BARBUS: LATINE NON LOQUOR, NO SCIT SU CATALANU!

Lezioni condivise 50 – Origini del brigantaggio storico in Sardegna

Per anni, nemmeno tanto lontani, essere sardo era più o meno sinonimo di “bandito”, soprattutto in certi contesti sociali, e ci si poteva chiedere se “su strangiu” ci percepiva come tali, come in una sorta di auto identificazione psicologica, una colpa collettiva.

L’argomento è stato ampiamente trattato in tutti i tempi e in tutte le salse, dalla prime inchieste utili per una repressione indiscriminata (a monte della quale vi era il fastidio per la nostra Costante Resistenziale), fino ad una esaltazione ingiustificata, salvo per le diverse eccezioni in cui si era costretti alla macchia dall’oppressione e dall’ingiustizia.

L’essere “banditi” era una qualità subita, l’accettazione passiva di un epiteto che ha doppia connotazione: deriva da banda, come brigante da brigata, ma anche da bando, messa al bando con l’emissione e pubblicazione di una grida o di un pregone, a seconda dei quali si potevano avere almeno cinque tipologie di fuorilegge.

Il latitante sfuggiva a “sa giustitzia”, concetto che nel sardo ha un valore semantico altamente negativo che individua chi esercita la funzione repressiva (dalla polizia ai tribunali), tanto è vero che la parola compare in molte espressioni ingiuriose, come “chi ti currat totu sa giustitzia” (che ti insegua tutta la giustizia), “chi ti pregonit sa giustitzia” (che ti sequestri la giustizia) e simili.

Il banditismo è sintomo di profondo disagio sociale e testimonianza di una radicata diversità culturale, è un fenomeno antico che si oppone all’ostinato ricorso a mezzi violenti da parte delle classi dominanti per reprimere il malcontento popolare. Esso non è il risultato di una situazione di povertà individuale, ma di un malessere economico strutturale; mai diventa organizzazione stabile, il suo carattere è estemporaneo, benché persistente. Non è genericamente rurale, né contadino, ma ha una prevalente caratterizzazione pastorale, dunque non è conseguente alla miseria. Il bandito non è un povero, ma una precisa figura sociale di quel mondo.

Il banditismo storico è un fenomeno complesso, non riducibile alla stregua di delinquenza comune o di ribellismo popolare, è a tratti parapolitico, ha interessato diversi ceti sociali, legami fra signori e banditi, realtà urbane e rurali, valori morali e sentimenti che vanno oltre la semplice protesta sociale.

Era di fatto legittimato a esistere dalla strafottenza del potere, da iniquità, privilegi nobiliari, militari e clericali, dal sistema corporativo borghese, dalla burocrazia.

Gli stessi feudatari si servirono della figura del bandito per osteggiare lo stato, in una sorta di interazione utilitaristica.

In questa antica e travagliata vicenda si sono formati codici comportamentali di importanza storica, quanto desueti e ingiustificabili se riproposti oggi: come la balentìa, il furto, l’abigeato, nati un una società a vocazione “libertaria” dove la proprietà era misconosciuta e legittimo impossessarsi del necessario per sopravvivere.

Quando questi atti assumono una valenza diversa, come l’intenzione di procurar danno o vendetta, siamo già in una sfera che richiede un’emancipazione storica, perciò la non tollerabilità odierna di codici di epoca nuragica…

Se dunque è legittima la ricerca e la contestualizzazione storica e sociologica di questi fenomeni, è certo ingiustificato esaltarli; come è bene precisare che la vendetta (atto primordiale persistente in alcune realtà) o una certa spietatezza, hanno poco a che fare con il brigantaggio/banditismo romantico e rivoluzionario, che ha una sua etica.

La repressione della delinquenza in Sardegna, sempre perpetrata con brutalità e violenza, ha aggravato il contrasto tra civiltà dominante e civiltà subalterna. Si tratta di una storia millenaria strettamente legata alle condizioni di vita, ai costumi e alle tradizioni, specie dei barbaricini, al loro culto della libertà primitiva e al loro codice di vita, consacrato dal tempo e spesso contrastante con l’ordinamento giuridico dello stato moderno.

É il conflitto tra una comunità pastorale che vive con proprie regole e uno stato di colonizzatori che vuole imporre le sue leggi: “Furat chi benit de su mare” (chi ruba viene dal mare) si diceva già al tempo dei Cartaginesi.

Nella sua connotazione insurrezionale e resistenziale il banditismo, nato e diffuso in tutta la Sardegna, si è ristretto in particolare nella Barbagia (distinguiamo quella di Belvì, di Seulo e di Ollolai, del Nuorese, del Mandrolisai e territori limitrofi – area del Gennargentu), dal latino “barbaria”, così i romani chiamavano chi resisteva alla colonizzazione; mentre il termine “barbus” designava chi non parlava latino.

Fin dal Trecento è intervenuta in Sardegna la Carta de logu, in modo innovativo senza precedenti per un Codice legislativo di quel periodo, basti citare la tutela della donna.

I villaggi avevano allora un’organizzazione comunitaria che assegnava ai cittadini bisognosi e al contempo volonterosi i terreni comuni de su “viddazoni” perché li coltivassero; nello stesso tempo i territori montani erano nella disponibilità dei pastori, senza aggravi particolari, e la pastorizia poteva essere stanziale, non più transumante.

Quando fu imposto e applicato il sistema feudale, estraneo alle consuetudini sarde, crebbe la tensione, sfociando spesso in aperte rivolte.

La nuova stagione del banditismo di massa ebbe inizio con la perdita dell’indipendenza per mano degli aragonesi. Il ruolo economico della Sardegna nella Corona d’Aragona fu marginale; la crisi del seicento, epoca in cui il banditismo isolano conobbe una fase di recrudescenza. avrebbe dato il colpo di grazia.

Altri disagi si produssero con l’espulsione degli ebrei (1492). Dall’isola ne furono espulsi circa cinquemila.

C’erano poi gli ex schiavi liberati, denominati moros, originari in prevalenza dell’Africa o del Medio oriente. A Cagliari la maggior parte di essi andò ad abitare nel quartiere prospiciente il porto, Lapola, oggi Marina.

Un altro gruppo non autoctono era rappresentato da gruppi Romanì (comunemente detti zingari), una popolazione che per la propria peculiarità etnica, per l’organizzazione sociale e lo stile di vita, racchiudeva in sé caratteristiche tali da apparire come marginale e indesiderabile agli occhi delle autorità pubbliche. Ciò non precluse però un parziale inserimento o comunque l’intrattenimento di scambi e relazioni col resto della società.

La loro presenza in Sardegna è attestata documentalmente dalla seconda metà del Cinquecento, durante la lunga fase di dominio iberico.

Nel Settecento, in conseguenza delle operazioni militari, degli arresti e delle condanne che caratterizzarono il governo sabaudo, si determinò una concentrazione di banditi nella zona settentrionale dell’isola dalla quale era più facile raggiungere la Corsica. Infatti quando la stagione estiva rendeva più difficile il movimento delle truppe, i fuorilegge ritornavano da quell’isola per ricominciare la vita criminosa.

Furono emanati pregoni singolari, come quello che vietava di portar la barba di oltre un mese, per rendere facile il riconoscimento del volto.

In questo periodo la voglia di affrancarsi dallo sfruttamento feudale portò molti villaggi ad essere solidali con i banditi, subendo per questo spedizioni punitive governative. Per spezzare queste alleanze furono nominati dei commissari tra i ceti emergenti, anche allo scopo di insinuare nelle comunità nuclei filogovernativi; ruolo analogo ebbero le Compagnie barracellari… Fu questo “partito” che nel 1847 vendette la statualità sarda ai Savoia.

L’avvento della monocoltura granaria che si caratterizzò come evento economico di natura strutturale, può essere considerato uno dei principali fattori di destabilizzazione sociale nell’isola.

I contadini sardi, peraltro, si trovarono a dover far fronte alle richieste pressanti (insierro) della città e delle sue magistrature, ma erano anche costretti a subire ogni sorta di abusi da parte dei feudatari locali.

Tale situazione diede luogo a spostamenti massicci di popolazione che abbandonò i propri villaggi per la città per sfuggire alla miseria. Il vagabondo di stanza in città veniva considerato socialmente pericoloso. In tutta Europa vagabondaggio e banditismo venivano associati e considerati alla stessa stregua. I contadini impoveriti andavano ad ingrossare le file dei vagabondi cittadini, mentre a rimpinguare il numero dei bandeados e foraxidos erano, come già detto, individui appartenenti al mondo pastorale.

Lungo le strade isolane divenne particolarmente diffusa la rapina a mano armata ad opera dei cosiddetti saltadors de camin.

In seguito all’Editto delle chiudende, che nel 1820 favorì i grandi proprietari e principales, il malcontento sfociò in violente manifestazioni popolari, raggiungendo il suo apice con i moti di Nuoro del 26 aprile 1868, noti come “torramus a su connotu” (torniamo al conosciuto). Il popolo, inferocito, incendiò il municipio di Nuoro, rivendicando il ripristino del tradizionale sfruttamento comune dei terreni.

Sa bardana. Fino alla fine dell’Ottocento, i banditi sardi praticavano la cosiddetta “bardana” o razzia, che era un gravissimo atto di brigantaggio pressoché esclusivo della Sardegna.

Su bardaneri assumeva salariati per compiere furti o espropri contro i paesi della pianura, i quali venivano invasi ad opera di alcune decine di banditi a cavallo che scendevano per l’occasione dalle montagne e mettevano a ferro e fuoco il centro abitato.

Questo reato era possibile per l’assoluta assenza delle istituzioni e la mancanza di qualsiasi salvaguardia per la popolazione civile. Lo strapotere dei banditi era forte e riconosciuto anche dai benestanti, e i pochi carabinieri qua e là presenti potevano fare ben poco.

Particolarmente attivi in questa attività erano gli abitanti di Orgosolo (da qui la fama!) che per il resto, avevano un normale mestiere e conducevano una vita pacifica.

Anche is bardaneris non costituivano una associazione a delinquere o “banda” stabile, ma soltanto a carattere occasionale. Compiuta la bardana tornavano alla loro normale attività.

All’inizio del Novecento le bardane furono sostituite, stante la maggiore presenza dello stato, con gli assalti alle auto e alle corriere.

Sa bardana” nella cultura popolare contribuisce a conservare un certo aspetto romantico del bandito, che ruba ai ricchi come atto di giustizia sociale.

Il ruolo della donna è fondamentale in Sardegna, è spesso principale attrice di quanto accade in tutti i campi. Caratterialmente dominante e orgogliosa, ha avuto un ruolo diretto anche in quanto banditessa (vedi In nome della madre. Ipotesi sul matriarcato barbaricino, Maria Pitzalis Acciaro, Feltrinelli Economica, 1978).

Ciò è ancora più evidente nella comunità barbaricina, dove le attività produttive tengono lontano da casa gli uomini e la donna è mere de domo e direi, anche di foras de domo.

Essa, austera nella sua dignità e sicurezza, ha acquisito coraggio, ingegnosità e fantasia a tutti i livelli, compresi i grandi eventi della vita.

L’importanza del ruolo della donna sarda è testimoniata dal fatto che porta il suo contributo nel formare una nuova famiglia, a lei spetta l’arredo domestico e il corredo, al marito la casa. E prima di prendere una decisione l’uomo dice: “Depu pregontai a sa meri” (devo chiedere alla padrona).

La prima “banditessa” entrata nella leggenda è Lucia Delitala di Nulvi, attiva nella prima metà del Settecento, una donna sarda d’altri tempi, emancipata, forte dei suoi ideali, decisa, indipendente, non si sposò per non dipendere da un uomo. Scontò due anni di prigione,.

La tradizione popolare la ricorda come amazzone dal fascino straordinario, bel sorriso, grande coraggio, abile nei combattimenti a cavallo e amante della vita e della libertà. Il suo volto diveniva accigliato e duro solo quando doveva affrontare una battaglia.

Condannata a quindici anni in contumacia dopo la rivolta di Chiaramonti, da latitante, capeggiò con Giovanni Fais e sua moglie, Chiara Unani, una banda di sprezzanti guerriglieri che contrastava l’autorità Piemontese. Lei era sempre in prima linea con la sua “spericolata irruenza” (Fresi, 2005). Probabilmente morì tra il 1755 e il 1767.

A contenderle la fama, Maria Antonia Serra Sanna, detta “sa reina” visse a Nuoro a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Sorella di due grandi banditi. Quando in paese la si incrociava per le strade, molte persone s’inchinavano. Incedeva altera, si diceva fosse lei l’ispiratrice delle imprese familiari.

Ricordiamo anche Giuseppa Lunesu, arrestata nel 1899. Intelligentissima, scaltra, ambiziosa, di famiglia benestante, diplomata alla Regia Scuola Normale Femminile, “con due occhi scuri, che t’incantavano ma nello stesso tempo ti impaurivano”.

Eufrasia Lovicu, madre di due banditi di Orgosolo con i quali condivise diciassette anni di latitanza nel Supramonte.

Paska Devaddis, povera fanciulla di Orgosolo, gracile e malata fu la mitica “reina di Orgosolo e de bandidos sorre e sentinella”.

Il brigantaggio storico che portò i sardi a combattere contro chiunque ne occupasse il territorio, svanì sul finire dell’ottocento, tuttavia Eric J. Hobsbawm nel 1969 in I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna, afferma “L’ultimo bandito sociale europeo si trova ancora sugli altopiani dell’isola” e quell’isola è la Sardegna.

Link di approfondimento:
Ottava di anomimo…Un bandito alla macchia
Carta de logu 1  2  3
Il codice della vendetta barbaricina

(Storia della Sardegna – 3.5.1996) MP

Commenti (5)

Barbus: latine non loquor, no scit su catalanu!
5 #
Dubai
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Inviato il 08/11/2012 alle 01:55
This is a topic which is near to my heart… Thank you!

Barbus: latine non loquor, no scit su catalanu!
4 #
Report
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Inviato il 13/05/2012 alle 10:53
Well written!

Barbus: latine non loquor, no scit su catalanu!
3 #
ivy
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Inviato il 09/03/2011 alle 13:00
beh il brigantaggio in sardegna era tutto particolare… vincolato da comportamenti d’onore persino… sarà una lezione interessante

Barbus: latine non loquor, no scit su catalanu!
2 #
giulia
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Inviato il 01/03/2011 alle 09:44
Caro amico,
chi ruba per fame non è per me un brigante. Aspetto la tua traduzione.
un salutone di passaggio

Barbus: latine non loquor, no scit su catalanu!
1 #
ivy phoenix
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109.113.144.116
Inviato il 24/02/2011 alle 22:16
sto leggendo un mattone sul Savonarola… bello ma fin troppo storico avrei preferito più spazio alla filosofia. Non mi convince come personaggio, troppo pieno di sè… però sono appena a metà libro… poi vediamo.

ALTRI CAIMANI…

Lezioni condivise 49 – Res perditas, ante et post

31 Gen 2011 @ 11:28 PM

“Il Principe” di Machiavelli si formò grazie ad anni di esperienza del Segretario fiorentino presso lo stato toscano e di partecipazione ad ambascerie in giro per l’Europa, come una sorta di compendio delle sue relazioni politiche, nel momento in cui, caduto in disgrazia, fece di tutto per essere accolto nuovamente alla corte dei Medici e spinto da questa necessità lo scrisse di getto nel 1513.

L’opera pone problemi di vario genere, morali ma anche letterari, di cui si è discusso per anni, giungendo alle soluzioni più estreme e varie: è un testo meramente politico? è provocatorio al punto di essere paradossale? è condiviso fino in fondo dall’autore? Se ne continueranno a dire tante, anche di clamorose, ma al di là della cronaca, della curiosità letteraria, delle ipotesi, resta un testo che per diversi secoli ha influenzato il cinismo di molti governanti, questo è quello che conta, perciò ribadisco il duro giudizio già espresso. E’ un testo aberrante che ha ispirato feroci dittature e poco conta se Machiavelli lo volesse o no. Nell’Inferno Dantesco avrebbe trovato posto tra i consiglieri fraudolenti e come punizione potrebbe apparire anche mite, visto che l’effetto del fine che giustifica i mezzi è stato disastroso e generalizzato, non episodico e ancora oggi tiene banco presso certi governi più o meno autoritari.

Non c’è fine che giustifichi il crimine, perché non sarebbe comunque buono, giacché la verità è che i mezzi prefigurano i fini, e se sono criminali gli uni, lo saranno anche gli altri.

Soddisfiamo però la nostra curiosità, teniamo conto dei tempi, ma non giustifichiamo tutto con essi, giacché tra quattrocento e cinquecento abbiamo avuto figure ben diverse da Cesare Borgia e suo padre, papa Alessandro VI… basti pensare a Botticelli, Brunelleschi, Michelangelo, Leonardo, Ariosto, Shakespeare, Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Savonarola, Galileo, Colombo…

Ante res perditas.

Dalla pace di Lodi del 1454 fino alla fine del secolo gli stati italiani stettero in pace e Lorenzo de’ Medici, il Magnifico, fu considerato l’artefice di questo equilibrio. Quel periodo venne considerato il migliore dai tempi della Repubblica Romana, i principi poterono dedicarsi all’edonismo e si ebbe una fioritura culturale maggiore rispetto al resto dell’Europa.

La figura del principe italiano era quella di un bravo burocrate, intellettuale, mondano, in ozio… I governi italiani si cullarono su questo periodo di pace e quando nel 1494 Carlo VIII di Francia scese in Italia, nessuno riuscì ad opporre resistenza e lui poté fare quello che volle fino al regno di Napoli, suo obiettivo.

Dopo la morte del Magnifico fu Savonarola a dire che Firenze era corrotta e Machiavelli successivamente fu dello stesso parere. La sua analisi spaziava oltre Firenze, tutti gli stati italiani erano corrotti. Essi non avevano seguito il processo europeo di formazione dei grandi stati unitari, come Spagna e Francia, ed egli riteneva che anche l’Italia avesse dovuto seguire quella strada.

Anche Guicciardini, con il quale Machiavelli ebbe un’intensa corrispondenza parlò del tempo di Lorenzo il Magnifico in termini entusiastici, mentre fu molto pessimista e sconfortato in seguito alla discesa di Carlo VIII. Lo esplicitò con l’immagine del vecchio in un periodo di buon raccolto.

Ne L’arte della guerra (antologia) Machiavelli mise in evidenza la pusillanimità dei principi italiani (1519), dunque a suo modo di vedere il periodo di pace li aveva fiaccati, indeboliti, resi vulnerabili al primo che avesse invaso i loro territori.

Qualche tempo dopo l’uscita di scena di Savonarola iniziò l’avventura di segretario fiorentino del Machiavelli.

Nel Ritratto di cose di Francia tratta delle quattro visite che vi fece. Notò un complesso di superiorità dei fiorentini, anche sui francesi, considerati barbari. Lui non aveva questo atteggiamento. Si recò in Francia per capire quello stato.

Il primo viaggio, Luglio – Dicembre 1500, sei lunghi mesi, verté sulla questione pisana; doveva ottenere aiuti militari da Luigi XII, benché fosse scettico sull’efficacia degli aiuti esterni. Essendo la corte francese itinerante, visitò gran parte della Francia. Cercò di cogliere diversi aspetti della vita e del carattere dei francesi.

Il secondo viaggio avvenne nel 1504 e durò tre mesi, fu la Francia allora a cercare l’appoggio politico di Firenze contro gli spagnoli, nel napoletano.

Il terzo, giugno – luglio 1510, servì per avere notizie su un eventuale attacco di Pisa, di nuovo in subbuglio contro Firenze.

L’ultimo viaggio, del settembre 1511, tendeva ad ottenere che Luigi XII non tenesse un concilio scismatico a Pisa contro Giulio II.

E’ del 1503, Parole da dirle sopra la provisione del danaio (in una situazione di deficit) rivolto alla Signoria fiorentina. Machiavelli riferisce che quando Costantinopoli fu presa dai Turchi, avendo l’imperatore previsto la sua ruina, chiamò in aiuto i cittadini per la difesa e loro che lo avevano poco stimato non vollero donare denaro e solo quando sentirono l’esercito nemico alle mura corsero piangendo dall’imperatore, potando denaro e altro, e lui li cacciò, in quanto ormai era tardi.

Ma, osserva Machiavelli notando l’indisponibilità a sacrificarsi per il bene comune, non è necessario andare in Grecia per avere tali esempi, basta stare in Firenze.

Post res perditas.

Nel 1512 con la caduta di Pier Soderini e il ritorno dei Medici, Machiavelli venne rimosso dal suo incarico e confinato.

Intorno al 1513 Machiavelli iniziò a scrivere Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, dedicata ad esponenti degli Orti Oricellari di Firenze, luogo ove si riunivano giovani aristocratici per parlare di politica e cultura. Dell’opera Ab Urbe condita libri, ovvero (Storia di Roma dalla fondazione) dello storico Romano Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) è pervenuta a noi solo la parte su cui si cimenta il nostro, con riflessioni e note tendenti a trarre insegnamenti dalla storia di Roma antica.

I Discorsi sono divisi in tre libri: politica interna, estera, i grandi di Roma.

La sua stesura fu interrotta per la scrittura de “Il Principe” e ripresa nel 1518/21, fu dunque frutto di grande elaborazione con pubblicazione postuma, mentre il principe fu scritto di getto. Lo dice lo stesso Machiavelli nei Discorsi: trattava di stato e di religione e si pose il problema di come si potesse tenere uno stato libero nelle città corrotte o fondarvelo.

Si tratta di una domanda ardua, ma egli con il pessimismo della ragione, riteneva si dovesse comunque combattere come Ettore che morì contro Achille per difendere Troia:

E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane.
(Dei sepolcri, Ugo Foscolo)

…E riteneva che il tentativo si dovesse fare con uno stato regio, non verso uno stato popolare o repubblicano. Perché i popoli che non si lasciano correggere dalle leggi, a causa dell’ozio del tempo di pace, devono essere guidati dall’attività regia, anche con il “giogo intorno al collo” (sic!).

A voler essere buoni Machiavelli era meglio non tenerlo in ozio, maturava cattivi pensieri, forse beveva troppo e leggeva poeti deprimenti e recidivi, che alle elementari ci impaurivano più di Momoti

Dunque propose la dittatura del Principe, anche dura, che fosse volpe e leone… e passò a scrivere Il Principe: dovevano averlo fatto incazzare parecchio, difficile trovare attenuanti.

Il problema è che in tutti i tempi, anche oggi, qualche governante sui generis, tenta di applicare anche parzialmente le teorie di Machiavelli, se si è sfortunati ci si ritrova un Mussolini, se uno è asino, il risultato è più raffazzonato e ci si sorbisce un Berlusconi.

(Letteratura italiana – 3.5.1996) MP

Commenti (8)

Altri caimani…
8 #
giulia
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87.2.244.210
Inviato il 21/02/2011 alle 21:08
Ah, qui mi viene in aiuto Kant, col suo secondo imperativo categorico: agisci in modo da trattare l’uomo come fine, mai come mezzo.
Allora un uomo non potrà mai utilizzare un altro uomo per i suoi fini, nemmeno quelli più “alti”.
Purtroppo sappiamo che la storia ci narra di manipolazioni, di strumentalizzazioni e sacrifici umani ed esistono ancora “principi” che si credono al di sopra degli altri.
Anche adesso è in atto un genocidio e si paventa la possibilità di un ritorno del fondamentalismo islamico. Ma la nostra cecità è colpevole, siamo stati in silenzio mentre dinnanzi a noi sfilavano le bande e le veline pronte ad immolarsi per il sultano di turno, pur conoscendo la situazione dittatoriale in quei paesi.

Altri caimani…
7 #
sally brown
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79.8.91.44
Inviato il 20/02/2011 alle 18:55
che il popolo sia l’ asino da guidare è opinione un bel po’ diffusa soprattutto durante i secoli che precedono il ’900. Il problema è che ci governa viene fuori da quello stesso popolo e ovviamente lo stesso strumento assume usi diversi a seconda della mano e del pensiero di chi lo usa.
ole/.)

Altri caimani…
6 #
demoskaidemos
frondeverdi.myblog.it
ariosto2000@tiscali.it
87.2.214.237
Inviato il 14/02/2011 alle 14:24
E’ la prima volta che vengo sul tuo blog, navigando non ero ancora entrato nel tuo porto.
Mi è piaciuto questo tuo post, in ogni caso perché affronta un argomento che a ogni cattolico adulto e che voglia essere adulto, responsabile e coerente, deve stare a cuore. Purtroppo una parte , ahimè quella che più conta, della gerarchia cattolica sembra impegnata a giungere in ritardo e ad apparire ottusa.
Auguri per il tuo blog, spero proprio che in molti vengano a visitarlo: lo merita.
Ciao buona settimana e buon lavoro.

Altri caimani…
5 #
sally brown
innellama@tiscali.it
79.13.197.82
Inviato il 11/02/2011 alle 18:51
s’assomigliano. hai notato?
guarda…guarda…lo stesso naso!!
hai notato?
sono tornata. su tiscali e su google
ole/.)

Altri caimani…
4 #
ivy phoenix
edera.fenice@tiscali.it
109.113.188.63
Inviato il 07/02/2011 alle 18:43
non sono per nulla d’accordo.
bagnasco ha parlato bene ma anche troppo…
il papa se si fosse intromesso mi sarebbero cascate le braccia ma ha dimostrato di essere superiore. perchè dare importanza alla vita private di una persona simile? perchè è il presidente del consiglio? non è che dio guarda alle persone… non esistono titoli ma anime…
quindi meglio rivolversi in generale e non dare più importanza ad un’anima secondo l’ottica dell’importanza umana.

Altri caimani…
3 #
emma
chidicedonna.myblog.it
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87.0.32.51
Inviato il 03/02/2011 alle 00:15
http://gazzettino.it/articolo.php?id=137182&sez=NORDEST

Altri caimani…
2 #
emma
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.5.226.252
Inviato il 02/02/2011 alle 16:48
Che dire. Problema tutto vostro, quello della giustizia all’interno della Chiesa. Diciamo che un intervento papale su tale questione risulterebbe d’intromissione, quindi è stato ben accolto un richiamo all’art. 54 da parte del Cardinal Bagnasco, anche se poi ha punzecchiato la magistratura, colpevole di uno spreco ingente di forze (non ricordo le precise parole).
Bisogna poi ammettere che voci si sono levate da parte di tanti fedeli. Te ne cito una che è stata anche letta durante la trasmissione “L’infedele” di Suor Giaretta. Ti lascio un link che ho trovato in rete.
http://www.filomenainrete.com/?p=851

Altri caimani…
1 #
po-lent
polent@lip.it
87.2.241.211
Inviato il 26/01/2011 alle 13:50
Seeeee, tutto leggero in sardegna! Come la mettiamo allora col pecorino?

UN GUAIO VOLER FARE GL’ITALIANI COME S’È FATTA L’ITALIA!

Lezioni condivise 48 – Dottrina della statualità

31 Dic 2010 @ 8:54 PM

Non so ancora se in polemica o in omaggio, il prof si impegnò in un affondo sulla sua teoria madre della “statualità” alla vigilia di una conferenza a Cagliari del crociano Peppino Galasso… Per associazione il mio pensiero volò a Napoli, dove ho conosciuto e sono stato ospite di alcuni nipoti del Croce; è curioso, ma è esistita la possibilità di appartenere a etiche relativamente diverse e militare nello stesso partito…

Diciamo subito che il comune concetto di Stato mi fa storcere il naso, come patria, tricolore e simili, come pure il fatto che una certa “sinistra”, seppur moderata, si stia impossessando di questi concetti retrivi. Tuttavia dal punto di vista storico-metodologico, la dottrina della statualità ha la sua importanza e la ha soprattutto per il caso Sardegna, una volta chiarito che il Regno di Sardegna, paradossalmente se vogliamo, fu una disdetta soprattutto per i sardi (e intendo dire i sardi dell’isola)…

Bisogna ammettere che l’unica rivalsa che ci concede questa teoria è molto aleatoria e poco concreta, tuttavia è bene che almeno si chiamino le cose con il loro nome e che la Storia abbia almeno alcune evidenti certezze e non sia tutto distorto da certa storiografia di comodo.

Se uno storico oggi dovesse trattare del territorio, che so, di Prussia o Aragona, prima della loro annessione agli stati attuali (Polonia, Russia, Germania, Spagna), si riferirebbe ad essi con il nome dello stato esistente nel periodo storico preso in esame, es. Regno di Prussia, Regno d’Aragona… Appare abbastanza inspiegabile perché, anche per alcuni storici, ciò non avvenga nel caso del Regno di Sardegna, esatta denominazione dell’attuale stato italiano per il periodo precedente al 1861. Vengono inventati inesistenti Regno di Sardegna e Piemonte, Regno di Savoia, Regno di Piemonte e via dicendo, attribuendo il titolo di Regno a ex-principati, o ducati… creando così solo confusione anche tra i discenti, che non distingueranno tra geografia fisica e politica, tra storia dei territori regionali e storia statuale (che parte dall’origine dello stato). [1]

Questa situazione ovviamente comporta l’oscuramento di una parte importante della storia, forse di una storia scomoda ed è dovuta in primo luogo alla villania dei fruitori italioti del titolo di Re di Sardegna, i Savoia (gli spagnoli in precedenza non si erano dimostrati così ignoranti) e i loro più servili seguaci piemontesi… E se per diventare Re hanno dovuto attendere di avere il Regno di Sardegna, i loro sudditi, prima del 1861, non potevano certo chiamarsi italiani, ma erano cittadini sardi (non esisteva alcuno stato italiano), anche se i veri sardi erano oppressi da chi ne usava il loro nome.

D’altra parte non si potrà mai dire che lo stato italiano nato nel 1861, fosse o sia un’unica nazione. Cosa avevano in comune gli allora cittadini del Regno di Sardegna, quelli dello Stato Pontificio e del Regno delle due Sicilie? Poco o nulla. Lo testimonia la famosa frase del D’Azeglio… e non so se fosse nelle sue intenzioni “fare gli italiani” come si era fatta l’Italia, tuttavia lo si tentò di fare coercitivamente, specie durante il fascismo, ma anche nei primi anni del secondo dopoguerra. Oggi la divaricazione è evidentemente in crescita ed è giusto che ogni popolo abbia diritto ad esistere e conservare la propria storia, lingua, folklore, tradizioni, letteratura, arte, religione, e via dicendo, anche all’interno di uno stesso stato, come è normale che sia.

L’Italia non è mai stata diversa dalla Jugoslavia, a parti inverse la loro drammatica vicenda sarebbe avvenuta qui e loro sarebbero ancora uniti, protetti dalla pax amerikana, che invece grava su di noi.

Insomma non si confonda il concetto di nazione con quello di stato: uno stato può essere composto da più nazioni, la morte di uno stato non è anche morte delle nazioni che lo compongono, lo stato si forma con una firma, una nazione in diversi secoli.

Così Mazzini era sardo, Colombo genovese, Dante toscano e così via. Così la Storia patria insegnata nello stato italiano dopo l’unità è falsa, in quanto fa passare la Storia dell’Italia (penisola) per Storia d’Italia (Stato).

La Storia falsa, insegnata per oltre un secolo nelle scuole dello stato italiano, spaccia i Balilla e i Masaniello per Italiani, come pure i vespri siciliani, Francesco Ferrucci e Muzio Scevola e chi più ne ha… guarda caso tace unicamente sull’unico territorio, la Sardegna, dal cui Regno ha tratto origine statualmente, come se l’origine non fosse gradita e si volesse occultare, almeno nei limiti del possibile.

Ho già trattato delle origini del regno di Sardegna, cui rinvio e di cui paradossalmente noi sardi non siamo certo orgogliosi, un’invenzione di Bonifax, sancita a Bonaria (Cagliari) il 19 giugno 1324 per tener buoni gli aragonesi dopo le vicende successive ai vespri siciliani.

Fino alla “perfetta fusione” del 1847 il Regno di Sardegna era una unione di stati che conservavano la propria autonomia (il regno, i principati, i ducati, le signorie), da allora divenne uno stato unitario che con legge 17 marzo 1861 n. 4671, cambiò semplicemente denominazione, tanto è vero che la firma reca “Vittorio Emanuele II Re di Sardegna…”. Non vi fu insomma alcuna costituzione ex novo di una entità politica statale.

I fondamenti della mentalità giuridica risalgono al XII secolo, sono stati elaborati con la fondazione delle prime università e sono alla base del pensiero giuridico moderno. Il diritto si pone anche come certezza e giustizia di fronte ai conflitti tra interessi e valori contrastanti, compito del diritto, infatti, è di razionalizzare i rapporti giuridici.

Lo Stato è un’entità giuridica composta da uno o più popoli stanziati in un territorio e legati fra loro da un vincolo giuridico originario. Può essere sovrano (non recognoscens superiorem) o non sovrano, se dipende istituzionalmente da un altro stato; perfetto (se ha summa potestas) o imperfetto; superindividuale (o subiettivo), in quanto appartiene al popolo o patrimoniale (nel medioevo era spesso di proprietà del sovrano).

Ogni stato ha un nome proprio che ne specifica il titolo (regno, repubblica…). Titolo e nome possono cambiare senza che cambi lo stato.

Secondo Machiavelli per esserci Stato occorrono i tre poteri statali superiori:
a) l’organismo che formuli le leggi di convivenza (cioè il Parlamento);
b) l’organismo che le attui (il Governo);
c) l’organismo giudiziario che le faccia rispettare (la Magistratura).

Le unioni fra Stati si possono schematizzare così:
– unioni semplici (ad esempio, le alleanze, le unioni di protettorato e di tutela), sono unioni istituzionali generali o particolari a seconda che siano più o meno aperte;
– unioni reali, per un trattato fra gli Stati o con carattere di originarietà, con una identica persona fisica preposta all’ufficio di capo dello stato e una serie di interessi comuni agli stati membri (come fu per la Corona d’Aragona)[2];
– confederazioni, unioni di diritto internazionale fra un gruppo di Stati confinanti che non rinunciano all’esercizio dei propri diritti sovrani;
– stato federale, composto da più stati, i quali nel loro insieme costituiscono una corporazione paritaria. Gli stati membri hanno reciproca uguaglianza, ma non la summa potestas, cosicché le relazioni con l’estero sono gestite dallo stato federale.

Se lo Stato è un concetto politico, la Nazione è un concetto culturale. Vi sono stati con all’interno più nazioni e nazioni che occupano stati diversi.

La “Dottrina della Statualità” è un metodo di lettura della storia che rivisita i fatti (res gestae) e l’interpretazione dei fatti del passato (historia rerum gestarum) diacronicamente e sincronicamente, riferendoli non alla geografia fisica (isola, penisola, continente) com’è uso corrente, ma ad uno stato, sia o non sia con diversi titoli e nomi, senza mai abbandonarlo nel racconto storico.

In base a essa la Storia di Sardegna dovrebbe spaziare dai Fenici (IX-VIII secolo prima di Cristo) ad oggi, suddividendo la storia sarda in tre periodi:
– il periodo provinciale antico, di valore squisitamente scientifico;
– il periodo statuale giudicale, di valore soprattutto accademico;
– il periodo statuale regnicolo, di valore politico assoluto.

Bibliografia:
F.C. Casula, La terza via della storia. Il caso Italia, Ets, Pisa 1997
Giusepe Galasso, Croce, Gramsci ed altri storici, Il Saggiatore, Milano 1969
Balladore Pallieri, Diritto costituzionale, Giuffrè, Milano 1976

Note:
[1] Se si vuole un’anomalia la si trova, ad esempio, nel potere temporale della chiesa nei vari secoli, tenuto conto anche dei vari scismi e antipapi, cito ad esempio il caso di Benedetto XIII (Pedro Martinez de Luna, cardinale spagnolo) & co., scisma di occidente, ad Avignone.
[2] Chiarezza bisognerebbe fare anche sull’organizzazione degli stati. Molte cariche a volte vengono indicate con appellativi molto differenti. Ad es. Locu tenes (da cui luogotenente, sostituto), equivale anche a vicerè, procuratore, alternos o governatore generale (distinto ad un certo punto in Sardegna tra Governatore del capo di sotto o di sopra, a causa dell’antica separazione dai territori tra Arborea e Doria).
Il Maggiordomo era invece chi comandava nel palazzo e si occupava della proprietà. Figura importante perché in alcuni casi è diventato Re (Carlo Martello).

(Storia Medievale – 26.4.1996) MP

Commenti (8)

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
8 #
jane
jane@libero.it
82.54.243.69
Inviato il 23/01/2011 alle 01:05
Onorata di essere sarda!
Hai ragione, i discenti poco ne sanno, di perfetta fusione, della Sardegna…, ma anche delle altre regioni d’Italia, se è per questo. A me la storia è stata insegnata come fosse un passaggio di corone tra un re ad un altro e un susseguirsi di papi.
Sulla situazione dei popoli i libri di storia fanno brevi accenni.
Sulla conservazione della propria lingua, della propria cultura e valorizzazione della propria storia, sono d’accordo ma per il resto che senso ha uno spezzettamento in tanti piccoli staterelli. o hai in mente proprio l’America?

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
7 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
82.60.182.56
Inviato il 21/01/2011 alle 18:08
Un passaggio per un saluto, giulia

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
6 #
ivy phoenix
edera.fenice@tiscali.it
109.113.55.197
Inviato il 12/01/2011 alle 19:15
e non sparire…. adesso…

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
5 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
82.61.36.208
Inviato il 05/01/2011 alle 16:34
BUON ANNO!!!
(il mio è venuto fuori più bello con tutti i fuochi d’artificio intorno…) 😉 )

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
4 #
ivy
donotpanichereiam.blog.tiscali.it
hederaphoenix@gmail.com
79.41.235.229
Inviato il 02/01/2011 alle 17:13
buon anno!

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
3 #
albix
albixpoeti.blog.tiscali.it
studio.basile@tiscali.it
78.15.190.245
Inviato il 01/01/2011 alle 09:09
Auguri anche a te! Albix

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
2 #
Nenet
tuttinsieme.blog.tiscali.it
etere@tiscali.it
79.3.89.141
Inviato il 01/01/2011 alle 02:33
Auguri Angel! 🙂

Un guaio voler fare gl’italiani come s’è fatta l’Italia!
1 #
giampaolo
bresciani.giampaolo@tiscali.it
217.203.180.2
Inviato il 24/12/2010 alle 13:16
Ti auguro un felice Natale e che il nuovo anno ti porti cio che piu’ desideri.ciao.giampaolo

LE ROI VÊTU AU TEMPS DU WIKILEAKS

Lezioni condivise 47 – Modelli del Guillaume d’Angleterre

30 Nov 2010 @ 11:58 PM

Torno ancora al romanzo medievale Guillaume d’Angleterre, da alcuni attribuito a Chrétien de Troyes, chierico della Champagne, fatto che tutt’oggi appassiona diversi filologi, mentre altri lo escludono, ritenendo il romanzo difforme dalla restante opera del Chrétien di Lancelot e Perceval.

Il nostro romanzo ha per modello privilegiato il racconto agiografico della leggenda di S. Eustachio, ma sviluppi differenti, come ad esempio la caccia al cervo, che in Sant’Eustachio rappresenta il Cristo, il martirio e la provvidenziale conversione iniziale del protagonista, mentre in Guillaume, è il Re, che interviene per recuperare al ruolo regale i propri figli, facendosi mediatore tra l’umanità e il trascendente, per il loro reinserimento nella retta vita sociale.

La caccia riveste anche un senso erotico e il corno smarrito è simbologia sessuale connessa con il desiderio del re di ritrovare la regina e riassumere il proprio ruolo; desiderio sessuale che ritorna nell’atto di acquistare il corno smarrito, cui segue l’incontro con la regina che lo nota sulla nave.

Mais ele regardoit au cor
Qui au mast de le nef pendoit;
Au cor regarder entendoit,
Que nul autre avoir tant n’amoit
Comme le cor qu’ele veoit;
Et le cor et le roi ravise,
C’a cou estoit s’entente mise,
N’aillors ne puet ses iex tenir.
Del roi les fait au cor venir,
Et del cor au roi les ramaine;
Del regarder est en grant paine,
Tant qu’ele vint dalés le mast;
Nul talent n’a qu’ele outre past,
Ains prent le cor et si le baise;
Bien fait samblant que molt li plaise.
Et quant grant piece esgardé l’ot,
Arrier le mist, ne ne dist mot;
Mais vers le roi s’est retornee.

Ma diversi sono i topoi cui si rifà il romanzo, lo stesso Erec e Enide di Chrétien, modello medievale di restaurazione del potere reale che riprende anche la simbologia del corno da caccia.

Altri contributi sono portati dal romanzo antico (come Apollonio di Tiro, il Roman de Tebe, il Roman d’Eneas), i Lai di Marie de France, i tardi romanzi arturiani sul Graal.

La particolarità di questo romanzo ascetico e d’amore, rispetto a quelli ispiratori, è il suo lieto fine.

Altri modelli sul tema della separazione e ricongiungimento si trovano nel romanzo di Floire et Blancheflor. Separati dalla schiavitù affinchè non si uniscano, Floire figlio del “re” dei Saraceni di Spagna, ritrova Blancheflor, figlia di uno schiavo cristiano di nobile nascita, nascondendosi in un cesto di fiori nell’harem del sultano.

Lo stesso avviene in Alcassino et Nicolette, un chantefable (alterna canti e prosa). Qui è Nicolette, schiava saracena convertita al cristianesimo, figlia del re di Cartagine, che travestita da menestrello, ritrova Alcassino, figlio del conte Gavin di Beaucaire.

Anche l’Escoufle di Jean Renaut tratta il tema di amanti che si dividono accidentalmente durante la fuga dalla corte dell’imperatore e alla fine si ritrovano.

Il Guillaume de Palerne unisce il tema della fuga degli amanti a quella degli “animali grati” che li assistono.

Vi è ancora il popolare Partenopeus de Blois, simile alla storia di Amore e Psiche di Apuleio.

Nei primi anni del XIII secolo troviamo Galeran de Bretagne, attribuito a Jean Renaut. Galeran ama Fresne, una trovatella cresciuta in un convento; la corrispondenza tra i due viene scoperta, e Fresne viene mandata via, ma ritrova Galeran giusto in tempo per impedirgli di sposare sua sorella gemella Fleurie, nella quale vedeva solo il riflesso della sua amata.

Una serie di romanzi trattano del tema del cavaliere che si impegna in avventure per dimostrare alla sua donna che egli è degno del suo amore, tra questi Ipomedon di Hue de Rotelande e Gui de Warewic di anonimo anglo-normanno del XIII secolo.

Vi è poi la materia dell’”eroina perseguitata” detto anche “tema Imogen” dal suo uso in Cymbeline di Shakespeare. Segnalo Guillaume de Dole di Jean Renart, il Roman de Violette di Gerbert de Montreuil, La Manekine di Philippe de Beaumanoir, La Contesse d’Anjou e L’Uomo di Chaucer di Jean Maillart.

I manoscritti che tramandano il Guglielmo d’Inghilterra sono due: P (Parigi) e C (Cambridge), esiste inoltre una redazione rimaneggiata in spagnolo E (come Escorial) che collima prevalentemente con P.

I due manoscritti divergono per essere il manoscritto C tendente al poema ascetico, mentre il manoscritto P più didattico.

Ad oggi ci sono quattro edizioni critiche del Guglielmo d’Inghilterra: del 1840, basato sul manoscritto P, ed. Michel; del 1899, manoscritto C e parzialmente P, ed. Föester; del 1927, basato sul manoscritto P, ed. Wilmotte; del 1988, che riprende l’edizione Föester, ma tiene conto della discussione filologica di oltre un secolo, ed. Holden (questa edizione rifiuta in modo tassativo l’attribuzione a Chretien de Troyes).

Lo stemma codicum nel caso del Guillaume non serve, in quanto P non deriva da C o viceversa, non si può dimostrare la parentela tra i due codici, e neanche la discendenza da un unico archetipo.

Non ci sono tuttavia tra P e C divergenze talmente ampie che comportino scelte importanti.

Nei pochi casi in cui nella nostra edizione critica (Wilmotte) i versi sono tratti da C, essi sono indicati con le lettere in corsivo (a,b,c…).

Nel caso del verso 2364 e segg. C non è scelto per avere una lezione migliore, ma perché P presenta una lacuna.

Un discorso va fatto per il verso 2368, dove P ha avoir (con il senso di avere come possesso), mentre C ha coitise, il nostro testo sceglie il manoscritto di base P (Föester), dunque avoir.

La lezione coitise sta per seccare, pretendere, pungere, assillare, dar fastidio ed è la dizione preferita dal prof come lectio difficilis e più probabile, anche nel contesto dell’incontro fortuito con la regina nel porto di Sutherland. Wilmotte sostiene invece che coitise sia troppo cavilloso, perciò improbabile.

Virdis preferisce coitise, anche perché avoir viene ripetuto due volte di seguito prima della lacuna anzidetta, dunque potrebbe essere stato indotto anche successivamente come lezione facile.

Le differenti lezioni dei due manoscritti indicano, da un lato che il manoscritto C tende all’ascetico, mentre il manoscritto contiene P è più didattico e romanzesco.

Si ha notizia di altre tradizioni di questa storia come Dit de Guillaume d’Angleterre con stesure differenti, risalenti al sec. XVI, ma riferite a manoscritti del XIV sec. e conservate presso la Sala Rari della Biblioteca nazionale di Francia François Mitterrand, la cui edizione critica è stata curata da Silvia Buzzetti Gallarati.

Bibliografia:
Maurizio Virdis, in Medioevo romanzo e orientale. Il viaggio dei testi, Rubbettino 1999 (art. Dalla leggenda di S. Eustachio al Guillaume d’Angleterre)
Andrea Fassò, Michela Salvini, in Il sogno del cavaliere. Chrétien de Troyes e la regalità, Carocci 2003 (art. Come in uno specchio. «Songe» e «mensonge» da Chrétien de Troyes a Jean de Meun)
Christine Ferlampin-Acher (a cura di), Guillaume d’Angleterre, Champion 2007
Carlo Donà, Per le vie dell’altro mondo. L’animale guida e il mito del viaggio, Rubbettino 2003
Mattia Cavagna, Chrétien de Troyes (?), Guillaume d’Angleterre, Crmh 2008.

(Filologia romanza – 26.4.1996) MP

Commenti (3)

Le roi vêtu au temps du WikiLeaks
3 #
ivy phoenix
edera.fenice@tiscali.it
109.113.185.65
Inviato il 14/12/2010 alle 13:24
se non riesco a passare prima…
buon natale!

Le roi vêtu au temps du WikiLeaks
2 #
s.lava
g@alice.it
87.0.246.113
Inviato il 07/12/2010 alle 00:40
Chrétien de Troyes: mi rifiuto che appartenga ad uno il cui nome dice tutto 😉 )
Menomale che nn ho mai fatto filologia romanza, mi ha fatto venire un mal di testa!
E poi dovresti aggiungere la traduzione ai versi, almeno per capire come si acquista un corno (io sapevo che le corna di solito sono “regalate”)…
Mao, la fatina e wikileaks… mmmhhmmm… belllaaaaa

Le roi vêtu au temps du WikiLeaks
1 #
Lorna18
bestblog.com
sara@mail333.com
91.201.66.6
Inviato il 26/11/2010 alle 04:07
Resolve such kind of problems.

… CHIAMALA, SE VUOI, EMOZIONE

Lezioni condivise 46 – La congiura di Palabanda

30 Ott 2010 @ 10:47 PM

Nel periodo rivoluzionario sardo – che viene solitamente indicato come un decennio, ma che va in realtà dai primi echi in Sardegna della Rivoluzione francese fino al 1812 e passa – a Cagliari si formarono dei club giacobini, alcuni moderati altri più radicali. Uno di questi era quello di Palabanda, dal nome della località in cui si riuniva, nel quartiere di Stampace a Cagliari.

Il 30 ottobre 1812 sarebbe dovuto partire da lì quello che è da considerarsi l’ultimo tentativo insurrezionale contro il dominio piemontese, passato alla storia come Congiura di Palabanda o “borghese”, essendo i sovversivi appartenenti in buona parte all’inquieto ceto medio: avvocati e altri professionisti.

E’ sintomatico che questa emozione nascesse a Stampace, quartiere vivace e temuto, sanguigno, il fulcro della resistenza all’oppressore, dunque quello più anelante alle idee di libertà.

Il catalano Ramon Muntaner (1265-1336), che aveva partecipato all’assedio di Cagliari da parte dell’infante Alfonso nel 1325, nella sua Cronica scrisse: “Il Borgo di Stampace, popolato dalla più maledetta gente del mondo… Non vi sono maggiori peccati che un uomo possa commettere che non siano stati commessi a Stampace…lì albergano orgoglio ed arroganza…”. Fermo il prezioso supporto storico tramandatoci, non capisco cosa pretendesse questo soldato, di essere forse accolto con una mesada de malloreddus e proceddu arrustu?

La sommossa fu tradita, il capo della rivolta individuato nell’avv. Salvatore Cadeddu, segretario dell’Università e tesoriere del comune, recidivo, in quanto ebbe parte nella sollevazione più importante e almeno in un primo momento vittoriosa, del 28 aprile 1794.

Sul fatto, che portò alla condanna a morte i principali congiurati, esiste pochissima documentazione anche nei registri segreti, gli atti del processo sparirono quasi subito dagli archivi.

Si dice che la documentazione sia stata portata via dai Savoia, in ultimo da Umberto II nell’esilio portoghese.

Lo studio più completo sulla vicenda è quello della professoressa Maria Pes, La rivolta tradita. La congiura di Palabanda e i Savoia in Sardegna, ed. Cuec, Cagliari 1994.

Della valle di Palabanda com’era allora è rimasto poco, un po’ inghiottita dalla città, resiste solo qualche segno, come il portale che fungeva da accesso ad una corte abitata da povera gente e che dà sul corso. Lo citò in un articolo Francesco Alziator, intorno al 1977, preoccupato perché a qualche sciagurato non venisse in mente di demolire l’ultima memoria architettonica di quel pezzo di storia, ultimo concreto impeto d’orgoglio di un’avanguardia del popolo sardo, che meriterebbe piuttosto salvaguardia e sa giustìzia si ddu crùxiat a chi oserà toccarlo.

In quel cortile e nel giardino retrostante, di proprietà del Cadeddu, si riunivano da tempo i cospiratori: là si divertivano, discutevano di politica, del predominio in città dei piemontesi, al seguito di Vittorio Emanuele I, costretto in Sardegna dall’occupazione napoleonica e la cui presenza aveva significato un inasprimento delle tasse per i sardi.

Scrive lo Spano nel 1861: “Era questo un predio dell’infelice avvocato Salvatore Cadeddu, il quale l’aveva adornato di sedili e di altre comodità per ricrearsi. Quivi soleva trattenersi quotidianamente nelle ore d’ozio, dove concorrevano gli amici più cari che aveva, e distinti cittadini. All’ombra di due cipressi di morte, che allora vi sorgevano, seduti tutti solevano biasimare gli atti del Governo, e quindi meditavano di farlo crollare. Ma non ebbero effetto, perché fu scoperta la trama, e parte di essi terminarono la vita con supplizj e parte nell’esilio” e lo descrive come luogo di grande fascino per il giardino “ordinato con lusso di opere d’arte”. Cagliari non pativa la siccità che per anni l’ha tormentata grazie anche ai pozzi di quell’area periferica: quello dei Cappuccini profondo trenta metri, la cui acqua, “è buona e molto leggera”. Non meno importanti erano “la bellissima fontana di acqua salmastra di cui si provvede la città” e la “grande cisterna scavata nella roccia” dove già si progettava di aprire l’Orto Botanico.

Nei pressi erano anche is osterieddas, descritte dall’Alziator come “Miserevoli osterie, con stuoie al posto di letti; più tardi abitazioni per le famiglie più povere”.

La parte alta della valle, trasformata in vigneto dai Cadeddu, è oggi l’orto botanico, impiantato nel 1862 per volontà del prof. Giovanni Meloni Baylle, docente di Scienze Naturali presso l’Università cagliaritana, che acquistò il terreno. Esso in alcune parti conserva uno scenario di natura archeologica di epoca punico-romana e ambientale, “grazie” anche al fatto che dopo la congiura, la stessa località, caduta in disgrazia e malfamata, fu trasformata in discarica. Oggi nel piazzale centrale è posta una lapide in ricordo di quel moto.

Il malcontento persistente, si esacerbò durante il viceregno di Carlo Felice, detto Feroce, durato fino al 1806. Dopo il primo periodo di repressione, egli si legò a certi ambienti cagliaritani, dando qualche contentino alla Reale società agraria, agli asili, ai collegi; fece qualcosa per la sanità, erogò borse di studio… Bastò per incantare alcuni ambienti, tra cui proprio quelli che organizzarono la rivolta, vedendo peggiorare la situazione con la presenza del re nell’isola.

Il 1812 fu l’anno della fame e della peste (vaiolo), l’anno in cui la carestia produsse gli effetti più nefasti, come descrisse il futuro duca di Modena Francesco d’Austria-Este. Era il periodo in cui le prefetture cominciavano ad esercitare il proprio controllo e si tentava invano la leva dei sardi. La zecca veniva trasferita in Sardegna e abolito il valore del denaro cartaceo, si coniò quello in argento.

In questo contesto – con un popolo che era già riuscito a liberarsi dal giogo straniero, ma al quale aveva di nuovo ceduto gratuitamente; con i patrioti impiccati ed esposti alle porte delle città o morti in esilio e in prigione, la gente affamata, morente nelle strade, oberata dalle tasse, i posti ai sardi promessi e non concessi – si sviluppò l’idea di un sovvertimento dell’ordine costituito, di un’altra cacciata dei piemontesi, forse definitiva, da parte della famiglia dell’avv. Salvatore Cadeddu, oltre a lui i figli Gaetano e Luigi, il fratello Giovanni, Giuseppe Zedda, docente nella facoltà di Legge, gli avvocati Francesco Garau e Antonio Massa, il sacerdote Antonio Muroni ed altri insigni professionisti di Cagliari. Ma era rappresentato anche il popolo con il conciatore di pelli Raimondo Sorgia, il sarto Giovanni Putzolu, il pescatore Ignazio Fanni e il panettiere Giacomo Floris.

L’insurrezione era prevista per la notte tra il 30 ed 31 ottobre 1812. Si dovevano occupare le porte di Stampace e Villanova, entrare nel quartiere Marina dalla porta di Sant’Agostino, lasciata aperta dai soldati di guardia, complici, per poi espugnare Castello, arrestare Giacomo Pes di Villamarina, comandante militare della città, ed espellere i pubblici funzionari e i cortigiani, che stavano portando la Sardegna alla rovina.

Ma la notizia della cospirazione arrivò all’avvocato del fisco Raimondo Garau che informò il re ed il colonnello Villamarina che allertò i militari ai suoi ordini.

Il fallimento fu dovuto a tradimento, delazioni, indecisioni ed imprudenze; i congiurati furono in gran parte arrestati.

Il panettiere Giacomo Floris fu uno dei primi a rinunciare quando incontrò una pattuglia di piemontesi e così fecero alcuni suoi amici. Il sarto Giovanni Putzolu e alcuni compagni mentre si aggiravano nelle stradine di Stampace furono intercettati dal colonnello Villamarina e Putzolu, vistosi perduto, puntò una pistola contro il comandante, ma i suoi amici gli impedirono di sparare.

Sorgia e Putzolu furono arrestati e impiccati, Salvatore Cadeddu ebbe la stessa sorte qualche mese dopo.

Gaetano Cadeddu, Ignazio Fanni, Zedda e Garau furono condannati a morte in contumacia

Giovanni Cadeddu, e il Massa morirono in carcere scontando la pena dell’ergastolo; Floris e Pasquale Fanni al remo a vita. Gli altri furono esiliati o banditi.

Per il Martini il Cadeddu “Amato come egli era e riverito dai concittadini per la gravezza degli anni, per le cariche onoratamente coperte, non fuvvi uomo d’animo sensitivo che non ne compiangesse l’infortunio, in quel giorno soprattutto che perdette miseramente la vita nelle forche istesse, dove mesi prima l’avevano lasciata Sorgia e Putzolu”. La patria non li condannò, prosegue il Martini, Storia della Sardegna, Cagliari 1852: “… tra l’immensa turba degli avversi al potere dominante, uomini furono nel medio ceto che a novità politiche anelavano, per impeto di buon animo e santo desiderio di sanare i mali della patria”.

(Storia della Sardegna – 26.4.1996) MP

Commenti (8)

… Chiamala, se vuoi, emozione
8 #
noti
notimetolose.myblog.it
notimetolose@virgilio.it
151.41.173.160
Inviato il 09/01/2013 alle 02:47
La lingua è viva perchè muta come il diritto positivo. Guai se così non fosse.

… Chiamala, se vuoi, emozione
7 #
andreapac
andreapac@tiscali.it
37.182.171.39
Inviato il 26/08/2012 alle 20:13
Direi che sarebbe sufficiente andare a Gerusalemme e entrare nella basilica di S.Elena e la rappresentazione diventerebbe un rivivere una pagina triste della storia di una fede che non è stata ancora consumata dal temo. Blasfema l’immagine del nudo femminile dinanzi a una rievocazione tutt’altro che ipocrita. Buona settimana

… Chiamala, se vuoi, emozione
6 #
London escorts
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Inviato il 05/08/2012 alle 17:44
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… Chiamala, se vuoi, emozione
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… Chiamala, se vuoi, emozione
4 #
baby
469127
giuliapenzo@alice.it
82.58.170.174
Inviato il 15/11/2010 alle 01:06
Nelle insurrezioni bisognerebbe coinvolgere o il popolo o essere in pochi fidati. Da una parte diventa un’azione politica importante, dall’altra un atto rivoluzionario d’esempio.
La congiura di palabanda da come la racconti sembra non rientrare in nessuna di queste categorie. Che ne dici?

… Chiamala, se vuoi, emozione
3 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
giuliapenzo@alice.it
87.9.241.110
Inviato il 06/11/2010 alle 17:50
ma se arrivo a cagliari, vengo accolta con una “mesada de malloreddus e proceddu arrustu?
Mica tanto bene sono accolti gli stranieri lì da voi! 🙂 )

… Chiamala, se vuoi, emozione
2 #
Paola
p.vecchiotti@tiscali.it
159.213.40.5
Inviato il 02/11/2010 alle 15:59
Ciao Angel…non sapevo di questa sommossa…non si finisce mai di imparare…
però a dir il vero a scuola non sono mai stata una appassionata di storia…e solo ora mi mordo le mani per le mie lacune, che difficilmente riesco a colmare…:-(

… Chiamala, se vuoi, emozione
1 #
sally brown
innellama@tiscali.it
79.52.24.162
Inviato il 26/10/2010 alle 23:36
eppure lui o n’amico suo disse…”invero è la moneta la miglior musa che rende l’uom poeta”. Mercenari non motivati da ideali? Non ci crediamo oggi e non ci credevano allora. Vinceva chi batteva cassa, e aveva mercenari a iosa da pagare.
I problemi cominciavano quando le casse si svuotavano e i mercenari se la filavano alla spicciolata…eh sì. Son tornata. ole/.)

UNDER THE SIGN OF J

Lezioni condivise (V) – A day in Venice

24 Ago 2010 @ 1:20 PM

I due mezzi viaggiavano quasi affiancati su strade parallele, poi uno si attardò, bloccato dall’intenso traffico estivo.

Edgar era emozionato, tranquillizzò se stesso, scese dal treno, uscì dalla stazione e vagò per qualche minuto su e giù, scrutando attentamente i volti della folla che si muoveva avanti e indietro. Figure improbabili si susseguivano, qualche sussulto, finché non la vide apparire, salire le scale, di una bellezza solare, abbagliante, color del grano, occhi mare.

“Ma… sei bellissima…”

Lei strascicò uno “s-ciao” e il suo viso si illuminò; lui aveva come calcolato il tempo necessario a proferire quelle parole, affinché nell’immediato abbraccio, la sua bocca potesse unirsi a quella di Anna.

Un lungo attimo, emozione alle stelle, sorrisi incapaci di parlare, balbettare forse disinvoltura, parole sconnesse dal cervello, in cui aveva aperto i battenti una confusionaria discoteca abusiva (dum dum dum sflash… dum dum dum sflash…).

I paesani li vedevano perduti negli sguardi sorridenti, passo veloce, ancheggianti…

Edgar l’abbracciava e aveva fatto suo il deltoide destro di Anna, che baciava ripetutamente inebriato da quella pelle morbida e vellutata, che a contatto con le sue labbra gli dava impensabili sensazioni erotiche che lo pervadevano di dolcezza.

Camminavano e camminavano, entrarono qui e là, un ufficio, una cartoleria, una libreria, l’università, strade strette, che si aprivano improvvisamente in piazze e giardini, per poi chiudersi ancora in vicoletti ombreggiati, percorsi incessantemente da gente di ogni parte del mondo, alla ricerca dei segreti di una città bellissima. Nulla di meglio al mondo per battezzare un amore. Edgar viaggiava oltre se stesso, voleva fermarsi, compiacersi del suo abbraccio, cercare l’estasi nei suoi baci.

Trovò quanto cercava sugli scalini di una chiesa barocca, dove il loro amore trovò sfogo incurante di altre presenze, quasi complici e partecipi, accompagnato da musiche medievali di un artista di strada, musiche discrete, dolci, come i loro baci che si susseguivano uno dopo l’altro.

Anna parlava, parlava, la sua voce armoniosa, le sue labbra calde, desiderabili; Edgar si perdeva nei suoi occhi, avrebbe voluto baciarli e mordere il suo nasino delizioso, colse i suoi simpatici intercalari, scorse in lei la bimba che era stata e la donna presente.

Quei baci, quell’unione primaria, quel gusto di miele colto dalle papille e le labbra umide che si attardavano a sfiorarsi e imprimersi in un gioco eccitante di sensazioni. Quando la mano di Edgar carezzò il suo seno, ne iniziò un altro, ben più oltre… più oltre… Amorini invisibili danzarono intorno ed Eros scoccò la sua freccia. L’amore fu scritto sulle pagine dei libri, era scritto e attestato dal tempo che aveva fermato infiniti attimi e li proiettava ai testimoni, a loro piacimento, per l’eternità. L’amore fu riprodotto in immagini, in passi veloci e leggeri, in meraviglie e ristori.

Canaletti, calli, ponti, lei tra il bordo e lui, schiacciata al ventre…

“Andiamo al Lido…” e già è lì sulla spiaggia affollata, in cerca di un deserto lontano da raggiungere avvinghiati e cadenti sulla sabbia bianca, mettono metri tra loro e l’ultimo ombrellone, crollano, via le vesti… nostromo, vira a dritta… la prende, la ama, geme con lei…

Lei pensava…

Il lido è un giardino dove domò ogni sua resistenza, la richiamò all’amore prendendola per i fianchi, si appiccicò a lei percependo ogni sua morbidezza, ebbe chiara la nudità del suo corpo, del sesso, del seno… e baci… e baci… proponimenti, promesse, speranze e ancora baci, abbracci… eternità fai spazio!

(Scienze angeliche – 24.8.2009) MP

Commenti (14) persi 4

Under the sign of J
10 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
giuliapenzo@alice.it
87.2.244.106
Inviato il 30/11/2012 alle 23:39
Portogallo per me me è “Sostiene Pereira” e Tabucchi e la lotta per la libertà. E la colonizzazione dell’africa che è partita da qua.

Under the sign of J
9 #
emma
giuliapenzo@alice.it
87.9.241.6
Inviato il 05/05/2011 alle 23:17
Mah… scusa, forse interpreto in maniera sbagliata ma Giuditta taglia la testa ad Oloferne, nn lo lascia morire di sfinimento… una scelta ben definita con una volontà precisa che nella bella di sanluri nn mi sembra presente.
Diciamo che sesso e potere spesso vanno a braccetto, in quanto si basano entrambi su rapporti di forza e purtroppo ne vediamo le conseguenze dappertutto. Mi viene in mente proprio l’inizio de La storia della Morante oppure le marocchinate, per citare casi in Italia.

Under the sign of J
8 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
giuliapenzo@alice.it
82.58.221.99
Inviato il 28/09/2010 alle 18:45
e il bello (anzi brutto) è che gli stessi sono a Roma da 20nni!
Possibile che nn se ne rendano conto!
Indian, vai tu a ristabilire un po’ d’ordine e cerca di fare un vero lavoro di storico…
giulia

Under the sign of J
7 #
ivy phoenix
edera.fenice@tiscali.it
109.113.148.238
Inviato il 18/09/2010 alle 09:49
come va? ormai dovrebbe essere vicino un tuo nuovo post eh? lo spero
ciaoooo

Under the sign of J
6 #
gip
gip@alice.it
87.8.246.156
Inviato il 16/09/2010 alle 21:02
L’arte non può morire, finché ci saranno persone che amano.

Under the sign of J
5 #
celia
radioribelle.blog.tiscali.it
celiasanchez@tiscali.it
78.15.173.118
Inviato il 07/09/2010 alle 16:29
Belli come sempre i tuoi racconti caru Angiul 🙂 Ti mandai una mail tanto tempo fa ma boh… sei scomparso nell’infinito de sardigna 🙂
Sempre un piacere passare di qua.
Unu basu mannu 🙂 under the sign of j

Under the sign of J
4 #
Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
paolasixsix@yahoo.it
159.213.40.5
Inviato il 31/08/2010 alle 09:11
…quasi quasi faccio un giretto a venezia…;-D

Under the sign of J
3 #
ivy phoenix
edera.fenice@tiscali.it
109.115.142.231
Inviato il 29/08/2010 alle 22:53
questo non fa parte delle lezioni condivise eh?
ottimo racconto!

Under the sign of J
2 #
terry
terry@ap.it
87.14.240.13
Inviato il 25/08/2010 alle 00:43
http://www.youtube.com/watch?v=MMQUu-KCXGA&feature=related

Under the sign of J
1 #
veneredischiena
venere1973@tiscali.it
79.52.24.169
Inviato il 24/08/2010 alle 22:29
..se ne avanzasse almeno un metro quadrato..di eternita’ dico:)…

DAGLI AMANUENSI AL COPY & PASTE

Lezioni condivise 44 – … Allora arde più loco

31 Lug 2010 @ 1:06 PM

Mi rendo conto che le masse popolari faranno tesoro di questo pezzo (dovrei dire lezione, ma hic et nunc questo termine sarà usato tecnicamente con un altro significato) e sarà loro utile per combattere il capitalismo più bieco, però non esagerate con le canzonature, altrimenti ve lo dimostro davvero, scomodando magari Don Milani… tuttavia siccome siete buone e non lo farete, per farmi perdonare un po’ di noia, vi consiglio una lettura, di quelle per cui occorre levarsi lo sfizio, dunque da non perdere assolutamente, e sono certo che mi sarò riscattato, si tratta di Un fedele tradimento di Giulia Penzo, Ed. Perrone lab. E’ l’archetipo giusto, cercatelo sul vostro motore di ricerca personale… ma ne riparleremo…

Ci eravamo lasciati, ospite il grande capo Estiqaatsi, con la definizione e scelta di un archetipo…

Ribadito e precisato che lo stemma codicum – rappresentazione grafica dei rapporti intercorrenti tra i testimoni di un codice – non è mai finito, nel senso che l’eventuale scoperta di un altro codice è sempre possibile, consideriamo dei casi che evidenziano problemi particolari nella scelta dell’archetipo, dunque nella riproduzione dello stemma stesso.

In presenza di varianti equipollenti, senza errori che ci facilitino il lavoro, la scelta dell’archetipo avviene necessariamente mediante il dato probabilistico, con la scelta della variante maggioritaria e la conseguente individuazione degli errori (ciò che si scosta dalla volontà dell’autore).

Si tratta di una scelta delicata che occorre far bene, ciò non toglie che illustri filologi giungano spesso e volentieri a decisioni differenti. I pre-lechmaniani si basavano sul numero assoluto dei manoscritti che riportavano una lezione presa in considerazione, senza badare se i codici fossero dello stesso ramo o meno; la superficialità di tale metodo è evidente, naturalmente occorre considerare i codici che riportano la stessa variante nello stesso ramo o famiglia.

La legge della maggioranza per individuare le parentele viene meno in caso di lezioni difficili, meno probabili ad aversi, stilisticamente diverse, più arcaiche o con tutti i testimoni discordi.

Esaminiamo tre diverse lezioni in Meravigliosamente di Jacopo da Lentini.

Al cor m’arde una doglia,
com’ om che ten lo foco
a lo suo seno ascoso,
e quanto più lo ‘nvoglia,
allora arde più loco,
non pò star incluso:
similemente eo ardo,
quando pass’e non guardo
a voi, vis’ amoroso.

V = quanto più lo ‘nvoglia/ allora arde più loco
L = quanto più lo ‘nvoglia/ tanto prende più loco
P = quando più lo ‘nvoglia/ allora arde più in loco
Le tre lezioni concordano per la prima parte considerata e divergono nella seconda.
V presenta il latinismo loco, avente valore avverbiale e sta per lì, là, in quel luogo.
L riporta invece loco nel senso di spazio e il senso è diverso.
P appare grammaticalmente affidabile con l’aggiunta di in rispetto a V, ma sballa la metrica.

In casi come questo di solito si scelgono le varianti comuni, semplici, in sintonia con il testo, ma in questo caso è la lectio difficilis quella giusta.

Si può agire così: è buona la prima parte + allora arde (maggioritaria), poi nonostante P sia affidabile, la lezione migliore è in V, ove loco ha il senso di (avverbio). Le altre due lezioni risultano banali con le aggiunte di prende e in.

La lectio difficilior(em) diventa scelta obbligata quando lo stemma non ci aiuta o è bipartito, si tratta di solito della lexio colta, arcaica, meno corrente. Troviamo un caso nel Cantico delle creature di Francesco D’Assisi.

Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se confane,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Qui abbiamo la variante A confane e la B confano.
La B, si confanno, è lezione più probabile, ma anche la più banale; la A rappresenta invece la lectio difficilior, si confà e –ne, rappresenta una sillaba paragogica, come in sine, none.
Confàne è peraltro in assonanza con mentovàre, anche se solo con vocali uguali dopo l’accento tonico, è più corrente.

In caso di albero bipartito, o con varianti tutte diverse, lo stemma serve a poco e per effettuare una scelta va considerata l’aderenza stilistica e la lexio dificilior, tenuto conto anche di forme anacronistiche che avrebbe potuto introdurre il copista. Dunque si considera anche l’impossibilità che una lezione possa essere fatta risalirea all’autore.

Nella critica del testo, la diffrazione è la generale discordanza dei testimoni (codici) in un dato luogo del testo; dunque si è in presenza di lezioni tutte diverse l’una dall’altra. Si può avere una diffrazione in presentia o in absentia, a seconda che ci sia o meno tra le varianti quella genuina. La diffrazione può avvenire anche per accidente meccanico (taglio), cancellatura, lacuna, interferenza…

Prendiamo in esame a questo proposito diversi codici de “La vie de saint Alexis”, poema dell’XI secolo e ss., verso 155 (XXXI strofa). Si tratta del primo grande capolavoro della letteratura francese, appartenente al genere agiografico-religioso, cui la nascente letteratura volgare attinse a piene mani.

Ço di[t] la medre: ‘S’a mei te vols tenir,
Sit guardarai pur amur Alexis.
Ja n’avras mal dunt te puisse guarir.
Plainums ansemble le doel de nostre ami:
tu pur tun per jelferai por mur filz.’

La tradizione ci dà tutte lezioni diverse e poco attendibili:
L = tu del tun seinur jol frai pur mur filz
A = tu pur tun sire e pur mun chier filz
P = tu pur tun seignur jelferai por mur filz
P2= tu tun seignur jelferai por mur filz
S = l’une son fil et l’autre son amì
L e P presentano un errore metrico; A contiene un anacronismo, in quanto sire in francese antico era seignur; P2 contiene diverse criticità; L è lontana dalla tradizione ed è da scartare

Siamo dunque in presenza di una diffrazione in absentia e occorre procedere ad ementatio; l’esame delle varianti non convince rispetto alla presenza della variante originaria.

L’emendamento riguarda sire e seignur, che si propone di sostituire con per, nel senso di pari… e il verso potrebbe essere così ricostruito

tu pur tun (maggioritario da A e P) per (emendamento) jelferai por (dai P) mur filz (maggioritaria L e P): tu pur tun per jelferai por mur filz. Ma come si può facilmente vedere, la critica del testo difficilmente è unanime. Basta consultare le diverse edizioni per trovare ulteriori lezioni; ne ho visto tre e sono tutte diverse da quelle già riportate:

tu del seinor, jo l’ ferai por mon fil
tu de tun seinur, jol frai pur mun filz
tu tun seinur, jol frai pur mun filz…

è lecito lo smarrimento se siete giunte fin qui, ma la scelta di una variante, se si pubblica un’edizione critica, va spiegata scientificamente o va almeno indicato il filologo e l’edizione critica che la ha precedentemente adottata… non posso spingermi oltre… il resto è gossip da sussurrare in camera charitatis… e mi son già dichiarato “prigioniero politico”… e qui sarà dura per eventuali filologi del quinto millennio, nonostante l’era del copia/incolla, emenderanno di sicuro…

(Filologia romanza – 24.4.1996) MP

Commenti (15 ) persi 6

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9 #
Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
paolasixsix@yahoo.it
159.213.40.2
Inviato il 19/11/2012 alle 14:29
aspetto il seguito… adoro il Portogallo…e a parte la rivoluzione dei garofani, conosco molto poco…

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8 #
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filomena_lott@yahoo.com
199.15.234.246
Inviato il 08/11/2012 alle 02:37
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7 #
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andreapac@tiscali.it
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Inviato il 24/10/2012 alle 20:33
Ciao, grazie del bel sunto di storia fatta tempo fa. Avevo intuito già la cosa partendo da Garibaldi. Grande donnaiolo senza un briciolo di scrupolo nei confronti dei più deboli. Non un esempio ma da tenere sott’occhio e non prendere tutto come oro colato ciò che la retorica racconta. Forse è servito più al fascismo che prima che dopo.

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Inviato il 22/10/2012 alle 09:52
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Inviato il 22/10/2012 alle 06:07
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Inviato il 03/10/2012 alle 14:48
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Inviato il 18/09/2012 alle 02:53
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CHI TI CURRAT SU BUGINU!

Lezioni condivise 43 – Il banditismo di massa

 30 Giu 2010 @ 10:41 PM

Achtung! Bandidos! … E’ toccato pure ai partigiani… Da tempo ormai il disordine costituito denomina “bandito” tutto ciò che gli si oppone, non a torto o a ragione, ma sempre a ragione.

E’ sempre stato così, ma nel passato storico le situazioni erano più limpide, più intelligibili dalle masse popolari, ciò era fondamentale perché esse potevano schierarsi con chi era dalla loro parte.

Non mi pare che questo sia più possibile oggi, anni di politica basata su scandali e corruzione (altro che seconda repubblica… seconda a che?) hanno intorpidito, ipnopedizzato, normalizzato l’opinione pubblica; la gente comune non reagisce più, accetta passivamente qualsiasi cosa si faccia a suo danno, non è più capace di scegliere la sua parte, anche perché non c’è, è vero, ma proprio in queste situazioni nascevano un tempo le grandi mobilitazioni popolari, le sommosse, le rivoluzioni…

Che il regime cazzarocratico non abbia dunque banditi, briganti, sovversivi da combattere, non è un buon segno per la democrazia, la libertà, la giustizia.

Questo non significa che si debba essere clementi nei confronti dei tiranni del passato.

La strategia coloniale di sfruttamento della Sardegna da parte piemontese fu palesemente subdola. I Savoia si insediarono in Sardegna malvolentieri; re servi delle potenze più forti, si videro sottrarre la Sicilia dall’Impero austriaco ed ebbero in cambio, nel 1718, la Sardegna, che cercarono subito di barattare con altri territori del nord.

Ho già fatto cenno al non certo “gentile” dominio catalano-aragonese e spagnolo dei secoli precedenti, ma l’avvento piemontese, quanto ad arroganza, mancanza di tatto e rozzezza, è rimasto senza pari.

Dopo aver tastato il terreno presso le élite cittadine, non certo del popolo, non trovarono di meglio che cercare di amalgamare tutto ciò che era espressione della Sardità (tranne ciò di cui non si resero neanche conto e che per questo abbiamo conservato) al loro modus vivendi, ovviamente fallendo… Vedi questione della politica agricola…

Una volta preso confidenza con i luoghi e con la gente, cercarono anche di creare truppe provinciali organizzate sul modello piemontese, dunque di istituire la leva militare, servendosi per questo dei Consigli comunitativi, organismi locali di governo delle ville (sorta di consigli comunali), da cui erano escluse le classi meno abbienti, i braccianti… Tuttavia, spesso, questi organismi locali non erano affatto succubi e obbedivano malvolentieri, specie dove era ampiamente rappresentato il terzo stato (contadini, artigiani, commercianti)…

Il risultato di questa manovra, decisa dall’oggi al domani, fu il netto rifiuto, la diserzione, la latitanza e dunque l’espansione del fenomeno del “banditismo”, cioè una componente resistenziale al potere costituito; alternativa a questa scelta estrema della latitanza, fu, specie nel 1843, la massiccia richiesta di esonero.

Fallì così il primo tentativo di leva militare in Sardegna e la creazione di truppe provinciali.

Vittorio Emanuele I aveva fatto anche le figurine sul modo di vestire dei soldati, tipo figurine Panini… ma non se ne fece nulla, pare non ci fossero nemmeno le risorse economiche necessarie.

Altra iniziativa dei nuovi padroni fu l’attacco alla nobiltà spagnola, ormai insediatasi da diverse generazioni nell’isola, al fine di limitare la loro “giurisdizione” con la creazione delle Prefetture, strumento capillare di controllo del territorio. Si intendeva compensare la nobiltà concedendo facoltà di elezione nei Consigli comunitativi, esistenti fin dal 1771. I nobili sarebbero stati eletti in liste bloccate, suddivise per classi. Le classi rappresentate erano due, quella media (commercianti, artigiani…) e quella aristocratica (proprietari, nobili). Il quarto stato veniva sempre più escluso con vari pretesti (come il non avere la possibilità di acquistare quanto serviva per fare il consigliere comunale!). In generale gli addetti a lavori manuali servili, erano esclusi dal Consiglio.

E’ vero che i sardi negli anni della rivoluzione lottarono soprattutto contro l’arroganza e lo strapotere feudale, ma l’intervento piemontese non ebbe certo lo scopo di liberare i sardi da quel giogo, ma di accentrare il più possibile il potere nelle mani dei nuovi tiranni…….

Ancora nel 1812 Francesco d’Austria d’Este parlava del popolo sardo come buono e assoggettato e per i sardi, visto come andavano le cose, non era certo un complimento. In tempi di carestia, i cui effetti esplosero drammaticamente solo quell’anno, solo una piccola avanguardia ebbe ancora la forza di reagire con la “congiura di Palabanda”, scoperta per una soffiata e repressa violentemente.

I cattivi raccolti degli anni precedenti culminarono in “s’annu doxi”, l’anno della fame, crebbe il pauperismo delle ville ridotte in miseria dal “grano del re”, la riserva per Cagliari, l’insierro, quello che dovevano versare privandosene loro che non ne avevano neanche per se stessi. Così iniziò lo spopolamento delle campagne e una massa di poveri, di mendicanti, si spostò in città, in parte accolta nel Lazzaretto, presso il convento di San Lucifero. I problemi si moltiplicarono, si diffuse la peste; nacque la questione dei majoli, studenti dell’entroterra che per mantenersi si mettevano al servizio di famiglie benestanti e subivano costantemente il controllo della polizia.

Se, come ho già ricordato, la memoria de “su famini de s’annu doxi” è giunto fino a noi nei modi di dire popolari, questo è più che sufficiente a comprendere il fenomeno del banditismo e lo stato in cui veniva tenuto un Regno, una terra, che se amministrata diversamente da “s’aferra-aferra”, avrebbe potuto cavarsela anche in situazioni d’emergenza. Al re piemontese invece interessava solo mantenere il suo tenore di vita, avere il superfluo anche mentre la gente moriva di fame.

(Storia della Sardegna – 24.4.1996) MP

Commenti (5) persi

ALL’ORIGINE DI UN’IDEOLOGIA ABERRANTE

Lezioni condivise 42 – “Quel cibo che solum è mio…”

31 Mag 2010 @ 10:23 PM

L’avvento di Soderini alla gonfaloneria fiorentina nel 1502, coincise con un periodo di consapevolezza della città della propria centralità, essa manteneva tuttavia una debolezza di fondo; si trattava di uno stato non vasto, senza milizia proprie, con divisioni interne… memore della politica di Lorenzo il Magnifico, tendeva ad ottenere un equilibrio tra le forze in gioco, praticando la dilazione, il rinvio, delle scelte definitive; temporeggiare consentiva un maggiore uso della ragione.

A questo scopo era stato adottato anche un sistema di ambascerie stabili con altri paesi europei. Il ruolo dell’ambasciatore era diverso da quello attuale in quanto riguardava anche le semplici comunicazioni, mancando i mezzi di comunicazione alternativi. Gli ambasciatori erano sempre aristocratici. Machiavelli, uomo di Soderini, viaggiava al loro seguito.

Le ambascerie venivano studiate attentamente, anche attraverso la psicologia degli uomini e dei popoli.

La partecipazione alle missioni di più o meno gente significava dare più o meno importanza alle ambascerie, per le quali veniva mandato in avanscoperta un corriere. Una volta Machiavelli stette sei mesi in Francia, a guadagnar tempo.

I fiorentini si basavano sull’esperienza, anche in base alla codificazione dei proverbi (si rifacevano alla saggezza popolare) e all’autorità dell’ipse dixit, ciò che avevano detto le persone illustri.

Da queste esperienze il Nostro traeva dei saggi. Nel “Ritratto delle cose di Francia” i francesi sono descritti inizialmente più che uomini, dopo meno che femmine. Essi sono irruenti subito, ma non sopportano i disagi a lungo. Gli spagnoli invece sono testardi… Un audace non sarebbe diventato mai prudente e viceversa.

E’ la nascita di una scienza politica, in quanto si cerca nell’attuazione di essa di un criterio razionale (contrariamente all’irrazionalità del tempo precedente).

In politica è necessaria la forza, il ragionamento, l’assunzione di decisioni differenti a seconda dell’interlocutore… una serie di concetti che possono andar bene nei giochi di strategia, ma che insieme, applicati alla realtà, costituiscono gli elementi per un’ideologia aberrante, cui verrebbe voglia di applicare la stessa fellonia per distruggerla, se fosse efficace la replica rabbiosa che suscita.

Eppure, come ho scritto in un precedente post, il cinismo del Machia, fa un po’ a pugni con la sua vicenda personale.

Secondo Guicciardini, con cui Machiavelli ebbe un lungo carteggio, la civiltà italiana di allora era la migliore che ci fosse stata dal tempo dei romani, ma poco tempo dopo questa situazione si trasformò in ruina, in politica da biasimare.

Nel 1494 ci fu la calata di Carlo VIII di Francia. Veniva a regolare la rottura degli equilibri avutasi dopo l’uscita di scena del Magnifico, il presunto tentativo di egemonia da parte del Regno di Napoli e le incerte alleanze che coinvolgevano papa Alessandro VI Borgia (padre del Valentino, di Lucrezia e diversi altri), Ludovico il Moro (duca di Milano) e gli stessi Medici.

Secondo il Segretario fiorentino (cap. XXV de “Il principe”), si ebbe una “variazione grande delle cose che si sono viste e veggonsi ogni dí, fuora d’ogni umana coniettura”. Egli introduce il concetto di fortuna, intesa sia come accidente improvviso, ma anche come accadimento in qualche caso prevedibile. Ecco allora il paragone del fiume che quando è in piena travolge tutto senza possibilità di rimedio, ma in tempo di bonaccia è possibile fare gli argini, quindi influire sulla fortuna.

Prima del 1494 si ebbero cinquanta anni di pace, situazione consolidata, equilibrio. Lorenzo il Magnifico, molto diplomatico, dosava ogni comportamento, si stava bene economicamente, ma la sua azione era rivolta solo al presente; in quel periodo di pace si sarebbe potuto fare quanto necessario a prevenire sventure future. Perché, sempre secondo Machiavelli, i fatti imprevedibili non possono essere più contenuti quando sono in corso:

I principi non accudino la fortuna, accudino la ignavia loro”.

La calata di Carlo VIII stravolge tutta la politica fiorentina; il temporeggiare, il ragionare, acquisiscono improvvisamente una valenza negativa.

Machiavelli confuta che anche in anni violenti, di guerra o di agitazione sociale, si prenda tempo e non si pervenga a decisione. L’Italia (inteso come stati italiani) era nelle condizioni di farsi aggredire da chiunque.

Nel 1512 egli cessa il suo incarico di Segretario dello stato fiorentino (che tenne dal 1494 al 1512), sospettato di aver congiurato contro i Medici, viene rimosso ed esiliato, costretto a ritirarsi in campagna a Sant’Andrea in Percussina, ove aveva un podere.

Da qui il 15 dicembre 1513, scrisse una lettera al Vettori (ambasciatore fiorentino presso il Papa), lettera considerata molto importante sia sotto il profilo letterario, che quello storico, per le informazioni che riporta.

Un cenno alla fortuna “poiché… vuol fare ogni cosa, ella si vuole lasciarla fare, stare quieto e non le dare briga, e aspettar tempo che la lasci fare qualche cosa agl’huomini; e all’hora starà bene a voi durare più fatica, vegliar più le cose, e a me partirmi di villa e dire: eccomi”.

Nella lettera accenna alla composizione de “Il principe”, vi descrive la sua vita in campagna, la caccia, il far legna, il gioco a carte nell’osteria… “Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

E perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo havere inteso – io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo De principatibus“…

La lettera fa cenno anche alla volontà di dedicare a Giuliano de’ Medici (il Fatuo), la sua opera “De principatibus”, ma egli morì nel 1516 e la dedica passò Lorenzo II de’ Medici, suo nipote (zio) e del Magnifico (nonno).

Ne l’ “Esperienza delle cose moderne”, con cui dedica il trattato, nel tentativo di essere perdonato e di poter rientrare dall’esilio, fa riferimento alla sua esperienza, ai viaggi in Francia (alleata di Firenze e più forte stato d’Europa), non come turista, ma con incarichi politici; ai viaggi verso Cesare Borgia (il Valentino), modello di Principe, anche riguardo alle strutture dello stato; a Roma, per il conclave e ove poteva interessare a Firenze.

Da queste missioni egli inviava dispacci tecnici basati sull’osservazione della realtà. Scriveva inoltre per gli amici della cancelleria, cui trasmetteva la sua esperienza ed esprimeva i suoi giudizi, usando in questi casi il linguaggio politico.

Di questa conoscenza “imparata con una lunga esperienzia delle cose moderne et una continua lezione delle antique…” fa dono al duca.

(Letteratura italiana 24.4.1996) MP

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