ESTETICA

Lezioni condivise 109 – Bergson e Ungaretti.

29 febbraio 2016 @ 22:54

Ungaretti conobbe il filosofo Henri Bergson a Parigi nel 1912. Ne frequentò per due anni le lezioni al Collège de France e alla Sorbona. Arrivò in Francia direttamente dall’Egitto – ove era nato – attraversando per la prima volta l’Italia e le montagne lucchesi – sua terra d’origine – che vedeva per la prima volta. Si trattava di un Ungaretti giovane, non ancora compromesso né col fascismo, né dalle guerre e dalle vicende biografiche che ne caratterizzarono l’attività letteraria. In Egitto aveva frequentato le scuole superiori e compiuto le prime esperienze formative, con la lettura di poeti francesi (Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé…) e l’esperienza di Baracca Rossa (ritrovo di socialisti e anarchici) con l’amico Mohammed Sceab.

Henri-Louis Bergson (1859-1941), di famiglia ebraica, a quel tempo era già un filosofo affermato, si poneva fuori dalla tradizione spiritualista e positivista che caratterizzava il suo tempo ed era attento ai fenomeni psicologici e biologici applicati alla letteratura. Per i suoi testi ebbe il premio Nobel per la letteratura nel 1927, non essendovene allora uno per la filosofia.

Negli anni in cui Ungaretti approdò in Francia per gli studi universitari, Bergson stava ottenendo l’attenzione da parte di ambienti socialisti e modernisti cattolici, mentre la chiesa nel 1914 poneva all’Indice i suoi libri. L’iniziale approccio ungarettiano a Bergson avveniva quando si andava in giro con il Saggio sui dati immediati della coscienza, ripreso dal movimento futurista non ancora contaminato dallo squadrismo fascista.

Per Bergson la filosofia può ispirare gli artisti, ma non dar luogo a una teoria estetica. Per questo non ne ebbe una, salvo opinioni sull’estetica del tempo e il suo pensiero sull’arte. Esso risentiva del vitalismo, cioè della vita intesa come forza vitale energetica e fenomeno spirituale, al di là del suo aspetto biologico materiale, e insieme del dibattito sulla psicologia della creazione che si ebbe a cavallo dei due secoli, benché non la condividesse, anzi ne ribaltasse le conclusioni in senso misticista e metafisico, nel lavoro Matière et mémoire (1896).

Egli si rivelava intuizionista, spiritualista, soggettivistico-sentimentale, sostanzialmente giansenista – predestinazione del bene e del male -; percepiva l’arte in senso emotivo e non scientifico, come bellezza vivente, anima naturale, interiore, che investe la coscienza e non la tecnica, una visione come di una metafisica figurata, tuttavia concreta, vitale, nell’ambito della ragione individuale, della riflessione personale: una filosofia rappresentata. La bellezza che esprime il soggetto artistico è la forma mediata dalla grazia. Questa, con la natura e la felicità, è la condizione che l’arte consente di osservare, di rendere visibile e gradevole. In questo senso l’arte non contempla analisi troppo concettuali, empiriche. Nel libro descrive il rapporto tra immagine percepibile e realizzata attraverso la sensazione della memoria, il sogno, la fantasia, la poesia, un’espressione non di un’esigenza, ma di una potenza creativa.

La prima guerra mondiale fu vista da Bergson come scontro tra spirito e materia, o tra vita (Francia) e meccanicità (Germania), spostando la sua filosofia dalla parte del nazionalismo, ricevendo diverse critiche di colleghi francesi. Sostiene Bergson “La materia è necessità, la coscienza è libertà; ma nonostante si oppongano l’una all’altra, la vita trova modo di riconciliarle. Infatti la vita è proprio la libertà che si inserisce nella necessità e la volge a suo profitto” (H. Bergson, L’Énergie spirituelle, 1919). Ritenendo essere per un’intelligenza aperta, agile, più aderente alla vita e al dettato di quell’intuizione cui il bergsonismo stesso non ha mai obiettato nulla. L’homo sapiens e l’homo faber, coesistono.

Il tempo in Bergson (Histoire de l’idée de temps, 1902) concilia pensiero e irrazionalità, intuizione e intelletto. Intende fermarlo nella visione di un istante, l’attimo fuggente, il ritmo, il tempo vitale assunto come flusso della coscienza presente.

Ne l’Evoluzione creatrice (1907) Bergson definisce l’arte come intuizione del flusso cosciente (mentre accade, come in Joyce, adattato alla coscienza) originario della vita, come privilegio che consente di vedere meglio la realtà permettendoci di percepire ciò che essa nasconde, senza simboli in quanto essi ne rappresentano un velo, ristretto nel concetto di “durata pura”, nella logica della successione sensoriale e dell’utilità contingente, e che contiene un’unità sostanziale di passato e presente nel fluire ininterrotto della coscienza, durata reale della psiche individuale, dunque durata soggettiva, relativa, legata a stati d’animo simultanei, spontanei (tempo realizzato).

Ungaretti scrisse degli articoli sul filosofo, tra cui L’estetica di Bergson, in “Lo spettatore italiano” (1924), ove tratta dell’analisi della coscienza dell’uomo, del concetto di tempo “spazializzato”, raffigurabile graficamente nello spazio in istanti che lo precedono e lo seguono, si succedono, senza presente, reso possibile dal precedente, ma annullato dall’istante successivo: un tempo astratto, finto. Come per sant’Agostino, il tempo esiste solo nell’interiorità della coscienza. Ungaretti, al contrario vede gli istanti esistere uno in funzione dell’altro, come un fluire continuo, come una melodia. I fatti coesistono nello spazio (un mobile, un cane, una macchina…). Il fluire è possibile solo nella nostra coscienza. Bergson lo spiega con l’orologio. Esso non misura il tempo, ma segue lo spostamento delle lancette di punto in punto, di momento in momento. In realtà si misura il movimento di un elemento fisico. Come lo spostamento di un mobile che non è misurabile temporalmente, ma solo spazialmente. Il tempo in sé non esiste come durata.

Ungaretti (al contrario) indica una serie di momenti nella nostra memoria che individuano la nostra esistenza; da vecchi si può ripercorrere tutta la vita interiore, lo si può fare, ricostruire al meglio se stessi. Sarebbe il mito dell’eterno ritorno (coro 9 ne Ultimi cori per la terra promessa, raccolta “Taccuino del vecchio”), ripercorrere il vissuto con la memoria (La ginestra di Leopardi). Lo sforzo da compiere è proporre ciò che si verifica nel mutamento. Cogliere il tempo istante per istante.

È sempre pieno di promesse il nascere
sebbene sia straziante
e l’esperienza di ogni giorno insegni
che nel legarsi, sciogliersi e durare
non sono i giorni se non vago fumo.

Un altro aspetto di cui si occupò Bergson è quello del linguaggio. Un iniziale approccio lo ebbe ne Il riso (1899), ove censura la commedia, opponendo il carattere “comico” (qualcosa di alienante che ci allontana dalla realtà) a quello drammatico. Qui egli distingue tra la comicità espressa dal linguaggio e la comicità creata dal linguaggio. La prima è traducibile da una lingua all’altra, la seconda no, perché è prodotta dalla struttura della frase o dalla scelta delle parole e non da una situazione tra persone umane.

La lingua si arricchisce tramite i parlanti e chi scrive. Attraverso i secoli, si notano le mutazioni. Ungaretti parla di lingua d’uso (dialetto) soggetta a contaminazione e lingua letteraria. Il linguaggio è l’unico strumento che ha l’uomo per esprimere il proprio pensiero. Se questo è inadeguato bisogna ricorrere a strumenti adatti, renderlo capace di farlo. Bergson riteneva che se il linguaggio non mutasse fermerebbe l’uomo. Ungaretti sosteneva che bisognasse mutare il linguaggio, si considerava poeta della parola, ma essendo la sua dicotomia tra lingua e silenzio era anche “poeta dell’oblio” (Petrarca). A volte il dramma dei filosofi sono i loro seguaci, coloro che appiattiscono il loro pensiero alla propria convenienza. E’ stata anche la sorte dell’ebreo polacco Bereksohn, il cui padre fu costretto a cambiare nome e naturalizzarsi francese.

Il Nostro dopo l’ottenimento del premio Nobel elaborò la teoria che contrapponeva la società chiusa e statica basata su obbedienza e dogmi, alla società aperta in continua evoluzione anche sotto un dinamismo religioso che coinvolge l’intera umanità; anche se questa condizione non fosse raggiungibile deve restare come orientamento finale. Si riteneva tendenzialmente cattolico, ma non aderì ufficialmente per solidarietà con gli ebrei perseguitati in Germania.

Vi è nella filosofia bergsoniana una nostalgia, mai espressamente dichiarata, del tempo trascorso e un anelito all’avvenire inteso come prospettiva entro la quale tendere (sperare) a realizzare la propria libertà e quella dell’universo, giacché la libertà individuale non è libertà. La sua filosofia pone allora in una continuità indissolubile il passato e l’avvenire, tempo e libertà.

Il punto di vista storico resta sicuramente insostituibile nell’analizzare il lavoro di un artista. Non si dà dunque identità al di fuori della storia, al di fuori di ciò che può essere nominato e in quanto tale tramandato quale attestazione di un vissuto riconoscibile. “Senza la tradizione (che opera una scelta e assegna un nome, tramanda e conserva, indica dove siano i tesori e quale ne sia il valore) il tempo manca di una continuità tramandata con un esplicito atto di volontà, e quindi, in termini umani, non c’è più né passato né futuro, ma soltanto la sempiterna evoluzione del mondo e il ciclo biologico delle creature viventi” (Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Milano, Garzanti, 1991, p. 27).

(Letteratura moderna e contemporanea – 9.5.1997) MP

Commenti (1) 

ESTETICA
1 #
            rachel
https://www.reddit.com/r/RachelCook
rumpry@gmail.com
45.72.35.118
Inviato il 02/04/2016 alle 22:53
Hello, it’s even easier …

È QUI CHE SI PRENDE IL BATTELLO, È QUI CHE SI VENDEMMIA

Lezioni condivise 78 – Baudelaire e Ungaretti

30 Giu 2013 @ 11:54 PM

Osservo come the estate (lo status) – nel senso di possesso di un’immagine – di una persona possa mutare decisamente in base al luogo dove si forma e vive, e mi riferisco non tanto alla visione che ciascuno ha di se stesso, oggettiva o ideale, ma piuttosto a quella che ne fa o ne farà la società di destinazione (connazionale, letteraria, critica…), il marchio che volenti o nolenti ci viene cucito addosso. Come dire, non saremmo così simili a noi stessi se avessimo vissuto da un’altra parte. E’ abbastanza scontato, ma mi trovo a rifletterci su pensando all’immagine letteraria di Baudelaire e Ungaretti.

Tanto Baudelaire è icona persistente della ribellione, dell’anticonformismo, della poesia maledetta – e ciò trova riscontro nella sua stessa vita di bohemienne, scapigliato e censurato – quanto Ungaretti lo è di un certo conformismo e piattume, che sa di stantio, un grigiore tutto italiano che fu anche dei suoi predecessori, da Foscolo a D’Annunzio. E appunto Baudelaire è francese, Ungaretti italiano, la differenza è evidente già dal confronto tra La Marseillaise e Fratelli d’Italia, tant’è che due menti geniali come i Fratelli Taviani, nel fare un film sul risorgimento lo hanno intitolato Allonsanfan.

Questioni iconografiche, che non ci costringono a beatificare Baudelaire, né alla damnatio memoriae nei confronti di Ungaretti, ma che registro, certo del fatto che dal parisien tengo prudentemente le distanze e non perché bevesse troppo assenzio…

Questa divagazione è necessaria per restituire la giusta misura alla supposta relazione tra la poesia del lucchese e quella del poeta maledetto. L’incontro letterario tra i due avvenne quando Ungaretti, in età giovanile e ancora in Egitto, dalla sua lettura come da quella di Mallarmè e Apollinaire, imparò il simbolismo: versi sintetici su immagini emblematiche e termini allusivi che in seguito integrerà con il futurismo; due avanguardie anticlassiche che privilegiano da una parte la musicalità, dall’altra il segno grafico, il rumore; e in seguito vedrà con sospetto il ritorno all’ordine dei “rondisti”, cui si avvicinò per ragioni ideologiche.

L’influenza di Baudelaire è evidente in alcuni brani, nella tematica del viaggio visto come allontanamento da una società o da una condizione di disagio non solo fisico, il mito di Ulisse, il concetto di viaggio come conoscenza: “Mais les vrais voyageurs sont ceux-là seuls qui partent/ Pour partir; cœurs légers, semblables aux ballons,/ De leur fatalité jamais ils ne s’écartent,/ Et sans savoir pourquoi, disent toujours: Allons !/” (da “Le Voyage” di Charles Baudelaire).

Ma è difficile pensare che la poesia non sia in ogni caso viaggio, anche solo metaforico, pertanto è un po’ banale scegliere questo elemento come comunanza, peraltro in Ungaretti il viaggio è la vita stessa, conoscenza, ma soprattutto esilio, mondo esterno ed interiore insieme, necessità di conoscenza del mistero dell’uomo: la nascita in Egitto, gli studi in Francia, la guerra in Italia, l’emigrazione in Brasile e il ritorno; non riesco a vedere degli elementi così comuni, in certi versi forse, ma non nel corpus poetico, i due seguono strade diverse, come se la stessa sceneggiatura l’avessero tradotta in film John Wayne e Luis Buñuel.

E subito riprende/ il viaggio/ come/ dopo il naufragio/ un superstite/ lupo di mare” (Allegria di naufragi, 1917), ma il viaggio è la guerra, la guerra in cui si va volontari per poi maledirla, come se non se ne fossero fatte abbastanza per averne esperienza, da prima di Maratona a Caporetto e oltre.

Gli esempi si possono sprecare fino alla Terra promessa: “Erto più su più mi legava il sonno,/ dietro allo scafo a pezzi della pace/ struggeva gli occhi crudeltà mortale;/ piloto vinto d’un disperso emblema,/ vanità per riaverlo emulai d’onde;/ ma nelle vene già impietriva furia/ crescente d’ultimo e più arcano sonno,/ e più su d’onde e emblema della pace/ così divenni furia non mortale”. (Recitativo di Palinuro, 1932), viaggio reale nei luoghi di Enea (possiamo immaginare una comparazione con il viaggio di Ulisse baudelairiano?).

Certo la lettura di Baudelaire induce echi e suggestioni in Ungaretti, inseriti in due culture e contesti differenti: “O Morte, vecchio capitano, è tempo! Sù l’ancora!/ Ci tedia questa terra, o Morte! Verso l’alto, a piene vele!” (Le voyage, 1859), non ha nulla a che fare con Il capitano (1917) di Ungaretti, persona fisica (Nazzareno Cremona) caduta in guerra, come si rileva da una dedica autografa del poeta ai genitori dello stesso, che poi si riferisse anche a se stesso è un altro discorso.

Ci sono attinenze rielaborate in un contesto differente; ma accostare Ungaretti a Baudelaire è una forzatura, forse per induzione tramite Rimbaud e Apollinaire.

Ricorrente è in Ungaretti il tema della luce, del sole che illumina con i suoi raggi, fin dal contesto della grande guerra, con “Cielo e mare”, poi “Mattino”, M’illumino d’immenso… Qui il sole che irradia la luce al mattino, attrae, guida, rinfranca, ti fa sapere che sei ancora vivo e parte del creato, restituisce la memoria, fortifica, seppure in un contesto drammatico. Il mondo lasciato alle spalle porta in ogni caso a un nuovo mondo.

Anche “Le stagioni” è piena di luce: O leggiadri e giulivi coloriti/ che la struggente calma alleva,/ e addolcirà,/ dall’astro desioso adorni,/ torniti da soavità,/ o seni appena germogliati,/ già sospirosi,/ colmi e trepidi alle furtive mire,/ v’ho/ adocchiati./ Iridi libere/ sulla tua strada alata/ l’arcano dialogo scandivano./

E’ mutevole il vento,/ illusa adolescenza./ Eccoti domita e turbata./ E’ già oscura e fonda/ L’ora d’estate che disanima./ Già verso un’alta, lucida/ Sepoltura, si salpa.

Situazione tetra nella luce dell’estate, secca, nera, poesia paradossale, ossimorica, drammatica, come di una morte presente nei vivi, concetto che torna in Di Luglio: È l’estate e nei secoli/ con i suoi occhi calcinanti/ va della terra spogliando lo scheletro.

Un processo analogo di personificazione della natura lo troviamo in “Illuminazioni” di Rimbaud, la cascata di raggi del sole che scompiglia i capelli correndo nel bosco:

Io risi alla cascata bionda che si scarmigliò attraverso gli abeti: sulla cima argentea riconobbi la dea.

E Baudelaire: Il godimento dà al desiderio più forza./ Desiderio, vecchio albero che il piacere concima,/ mentre s’ingrossa e s’indurisce la tua scorza,/ verso il sole si tendono i rami della tua cima!

Durante il periodo militare, Ungaretti, in alcune lettere a Papini parla dei suoi antenati letterari (le citazioni variano): Villon, Maurice de Guérin, Mallarmé, Papini stesso, Dostoevskij, Cellini; ci mette anche sua madre e il romanzo realista Bel Ami di Guy de Maupassant (1885).

Ungaretti visto sotto un profilo tecnico è un’altra cosa, le influenze possono essere osservate in modo più neutro. Con Papini discorreva della sua recherche metrico-stilistica, della necessità di sperimentare termini nuovi e abbandonare quelli abusati, ovvero restituirgli un senso, in un contesto di versificazione moderno, frantumando endecasillabo e settenario. Tuttavia i suoi punti di riferimento restano Dante e Leopardi e spezzare il verso è solo il pretesto per mettere in evidenza le parole che gli interessano.

In questo contesto critica Poliziano (fa pillole) e Manzoni (fa confetti), ritenuti roba scolastica, anche se il giudizio è ben più articolato e non scevro di notazioni positive. Nei poeti cerca il ritmo e la musicalità (Verlaine) – caratteristiche per la ricerca di unità nella poesia italiana – più che il messaggio.

Aspra è anche la polemica di Ungaretti intentata contro la religione, che persegue il bene a parole e nella pratica fa del male. Altri modelli sono indicati in san Giovanni evangelista, Verlaine, Rasputin (visti come figure “maledette” forse, ma dal difficile accostamento tra loro, specie relativamente a Verlaine).

L’opera di Ungaretti è stata soggetta a studio filologico e pubblicata in edizione critica, “Vita di un uomo”, dove emergono tutte le problematiche testuali e la varianti, numerose, specie nella silloge “Allegria di naufragi”. E visto che siamo in tema qualche filologa mi illumini sul titolo del post…

(Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea – 21.2.1997) MP

Commenti (4)

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
4 #
noti
notimetolose.myblog.it
notimetolose@virgilio.it
151.41.167.130
Inviato il 20/07/2013 alle 12:08
ancora in viaggio?

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
3 #
noti
notimetolose.myblog.it
notimetolose@virgilio.it
151.41.167.130
Inviato il 04/07/2013 alle 22:04
Sono come l’ebreo errante ma sono mortale. E fin che posso girerò il mondo per conoscere, vedere, parlare, captare, sentire, ascoltare. E che Baudelaire si fotta come la sua Emma.

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
2 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.5.246.20
Inviato il 01/07/2013 alle 21:59
baudelaire… se conosci la sua storia non puoi amare la sua poesia e quella sfattezza e mollezza si vede tutta nei suoi versi, a cui cerca di dar forza con il lirismo, ma poi cade e cade quando cade nella realtà, nell’inconcludenza dei suoi gesti, tipica dei poeti molli.

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
1 #
andreapac
andreapac@tiscali.it
213.198.132.189
Inviato il 30/06/2013 alle 22:08
Grazie della visita e del commento lasciatomi, non sono campanule ma fiori aperti pentapalmari, come le margherite e pelargoni.
Molto bello e istruttivo quello che scrivi, buona settimana

COSCE SICURO!

Lezioni condivise 71 – Lucca e naufragi

 30 Nov 2012 @ 11:58 PM

Tra gli ermetici e minimalisti mi è capitato di studiare a fondo Ungaretti, proprio in modo globale; avrei preferito magari un altro autore, pertanto, come davanti a un minestrone dove sono presenti ingredienti indigesti e allora sposti al bordo del piatto, fagiolini, piselli, cavoletti, le bietole troppo invadenti, ho dovuto separare dal poeta, il soldato, il fascista, il lacchè, il pecorone, l’infimo, e non è stato facile. Tuttavia penso che l’arte sia unidirezionale e positiva, altrimenti non è arte. La poesia e la tecnica ungarettiana evidentemente lo sono, anche se occorre indossare i guanti. E’ arte perché vi è la formazione dell’esule, l’esperienza di “Baracca rossa” in Egitto con Enrico Pea, l’avventura di studiare in Francia e incontrare gente come Apollinaire e Mallarmé, ma anche Picasso, De Chirico, Modigliani, e subire l’influenza di Baudelaire, anche se al rientro in Italia non trovò maestri di pari spessore e soprattutto trovò Mussolini e il fascismo. Una sorte sfortunata, un po’ come se, che so, un Badoglio avesse conosciuto e frequentato Marx, Engels, Lenin, Bakunin, Malatesta, Gramsci, poi incontrato il duce, fosse rimasto un Badoglio…

Detto questo, alla fine, non sono scontento di averlo studiato, come è vero che qualsiasi studio arricchisce, ma anche perché in quel minestrone qualcosa si salvava… le patate…

Ungaretti ammise di aver avuto le prime influenze poetiche da Leopardi e Petrarca. Conobbe i primi scrittori italiani su “La Voce”, ove scriveva anche Giovanni Papini, che in seguito lo aiutò a pubblicare i primi lavori sulla rivista “Lacerba” (denominazione ispirata alla poesia omonima di Cecco d’Ascoli). Nel secondo dopoguerra invece intenso fu il carteggio con Carlo Betocchi e la collaborazione con la rivista “L’approdo letterario”.

Da William Blake (1757-1827), poeta e pittore, sorta di profeta visionario, di grande immaginazione, per il tramite di Apollinaire, Ungaretti mutuò la tecnica cinematografica, la poesia visiva, il simbolismo, l’avanguardia.

La commistione tra letteratura e cinema ebbe inizio con film tratti da opere letterarie, finché si pervenne al film poetico, onirico, da cui nacque la poesia visiva, di movimento, con immagini rapide, flash; un intreccio tra immagine e parola, che può venire anche dal sogno, cui in fondo si ispira il cinema surreale. Flusso di immagini come flusso di coscienza, che produce stimoli, argomenti figurativi, simbolici e stilistici; ogni visione ne richiama altre presenti e passate, reali o immaginarie, in una fusione di percezioni e transfert. Il messaggio visuale e non solo cinematografico, condiziona ampiamente la letteratura, lo scrittore è anche sceneggiatore, come in un ciclo permanente, continuo.

Blake influenzò direttamente anche W.B. Yeats, D. Thomas, J. Joyce, A. Ginsberg, A. Gide.

Quello di Ungaretti è lo stesso mistero per cui il futurismo è soggiaciuto al fascismo e più che esso alcuni suoi membri. Debolezze non giustificabili sebbene nei confronti di un potere autoritario, incombente, asfissiante, intimidente…

Nel carteggio con Papini, specie nel 1919, cita spesso i suoi autori preferiti ed è subito evidente la levatura dei francesi – Maurice De Guérin, Rimbaud, Laforgue, Apollinaire – rispetto a quella degli italiani – lo stesso Papini, Soffici, Carrà, Cardarelli, e ci mette pure se stesso, con presunzione malcelata da ironia – .

Al tempo di “Allegria di naufragi”, su “Il popolo d’Italia”, giornale di Mussolini e del fascismo, discettava con Papini di organizzare la poetica, di programmarla.

Questa raccolta in cui confluì “Il porto sepolto”, aderisce al minimalismo e al frammentismo. Nella successiva, “Il sentimento del tempo”, raggiunge il massimo dell’ermetismo, torna alla metrica regolare e a un certo classicismo, si autoregola, si impone scelte d’avanguardia.

Nato in Egitto da genitori lucchesi, vide Lucca per la prima volta a 31 anni, dopo gli studi in Francia e la grande guerra. Proprio allora scrisse “Lucca” e la inserì nella raccolta “L’allegria di naufragi” (1919). Sembra che in origine fosse una lettera, quindi prosa, cui il pathos dà un che di poetico, anzi è considerata uno dei maggiori componimenti del poeta, che vi esprime i concetti con espressioni musicali, minime e attente.

Aver visto Lucca aiuta tanto… Lucca, terra e metaforicamente donna.
A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre
ci parlava di questi posti”
“In queste mura non ci si sta che di passaggio”
“Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie,
ho in vista la morte”.

Precisazioni temporali, indicazioni di possesso e diversi pronomi personali.
A casa mia… mia madre…”, “La mia infanzia…”,
“Mi sono seduto… con della gente
che mi parla… d’un suo podere”
“Mi scopro…”, “Nelle mie vene, il sangue dei miei morti”
“mi scopro a ridere”, “Il mio destino, e la mia origine”
“Non mi rimane”, “mi spingeva”.

Si preoccupa di fissare coordinate spazio/temporali che non c’erano nella prima stesura. E’ un brano borderline tra i diversi drammi della giovinezza e un futuro, arrivato troppo presto, incerto, da esule… Ha 31 anni e parla già di morte.

Lucca richiama in qualche modo il tema di “Jolie Rousse” (1918) di Apollinaire. La guerra che si è portata via la giovinezza e il tempo perduto ci proietta davanti il baratro del non vissuto e il rischio del non vivere. Ma aldilà di questo la poesia rappresenta una frattura con la tradizione dal punto di vista della tecnica poetica, Apollinaire si sgancia da ogni regola e lancia il verso libero, l’invenzione, l’avventura. Ungaretti lo segue nella tecnica, ma non nel contenuto.

“Jolie Rousse” – Giudico questa lunga disputa della tradizione e dell’invenzione,/ dell’Ordine e dell’avventura (…)/
Siate indulgenti nel confrontarci/ a quelli che furono la perfezione dell’ordine/ noi che dovunque cerchiamo l’avventura./

La differenza è tuttavia palese pur nello stesso contesto: al contrario di Apollinaire, Ungaretti preferisce l’ordine all’avventura.

“Lucca” – In queste mura non ci si sta che di passaggio./ Qui la meta è partire./
Mi sono seduto al fresco sulla porta dell’osteria con della gente/ che mi parla di California come d’un suo podere./
Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone./ Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti.
Ho preso anch’io una zappa./ Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere./ Addio desideri, nostalgie./ So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne./ Conosco ormai il mio destino, e la mia origine./ Non mi rimane che rassegnarmi a morire./

In questo dialogo mediante versi, a distanza, il confronto evidenzia comunque l’imitazione. Il tema della sorte.

“Jolie Rousse” – Je sais d’ancien et de nouveau autant qu’un homme seul/ pourrait des deus savoir.
So di vecchio e nuovo, quanto un solo uomo/ potrebbe sapere/.
“Lucca” – So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne/.

Il richiamo alla sessualità in “Lucca” era molto più evidente nella prima stesura, ormai clandestina, visto che è sparita anche dall’apparato critico delle varianti di “Vita di un uomo”.

Qui finirei col riprendere la zappa, col rimescolarmi
ai contadini, col dimenticare le acredini e i miracoli
delle lettere, col lodare, al sole l’alto grano d’oro,
mentre si falcia, e le coscie delle donne sorprese a
fecondarsi di te in una gran perdizione di sguardi e di
morsi bestiali; e non sai più se è una pesca o labbra
quella forma che hai divorato, se non fosse l’odor for-
te della donna; e poi al sole che ti dà un abbandono…

Ungaretti descrive i giorni trascorsi nei luoghi originari come momenti di “sofferenza e voluttà”, in una terra che per il poeta ha l’immagine appunto delle “coscie delle donne sorprese a fecondarsi di te”.

L’apparato critico riporta due varianti non molto dissimili:
Ho preso una falce, e con il grano mi son dato al sole.
Le coscie delle donne in fermento , mi soffocano;
e sono cascato nell’odor forte della mia terra avvinghiato come una belva.
Non so più se una di queste pesche, che pesano
agli alberi, o le tue labbra, ho divorato.

Ma infine resta il verso ermetico, ma anche più sconsolato
Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 14.2.1997) MP

Commenti (5)

Cosce sicuro!
5 #
jahira
xjahirax.wordpress.com
jahira@virgilio.it
87.15.55.152
Inviato il 25/12/2012 alle 23:15
certo! con lo scopo di darlo da mangiare a uno di quelli seduti a tavola rinvigorendo le forze necessarie all’accoppiamento, per poi, assolto il compito, non cagarlo più’ per il resto della sua vita se non per lo stretto necessario (ma ormai nemmeno più’ quello). 🙂 detto questo, vuoi un ovetto?

Cosce sicuro!
4 #
salem
historicalnovelsociety.org/reviews/time-of-the-witches/
salemmccleary@gmx.de
36.224.2.25
Inviato il 23/12/2012 alle 17:13
nice post

Cosce sicuro!
3 #
lorina
blog.konstantinkuzya.de/lorina/
lorina@urqlwi.com
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Inviato il 13/12/2012 alle 05:05
Get ‘Em Out by Friday!

Cosce sicuro!
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darnell
evilbloggerlady.blogspot.com/
darnell.rigsby@freenet.de
199.19.109.122
Inviato il 11/12/2012 alle 12:24
I am reading very informative articles

Cosce sicuro!
1 #
terrel
news.sellorbuyhomefast.com/
terrellhardy@gmail.com
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Inviato il 05/12/2012 alle 01:00
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ZÎZNASE

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