensos (leggi).

Tra i più importanti c’è il Fuero Juzgo del XIII secolo (1241), una versione in lingua castigliana del Liber Iudiciorum (654 d.c.), una compilazione di leggi territoriali che derivano dalle norme consuetudinarie importate dall’esperienza dei Visigoti nella Spagna del V e VI secolo.

In un contesto più ristretto il “fuero” rappresentava il riconoscimento scritto che il signore feudale faceva nei confronti di realtà più piccole ed aveva generalmente ad oggetto il patrimonio. Per questa ragione diventò presto sinonimo di privilegio accordato dal Signore.

Tra i testi più importanti in questo senso si possono citare la carta di Aviles (1085) e la Competenza di Oviedo, in leonese, nonchè la Carta dei Caldelas Castro (1228), il più antico documento scritto in galiziano.

Nelle Asturie, gli hidalgos arrivarono ad essere quasi l’80% della popolazione, e nel caso della Cantabria questa percentuale fu addirittura maggiore, arrivando all’83% nel XVI secolo e superando il 90% intorno al 1740. Nella signoria di Biscaglia, esisteva anche il cosiddetto diritto di hidalguía universal, in virtù del quale i biscaglini erano hidalgos per nascita.

Questa inflazione portò a delle distinzioni tra hidalgo de sangre e hidalgo de ejecutoria, fino alla completa abolizione dei privilegi in seguito all’avvento del liberalismo all’inizio del XIX secolo, senza comportare l’abolizione della nobiltà.

Il prototipo di hidalgo nella letteratura romanzesca è Don Chisciotte, a cui viene dato il nomignolo di “hidalgo genial” da Miguel de Cervantes. Nel romanzo viene rappresentato satiricamente come un hidalgo de sangre.

A reconquista ormai compiuta, nei regni cristiani del nord della penisola iberica, appaiono i nobiles de segnario (signorie), possessori del maniero (señorio), che ricalcava il feudo dell’impero carolingio. Si diffusero, in termini di rifeudalizzazione, quali doni per meriti e servizi resi al sovrano. Il titolo maggiore era quello del Señor. Egli governava, legiferava, coniava moneta, riscuoteva le tasse e organizzava la leva, ma sotto il controllo del Re (Señor per eccellenza), di cui era vassallo. Non vi era ancora il contratto feudale, che garantiva più indipendenza. Il señorio resistette fino al XIX secolo, abolito dalla Costituzione del 1812.

Nella scala sociale spagnola vi era poi il Terzo ordine (sempre con riferimento alle Siete partidas) cioè il popolo, ma riferito più precisamente a chi lavorava per i Señores. Mentre all’inizio della reconquista il popolo erano i contadini, gli uomini liberi (di città), agricoltori, lavoratori alle dipendenze dei conventi o di signori.

Gli abitanti delle città, i vecinos (cioè i nativi) acquisirono privilegi, in particolare i commercianti e gli artigiani. Nelle città agivano i probiviri o probos hombres, mentre si creava il concetto di fuero, come diritto.

In realtà raccapezzarsi nella giungla nobiliare del feudalesimo spagnolo non è un’impresa semplicissima e lineare. Che dire dei signori della forca e di coltello o dello ius utendi et abutendi, nonchè della ius prime noctis o jus primae noctis…?

(Storia moderna – 31.1.1997) MP

Commenti (9)

Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
9 #
mara
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Inviato il 12/11/2012 alle 11:19
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Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
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Inviato il 06/11/2012 alle 22:02
e certo che ti leggo sempre, ma vedi che su myblog ho lasciato sempre una traccia di me…… ps: associo la betti alla santacroce perchè a mio parere gli scatti più sensuali e trasgressivi sono quelli fatti a lei!!!!
bacio tesoro.

Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
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Inviato il 02/11/2012 alle 18:36
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Inviato il 01/08/2012 alle 09:12
Lupus in fabula!

Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
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andreapac
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Inviato il 19/07/2012 alle 14:58
Ciao e buon caldo che giovi.
Ricordo un film di anni fa credo “padre padrone” che racconta la vita dei pastori sardi e la disputa in quei giorni fra la storia sarda e dei pastori spagnoli che reclamavano la solita tradizione. Mai dimenticato quando i padre strappa dall’aula di scuola il figlio giunto all’età di andare a guardare i greggi. Ogni passato ha da non dimenticare la fatica e i sacrifici e i dolori.
Speriamo in un presente sia nostro che spagnolo più ricco di ottimismo e risultati gratificanti.

Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
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Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
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giulia
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Inviato il 30/04/2012 alle 23:47
Aspetto il seguito alla jannacci.

Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
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andreapac
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Inviato il 29/04/2012 alle 09:37
Buona domenica, grazie della visita e la dritta.
Picasso raccontava di non aver mai conosciuto il tuo citato. Stiamo attententi a menzionare certi episodi. Se ne racconta tante post morte. Rimane un grande anche se per noi ominidi la carne è debole.

OCHO SIGLOS DE HISTORIA

Lezioni condivise 62 – La reconquista spagnola

29 Feb 2012 @ 11:59 PM

E’ singolare l’analogia con cui il regno visigoto in Spagna e i regni giudicali in Sardegna persero l’indipendenza, l’uno a partire dal 711, gli altri dal 1323. Da entrambi partì una richiesta di aiuto militare rispettivamente nei confronti dei berberi e degli aragonesi. Inutile dire che l’aiuto si trasformò immediatamente in occupazione. La reconquista spagnola durò ben sette secoli e mezzo e anche più. In Sardegna non è mai iniziata.

Nel 711 Tariq ibn Ziyad, berbero, governatore di Tangeri, in Ifriqiya (Marocco), attraversò le colonne d’Ercole, che presero il suo nome, Giabal al-Tariq (Monte di Tariq), Gibilterra. Doveva soccorrere il re visigoto Achila contro l’usurpatore Roderico, ma dopo la vittoria nella battaglia del Guadalete, proseguì fino a Toledo, la capitale, con ben altre intenzioni.

In poco tempo i mori occuparono gran parte della penisola iberica. Rimasero loro inaccessibili solo la striscia nord atlantica e quella lungo i Pirenei. La debole monarchia visigota aveva contro anche gli ebrei che appoggiarono gli arabi, tolleranti nei confronti delle altre religioni.

I musulmani chiamarono il territorio occupato Al-Andalus, che da allora avrebbe avuto diverse vicissitudini, legate sia all’instabilità berbera, sia alla reconquista spagnola.

I visigoti superstiti organizzarono presto la resistenza raccogliendosi intorno a Pelayo di Fafila, che fondò il regno delle Asturie e vinse la battaglia di Covadonga (Cangas de Onìs) nel 722, dando inizio alla lenta Reconquista.

Nei secoli successivi, si assistette al progressivo recupero dei territori da parte degli eredi dei visigoti, definire i quali è problematico giacché i cambiamenti in campo cristiano, come peraltro musulmano, furono molteplici.

Il primitivo regno asturiano, allargandosi cambiò denominazione, si frazionò, si ricompose, qualche volta regredì sotto le nuove spinte berbere; nacquero diverse contee, alcune delle quali divennero altrettanti regni: Galizia, Leon, Castiglia, Portucal, Navarra, Aragona, Catalogna. I conquistatori berberi, legati alla dinastia araba Omayyade, videro dal canto loro Al-Andalus trasformarsi da governatorato, in emirato, califfato, frazionarsi in regni, fino all’ultimo sultanato di Grenada.

A partire dal IX secolo, con il progredire della reconquista, si assistette anche al ripopolamento del territorio, organizzato in villaggi che il re avocava a se, strutturati variamente con un proprio consejo, mentre nelle contee venivano concessi titoli feudali e i naturales (nativi) erano privilegiati.

La contea più estrema (in finis terrae, sull’oceano), la Galizia, poco importante sotto il profilo economico, fu però il simbolo della reconquista, perché là, nell’813, avvenne il miracolo del ritrovamento del sepolcro di San Giacomo, nel campus stellae. Da allora una popolazione profondamente cristiana iniziò i pellegrinaggi, ancora attivi oggi, lungo la via di Santiago; come prova portavano con se le conchiglie dell’oceano.

Il regno di Galizia, che ha avuto una storia singolare mantenendosi formalmente fino al 1833, finì sotto l’influenza delle Asturie e del Leòn.

Più a nord-est si era formato il regno di Navarra, occupato dai baschi latinizzati.

Il regno di Castiglia sorse per questioni ereditarie nell’XI sec., staccandosi da quello navarrese e unendosi a quello di Leòn; divenne il regno più ricco e importante di Spagna.

Più ad est vi era il regno di Aragona – anch’esso precedentemente contea navarrese – e sul Mediterraneo la contea di Barcellona (Catalogna), che conservò sempre propri privilegi, anche quando si unì al regno aragonese, montuoso e molto più isolato.

In origine le insegne catalane facevano riferimento all’hogar (casa, focolare) e acquisirono un significato fondamentale durante la reconquista, in quanto rappresentavano ciò che i mori insidiavano e intendevano togliergli. Storicamente è legata, anche linguisticamente, alla ragione francese confinante, da quando Cerdaña e parte del Rossignano, sui Pirenei, erano unite.

L’unione tra Catalogna e Aragona si verificò in seguito al matrimonio di Ramon Berenguer IV, conte di Barcellona, con Petronilla d’Aragona (1137); la Corona d’Aragona nacque dal loro figlio Alfonso II, nel 1174. Nel 1238 inglobò anche il regno di Valencia, strappato agli arabi.

Benché la corona portasse quel nome, divenne più importante il territorio della Catalogna, vocato alla vita marinara mediante la rotta delle isole (Baleari, Corsica, Sardegna, Sicilia…). Barcellona si proiettava sul Mediterraneo e aveva caratteristiche simili a molte città italiane della Puglia, della Calabria e della Sicilia, con le quali realizzava una sorta di koinè. L’interesse della Catalogna per l’oriente la distolse dalla navigazione verso il nuovo mondo, i conquistadores delle americhe furono infatti castigliani, più forti militarmente.

Ancora oggi Barcellona conserva l’eredità di quei vecchi privilegi; la conoscenza di due lingue fin dalla nascita (catalano e castigliano) è molto utile nel lavoro. Hogar sono ancora oggi i circoli degli abitanti provenienti da altre regioni che vogliono mantenere la propria identità.

Altra contea particolare, poi regno, fu il Portugal (dalla città di Porto e dal primo nucleo formato da Galiziani, celti), le cui genti isolate al nord-ovest, continuarono ad esserlo anche scendendo lungo la striscia atlantica, fino all’estremo sud. Disponeva di zone poco fertili e di poche vie d’accesso. La contea fu fondata da Alfonso Enriquez nel 1139. Nel 1143 si costituì in regno, protetto dal papa che lo riconobbe nel 1179. Fu annesso ai nuovi regni iberici e alla Spagna solo per brevi periodi, anche perché i dirimpettai erano spesso occupati con le loro muñas (problemi) interne.

Leon e Castiglia erano in lotta tra loro e poco interessati alla regione dell’Atlantico. Così Il Portogallo poté estendersi indisturbato fino all’Estremadura. Tuttavia dal 1580 subì circa ottanta anni di dominio spagnolo, in seguito alle pretese egemoniche di Filippo II, che fece valere con la forza i diritti ereditari per parte di madre. Nel 1640 scoppiò la guerra di indipendenza in Portogallo (ma anche in Olanda, Napoli, Sicilia, e a Barcellona), mentre era re Filippo IV di Spagna, la cui forza in Europa venne ridimensionata dagli esiti della guerra dei trenta anni.

Ferdinando III, unificò Castiglia e Leon nel 1230 e fu fatto santo perché diede impulso alla guerra contro i musulmani. La Castiglia conquistando vari territori, in ultimo l’Andalusia, divenne il regno più importante della penisola, la Navarra invece si chiuse e venne conquistata da Ferdinando il Cattolico, re d’Aragona. Tuttavia la formazione dei vari regni, impedì l’unificazione tra gli stati, né alcuno riuscì a prevalere sull’altro. Infatti la Spagna è stata storicamente una Corona, cioè uno stato costituito da più regni. Cosa che non accadde con il Regno di Sardegna, ove i Savoia costituirono uno stato unitario estendendo i propri confini (la Sardegna stessa, nucleo originario dello stato, perdette la propria statualità). La Spagna ancora oggi riconosce invece maggior autonomia a diversi territori.

Intorno al 1000 la reconquista ebbe una battuta d’arresto. L’esercito del califfato riprese parte dei territori perduti e imperversò nei territori cristiani spingendosi fino a Santiago di Compostela, Pamplona e Barcellona. Di lì a poco il califfato entrò in crisi e si formarono anche nei territori musulmani diversi regni, detti di Taifa.

Nel 1085, Alfonso VI di León prese Toledo, l’antica capitale visigota, tappa fondamentale. Gli islamici furono costretti a chiedere aiuto agli Almoravidi, fondamentalisti berberi, che in quegli anni avevano conquistato tutto il Maghreb e anche in Spagna si sostituirono agli emiri, attuando una politica rozza, rispetto a quella culturale portata dagli arabi della prima ora.

In quegli anni si affermò il leggendario El Cid Campeador (Rodrigo Diaz de Bivar) che nel 1094 prese Valencia. La reconquista andava avanti su due fronti non unitari: da una parte Catalogna e Aragona, unitesi nel 1137, e dall’altra Castiglia e Leòn. La svolta ci fu a La Navas de Tolosa nel 1212, con una coalizione guidata dal re di Castiglia. Ma mentre questi pensavano alla reconquista, gli aragonesi nel 1282 attuavano una politica espansionistica nel mediterraneo, occupando la Sicilia.

Presa Cadice nel 1262 la reconquista ebbe una fase di stasi e il ritorno dei marocchini.

L’infeudazione delle terre tolte agli arabi, agli ordini militari di Calatrava, Alcantara e Santiago e ai contadini castigliani, creò altri poteri e instabilità, dovuti anche alla coalizione feudale della Mesta, associazione di pastori, potentissima e antiebrea.

Intorno alla metà del XIII secolo la reconquista era di fatto conclusa, permanevano tanti problemi, di tipo economico, ma anche politico e dinastico. Alla morte di Martino il vecchio, rimasto senza eredi, con il compromesso di Caspe (1412), si mise fine alla questione della successione aragonese, fu scelto con il voto Ferdinando II, che iniziò la dinastia Trastamara. Dinastia che regnava anche in Castiglia con Enrico IV, cui successe nel 1474, la sorellastra Isabella, sposata a Ferdinando nel 1469. Questo matrimonio segnò la riunificazione spagnola. In mano agli arabi era rimasta solo Granada; Navarra e Portogallo erano indipendenti. Nel 1492 fu presa anche Granada, mentre la Navarra fu incorporata nel 1512.

Laboriosissimo mettere insieme tanti avvenimenti così intrecciati nello spazio e nel tempo, così in breve, ma è utile per avere un quadro di insieme anche complesso, volendo approfondire particolari dei quali avremo il preciso inquadramento storico.

(Storia moderna – 17.1.1997) MP

Commenti (4)

Ocho siglos de historia
4 #
Paola
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Inviato il 14/09/2012 alle 07:24
io direi che quello che sostieni mi trova pienamente daccordo fin qui….:-)

Ocho siglos de historia
4 #
myhome.com
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Inviato il 24/03/2012 alle 07:43
i have a dream

Ocho siglos de historia
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giulia
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Inviato il 01/03/2012 alle 21:18
Oviedo la conosco per il trattato di Oviedo. Ma nel 790 non c’era… 🙂 Revolution?

Ocho siglos de historia
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Ostelli Valencia
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SERVIRÀ UN’ALTRA PIAZZALE LORETO…

Lezioni condivise 55 – La Resistenza al fascismo

31 Lug 2011 @ 10:08 PM

A parlare oggi di Resistenza si prova tutta una serie di sensazioni contrastanti, tra le quali poi prevale la rabbia. Ci sono stati anni in cui il solo pensiero della Resistenza ha rappresentato una sicurezza per i democratici e un monito per i neofascisti e il loro universo, lo stesso (universo) che permise al fascismo di nascere e di prendere il potere. Ha ragione Gianni Simoni, e lo sanno tutti, ma è necessario che qualcuno ogni tanto ce lo ricordi: oggi il capo del governo italiano è un esponente della P2 di Licio Gelli, oggi le logge massoniche deviate si moltiplicano, i loro esponenti fanno parte del principale partito di governo; sono coinvolti ministri, lo stesso premier, e la si butta sul ridere; non succede nulla e tutta questa organizzazione che agisce ancora quasi alla luce del sole – P4, struttura delta, mafia, agganci impensabili (complice la RAI occupata e mediaset), con i loro giornaletti (la sera ed è grottesco, cartaccia come “Chi?” e similare, passa nella rassegna stampa del TG5 e compari) – vorrebbe farci credere che la magistratura stia facendo chissà che cosa, mentre se la facesse davvero sarebbero tutti già in galera.

E mentre nel dopoguerra, fino ai controversi anni ottanta, la mobilitazione popolare, sebbene a caro prezzo, difendeva i diritti e le libertà faticosamente conquistati, la presa del potere da parte degli scampati a mani pulite, passo dopo passo, sta demolendo la Repubblica nata dalla Resistenza e la sua Costituzione, tant’è che a poco più di un mese dalla loro sconfitta elettorale e sui referendum, si permettono di approvare una legge che gli garantisce l’impunità, senza che l’indignazione popolare li travolga una volta per tutte.

L’indignazione che si è levata non è davvero proporzionale alla gravità di quanto sta accadendo, sia a livello economico, sia a livello di democrazia. Si fa un gran parlare di Magistratura attiva, di Napolitano attento, di condanne in parlamento, e intanto l’ometto se ne frega, trama nell’ombra e continua a fare i suoi interessi, mentre la gente comune è alla fame e continua a pagare al posto della casta.

Tanta rabbia per questa stasi, questa impotenza, nonostante il vaso trabocchi da tempo. Cosa deve accadere perché la gente dica basta davvero e li cacci via a pedate? Probabilmente si aspetta che la situazione diventi di non ritorno. Che si debba tornare davvero a Piazzale Loreto, ma quando?

Questa sorta di regime anomalo in cui viviamo, per cui dentro un sistema costituzionale democratico si è instaurata una sorta di dittatura mediatica, per quanto a tratti surreale e ridicola, sta purtroppo producendo danni enormi anche sotto il profilo culturale: istruzione, università, cultura, informazione sono da tempo sotto attacco e da tempo se ne avvertono le conseguenze; non è un caso che costantemente venga presa di mira con particolare veemenza la Storia contemporanea, si vorrebbe togliere dai libri di scuola la parola Resistenza e anche Liberazione. I nostalgici borghesi vorrebbero farci credere che la guerra di Liberazione, dunque anche Partigiana, sia stata una “guerra civile”, cercando di imporre un colossale falso storico: in realtà i fascisti erano ormai un numero esiguo, Mussolini era tenuto su dai tedeschi e la guerra fu sostanzialmente contro l’occupante, appunto di liberazione.

La Resistenza al fascismo si sviluppò nell’Italia del nord, al di là degli Appennini. La creazione della repubblica di Salò, dopo la fuga di Mussolini dagli arresti di Campo imperatore (L’Aquila), comportò l’inasprimento della guerra contro l’occupazione nazista e i residui del fascismo.

La Resistenza coinvolse oltre 200.000 combattenti partigiani, di tutte le classi sociali, ma appartenenti soprattutto agli strati proletari; lo scopo era di raggiungere un ampio rinnovamento sociale e politico. A nord i partigiani godevano di un vasto appoggio popolare. La lotta non si sviluppò esclusivamente con attacchi armati, ma vi era anche la componente resistenziale passiva (la rete degli informatori, dell’accoglienza: chi ospitava e nascondeva i partigiani, chi gli forniva il cibo).

E’ vero che una buona parte della popolazione fu attendista, non si schierò per paura degli uni e degli altri. Molti avevano sostenuto il fascismo e non volevano esporsi prima che si capisse chi sarebbe stato il vincitore. Questi non parteggiavano per la resistenza, ma non si esprimevano nemmeno in favore del regime. In questo clima poterono avvenire l’eccidio di Boves (Cuneo) del 19 settembre 1943, la strage di Marzabotto e Monte Sole (Bologna) dell’autunno del 1944, e tante altre rappresaglie nazi-fasciste.

Lo sciopero generale di otto giorni del Marzo del 1944, che dal nord ovest si estese in tutto il territorio ancora occupato dai nazisti, fu il segno dell’appoggio crescente alla lotta partigiana da parte della classe operaia e rappresentò un colpo decisivo per il regime.

Subito dopo la caduta di Mussolini, l’8 settembre 1943, i rappresentanti di tutti i partiti fino ad allora clandestini, si costituirono in Comitato di liberazione nazionale, pochi mesi dopo si sentì l’esigenza di un coordinamento dell’attività partigiana anche al nord e nacque il CLNAI (CLN Alta Italia) che funzionò come governo provvisorio in accordo con il CNL, con il riconoscimento degli alleati e del governo centrale (Bonomi).

I partigiani, in sostanza, vennero coordinati come il resto dell’esercito e chiamati Volontari di libertà, sotto il controllo e il comando del generale Cadorna, ma in sostanza le formazioni partigiane più organizzate continuarono ad agire in modo autonomo o sotto il comando di Luigi Longo e Ferruccio Parri, sulla carta vice comandanti.

L’operazione garantì ai partigiani il riconoscimento ufficiale, dovendo solo in teoria limitare le azioni e subordinarsi alle decisioni degli alleati.

La guerra di liberazione si protrasse fino all’Aprile del 1945, l’epilogo fu rappresentato dallo sfondamento della Linea gotica (retta ideale e irregolare che va da La Spezia a Rimini – o da Massa a Pesaro – che costituiva la linea difensiva dei tedeschi) da parte degli alleati sul lato orientale, sull’Adriatico. Fu di fatto un segnale per i partigiani, che precedendoli occuparono le principali città del nord, scendendo dalle montagne. Il 25 aprile vennero liberate Milano, Torino e Genova e questo giorno è stato scelto per rappresentare la Liberazione dal nazifascismo.

Mussolini alcuni giorni prima aveva abbandonato Salò e si trovava a Milano; lo stesso giorno con una colonna di mezzi e la presenza di tedeschi, ripiegò per Como, dove cercò di concentrare le forze fasciste residue, ma ormai sentendosi braccato fuggì a nord costeggiando il lago fino a Menaggio. L’idea di espatriare in Svizzera fu scartata perché era certo non sarebbe stato accolto, tanto è vero che alla frontiera fu respinta anche la moglie; vi è notizia tuttavia di un suo tentativo di espatrio clandestino con Claretta Petacci non andato a buon fine. La mattina del 27 si accodò a una colonna tedesca diretta a Merano, travestito da soldato; il convoglio venne intercettato dai partigiani e scortato fino a Dongo, dove durante la perquisizione, il dittatore venne riconosciuto dai partigiani e arrestato con gli altri gerarchi.

La notte del 28 aprile Mussolini venne trasferito con la Petacci a Mezzegra (allora Tremezzina), poco più a sud, e là fucilato; in circostanze non ancora chiarite del tutto restò uccisa anche la Petacci, sulla quale non pendeva condanna.

Quasi contemporaneamente a Dongo vennero fucilati anche gli altri gerarchi fascisti arrestati, trasportati poi a Milano con il duce e la Petacci ed esposti a piazzale Loreto per vendicare la strage fascista del 10 agosto 1944, quando nella stessa piazza vennero trucidati quindici partigiani.

Il persistente dubbio sull’esatto svolgersi dei fatti è dovuto alla testimonianza più tardiva della presenza sul posto di almeno un agente servizi segreti inglesi, che avevano interesse a far sparire un carteggio evidentemente compromettente detenuto da Mussolini, tra lui e Churchill. Da qualche anno viene infatti accreditata una versione dei fatti che vorrebbe Mussolini eliminato dai servizi segreti inglesi, e alla conoscenza di ciò sarebbe da ricondurre l’uccisione di decine di partigiani nelle settimane successive.

In tempi recenti, l’avvento al potere della destra e i tentativi di revisione e oscuramento della Resistenza, hanno prodotto diversi interventi sull’argomento da parte di diversi storici. Ne cito alcuni significativi.

Pietro Scoppola, cattolico, nel suo libro 25 aprile. Liberazione (Einaudi, Torino 1995), sostiene che ha senso celebrare il 25 aprile, sia perché è la giornata simbolo della resistenza, sia perché segna la fine del fascismo, ma soprattutto perché è da lì che è nata la Repubblica. Alcuni storici contemporanei, revisionisti, a volte ex fascisti, criticano il concetto di guerra partigiana e vorrebbero contrapporgli quello di guerra civile, ma sabbiamo bene che il popolo era tutto da una parte.

ll 25 aprile è dunque una data fondamentale per lo stato, che da lì è nato con la sua Costituzione, frutto dell’accordo tra le forze politiche antifasciste, che facevano parte del CNL. Come festa nazionale è dunque spoglia da faccende di parte; in questo senso, sempre secondo Scoppola, non è giustificabile l’utilizzazione politica della resistenza, anche se è comprensibile che chi l’ha vissuta abbia mitizzato quel giorno, perché non bisogna dimenticare che la gente ha subito il fascismo e se ne è liberata grazie alla guerra partigiana.

L’intento di Scoppola è dunque recuperare gli elementi unitari, contro una consuetudine storiografica che spesso mette in luce maggiormente gli aspetti di divisione.

Gian Enrico Rusconi, storico e intellettuale laico, in Resistenza e postfascismo (Einaudi, Torino 1998), sostiene che una democrazia vitale mantiene viva la memoria della propria origine. Non importa quanto dolorosa e controversa sia, purché alla fine tramite essa si generi tra i cittadini un sentimento di reciproca appartenenza.

Gran parte degli italiani vedono la Resistenza come un episodio genericamente positivo, ma remoto, qualcosa di rituale, che non è diventato solida memoria collettiva dei suoi cittadini. Il persistere di reticenze e cautele, impediscono che la Resistenza sia riconosciuta come l’evento fondante della democrazia italiana, come un momento importante di una storia comune.

Renzo De Felice, ex comunista, le cui tesi sul fascismo sono state contestatissime e accusate di revisionismo, benché con pareri contrastanti anche a sinistra, ritiene che il consenso al fascismo non mancò neanche all’inizio del conflitto mondiale. La popolazione voleva soprattutto uscire dalla guerra, prima sperando in una vittoria del fascismo, poi comunque anche in una vittoria degli alleati: purché si uscisse dalla guerra.

Egli ritiene che l’antifascismo non incise in maniera sostanziale sulla visione della vita inculcata dal fascismo. Infatti ci fu subito una sorta di riciclaggio e peggio, la nascita di partiti sostanzialmente neofascisti. Si parlò quasi subito di restaurazione.

Molte cose che scrive De Felice sono vere e verificabili, tranne alcune ambiguità che hanno dato spazio alla strumentalizzazione della stessa destra. In realtà il primo trentennio post fascista ha visto uno stato in libertà vigilata ed esposto a pericoli golpisti, nonostante il sessantotto e gli anni settanta, grazie ai quali la democrazia si è salvata, benché non siano mai stati sconfitti del tutto i settori deviati dello stato, che anzi continuano a tramare.

I partiti dell’arco costituzionale furono soggetti a infiltrazioni di stampo reazionario e lo stesso PCI mutuava la realpolitik di un PCUS che non era certo più quello della rivoluzione di ottobre.

I duri e puri della resistenza sparirono, sotto la voce “indipendenti di sinistra” e si dovette aspettare il 68 per avere sulla scena una sinistra, ma extraparlamentare, degna di essere chiamata tale. Il partito d’azione denunciò il venir meno dello spirito della resistenza da parte del PCI, che per salvaguardare il governo e l’unità antifascista, tradì appunto lo spirito partigiano, le riforme economiche promesse.

La partecipazione al governo del PCI durò poco, solo fino al 1957. A ciò il PCI addebitò il dissolversi dell’antifascismo. In buona sostanza vi furono errori strategici da parte della sinistra, che si divise, ma anche di condizionamenti reazionari dettati dagli pseudo marxisti stalinisti o neostalinisti del PCUS.

Le sinistre si dissero allora le uniche rappresentanti della resistenza. Ciò provocò un atteggiamento di ridimensionamento della Resistenza da parte dei cattolici moderati, i quali misero più l’accento sulla lotta contro l’invasore tedesco e che sulla lotta antifascista, mettendo sullo stesso piano nazisti e stalinisti (che al di là della figura di Stalin, furono decisivi per sconfiggere il nazismo). In questo giudizio senza distinguo includevano anche il PCI, ed era già guerra fredda.

Alcuni storici attribuiscono a questi contrasti la mancata nascita di una chiara identità nazionale. Resta per fortuna il baluardo della Costituzione, attaccata dai postfascisti e difesa dagli eredi della resistenza.

E’ doveroso chiosare questa lezione osservando che sono passati quindici anni, volati, e il baluardo anzidetto resiste ad assedi sempre più pesanti portati da gente che parla con ignoranza – per citare una spassosa battuta di qualche tempo fa – e anche gli storici sono parecchio disorientati da variabili impazzite… proprio ieri uno cantava “Berlusconi no, non lo avevo considerato…”.

(Storia contemporanea – 8.5.1996) MP

Commenti (29), di cui 23 tra spam e persi

Servira’ un’altra piazzale Loreto…
6 #
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Inviato il 16/12/2012 alle 03:54
muxi

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Inviato il 27/09/2012 alle 08:40
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4 #
giulia
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Inviato il 02/04/2012 alle 22:05
Quest’argomento mi piace di più del precedente, per mia incompetenza storica 🙂
Uh, Ungaretti fascista non si direbbe dalle sue poesie.
Questo mi fa pensare che la poesia è proprio falsità.

Servira’ un’altra piazzale Loreto…
3 #
sally brown
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Inviato il 17/08/2011 alle 21:57
be’ a piazzale loreto io spero che non ci si torni mai. la storia ne è piena anche negli ultimi tempi, di accanimento verso il tiranno e non mi sembra segno di civiltà. del resto in momenti come questo è facile fare dietrologia, ma continuo ad essere convinta che le attuali manifestazioni di governo siano di gran lunga peggiori ( dal punto di vista politico) del governo di mussolini (sempre dal punto di vista politico) di cui non vorrei che si dimenticassero( come sempre) i natali socialisti e la politica sociale, al stabilità di governo e il benessere ritrovato dopo la prima guerra mondiale. Poi venne il nazismo, e questa è un’altra storia. Forse per capire come uscire da tutto questo dovremmo capire come ne siamo entrati a far parte, come mai siamo capaci di indignarci ma non di organizzarci.
ole/.)

Servira’ un’altra piazzale Loreto…
2 #
kala
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82.61.16.195
Inviato il 01/08/2011 alle 22:22
Come non essere d’accordo con te? Il capo del governo italiano è un esponente della P2 di Licio Gelli: come dici tu, questo, forse, spiega tutto.
Il problema è come uscire da tutto questo.

Servira’ un’altra piazzale Loreto…
1 #
sally brown
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95.239.77.209
Inviato il 20/07/2011 alle 18:28
ivy…sei impazzita?
http://www.avaaz.org/it/it_internet_bavaglio_2nd_action/?copy
tutto per voi
ole/.)

DALLA TIRANNIA DEI NOBILI ALLA PREPOTENZA DEGLI IGNOBILI

Lezioni condivise 54 – La nobiltà sarda

30 Giu 2011 @ 10:57 PM

Anche questo come ogni argomento storico non è privo di interesse in quanto avvenuto, ma il pensiero va immediato a tutti i braccianti, un tempo semplicemente “servi”, a quel quarto stato descritto stupendamente in Novecento di Bertolucci, a tutti coloro che sono stati sfruttati, dai fattori, dai podatari, dai printzipales al servizio dei signori, dei feudatari, della nobiltà, dei regni, insomma dello stato, quello stato che ancora oggi che la nobiltà scarseggia anche come semplice sostantivo, si riempie di privilegi a danno dei comuni cittadini e soprattutto dei lavoratori.

Storicamente dunque la nobiltà è stata un tempo la classe dominante, la casta, quella che deteneva i privilegi per se e li faceva pagare al popolo; da questo punto di vista nulla di nuovo, questo genere di “nobiltà” ha solo cambiato nome.

Anche in questi mesi chi ha in mano lo stato ci sta dimostrando quanto è nobile: ha diramato per mezzo della stampa di proprietà la supposta volontà di non aumentare le tasse, anzi di volerle diminuire e soprattutto voler tagliare i privilegi della casta, tassare i più ricchi e via dicendo. I risultati li abbiamo visti, ma siccome (volendo) si possono ascoltare anche le poche voci non compiacenti, sapevamo già tutto: le loro tasche se la caveranno con una finzione di austerità, con qualche ritocchino irrilevante; la crisi invece la pagheremo sempre noi, con ticket, con l’aumento della benzina, con il blocco delle assunzioni e degli stipendi dei ceti meno abbienti, mentre i loro se li sono aumentati di recente e non li toccheranno di sicuro: più che elezioni qui serve una rivoluzione, forse l’unico modo per rimettere i conti a posto in modo equo. Diciamo che stanno superando il livello di guardia della pazienza popolare… e si permettono pure di alzare la voce… vedi TAV e altre emergenze, troppe…

Tornando al tema storico, cito due libri che danno un’idea efficace del marciume della “nobiltà”: “I vicerè” di Federico De Roberto e “Il gattopardo” di Giuseppe Tomasi Di Lampedusa, ancora più efficace perché la tratta da un punto di vista interno.

Quanto al mio parere, posso citare dei versi di alcuni anni fa, “Arrexinas nobilis”, dove esordivo così: “…E custa/ po si fai sciri/ ca sa nobilesa/ est prus parenti/ a terra e traballu/ chi a sa richesa./ De reis e printzipis/ mira sa mata (…E questa/ per farvi sapere/ che la nobiltà/ è più affine/ alla terra e al lavoro/ che alla ricchezza./ Di re e principi/ ecco l’albero genealogico)… e a seguire un elenco di titoli nobiliari d.o.c.: muratori, falegnami, pastori, manovali, scalpellini…

Il concetto di nobiltà per censo è sempre esistito anche in Sardegna, sarebbe complesso risalire all’origine, si parlava di Rex (che in origine era al servizio del popolo, governava la cosa pubblica nell’interesse della sua gente, poi con il tempo tutto si è capovolto) già nel periodo nuragico, poi attraverso lunghe dominazioni straniere, si pervenne ai Giudicati, con una nobiltà tradizionale e stratificata vicina a quella tradizionale, con in cima il Re Judike e sotto i donnos, donnikos, donnikellos, curadores, majorales, fino all’appellativo di rispetto deddu dei signorotti.

Quando si parla di nobiltà sarda tout court, ci si riferisce però a quella introdotta dagli aragonesi con il feudalesimo, mai esistito in Sardegna prima di loro. De “jure” la nascita si può ricondurre all’invenzione di Bonifax del Regno di Sardegna, nel 1297, de facto al 1323, quando inizia la conquista. Allo stesso modo, si parla di fine della nobiltà sarda con l’abolizione del feudalesimo, circa 450 anni dopo, esattamente nel 1843.

Oggi della nobiltà sarda è rimasto solo un atteggiamento, un titolo da scrivere nei biglietti da visita e per chi non si è impoverito e si è pure dimenticato della nobile origine, una condizione sociale da esibire o meno discretamente a seconda delle personalità e sensibilità interessate.

L’antica nobiltà giudicale fu spazzata via dagli aragonesi, a testimonianza che rappresentava solo uno strumento del potere di turno. Essi concessero inizialmente i feudi e titoli nobiliari a coloro che li avevano aiutati a combattere contro i Doria nel sassarese. I benefici vennero concessi more italico (secondo il costume d’Italia, che prevedeva solo la successione maschile a partire dai primogeniti, che potevano trasmetterla agli eredi maschi, in mancanza dei quali il feudo tornava in possesso del re). Bisognava risiedere nel feudo, cosa che la nobiltà spagnola, eccetto alcuni casi, disattese, mettendo in capo ai feudi dei delegati, i cosiddetti podatari.

Le prime investiture ebbero il privilegio nobiliare della “generosità”, che cadde poi in disuso per essere sostanzialmente smembrato in quelli del cavalierato e della nobiltà sarda (con i titoli di Don e di Donna). L’ultima generosità fu concessa nel 1498, in seguito si adottarono riconoscimenti feudali minori, in quanto la Spagna fu attenta a non creare in Sardegna nobiltà superiori a quelle dei propri hidalgos e ricos hombres.

La materia è abbastanza complessa, con tanti distinguo; venivano tramandati titoli non ereditabili o ereditabili solo in linea retta; altri titoli a volte risultano superiori, talvolta no. Insomma pare fosse tutto piuttosto flessibile, tanto è vero che alla fine per dirimere le controversie fu necessario che il Tribunale della Reale Udienza esaminasse caso per caso.

La concessione del feudo era prerogativa del re, perché riguardava la terra del regno; sostanzialmente il regno era considerato una sorta di grande allodio reale, una proprietà privata della quale il Re poteva disporre a proprio piacimento. E i feudatari sardi, così lontani dal centro del potere reale, e dunque più liberi, si comportavano nel feudo come si trattasse di terreni propri.

L’allodio in quanto tale peraltro era largamente presente in Sardegna, come proprietà privata esente da vincoli feudali e anzi rappresentava un ostacolo per il feudi.

L’introduzione del feudalesimo in Sardegna in un periodo così tardo, comportò delle fasi di instaurazione dello stesso con la forza. La prima fase fu infatti militare, cui ne seguì una mercantile, che cessò nel cinquecento, quando venne impedito il possesso del feudo a chi non era nobile. La diminuzione della concessione di titoli nobiliari nella fase di unione tra regno castigliano e aragonese, è dunque dovuta anche all’arroccamento della vecchia nobiltà in difesa dei propri privilegi.

Al parlamento sardo (cortes o stamenti), relativamente al braccio militare, poteva partecipare solo la nobiltà sarda, occorreva essere naturali sardi, nativi, o sposare una donna sarda. Vi erano poi anche i bracci ecclesiastico e reale (sindaci delle città, rappresentanza civile, laica).

Il nobile in Sardegna era anche un cavaliere (generoso), ma il cavaliere sardo (di spada) pur essendo nobile, non ne poteva portare il titolo. I semplici cavalieri spesso venivano definiti con il titolo di “donzel” (donzello), ma in realtà questa dovrebbe essere la qualifica per l’erede non armato del cavaliere. Questi, ottenuto il titolo, doveva pagare una certa somma alla corona, “volontariamente”. Il re rilasciava i privilegi, le cosiddette patenti. Ricevute le quali, il sigillo veniva messo dappertutto. I diplomi di cavalierato e nobiltà, una volta ottenuti, dovevano essere presentati alla Reale Udienza per la registrazione, pena la decadenza. La cerimonia di investitura era simile a quelle del medioevo.

Insomma per molti versi le regole della nobiltà sarda furono molto particolari e diversificate rispetto a quelle di altri territori, basti l’esempio della possibilità di unire cavalierato a nobiltà, anche se non si può garantire più di tanto, perché le eccezioni, anche non codificate, sono tante sia per epoca storica, sia per località geografica.

L’argomento è una babele pure per gli addetti ai lavori, gli eredi dei nobili, peraltro divisi anche nell’interpretazione storica dei titoli disponibili, a volte con semplificazioni, altre con complicazioni. In tempi recenti l’ associazione della nobiltà sarda ha abbandonato quella italiana proprio per punti di vista divergenti sulle attribuzioni. Non è chiaro perché fossero associate, cosa avessero da spartire storicamente.

Non rimpiangiamo quella realtà, accanto a questi riti suggestivi e lontani, che possono stimolare la nostra fantasia, la nostra cultura letteraria, con i cicli dei romanzi cavallereschi, vi era gente che viveva nella miseria, nello sfruttamento e faceva la fame; anche per rispetto a questi nostri avi, oggi non dobbiamo tollerare alcuna ingiustizia sociale, palese o mascherata che sia. Il Guillaume d’Angleterre è solo un romanzo.

(Storia della Sardegna – 8.5.1996) MP

Commenti (5)

Dalla tirannia dei nobili alla prepotenza degli ignobili
5 #
BoyerKarla18
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Inviato il 15/07/2011 alle 00:39
Really useful.

Dalla tirannia dei nobili alla prepotenza degli ignobili
4 #
emma
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87.0.242.50
Inviato il 07/07/2011 alle 23:00
Sei sicuro che la vera nobiltà sta in chi lavora la terra e lavora?
Il lavoro nobilita l’uomo?
Diciamolo che è la più grande fesseria!
Chi lavora pensa poco, si nobilita poco in realtà.

Dalla tirannia dei nobili alla prepotenza degli ignobili
3 #
sally brown
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Inviato il 02/07/2011 alle 10:21
di privilegi, appunto parliamo e di privilegiati in nuove classi
questo invece
http://www.avaaz.org/it/it_internet_bavaglio/?vl
è un’altra cosa?
ole/.)

Dalla tirannia dei nobili alla prepotenza degli ignobili
2 #
giulia
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Inviato il 01/07/2011 alle 22:14
Stasera nn ho voglia di leggere. Leggi tu e poi riassumi, thanks 🙂
http://www.tesoro.it/doc-finanza-pubblica/mf/2011/index.asp
(176 + 16 pagg.)

Dalla tirannia dei nobili alla prepotenza degli ignobili
1 #
Paola
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Inviato il 28/06/2011 alle 14:47
…oh come mai gli italiani non facevano paura a nessuno??
meno male che oggi siamo il faro della civiltà!!!!

QUANDO IL BUNGA BUNGA NON PERDONAVA…

Lezioni condivise 52 – La bella di Sanluri

 30 Apr 2011 @ 21:39

Sgoccioli di anno accademico, aula magna del Corpo aggiunto, mezzogiorno, siamo una ventina sparsi nell’anfiteatro di oltre duecento posti, il prof ci parla al microfono, è a disposizione per rispondere alle nostre domande.

La situazione è vagamente surreale, si divaga su vari temi, tra cui la perdita della statualità da parte della Sardegna e le conseguenze negative attuali (colgo l’occasione per ricordare che l’insegnamento di Storia della Sardegna – e il prof afferma che la dizione esatta dovrebbe essere Storia di Sardegna, dunque non storia di un territorio, di un’isola, ma dello stato che fu – ha dovuto cambiare denominazione in Storia di una regione italiana per disposizione ministeriale, fatto davvero grottesco).

Si finisce a parlare anche di lingua sarda, tema che anche in ambito universitario talvolta non sfugge ai luoghi comuni. Il sardo è una lingua neolatina, studiata in molti paesi europei ed extraeuropei, tra le eccezioni c’è proprio l’Italia. Il fenomeno che ha interessato la lingua sarda è normalissimo in linguistica, si sono formate tante varianti e sottovarianti o dialetti, per cause diatopiche e diacroniche, non essendovi una lingua ufficiale ed evolvendosi la stessa nelle singole comunità.

Per il prof ciò avvenne già nel trecento, fase decisiva della volgarizzazione linguistica in Sardegna, quando si erano già formate le quattro varianti principali: arborense (limba de mesania), nuorese (barbaricino), logudorese e campidanese, ognuna con i propri dialetti.

Anche le ragioni per cui il sardo ha conservato più di altre lingue neolatine la grammatica della lingua madre, nelle varie fasi in cui di volta in volta i territori ne sono venuti a contatto, sono evidenti nell’insularità e nel processo storico che ha interessato la Sardegna. Nel Trecento il lessico, non ancora contaminato come oggi da castigliano, catalano e fiorentino, era pressoché intatto (se ne lamentava – dal suo punto di vista – anche Dante nel De vulgari): ad esempio su mandau era un ordine e osculas erano i baci…….

Dopodiché la lezione ha trovato la sua ragione nientepopodimeno nel gossip storico, quanto drammatico: la morte di Martino il giovane, re di Sicilia, avvenuta a Cagliari il 25 luglio 1409.

Oramai ognun sa che Bonifax istituì e infeudò, motu proprio, il Regno di Sardegna (e Corsica, bontà sua!) agli Aragonesi nel 1297.

Tale assurdità restò sulla carta fino al 1323, quando Ugone II d’Arborea fece l’errore di chiamare in Sardegna, in proprio aiuto, i catalano-aragonesi, i quali colsero l’occasione per fondare de facto quel Regno su cui il papa aveva dato diritto di conquista (che cristiano che era il papie!).

Gli iberici estesero man mano il territorio occupato, partendo dall’iglesiente e dal cagliaritano,   muovendo in seguito guerra al Giudicato d’Arborea. Questo tuttavia nel 1354 ebbe in mano la Sardegna unita, tranne Cagliari, ancora in mano agli Aragonesi. Questa situazione persistette sostanzialmente fino al 1408, quando sbarcò a Cagliari Martino il Giovane, Re di Sicilia e infante d’Aragona. La guerra riprese e gli aragonesi riguadagnarono il terreno perduto negli anni addietro. Vinsero una battaglia decisiva a Sanluri, era Domenica 30 Giugno 1409, e per il regno (o Giudicato) d’Arborea fu l’inizio della fine; la guerra tuttavia si trascinò per altri dieci anni.

Fu una disfatta, fu presa anche la villa fortificata, vecchi e bambini trucidati, gli abili al lavoro ridotti in schiavitù e deportati in Catalogna.

Martino era al comando delle truppe, si soffermò in villa qualche giorno, poi rientrò a Cagliari in preda alla “febre pestilencial”, tant’è che vi morì il 25 luglio 1409.

Malaria, giusta punizione per la violenza spietata messa in campo contro la popolazione inerme. Non stupisce pertanto che gli aragonesi si fossero scatenati in violenze contro le donne e che al re fosse stata riservata la più ambita, con la quale si accompagno più volte, “in diversi amplessi”. Fu lei che in sostanza vendicò l’eccidio indebolendo il re in modo decisivo.

La tradizione popolare è ricca di particolari.

Sanluri, 1409, primo di luglio, la battaglia degli Arborea è persa, i catalani hanno fatto strage anche in paese, senza pietà; le donne violentate e ridotte in schiavitù. E’ forte il sentimento di vendetta.

Martino, infante d’Aragona occupa il castello, a lui viene portata la più avvenente tra le ragazze del borgo, che ancora oggi viene ricordata come la Bella di Sanluri. Lui è già febbricitante, ma giace con lei in numerosi e sfibranti amplessi e quanto fa rientro a Cagliari, ormai in preda alla malaria, non la deporta in Catalogna con le altre, ma la porta via con se.

La ragazza è animata da spirito di vendetta e non ha altre armi, se non quella cui il re la costringe. Nei rapporti lo sfinisce e lui già indebolito dalla malattia il 25 luglio muore.

Nel castello di Sanluri è stata individuata una stanza ove si consumarono i fatti, a Cagliari ne fu teatro il palazzo reale.

Si dice che lei rimase incinta e insieme alla madre, condotta ad Alghero, dove erano radunati altri schiavi sardi. Qui fu trattenuta ed accudita per volere di Martino il Vecchio da Gerardo De Doni, mercante barcellonese. Ciò non deve stupire per l’importanza straordinaria che avevano nel medioevo i cosidetti bastardi del re. Tuttavia il 21 novembre il mercante lamentava in una lettera al re, che esse vivevano in indigenza, in quanto la somma dal lui stabilita non fu mai recapitata. E’ l’ultima notizia della ragazza. A lei forse si deve l’origine dell’augurio “Chi ti potzast cojai in Saddori” (che ti possa sposare a Sanluri), che allude al fatto che là ci sono belle donne.

Della vicenda hanno parlato anche alcuni storici dell’epoca; altri, come si usa quando sono coinvolti potenti (chissà come sarà scritta la storia della nipote di Mubarak?!), misero a tacere o negarono questo fatto sgradevole.

Martì d’Alpartil (1380-1441) nella sua Chronica Actitatorum sostiene che il re (di cui era ambasciatore), infettato dalla malaria, fosse stato finito dalla lussuria consumata con una prigioniera bellissima (donnicellam Sarda de Santa Luria) che gli fu condotta, conoscendo la sua attitudine alla lussuria, e con la quale si sollazzò fino alla morte.

“…et cum crediderium quod convaluiesset cum vicio luxurie captus esset ut complacerent duxerunt sibi quandam (donnicellam sardam de Sant Luri) hermosissima speciosissimam valdecum qua tamtum solacium recepit quod ad interitum finale ipsum duxit.

Jeronimo Zurita (1512-1580), cronista catalano, racconta il fatto negli Anales de Aragòn.

Egli commenta e fa propria la tradizione popolare della bella di Sanluri, questa semplice ma avvenente fanciulla sarda, più efficace di Agatuccia Pesci e Tarsia Rizzari, le due concubine siciliane del giovane sovrano, con ripetuti e sfibranti amplessi sfinì fatalmente l’impetuoso Martino.

Giuseppe Manno (1786-1868), in Storia di Sardegna, vol. III, scrive:

“Il giovanetto principe con le virtù degli eroi avea eziandio alcune delle ordinarie loro fiacchezze. Le di lui passioni erano talmente smodate che famose erano diventate in Sicilia le sue dissolutezze. E più famose restar doveano in Sardegna; poiché non era pienamente riscosso da una infermità sopportata nel suo ritorno a Cagliari, una donzella del luogo debellato di Sanluri, di forme leggiadrissime, tanto perdutamente in lei si invaghì, che egli trovò nell’abuso il termine dei piaceri. Morì pertanto re Martino…”

Nel corso dell’Ottocento, storici isolani, quali Pasquale Tola, ma anche molti altri studiosi catalani, la descrissero come “la nuova Giuditta del popolo sardo”.

Intorno alla metà del secolo scorso lo storico Antonino Caldarella trovò notizia nell’archivio di Stato di Palermo, di una giovane esclava sarda dal nome sconosciuto, detta appunto la Bella di Sanluri, la quale si appartò con il re di Sicilia, che già estenuato dalla guerra e in preda alle febbri malariche sarebbe morto per troppo sesso. Alcuni cavalieri del seguito di Martino, creyendo que habia convalecido, portarono al giovane re, por complacerle, una donçela Sarda de Sant Luri, dotada de gran belesa que era hermosissima y siendo el rey rendido a aquel vicio le acabo sa vida“.

Alberto Boscolo (1920-1987), ispanista sardo nelle sue ricerche del 1954 scoprì che circa 600 uomini e circa 300 donne si rinchiusero nel castello di Sanluri, cercando scampo ai famigerati soldati aragonesi. Gli uomini, uno dopo l’altro, furono passati a fil di spada, mentre le donne vennero schiavizzate.

Documenti reperiti presso l’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona non citano il fatto, ma in qualche modo lo sottintendono. In alcune lettere di Martino il Vecchio, re d’Aragona, indirizzate al figlio, si deduce che Martino il giovane era di salute cagionevole. In una missiva del 22 luglio 1409, il vecchio sovrano, riteneva opportuno che si vigilasse sul comportamento del figlio…

Francesco Cesare Casula in Breve storia di Sardegna riporta la notizia affermando:

“Nell’euforia della vittoria, nel palazzo regio della capitale, Martino il Giovane s’intrattenne con una bella prigioniera sanlurese di cui non si conosce il nome, indebolendosi a tal punto da non opporre, poi, alcuna resistenza alle perniciose febbri malariche della terzana maligna che avevano preso a scuoterlo di li a poco. Morì nel giro di dieci giorni, il 25 luglio, e fu seppellito nel transetto sinistro del duomo di Cagliari, rifatto nel Seicento come si può vedere ancora oggi.”

Egli fu l’ultimo infante del casato dei conti di Barcellona, con lui si estinse la catalanità dei re d’Aragona e meno di un secolo dopo la corona aragonese diventava un’entità subordinata della corona di Spagna.

Molto tempo prima, il 17 agosto 1420, Gugliemo III di Narbona, giudice d’Arborea, sconfitto sul campo, alienò ogni diritto sul giudicato agli aragonesi per 100.000 fiorini d’oro. Nacque il Marchesato di Oristano che coltivò il fervore indipendentista fino al 1478, anno in cui fu sconfitto Leonardo de Alagòn.

(Storia medievale – 3.5.1996) MP

Commenti (12)

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davvero niente di nuovo sotto il sole… cambiano i tempi ma gli usi dei potenti restano…

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Inviato il 11/05/2011 alle 20:42
non voglio essere storicizzata, almeno per una trentina d’anni ancora :p
Chretien de Troyes e l’alone magico al sèguito….

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5 #
Paola
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Inviato il 04/05/2011 alle 11:09
…pensa te che ho finito da poco ‘la Cattedrale del mare’ e si fa riferimento ad Arborea… i Sardi hanno dato filo da torcere mi pare…:-)
aspetto ora la storia…:-)

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Inviato il 01/05/2011 alle 21:24
Caro Indian, ora sono in attesa della continuazione.
Buona settimana

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emma
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Inviato il 01/05/2011 alle 00:30
Bastava aspettare un po’… magari farlo continuare alacremente… adesso è troppo sotto controllo e si tiene… 😦

Quando il bunga-bunga non perdonava…
2 #
emma
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Inviato il 30/04/2011 alle 22:49
Ma nn puoi lasciare a metà… mi tocca cercare su wikipedia 🙂
BUON 1° MAGGIO! W LA FESTA DEI LAVORATORI!

Quando il bunga-bunga non perdonava…
1 #
sally brown
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Inviato il 24/04/2011 alle 21:11
ohhh…la piccionaia!!!!
auguri ole/.)

BARBUS: LATINE NON LOQUOR, NO SCIT SU CATALANU!

Lezioni condivise 50 – Origini del brigantaggio storico in Sardegna

Per anni, nemmeno tanto lontani, essere sardo era più o meno sinonimo di “bandito”, soprattutto in certi contesti sociali, e ci si poteva chiedere se “su strangiu” ci percepiva come tali, come in una sorta di auto identificazione psicologica, una colpa collettiva.

L’argomento è stato ampiamente trattato in tutti i tempi e in tutte le salse, dalla prime inchieste utili per una repressione indiscriminata (a monte della quale vi era il fastidio per la nostra Costante Resistenziale), fino ad una esaltazione ingiustificata, salvo per le diverse eccezioni in cui si era costretti alla macchia dall’oppressione e dall’ingiustizia.

L’essere “banditi” era una qualità subita, l’accettazione passiva di un epiteto che ha doppia connotazione: deriva da banda, come brigante da brigata, ma anche da bando, messa al bando con l’emissione e pubblicazione di una grida o di un pregone, a seconda dei quali si potevano avere almeno cinque tipologie di fuorilegge.

Il latitante sfuggiva a “sa giustitzia”, concetto che nel sardo ha un valore semantico altamente negativo che individua chi esercita la funzione repressiva (dalla polizia ai tribunali), tanto è vero che la parola compare in molte espressioni ingiuriose, come “chi ti currat totu sa giustitzia” (che ti insegua tutta la giustizia), “chi ti pregonit sa giustitzia” (che ti sequestri la giustizia) e simili.

Il banditismo è sintomo di profondo disagio sociale e testimonianza di una radicata diversità culturale, è un fenomeno antico che si oppone all’ostinato ricorso a mezzi violenti da parte delle classi dominanti per reprimere il malcontento popolare. Esso non è il risultato di una situazione di povertà individuale, ma di un malessere economico strutturale; mai diventa organizzazione stabile, il suo carattere è estemporaneo, benché persistente. Non è genericamente rurale, né contadino, ma ha una prevalente caratterizzazione pastorale, dunque non è conseguente alla miseria. Il bandito non è un povero, ma una precisa figura sociale di quel mondo.

Il banditismo storico è un fenomeno complesso, non riducibile alla stregua di delinquenza comune o di ribellismo popolare, è a tratti parapolitico, ha interessato diversi ceti sociali, legami fra signori e banditi, realtà urbane e rurali, valori morali e sentimenti che vanno oltre la semplice protesta sociale.

Era di fatto legittimato a esistere dalla strafottenza del potere, da iniquità, privilegi nobiliari, militari e clericali, dal sistema corporativo borghese, dalla burocrazia.

Gli stessi feudatari si servirono della figura del bandito per osteggiare lo stato, in una sorta di interazione utilitaristica.

In questa antica e travagliata vicenda si sono formati codici comportamentali di importanza storica, quanto desueti e ingiustificabili se riproposti oggi: come la balentìa, il furto, l’abigeato, nati un una società a vocazione “libertaria” dove la proprietà era misconosciuta e legittimo impossessarsi del necessario per sopravvivere.

Quando questi atti assumono una valenza diversa, come l’intenzione di procurar danno o vendetta, siamo già in una sfera che richiede un’emancipazione storica, perciò la non tollerabilità odierna di codici di epoca nuragica…

Se dunque è legittima la ricerca e la contestualizzazione storica e sociologica di questi fenomeni, è certo ingiustificato esaltarli; come è bene precisare che la vendetta (atto primordiale persistente in alcune realtà) o una certa spietatezza, hanno poco a che fare con il brigantaggio/banditismo romantico e rivoluzionario, che ha una sua etica.

La repressione della delinquenza in Sardegna, sempre perpetrata con brutalità e violenza, ha aggravato il contrasto tra civiltà dominante e civiltà subalterna. Si tratta di una storia millenaria strettamente legata alle condizioni di vita, ai costumi e alle tradizioni, specie dei barbaricini, al loro culto della libertà primitiva e al loro codice di vita, consacrato dal tempo e spesso contrastante con l’ordinamento giuridico dello stato moderno.

É il conflitto tra una comunità pastorale che vive con proprie regole e uno stato di colonizzatori che vuole imporre le sue leggi: “Furat chi benit de su mare” (chi ruba viene dal mare) si diceva già al tempo dei Cartaginesi.

Nella sua connotazione insurrezionale e resistenziale il banditismo, nato e diffuso in tutta la Sardegna, si è ristretto in particolare nella Barbagia (distinguiamo quella di Belvì, di Seulo e di Ollolai, del Nuorese, del Mandrolisai e territori limitrofi – area del Gennargentu), dal latino “barbaria”, così i romani chiamavano chi resisteva alla colonizzazione; mentre il termine “barbus” designava chi non parlava latino.

Fin dal Trecento è intervenuta in Sardegna la Carta de logu, in modo innovativo senza precedenti per un Codice legislativo di quel periodo, basti citare la tutela della donna.

I villaggi avevano allora un’organizzazione comunitaria che assegnava ai cittadini bisognosi e al contempo volonterosi i terreni comuni de su “viddazoni” perché li coltivassero; nello stesso tempo i territori montani erano nella disponibilità dei pastori, senza aggravi particolari, e la pastorizia poteva essere stanziale, non più transumante.

Quando fu imposto e applicato il sistema feudale, estraneo alle consuetudini sarde, crebbe la tensione, sfociando spesso in aperte rivolte.

La nuova stagione del banditismo di massa ebbe inizio con la perdita dell’indipendenza per mano degli aragonesi. Il ruolo economico della Sardegna nella Corona d’Aragona fu marginale; la crisi del seicento, epoca in cui il banditismo isolano conobbe una fase di recrudescenza. avrebbe dato il colpo di grazia.

Altri disagi si produssero con l’espulsione degli ebrei (1492). Dall’isola ne furono espulsi circa cinquemila.

C’erano poi gli ex schiavi liberati, denominati moros, originari in prevalenza dell’Africa o del Medio oriente. A Cagliari la maggior parte di essi andò ad abitare nel quartiere prospiciente il porto, Lapola, oggi Marina.

Un altro gruppo non autoctono era rappresentato da gruppi Romanì (comunemente detti zingari), una popolazione che per la propria peculiarità etnica, per l’organizzazione sociale e lo stile di vita, racchiudeva in sé caratteristiche tali da apparire come marginale e indesiderabile agli occhi delle autorità pubbliche. Ciò non precluse però un parziale inserimento o comunque l’intrattenimento di scambi e relazioni col resto della società.

La loro presenza in Sardegna è attestata documentalmente dalla seconda metà del Cinquecento, durante la lunga fase di dominio iberico.

Nel Settecento, in conseguenza delle operazioni militari, degli arresti e delle condanne che caratterizzarono il governo sabaudo, si determinò una concentrazione di banditi nella zona settentrionale dell’isola dalla quale era più facile raggiungere la Corsica. Infatti quando la stagione estiva rendeva più difficile il movimento delle truppe, i fuorilegge ritornavano da quell’isola per ricominciare la vita criminosa.

Furono emanati pregoni singolari, come quello che vietava di portar la barba di oltre un mese, per rendere facile il riconoscimento del volto.

In questo periodo la voglia di affrancarsi dallo sfruttamento feudale portò molti villaggi ad essere solidali con i banditi, subendo per questo spedizioni punitive governative. Per spezzare queste alleanze furono nominati dei commissari tra i ceti emergenti, anche allo scopo di insinuare nelle comunità nuclei filogovernativi; ruolo analogo ebbero le Compagnie barracellari… Fu questo “partito” che nel 1847 vendette la statualità sarda ai Savoia.

L’avvento della monocoltura granaria che si caratterizzò come evento economico di natura strutturale, può essere considerato uno dei principali fattori di destabilizzazione sociale nell’isola.

I contadini sardi, peraltro, si trovarono a dover far fronte alle richieste pressanti (insierro) della città e delle sue magistrature, ma erano anche costretti a subire ogni sorta di abusi da parte dei feudatari locali.

Tale situazione diede luogo a spostamenti massicci di popolazione che abbandonò i propri villaggi per la città per sfuggire alla miseria. Il vagabondo di stanza in città veniva considerato socialmente pericoloso. In tutta Europa vagabondaggio e banditismo venivano associati e considerati alla stessa stregua. I contadini impoveriti andavano ad ingrossare le file dei vagabondi cittadini, mentre a rimpinguare il numero dei bandeados e foraxidos erano, come già detto, individui appartenenti al mondo pastorale.

Lungo le strade isolane divenne particolarmente diffusa la rapina a mano armata ad opera dei cosiddetti saltadors de camin.

In seguito all’Editto delle chiudende, che nel 1820 favorì i grandi proprietari e principales, il malcontento sfociò in violente manifestazioni popolari, raggiungendo il suo apice con i moti di Nuoro del 26 aprile 1868, noti come “torramus a su connotu” (torniamo al conosciuto). Il popolo, inferocito, incendiò il municipio di Nuoro, rivendicando il ripristino del tradizionale sfruttamento comune dei terreni.

Sa bardana. Fino alla fine dell’Ottocento, i banditi sardi praticavano la cosiddetta “bardana” o razzia, che era un gravissimo atto di brigantaggio pressoché esclusivo della Sardegna.

Su bardaneri assumeva salariati per compiere furti o espropri contro i paesi della pianura, i quali venivano invasi ad opera di alcune decine di banditi a cavallo che scendevano per l’occasione dalle montagne e mettevano a ferro e fuoco il centro abitato.

Questo reato era possibile per l’assoluta assenza delle istituzioni e la mancanza di qualsiasi salvaguardia per la popolazione civile. Lo strapotere dei banditi era forte e riconosciuto anche dai benestanti, e i pochi carabinieri qua e là presenti potevano fare ben poco.

Particolarmente attivi in questa attività erano gli abitanti di Orgosolo (da qui la fama!) che per il resto, avevano un normale mestiere e conducevano una vita pacifica.

Anche is bardaneris non costituivano una associazione a delinquere o “banda” stabile, ma soltanto a carattere occasionale. Compiuta la bardana tornavano alla loro normale attività.

All’inizio del Novecento le bardane furono sostituite, stante la maggiore presenza dello stato, con gli assalti alle auto e alle corriere.

Sa bardana” nella cultura popolare contribuisce a conservare un certo aspetto romantico del bandito, che ruba ai ricchi come atto di giustizia sociale.

Il ruolo della donna è fondamentale in Sardegna, è spesso principale attrice di quanto accade in tutti i campi. Caratterialmente dominante e orgogliosa, ha avuto un ruolo diretto anche in quanto banditessa (vedi In nome della madre. Ipotesi sul matriarcato barbaricino, Maria Pitzalis Acciaro, Feltrinelli Economica, 1978).

Ciò è ancora più evidente nella comunità barbaricina, dove le attività produttive tengono lontano da casa gli uomini e la donna è mere de domo e direi, anche di foras de domo.

Essa, austera nella sua dignità e sicurezza, ha acquisito coraggio, ingegnosità e fantasia a tutti i livelli, compresi i grandi eventi della vita.

L’importanza del ruolo della donna sarda è testimoniata dal fatto che porta il suo contributo nel formare una nuova famiglia, a lei spetta l’arredo domestico e il corredo, al marito la casa. E prima di prendere una decisione l’uomo dice: “Depu pregontai a sa meri” (devo chiedere alla padrona).

La prima “banditessa” entrata nella leggenda è Lucia Delitala di Nulvi, attiva nella prima metà del Settecento, una donna sarda d’altri tempi, emancipata, forte dei suoi ideali, decisa, indipendente, non si sposò per non dipendere da un uomo. Scontò due anni di prigione,.

La tradizione popolare la ricorda come amazzone dal fascino straordinario, bel sorriso, grande coraggio, abile nei combattimenti a cavallo e amante della vita e della libertà. Il suo volto diveniva accigliato e duro solo quando doveva affrontare una battaglia.

Condannata a quindici anni in contumacia dopo la rivolta di Chiaramonti, da latitante, capeggiò con Giovanni Fais e sua moglie, Chiara Unani, una banda di sprezzanti guerriglieri che contrastava l’autorità Piemontese. Lei era sempre in prima linea con la sua “spericolata irruenza” (Fresi, 2005). Probabilmente morì tra il 1755 e il 1767.

A contenderle la fama, Maria Antonia Serra Sanna, detta “sa reina” visse a Nuoro a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Sorella di due grandi banditi. Quando in paese la si incrociava per le strade, molte persone s’inchinavano. Incedeva altera, si diceva fosse lei l’ispiratrice delle imprese familiari.

Ricordiamo anche Giuseppa Lunesu, arrestata nel 1899. Intelligentissima, scaltra, ambiziosa, di famiglia benestante, diplomata alla Regia Scuola Normale Femminile, “con due occhi scuri, che t’incantavano ma nello stesso tempo ti impaurivano”.

Eufrasia Lovicu, madre di due banditi di Orgosolo con i quali condivise diciassette anni di latitanza nel Supramonte.

Paska Devaddis, povera fanciulla di Orgosolo, gracile e malata fu la mitica “reina di Orgosolo e de bandidos sorre e sentinella”.

Il brigantaggio storico che portò i sardi a combattere contro chiunque ne occupasse il territorio, svanì sul finire dell’ottocento, tuttavia Eric J. Hobsbawm nel 1969 in I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna, afferma “L’ultimo bandito sociale europeo si trova ancora sugli altopiani dell’isola” e quell’isola è la Sardegna.

Link di approfondimento:
Ottava di anomimo…Un bandito alla macchia
Carta de logu 1  2  3
Il codice della vendetta barbaricina

(Storia della Sardegna – 3.5.1996) MP

Commenti (5)

Barbus: latine non loquor, no scit su catalanu!
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beh il brigantaggio in sardegna era tutto particolare… vincolato da comportamenti d’onore persino… sarà una lezione interessante

Barbus: latine non loquor, no scit su catalanu!
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giulia
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Inviato il 01/03/2011 alle 09:44
Caro amico,
chi ruba per fame non è per me un brigante. Aspetto la tua traduzione.
un salutone di passaggio

Barbus: latine non loquor, no scit su catalanu!
1 #
ivy phoenix
edera.fenice@tiscali.it
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Inviato il 24/02/2011 alle 22:16
sto leggendo un mattone sul Savonarola… bello ma fin troppo storico avrei preferito più spazio alla filosofia. Non mi convince come personaggio, troppo pieno di sè… però sono appena a metà libro… poi vediamo.

UN GUAIO VOLER FARE GL’ITALIANI COME S’È FATTA L’ITALIA!

Lezioni condivise 48 – Dottrina della statualità

31 Dic 2010 @ 8:54 PM

Non so ancora se in polemica o in omaggio, il prof si impegnò in un affondo sulla sua teoria madre della “statualità” alla vigilia di una conferenza a Cagliari del crociano Peppino Galasso… Per associazione il mio pensiero volò a Napoli, dove ho conosciuto e sono stato ospite di alcuni nipoti del Croce; è curioso, ma è esistita la possibilità di appartenere a etiche relativamente diverse e militare nello stesso partito…

Diciamo subito che il comune concetto di Stato mi fa storcere il naso, come patria, tricolore e simili, come pure il fatto che una certa “sinistra”, seppur moderata, si stia impossessando di questi concetti retrivi. Tuttavia dal punto di vista storico-metodologico, la dottrina della statualità ha la sua importanza e la ha soprattutto per il caso Sardegna, una volta chiarito che il Regno di Sardegna, paradossalmente se vogliamo, fu una disdetta soprattutto per i sardi (e intendo dire i sardi dell’isola)…

Bisogna ammettere che l’unica rivalsa che ci concede questa teoria è molto aleatoria e poco concreta, tuttavia è bene che almeno si chiamino le cose con il loro nome e che la Storia abbia almeno alcune evidenti certezze e non sia tutto distorto da certa storiografia di comodo.

Se uno storico oggi dovesse trattare del territorio, che so, di Prussia o Aragona, prima della loro annessione agli stati attuali (Polonia, Russia, Germania, Spagna), si riferirebbe ad essi con il nome dello stato esistente nel periodo storico preso in esame, es. Regno di Prussia, Regno d’Aragona… Appare abbastanza inspiegabile perché, anche per alcuni storici, ciò non avvenga nel caso del Regno di Sardegna, esatta denominazione dell’attuale stato italiano per il periodo precedente al 1861. Vengono inventati inesistenti Regno di Sardegna e Piemonte, Regno di Savoia, Regno di Piemonte e via dicendo, attribuendo il titolo di Regno a ex-principati, o ducati… creando così solo confusione anche tra i discenti, che non distingueranno tra geografia fisica e politica, tra storia dei territori regionali e storia statuale (che parte dall’origine dello stato). [1]

Questa situazione ovviamente comporta l’oscuramento di una parte importante della storia, forse di una storia scomoda ed è dovuta in primo luogo alla villania dei fruitori italioti del titolo di Re di Sardegna, i Savoia (gli spagnoli in precedenza non si erano dimostrati così ignoranti) e i loro più servili seguaci piemontesi… E se per diventare Re hanno dovuto attendere di avere il Regno di Sardegna, i loro sudditi, prima del 1861, non potevano certo chiamarsi italiani, ma erano cittadini sardi (non esisteva alcuno stato italiano), anche se i veri sardi erano oppressi da chi ne usava il loro nome.

D’altra parte non si potrà mai dire che lo stato italiano nato nel 1861, fosse o sia un’unica nazione. Cosa avevano in comune gli allora cittadini del Regno di Sardegna, quelli dello Stato Pontificio e del Regno delle due Sicilie? Poco o nulla. Lo testimonia la famosa frase del D’Azeglio… e non so se fosse nelle sue intenzioni “fare gli italiani” come si era fatta l’Italia, tuttavia lo si tentò di fare coercitivamente, specie durante il fascismo, ma anche nei primi anni del secondo dopoguerra. Oggi la divaricazione è evidentemente in crescita ed è giusto che ogni popolo abbia diritto ad esistere e conservare la propria storia, lingua, folklore, tradizioni, letteratura, arte, religione, e via dicendo, anche all’interno di uno stesso stato, come è normale che sia.

L’Italia non è mai stata diversa dalla Jugoslavia, a parti inverse la loro drammatica vicenda sarebbe avvenuta qui e loro sarebbero ancora uniti, protetti dalla pax amerikana, che invece grava su di noi.

Insomma non si confonda il concetto di nazione con quello di stato: uno stato può essere composto da più nazioni, la morte di uno stato non è anche morte delle nazioni che lo compongono, lo stato si forma con una firma, una nazione in diversi secoli.

Così Mazzini era sardo, Colombo genovese, Dante toscano e così via. Così la Storia patria insegnata nello stato italiano dopo l’unità è falsa, in quanto fa passare la Storia dell’Italia (penisola) per Storia d’Italia (Stato).

La Storia falsa, insegnata per oltre un secolo nelle scuole dello stato italiano, spaccia i Balilla e i Masaniello per Italiani, come pure i vespri siciliani, Francesco Ferrucci e Muzio Scevola e chi più ne ha… guarda caso tace unicamente sull’unico territorio, la Sardegna, dal cui Regno ha tratto origine statualmente, come se l’origine non fosse gradita e si volesse occultare, almeno nei limiti del possibile.

Ho già trattato delle origini del regno di Sardegna, cui rinvio e di cui paradossalmente noi sardi non siamo certo orgogliosi, un’invenzione di Bonifax, sancita a Bonaria (Cagliari) il 19 giugno 1324 per tener buoni gli aragonesi dopo le vicende successive ai vespri siciliani.

Fino alla “perfetta fusione” del 1847 il Regno di Sardegna era una unione di stati che conservavano la propria autonomia (il regno, i principati, i ducati, le signorie), da allora divenne uno stato unitario che con legge 17 marzo 1861 n. 4671, cambiò semplicemente denominazione, tanto è vero che la firma reca “Vittorio Emanuele II Re di Sardegna…”. Non vi fu insomma alcuna costituzione ex novo di una entità politica statale.

I fondamenti della mentalità giuridica risalgono al XII secolo, sono stati elaborati con la fondazione delle prime università e sono alla base del pensiero giuridico moderno. Il diritto si pone anche come certezza e giustizia di fronte ai conflitti tra interessi e valori contrastanti, compito del diritto, infatti, è di razionalizzare i rapporti giuridici.

Lo Stato è un’entità giuridica composta da uno o più popoli stanziati in un territorio e legati fra loro da un vincolo giuridico originario. Può essere sovrano (non recognoscens superiorem) o non sovrano, se dipende istituzionalmente da un altro stato; perfetto (se ha summa potestas) o imperfetto; superindividuale (o subiettivo), in quanto appartiene al popolo o patrimoniale (nel medioevo era spesso di proprietà del sovrano).

Ogni stato ha un nome proprio che ne specifica il titolo (regno, repubblica…). Titolo e nome possono cambiare senza che cambi lo stato.

Secondo Machiavelli per esserci Stato occorrono i tre poteri statali superiori:
a) l’organismo che formuli le leggi di convivenza (cioè il Parlamento);
b) l’organismo che le attui (il Governo);
c) l’organismo giudiziario che le faccia rispettare (la Magistratura).

Le unioni fra Stati si possono schematizzare così:
– unioni semplici (ad esempio, le alleanze, le unioni di protettorato e di tutela), sono unioni istituzionali generali o particolari a seconda che siano più o meno aperte;
– unioni reali, per un trattato fra gli Stati o con carattere di originarietà, con una identica persona fisica preposta all’ufficio di capo dello stato e una serie di interessi comuni agli stati membri (come fu per la Corona d’Aragona)[2];
– confederazioni, unioni di diritto internazionale fra un gruppo di Stati confinanti che non rinunciano all’esercizio dei propri diritti sovrani;
– stato federale, composto da più stati, i quali nel loro insieme costituiscono una corporazione paritaria. Gli stati membri hanno reciproca uguaglianza, ma non la summa potestas, cosicché le relazioni con l’estero sono gestite dallo stato federale.

Se lo Stato è un concetto politico, la Nazione è un concetto culturale. Vi sono stati con all’interno più nazioni e nazioni che occupano stati diversi.

La “Dottrina della Statualità” è un metodo di lettura della storia che rivisita i fatti (res gestae) e l’interpretazione dei fatti del passato (historia rerum gestarum) diacronicamente e sincronicamente, riferendoli non alla geografia fisica (isola, penisola, continente) com’è uso corrente, ma ad uno stato, sia o non sia con diversi titoli e nomi, senza mai abbandonarlo nel racconto storico.

In base a essa la Storia di Sardegna dovrebbe spaziare dai Fenici (IX-VIII secolo prima di Cristo) ad oggi, suddividendo la storia sarda in tre periodi:
– il periodo provinciale antico, di valore squisitamente scientifico;
– il periodo statuale giudicale, di valore soprattutto accademico;
– il periodo statuale regnicolo, di valore politico assoluto.

Bibliografia:
F.C. Casula, La terza via della storia. Il caso Italia, Ets, Pisa 1997
Giusepe Galasso, Croce, Gramsci ed altri storici, Il Saggiatore, Milano 1969
Balladore Pallieri, Diritto costituzionale, Giuffrè, Milano 1976

Note:
[1] Se si vuole un’anomalia la si trova, ad esempio, nel potere temporale della chiesa nei vari secoli, tenuto conto anche dei vari scismi e antipapi, cito ad esempio il caso di Benedetto XIII (Pedro Martinez de Luna, cardinale spagnolo) & co., scisma di occidente, ad Avignone.
[2] Chiarezza bisognerebbe fare anche sull’organizzazione degli stati. Molte cariche a volte vengono indicate con appellativi molto differenti. Ad es. Locu tenes (da cui luogotenente, sostituto), equivale anche a vicerè, procuratore, alternos o governatore generale (distinto ad un certo punto in Sardegna tra Governatore del capo di sotto o di sopra, a causa dell’antica separazione dai territori tra Arborea e Doria).
Il Maggiordomo era invece chi comandava nel palazzo e si occupava della proprietà. Figura importante perché in alcuni casi è diventato Re (Carlo Martello).

(Storia Medievale – 26.4.1996) MP

Commenti (8)

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
8 #
jane
jane@libero.it
82.54.243.69
Inviato il 23/01/2011 alle 01:05
Onorata di essere sarda!
Hai ragione, i discenti poco ne sanno, di perfetta fusione, della Sardegna…, ma anche delle altre regioni d’Italia, se è per questo. A me la storia è stata insegnata come fosse un passaggio di corone tra un re ad un altro e un susseguirsi di papi.
Sulla situazione dei popoli i libri di storia fanno brevi accenni.
Sulla conservazione della propria lingua, della propria cultura e valorizzazione della propria storia, sono d’accordo ma per il resto che senso ha uno spezzettamento in tanti piccoli staterelli. o hai in mente proprio l’America?

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
7 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
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82.60.182.56
Inviato il 21/01/2011 alle 18:08
Un passaggio per un saluto, giulia

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
6 #
ivy phoenix
edera.fenice@tiscali.it
109.113.55.197
Inviato il 12/01/2011 alle 19:15
e non sparire…. adesso…

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
5 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
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82.61.36.208
Inviato il 05/01/2011 alle 16:34
BUON ANNO!!!
(il mio è venuto fuori più bello con tutti i fuochi d’artificio intorno…) 😉 )

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
4 #
ivy
donotpanichereiam.blog.tiscali.it
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79.41.235.229
Inviato il 02/01/2011 alle 17:13
buon anno!

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
3 #
albix
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studio.basile@tiscali.it
78.15.190.245
Inviato il 01/01/2011 alle 09:09
Auguri anche a te! Albix

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
2 #
Nenet
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etere@tiscali.it
79.3.89.141
Inviato il 01/01/2011 alle 02:33
Auguri Angel! 🙂

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
1 #
giampaolo
bresciani.giampaolo@tiscali.it
217.203.180.2
Inviato il 24/12/2010 alle 13:16
Ti auguro un felice Natale e che il nuovo anno ti porti cio che piu’ desideri.ciao.giampaolo

… CHIAMALA, SE VUOI, EMOZIONE

Lezioni condivise 46 – La congiura di Palabanda

30 Ott 2010 @ 10:47 PM

Nel periodo rivoluzionario sardo – che viene solitamente indicato come un decennio, ma che va in realtà dai primi echi in Sardegna della Rivoluzione francese fino al 1812 e passa – a Cagliari si formarono dei club giacobini, alcuni moderati altri più radicali. Uno di questi era quello di Palabanda, dal nome della località in cui si riuniva, nel quartiere di Stampace a Cagliari.

Il 30 ottobre 1812 sarebbe dovuto partire da lì quello che è da considerarsi l’ultimo tentativo insurrezionale contro il dominio piemontese, passato alla storia come Congiura di Palabanda o “borghese”, essendo i sovversivi appartenenti in buona parte all’inquieto ceto medio: avvocati e altri professionisti.

E’ sintomatico che questa emozione nascesse a Stampace, quartiere vivace e temuto, sanguigno, il fulcro della resistenza all’oppressore, dunque quello più anelante alle idee di libertà.

Il catalano Ramon Muntaner (1265-1336), che aveva partecipato all’assedio di Cagliari da parte dell’infante Alfonso nel 1325, nella sua Cronica scrisse: “Il Borgo di Stampace, popolato dalla più maledetta gente del mondo… Non vi sono maggiori peccati che un uomo possa commettere che non siano stati commessi a Stampace…lì albergano orgoglio ed arroganza…”. Fermo il prezioso supporto storico tramandatoci, non capisco cosa pretendesse questo soldato, di essere forse accolto con una mesada de malloreddus e proceddu arrustu?

La sommossa fu tradita, il capo della rivolta individuato nell’avv. Salvatore Cadeddu, segretario dell’Università e tesoriere del comune, recidivo, in quanto ebbe parte nella sollevazione più importante e almeno in un primo momento vittoriosa, del 28 aprile 1794.

Sul fatto, che portò alla condanna a morte i principali congiurati, esiste pochissima documentazione anche nei registri segreti, gli atti del processo sparirono quasi subito dagli archivi.

Si dice che la documentazione sia stata portata via dai Savoia, in ultimo da Umberto II nell’esilio portoghese.

Lo studio più completo sulla vicenda è quello della professoressa Maria Pes, La rivolta tradita. La congiura di Palabanda e i Savoia in Sardegna, ed. Cuec, Cagliari 1994.

Della valle di Palabanda com’era allora è rimasto poco, un po’ inghiottita dalla città, resiste solo qualche segno, come il portale che fungeva da accesso ad una corte abitata da povera gente e che dà sul corso. Lo citò in un articolo Francesco Alziator, intorno al 1977, preoccupato perché a qualche sciagurato non venisse in mente di demolire l’ultima memoria architettonica di quel pezzo di storia, ultimo concreto impeto d’orgoglio di un’avanguardia del popolo sardo, che meriterebbe piuttosto salvaguardia e sa giustìzia si ddu crùxiat a chi oserà toccarlo.

In quel cortile e nel giardino retrostante, di proprietà del Cadeddu, si riunivano da tempo i cospiratori: là si divertivano, discutevano di politica, del predominio in città dei piemontesi, al seguito di Vittorio Emanuele I, costretto in Sardegna dall’occupazione napoleonica e la cui presenza aveva significato un inasprimento delle tasse per i sardi.

Scrive lo Spano nel 1861: “Era questo un predio dell’infelice avvocato Salvatore Cadeddu, il quale l’aveva adornato di sedili e di altre comodità per ricrearsi. Quivi soleva trattenersi quotidianamente nelle ore d’ozio, dove concorrevano gli amici più cari che aveva, e distinti cittadini. All’ombra di due cipressi di morte, che allora vi sorgevano, seduti tutti solevano biasimare gli atti del Governo, e quindi meditavano di farlo crollare. Ma non ebbero effetto, perché fu scoperta la trama, e parte di essi terminarono la vita con supplizj e parte nell’esilio” e lo descrive come luogo di grande fascino per il giardino “ordinato con lusso di opere d’arte”. Cagliari non pativa la siccità che per anni l’ha tormentata grazie anche ai pozzi di quell’area periferica: quello dei Cappuccini profondo trenta metri, la cui acqua, “è buona e molto leggera”. Non meno importanti erano “la bellissima fontana di acqua salmastra di cui si provvede la città” e la “grande cisterna scavata nella roccia” dove già si progettava di aprire l’Orto Botanico.

Nei pressi erano anche is osterieddas, descritte dall’Alziator come “Miserevoli osterie, con stuoie al posto di letti; più tardi abitazioni per le famiglie più povere”.

La parte alta della valle, trasformata in vigneto dai Cadeddu, è oggi l’orto botanico, impiantato nel 1862 per volontà del prof. Giovanni Meloni Baylle, docente di Scienze Naturali presso l’Università cagliaritana, che acquistò il terreno. Esso in alcune parti conserva uno scenario di natura archeologica di epoca punico-romana e ambientale, “grazie” anche al fatto che dopo la congiura, la stessa località, caduta in disgrazia e malfamata, fu trasformata in discarica. Oggi nel piazzale centrale è posta una lapide in ricordo di quel moto.

Il malcontento persistente, si esacerbò durante il viceregno di Carlo Felice, detto Feroce, durato fino al 1806. Dopo il primo periodo di repressione, egli si legò a certi ambienti cagliaritani, dando qualche contentino alla Reale società agraria, agli asili, ai collegi; fece qualcosa per la sanità, erogò borse di studio… Bastò per incantare alcuni ambienti, tra cui proprio quelli che organizzarono la rivolta, vedendo peggiorare la situazione con la presenza del re nell’isola.

Il 1812 fu l’anno della fame e della peste (vaiolo), l’anno in cui la carestia produsse gli effetti più nefasti, come descrisse il futuro duca di Modena Francesco d’Austria-Este. Era il periodo in cui le prefetture cominciavano ad esercitare il proprio controllo e si tentava invano la leva dei sardi. La zecca veniva trasferita in Sardegna e abolito il valore del denaro cartaceo, si coniò quello in argento.

In questo contesto – con un popolo che era già riuscito a liberarsi dal giogo straniero, ma al quale aveva di nuovo ceduto gratuitamente; con i patrioti impiccati ed esposti alle porte delle città o morti in esilio e in prigione, la gente affamata, morente nelle strade, oberata dalle tasse, i posti ai sardi promessi e non concessi – si sviluppò l’idea di un sovvertimento dell’ordine costituito, di un’altra cacciata dei piemontesi, forse definitiva, da parte della famiglia dell’avv. Salvatore Cadeddu, oltre a lui i figli Gaetano e Luigi, il fratello Giovanni, Giuseppe Zedda, docente nella facoltà di Legge, gli avvocati Francesco Garau e Antonio Massa, il sacerdote Antonio Muroni ed altri insigni professionisti di Cagliari. Ma era rappresentato anche il popolo con il conciatore di pelli Raimondo Sorgia, il sarto Giovanni Putzolu, il pescatore Ignazio Fanni e il panettiere Giacomo Floris.

L’insurrezione era prevista per la notte tra il 30 ed 31 ottobre 1812. Si dovevano occupare le porte di Stampace e Villanova, entrare nel quartiere Marina dalla porta di Sant’Agostino, lasciata aperta dai soldati di guardia, complici, per poi espugnare Castello, arrestare Giacomo Pes di Villamarina, comandante militare della città, ed espellere i pubblici funzionari e i cortigiani, che stavano portando la Sardegna alla rovina.

Ma la notizia della cospirazione arrivò all’avvocato del fisco Raimondo Garau che informò il re ed il colonnello Villamarina che allertò i militari ai suoi ordini.

Il fallimento fu dovuto a tradimento, delazioni, indecisioni ed imprudenze; i congiurati furono in gran parte arrestati.

Il panettiere Giacomo Floris fu uno dei primi a rinunciare quando incontrò una pattuglia di piemontesi e così fecero alcuni suoi amici. Il sarto Giovanni Putzolu e alcuni compagni mentre si aggiravano nelle stradine di Stampace furono intercettati dal colonnello Villamarina e Putzolu, vistosi perduto, puntò una pistola contro il comandante, ma i suoi amici gli impedirono di sparare.

Sorgia e Putzolu furono arrestati e impiccati, Salvatore Cadeddu ebbe la stessa sorte qualche mese dopo.

Gaetano Cadeddu, Ignazio Fanni, Zedda e Garau furono condannati a morte in contumacia

Giovanni Cadeddu, e il Massa morirono in carcere scontando la pena dell’ergastolo; Floris e Pasquale Fanni al remo a vita. Gli altri furono esiliati o banditi.

Per il Martini il Cadeddu “Amato come egli era e riverito dai concittadini per la gravezza degli anni, per le cariche onoratamente coperte, non fuvvi uomo d’animo sensitivo che non ne compiangesse l’infortunio, in quel giorno soprattutto che perdette miseramente la vita nelle forche istesse, dove mesi prima l’avevano lasciata Sorgia e Putzolu”. La patria non li condannò, prosegue il Martini, Storia della Sardegna, Cagliari 1852: “… tra l’immensa turba degli avversi al potere dominante, uomini furono nel medio ceto che a novità politiche anelavano, per impeto di buon animo e santo desiderio di sanare i mali della patria”.

(Storia della Sardegna – 26.4.1996) MP

Commenti (8)

… Chiamala, se vuoi, emozione
8 #
noti
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notimetolose@virgilio.it
151.41.173.160
Inviato il 09/01/2013 alle 02:47
La lingua è viva perchè muta come il diritto positivo. Guai se così non fosse.

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7 #
andreapac
andreapac@tiscali.it
37.182.171.39
Inviato il 26/08/2012 alle 20:13
Direi che sarebbe sufficiente andare a Gerusalemme e entrare nella basilica di S.Elena e la rappresentazione diventerebbe un rivivere una pagina triste della storia di una fede che non è stata ancora consumata dal temo. Blasfema l’immagine del nudo femminile dinanzi a una rievocazione tutt’altro che ipocrita. Buona settimana

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6 #
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Inviato il 15/11/2010 alle 01:06
Nelle insurrezioni bisognerebbe coinvolgere o il popolo o essere in pochi fidati. Da una parte diventa un’azione politica importante, dall’altra un atto rivoluzionario d’esempio.
La congiura di palabanda da come la racconti sembra non rientrare in nessuna di queste categorie. Che ne dici?

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3 #
giulia
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giuliapenzo@alice.it
87.9.241.110
Inviato il 06/11/2010 alle 17:50
ma se arrivo a cagliari, vengo accolta con una “mesada de malloreddus e proceddu arrustu?
Mica tanto bene sono accolti gli stranieri lì da voi! 🙂 )

… Chiamala, se vuoi, emozione
2 #
Paola
p.vecchiotti@tiscali.it
159.213.40.5
Inviato il 02/11/2010 alle 15:59
Ciao Angel…non sapevo di questa sommossa…non si finisce mai di imparare…
però a dir il vero a scuola non sono mai stata una appassionata di storia…e solo ora mi mordo le mani per le mie lacune, che difficilmente riesco a colmare…:-(

… Chiamala, se vuoi, emozione
1 #
sally brown
innellama@tiscali.it
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Inviato il 26/10/2010 alle 23:36
eppure lui o n’amico suo disse…”invero è la moneta la miglior musa che rende l’uom poeta”. Mercenari non motivati da ideali? Non ci crediamo oggi e non ci credevano allora. Vinceva chi batteva cassa, e aveva mercenari a iosa da pagare.
I problemi cominciavano quando le casse si svuotavano e i mercenari se la filavano alla spicciolata…eh sì. Son tornata. ole/.)

CHI TI CURRAT SU BUGINU!

Lezioni condivise 43 – Il banditismo di massa

 30 Giu 2010 @ 10:41 PM

Achtung! Bandidos! … E’ toccato pure ai partigiani… Da tempo ormai il disordine costituito denomina “bandito” tutto ciò che gli si oppone, non a torto o a ragione, ma sempre a ragione.

E’ sempre stato così, ma nel passato storico le situazioni erano più limpide, più intelligibili dalle masse popolari, ciò era fondamentale perché esse potevano schierarsi con chi era dalla loro parte.

Non mi pare che questo sia più possibile oggi, anni di politica basata su scandali e corruzione (altro che seconda repubblica… seconda a che?) hanno intorpidito, ipnopedizzato, normalizzato l’opinione pubblica; la gente comune non reagisce più, accetta passivamente qualsiasi cosa si faccia a suo danno, non è più capace di scegliere la sua parte, anche perché non c’è, è vero, ma proprio in queste situazioni nascevano un tempo le grandi mobilitazioni popolari, le sommosse, le rivoluzioni…

Che il regime cazzarocratico non abbia dunque banditi, briganti, sovversivi da combattere, non è un buon segno per la democrazia, la libertà, la giustizia.

Questo non significa che si debba essere clementi nei confronti dei tiranni del passato.

La strategia coloniale di sfruttamento della Sardegna da parte piemontese fu palesemente subdola. I Savoia si insediarono in Sardegna malvolentieri; re servi delle potenze più forti, si videro sottrarre la Sicilia dall’Impero austriaco ed ebbero in cambio, nel 1718, la Sardegna, che cercarono subito di barattare con altri territori del nord.

Ho già fatto cenno al non certo “gentile” dominio catalano-aragonese e spagnolo dei secoli precedenti, ma l’avvento piemontese, quanto ad arroganza, mancanza di tatto e rozzezza, è rimasto senza pari.

Dopo aver tastato il terreno presso le élite cittadine, non certo del popolo, non trovarono di meglio che cercare di amalgamare tutto ciò che era espressione della Sardità (tranne ciò di cui non si resero neanche conto e che per questo abbiamo conservato) al loro modus vivendi, ovviamente fallendo… Vedi questione della politica agricola…

Una volta preso confidenza con i luoghi e con la gente, cercarono anche di creare truppe provinciali organizzate sul modello piemontese, dunque di istituire la leva militare, servendosi per questo dei Consigli comunitativi, organismi locali di governo delle ville (sorta di consigli comunali), da cui erano escluse le classi meno abbienti, i braccianti… Tuttavia, spesso, questi organismi locali non erano affatto succubi e obbedivano malvolentieri, specie dove era ampiamente rappresentato il terzo stato (contadini, artigiani, commercianti)…

Il risultato di questa manovra, decisa dall’oggi al domani, fu il netto rifiuto, la diserzione, la latitanza e dunque l’espansione del fenomeno del “banditismo”, cioè una componente resistenziale al potere costituito; alternativa a questa scelta estrema della latitanza, fu, specie nel 1843, la massiccia richiesta di esonero.

Fallì così il primo tentativo di leva militare in Sardegna e la creazione di truppe provinciali.

Vittorio Emanuele I aveva fatto anche le figurine sul modo di vestire dei soldati, tipo figurine Panini… ma non se ne fece nulla, pare non ci fossero nemmeno le risorse economiche necessarie.

Altra iniziativa dei nuovi padroni fu l’attacco alla nobiltà spagnola, ormai insediatasi da diverse generazioni nell’isola, al fine di limitare la loro “giurisdizione” con la creazione delle Prefetture, strumento capillare di controllo del territorio. Si intendeva compensare la nobiltà concedendo facoltà di elezione nei Consigli comunitativi, esistenti fin dal 1771. I nobili sarebbero stati eletti in liste bloccate, suddivise per classi. Le classi rappresentate erano due, quella media (commercianti, artigiani…) e quella aristocratica (proprietari, nobili). Il quarto stato veniva sempre più escluso con vari pretesti (come il non avere la possibilità di acquistare quanto serviva per fare il consigliere comunale!). In generale gli addetti a lavori manuali servili, erano esclusi dal Consiglio.

E’ vero che i sardi negli anni della rivoluzione lottarono soprattutto contro l’arroganza e lo strapotere feudale, ma l’intervento piemontese non ebbe certo lo scopo di liberare i sardi da quel giogo, ma di accentrare il più possibile il potere nelle mani dei nuovi tiranni…….

Ancora nel 1812 Francesco d’Austria d’Este parlava del popolo sardo come buono e assoggettato e per i sardi, visto come andavano le cose, non era certo un complimento. In tempi di carestia, i cui effetti esplosero drammaticamente solo quell’anno, solo una piccola avanguardia ebbe ancora la forza di reagire con la “congiura di Palabanda”, scoperta per una soffiata e repressa violentemente.

I cattivi raccolti degli anni precedenti culminarono in “s’annu doxi”, l’anno della fame, crebbe il pauperismo delle ville ridotte in miseria dal “grano del re”, la riserva per Cagliari, l’insierro, quello che dovevano versare privandosene loro che non ne avevano neanche per se stessi. Così iniziò lo spopolamento delle campagne e una massa di poveri, di mendicanti, si spostò in città, in parte accolta nel Lazzaretto, presso il convento di San Lucifero. I problemi si moltiplicarono, si diffuse la peste; nacque la questione dei majoli, studenti dell’entroterra che per mantenersi si mettevano al servizio di famiglie benestanti e subivano costantemente il controllo della polizia.

Se, come ho già ricordato, la memoria de “su famini de s’annu doxi” è giunto fino a noi nei modi di dire popolari, questo è più che sufficiente a comprendere il fenomeno del banditismo e lo stato in cui veniva tenuto un Regno, una terra, che se amministrata diversamente da “s’aferra-aferra”, avrebbe potuto cavarsela anche in situazioni d’emergenza. Al re piemontese invece interessava solo mantenere il suo tenore di vita, avere il superfluo anche mentre la gente moriva di fame.

(Storia della Sardegna – 24.4.1996) MP

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