DOMUS DE LÀDIRI

31 Ott 2016 @ 11:48 PM

Lezioni condivise 117 – La dimora rurale

Trattare di Geografia nel XX secolo dava alla mente, al ragionamento, alla concentrazione sull’oggetto, come l’impressione di uno sballottamento in mare su una zattera o su una barchetta che tiene a stento l’onda, come se i geografi fossero ancora suggestionati dalla poesia di Braudel – da loro conteso agli storici -,  e avessero un approccio metapoetico alla materia. La disciplina, in cerca di spazio da oltre un secolo, trovò poi identità nella frammentazione e più che assestarsi, galleggiava, tra movimento, divenire e il rischio di essere assorbita da altre discipline più forti, come la filosofia, la storia e le scienze naturali, che a mala pena gli avrebbero lasciato la topografia e poco altro.

Nello sforzo di trovare alla geografia una collocazione come scienza, Arrigo Lorenzi (docente all’Università di Padova e antifascista), al Congresso geografico italiano di Bologna del 1947, sancì l’esistenza di linguaggi diversi tra geografi e distinse la disciplina in fisica, economica e antropica. Cessò così (teoricamente) la Geografia come corpo unitario.

Secondo Lorenzi, la vera conoscenza di una regione quale associazione di fenomeni naturali e umani, deve individuare il nesso intimo che esiste tra i diversi fatti che costituiscono una comunità. In un territorio aspetti geomorfologici e climatici sono inseparabili dalla storia dell’agricoltura, l’azione della natura, l’opera dell’uomo e si combinano. Il cenno alle abitazioni rurali e la loro forma, le scelte insediative e i loro caratteri storici, sembra così attribuire alla ricerca naturalistica il valore di premessa agli studi “oicografici”, cioè sulle case rustiche, e quindi le “correlazioni” tra uomo e ambiente, che in tal modo si rivelano quale momento essenziale della ricerca geografica.

Il discorso sull’incivilimento che guiderà gli studi antropogeografici è così impostato, ma è importante cogliere la progressione delle indagini di Lorenzi, dove l’osservazione naturalistica è sempre finalizzata al progresso delle condizioni civili della regione. La sua prima produzione è dominata dalla figura e dalla proposta scientifica di Giovanni Marinelli (studioso delle abitazioni friulane, le “casere” sul mare, dunque case rurali tradizionali, spie di trasformazioni culturali in atto); la successiva, quella che culmina con gli Studi sui tipi antropogeografici della pianura padana, pur fortemente autonoma, tiene in massimo conto i suggerimenti di Olinto Marinelli (figlio di Giovanni; fautore dell’unità organica della geografia come scienza e metodo, sostenitore dell’esplorazione diretta e della cartografia) da cui deriva anche l’interesse per l’antropogeografia di Friedrich Ratzel (leader del determinismo geografico e autore dell’espressione spazio vitale) e l’attenzione per il metodo genetico (evoluzione del paesaggio come ciclo geografico) di William Morris Davis. Sono tuttavia indicazioni rimeditate e rielaborate secondo il pensiero positivista di Roberto Ardirò (la cui filosofia è basata sui fatti e sull’argomentazione induttiva, contro le deduzioni a priori, metafisiche, che non hanno fondamento nell’esperienza; senza certezze definitive, ma riformulabili come le teorie scientifiche: un “naturalismo” evoluzionistico o realismo positivo, non riduzionista), ma soprattutto secondo il modello cattaniano di geografia (vista come scienza umanistica, che si manifesta sotto forma di pensiero di programmazione regionale. Un geoumanesimo in rapporto fra le condizioni naturali e l’ opera dell’ uomo in ambito locale).

I fatti e fenomeni osservati dal viaggiatore-geografo sono inseriti in una precisa visione del progresso, comparando sistematicamente condizioni civili e materiali delle campagne che viene visitando. L’individualità economico-agraria del “tipo delle risaie piemontesi” ha, per esempio, unificato unità naturali tra loro diverse. I tetti di segale e canne palustri nel “tipo delle recenti bonifiche meccaniche” vanno, infatti, scomparendo per “miracolo di scienza umana”. Attribuisce l’estinguersi delle case con tetti di paglia del “tipo dei magredi del Friuli occidentale” all’emigrazione temporanea e non all’attività dei governi. Il paesaggio rurale è “correlazione fisicoantropica” della geografica friulana. Fondamentale la conclusione di Lorenzi secondo cui l’ideale di patria “degenera quando non si rispetta lo stesso sentimento negli uomini di un’altra comunione e si vuole sopraffarli”.

A livello europeo la disunità della materia riguarda anche le varie scuole: la francese (deterministica, principio di causalità: nulla è casuale) con Paul Vidal e gli Annales, la tedesca (paesaggistica) con Friedrich Ratzel e l’italiana (regionalistica). Si tratta di approssimazioni tra incontri, derivazioni e tagli netti, in cui si è inserito, per trarne vantaggi, anche il nazismo.

Per i tedeschi il paesaggio non è più il prodotto di fattori climatici, naturalistici o altro, ma il luogo ove agisce l’uomo (Ratzel). Tesi maldestramente accolta nel Mein Kampf di Hitler per giustificare la tesi della diversità biologica delle razze umane.

In occasione del Congresso geografico internazionale del 1925 tenutosi a Il Cairo, dagli allievi di Paul Vidal De La Blache e dagli Annales, nascerà la Geografia storica (1924-1926).

In quella circostanza, Jean Demangeot, francese e Renato Biasutti, italiano, proposero gli studi sulla dimora rurale, riconoscendo ai villaggi e alle proprie dimore importanza antropologica per la relazione tra quella società e le sue abitazioni. Demangeot negò che il geografo debba occuparsi di geografia urbana in quanto nelle città viene a mancare la natura, l’ambiente.

In Sardegna si studiava, in particolare, la differenziazione tra le dimore rurali; tra casa campidanese (in làdiri) e barbaricina (in pietra), nonché l’estensione orizzontale o verticale. Anche il contadino può avere l’esigenza di un abbellimento, di una distinzione. Le dimore rurali vengono studiate anche secondo diversi parametri (altitudine, longitudine, distanze…). Esse si differenziano anche su parametri antropologici ed etnici.

Renè De Planc studiò in Umbria e là riconobbe la proiezione della città sulla campagna perché, sostiene, dalla città ci si proietta sulla campagna.

In Italia i geografi non si costituiscono in equipe. Appare loro più facile studiare secondo le ripartizioni amministrative, invece che geofisiche naturali. Eppure le ripartizioni amministrative non hanno giustificazione geografica, sociale e storica. La loro scelta come base di studio è discutibile. Gli studi vanno molto a rilento in Italia, perché la geografia evolve, vengono superati discorsi già programmati e si lavora su parametri vecchi.

In Francia il discorso si insterilisce e prevale l’aspetto economico-funzionale, come attrezzo, come un aratro, un carro…

Alcuni allievi di Vidal entrano a far parte del circolo degli Annales, si distinguono Demangeot, De Montour (fisico), Maximilien Sorrìs; essi si dedicano allo studio del paesaggio. Fare geografia, indagare per comprendere la geografia e anche la storia, le condizioni storiche delle regioni geografiche, che in Francia sono un’ottantina e furono individuate durante la Rivoluzione Francese su criteri fisico-geografici. Ciò ha dato luogo a un’unità fisica e sociale e trovò spazio anche in Italia alla fine della II guerra mondiale, quando ormai in Francia questo pensiero stava tramontando.

L’indagine consiste in una ricognizione sul campo di una regione per studiarne montagne, corsi d’acqua, tradizioni popolari, storia e via dicendo. Dopodichè si stabilivano le interconnessioni tra i vari aspetti, fino a pervenire alla differenziazione regionale, non solo fisica, ma anche di interazione tra uomo e ambiente. L’uomo si adatta all’ambiente fisico, secondo Ratzel e dispone dell’organizzazione degli elementi della natura (Vidal).

Il geografo tout-court deve interessarsi degli uomini, dunque le zone spopolate non appartengono alla geografia, ma alla fisica, perché non c’è società, non c’è uomo che vi interagisca.

Lo spazio terrestre è necessariamente limitato ed “è la prima e immodificabile condizione della vita sulla terra. Ci si può immaginare un popolo in questo o quello spazio, ma per l’umanità c’è esclusivamente lo spazio della terra” (Ratzel 1899).

La geografia italiana rimaneva sostanzialmente Ratzeliana anche dopo Lorenzi.

La svolta avviene negli anni 60, specie con Lucio Gambi, romagnolo,  e Osvaldo Baldacci.

Gambi segue la linea della geografia umana: l’uomo che riplasma la terra, va oltre la geografia esclusivamente fisica e introduce nella disciplina la storia, le culture, l’ambiente, le politiche urbanistiche e sociali. Il suo insegnamento ha riguardato soprattutto la Geografia politica ed economica, sui problemi dell’organizzazione umana del territorio, passando dalla casa rurale all’ambiente globale, la lettura delle carte geografiche, l’orientarsi sugli atlanti, capire i paesaggi. E’ stato un geografo scomodo per i tradizionalisti.

Fu autore nel ’68 di un rivoluzionario “Geografia e contestazione”, ove considera l’ambiente naturale come problema politico di valore economico e sociale.

“La geografia è la storia di come l’uomo riplasma e rifoggia la terra in termini umani, per ricrearla come opera sua”. Di qui la svolta, l’approccio geografico che diventa anche storico e sociale, saper guardare avanti, e capire dove avrebbe portato la cultura, o incultura, dell’ambiente.

Baldacci, sassarese, docente universitario a Cagliari, Bari e Roma, fu uno strenuo difensore dell’unita della geografia, fronteggiando le istanze provenienti da nuove tendenze geografiche, ad alcune delle quali non attribuiva dignità scientifica, la sua opera principale fu infatti “Geografia generale” (1972), il cui scopo era “la formazione dello spirito geografico, che rende omogeneo e comprensivo il senso di ogni nostro discorso, pur nelle disparita delle situazioni e degli atteggiamenti”. Secondo la sua concezione, il geografo deve interessarsi di tutti i “fatti” che nascono dal rapporto uomo-natura: dalla geografia fisica (geomorfologia, climatologia), a quella umana (in particolare dell’insediamento), dalla geografia regionale alla storia del pensiero geografico e alla didattica della geografia.

 (Geografia storica – 14.01.1998) MP

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DOMUS DE LÀDIRI
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DEI RICORSI DELLA STORIA

Lezioni condivise 112 – Formazione della filosofia moderna

31 Mag 2016 @ 11:20 PM

Credo di aver già filosofeggiato sulla filosofia; materia ostica quando si tratta di comprendere quella degli altri, probabilmente me la caverei meglio a spiegare la mia, benché sia zeppa di complessi distinguo, di ardue teorie e tripli salti carpiati… bisognerebbe inserire la filosofia nei giochi olimpici! Diciamo pure che il mio pensiero sulla filosofia è in movimento, anche rispetto a di quali filosofi si parla. Cercherò di essere sufficientemente obiettivo.
La concezione ciclica della vita – rappresentata da una spirale – ci perviene dall’epoca greca e romana, è la teoria secondo cui i fatti si ripetono nel tempo, ma anche nello spazio, mediante dei cicli, e di essa elaborò poi una teoria precisa il Vico. Non si tratta esclusivamente di un’interpretazione della storia, ma di tante altre discipline, dalla fisica ad altre scienze, comprendendo religione e psicologia.
Il tempo ha certamente un valore quantitativo (chrònos) e un aspetto qualitativo (kairós). Gli antichi greci si occupavano soprattutto di quest’ultimo valore, cioè di quanto accadeva di significativo, senza considerare la misura, relegata al fattore economico (Thorwald Dethlefsen, Il Destino come scelta, 1984). Ne abbiamo ancora oggi riscontro nella denominazione dei giorni della settimana o dei mesi. Era fondamentale l’inizio, pertanto si ragionava su quando compiere una determinata attività.
Ai nostri giorni e fin dalla fisica di Newton (tra Seicento e Settecento), queste concezioni di ciclicità vengono considerate ascientifiche, a parte i fenomeni naturali come le stagioni, il ciclo della vita e simili, mentre per tutto il resto l’universo procede progressivamente, seppure con reflussi. Non mancano naturalmente teorie complesse (buchi neri – tempo fermo – e via dicendo) di difficile spiegazione razionale allo stato attuale. Anche la concezione del tempo lineare – concetto biblico e comunque monoteista – viene considerato ascientifico, in quanto tutto procede senza mutazione una sola volta, ma inoltre vi è un inizio e una fine e tutto è affidato alla provvidenza. La filosofia di Hegel e quella di Marx, tentano di conciliare tempo ciclico e lineare, secondo lo schema tesi-antitesi-sintesi, con l’idea progressiva di società che si evolve.
Il più noto teorico della ciclicità è stato Giambattista Vico, contemporaneo di Newton, elaborò le sue tesi in “Scienza nuova”, ricostruendo la storia nell’alternanza di periodi democratici ad altri di dittature e in campo economico periodi di benessere seguiti da altri di crisi. Non fu capito e apprezzato dai contemporanei, tutti appiattiti sulle idee di Cartesio, per il quale le vere scienze erano la fisica e la matematica, concetto che Vico in sostanza capovolse, ritenendo unica vera scienza la storia, in quanto essa era fatta dall’uomo, in opposizione alla natura. Tuttavia lo stesso Vico fondava la storia come mossa dalla provvidenza, se non altro perché condizionava positivamente l’azione umana e tuttavia la distingueva dal fato, che non prevedeva il libero arbitrio. Il punto è controverso e forzato come quello derivante sulla corrispondenza tra religione cristiana e paganesimo, proprio perché entrambe volute dalla “provvidenza”, che nei tempi antichi usò il paganesimo, perché la vera religione non poteva essere compresa.
In principio il paganesimo servì allo scopo di frenare la hybris umana, punita con la nemesis. Vico si serviva della religione per dimostrare le sue tesi, dunque pur essendo credente non si soffermò sull’opera del Cristo, ma sull’opera della chiesa istituzionale, come peraltro sulla corrispondente mitologia pagana. Ma siamo certi che avesse analizzato bene la storia e i suoi effetti? Il problema delle religioni è proprio questo: l’uomo adegua il messaggio originale, semplice e giusto alla sua convenienza non così trasparente, fino a discostarsene al punto che del principio iniziale non si riconosce più nulla. Determinati libri della Legge, così, appaiono confezionati a vantaggio totale di Israele, si tollera il massacro continuo e ripetuto dei popoli non semiti che nei testi risulta voluto dalla divinità. I re sono Messia, eletti da Dio, e spesso agiscono in modo non esattamente giusto, giacché se un testo è sacro, non può essere giustificato con la cruda storia.
Questo è il concetto che opporrà i romani a Gesù. Egli il Messia, dunque re dei giudei, pertanto loro oppositore, tende a sovvertire l’ordine costituito, è un sovversivo a capo di una banda di sovversivi. Dal punto di vista romano la religione c’entra solo in quanto si oppone al loro potere. Si innesca così il meccanismo storico che produrrà le successive vicende del Cristianesimo. I Cristiani, seguaci di Gesù, cui i romani danno la caccia, fuggono da Israele ad Antiochia, a nord, in territorio siriano e sono i più poveri. Quelli più benestanti, in seguito alla conversione di Paolo di Tarso, si stabilirono gradualmente a Roma. Già da allora maturarono l’indipendenza rispetto all’ebraismo, rimanendo monoteisti, questa fu la causa della seconda persecuzione di Diocleziano.
Il concilio di Nicea (325) creò le prime spaccature, inizialmente con l’allontanamento degli ariani, poi con il divenire religione di stato (Costantino – 313, Teodosio – 391): si distinsero latini (cattolici), orientali, ortodossi, copti, siriaci, armeni. La chiesa romana, ormai autoritaria, da sottoposta allo stato, ne diviene guida, dando luogo alle prime guerre di religione e all’evoluzione soprattutto del cattolicesimo, che dal basso medioevo, fino a buona parte dell’età contemporanea si allontana dall’insegnamento originario dei Vangeli per adottare un comportamento politico, monarchico, statuale.
Occorrerebbe comprendere a quale tipologia religiosa si rifaceva il Vico, benché è immaginabile fosse quella gerarchica, senza problematiche di autenticità evangelica. La ciclicità vichiana, peraltro in contrasto con quella lineare cristiana, si fonda su tre età che si ripetono: degli dei, degli eroi, degli uomini. L’età degli dei, avviene in un regime teocratico ove tutte le azioni sono sottoposte alle indicazioni degli oracoli. L’età degli eroi (mitologia) è invece dominata dall’aristocrazia che si arroga il diritto di comandare e di governare in quanto superiore al popolo. L’età degli uomini si basa sull’uguaglianza e sugli ideali di democrazia e libertà, sulla ragione. Le prime due sono definite età poetiche, creative, si passa dal caos all’ordine, dalla fantasia alla razionalità, ma raggiunto questo stadio, si verifica un regresso e si torna alla barbarie. Vico individua la fine del primo ciclo con la caduta di Roma e l’inizio del nuovo nel basso medioevo, ma giunto all’epoca in cui visse, in piena età moderna, le sue teorie si fanno nebulose e contraddittorie, forse lo avrebbe aiutato la Rivoluzione francese, ma non la visse. La sua tesi era inoltre in contraddizione con la religione cristiana. Ciò emerse soprattutto dalle interpretazioni che ne seguirono, anche opposte tra loro.
Secondo l’Accademia di Lipsia, Vico era un gesuita conservatore e la sua opera rappresentava una concezione della storia tesa a favorire la Chiesa Cattolica (tesi adombrata più sopra). Dal canto loro i conservatori cattolici accusarono Vico di mettere in dubbio la concezione biblica della storia e il potere trascendente di Dio su di essa. Gli anticlericali e i socialisti invece esaltarono Vico fino a tutto il Settecento in quanto le sue teorie erano funzionali alla rivoluzione. Come si vede, posizioni che contrastano con la volontà del Vico stesso, ma dovute al suo voler conciliare l’inconciliabile tra paganesimo e cristianità.
Acquisiti dal vichianesimo gli elementi utili, portiamoci necessariamente nell’età contemporanea, che facciamo partire dalla Rivoluzione francese. Questa età è ancora viva, o essendone iniziata una nuova dovremmo addirittura cambiargli nome? Magari definendola età delle Rivoluzioni democratiche e osservando in essa tutti gli elementi originari e successivi che ne hanno determinato la fine.
Gli anni Ottanta del secolo scorso possono essere considerati età di mezzo tra la fine delle grandi rivoluzioni sociali e l’inizio del regresso (allora chiamato riflusso) che persiste tuttora.
Questo riguarda grandi temi sotto gli occhi di tutti, primo quello della disuguaglianza economica, che contiene l’aggravarsi della situazione in quello che era il terzo mondo, la perdita dei diritti da parte della classe operaia e la nascita di una classe di disoccupati e privi di diritti, l’arretramento della condizione e dei diritti delle donne, la nascita di nuove branche di umanità discriminate o che erano in via di liberazione e sono di nuovo oppresse o vittime di nuova schiavitù.
Nella preistoria la facoltà della donna di generare nuove vite la rendeva agli occhi dei maschi una divinità, tanto è vero che per millenni le divinità pagane principali erano femmine. Le cose cambiarono con le migrazioni delle popolazioni dall’Asia fino al tramonto della civiltà egizia. Da oriente viene portata l’idea della donna madre, non dea, e in seguito demone. Nel mondo greco c’è già un predominio maschile. Avviene il passaggio da Inanna, a Ishtar, a Isis (grande madre) fino a Lilith (Eva per l’ebraismo). Nel cristianesimo primitivo è evidente il ruolo positivo della donna. Partendo dal concetto che il trascendente deve diventare immanente, non c’è differenza nel Regno tra uomo e donna. Vangelo di Tommaso (loghion 22): “Quando di due farete uno, quando farete la parte interna come l’esterna, la parte esterna come l’interna e la parte superiore come l’inferiore, quando del maschio e della femmina farete un unico essere per cui non vi sia più né maschio né femmina (…) allora entrerete nel Regno.”
E’ necessario ribadire che le rivoluzioni, per tutta una serie di ragioni, non ultima l’inesperienza dei rivoluzionari, la caducità umana o l’infiltrazione di elementi sabotatori, dopo un avvio in linea con gli scopi che si proponevano, quasi sempre hanno trovato chi se n’é impadronito e ha fatto in loro nome tutto il contrario di quanto era dovuto: il caso più clamoroso è stato quello di Stalin per la rivoluzione russa, ma è accaduto anche con Napoleone e altri, senza contare le rivoluzioni che non erano tali, come quella americana, visto che è avvenuta sulla pelle dei nativi.
La storia non si può semplificare e tutti i fatti devono essere presenti e lo storico non può essere servo dell’ideologia, ma della verità vera, non quella dei controrivoluzionari. La rivoluzione francese è stata la madre di tutte le rivoluzioni e in più occorre ammettere che i suoi valori non si sono spenti con la restaurazione e continuano ad essere vivi. Liberté, Égalité, Fraternité è un motto e un programma valido ancora oggi e che insieme presuppone la pace anche come semplice assenza di conflitti di qualsiasi genere.
Gli stati assoluti, con le nuove assemblee (stati generali, parlamento, cortes) avevano aggregato al potere la classe borghese, almeno a livello consultivo, ed effettivo riguardo alla tassazione. Da questa novità era escluso il popolo la cui condizione rimaneva la medesima da oltre una decina di secoli. Le monarchie inoltre adeguarono i rapporti di forza con la chiesa, non più completamente egemone.
L’insoddisfazione popolare cova e ha evidenti le ingiustizie perpetrate nei suoi confronti, da questo malcontento nasce la Rivoluzione, che nel suo corso prenderà anche strade contraddittorie, ma i cui valori restano ormai insostituibili e resta la forza popolare, quando non viene sopraffatta dai fascismi. La libertà, al di là della distorta interpretazione odierna di alcuni che la intendono come il diritto di fare solo ciò che si vuole, è invece un concetto sociale che si basa sulla libertà di tutti e perché questa ci sia, ognuno deve rispettare quella degli altri, dunque il senso di giustizia che è proprio dell’uguaglianza: nessuno deve prevalere sull’altro, tutti hanno uguali diritti e doveri. A cementare questi concetti deve esserci dunque la solidarietà tra le persone, quella che i rivoluzionari chiamarono fraternità, senza la quale non esistono vere libertà e uguaglianza.
E’ forse libertà quella degli USA (per fare l’esempio di chi più si riempie la bocca insensatamente di quella parola), quando per esistere hanno sterminato le popolazioni indigene, praticato lo schiavismo e il razzismo, vivi ancora oggi con effetti letali e dove la disparità tra ricchi e poveri è massima? E fanno questo magari definendosi cristiani… usando cioè proprio il nome di ciò che non sono. E ancora viviamo all’interno di questo grande equivoco.
(Storia del risorgimento – 12.5.1997) MP

199 filosofia moderna

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DEI RICORSI DELLA STORIA
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sally brown
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Inviato il 15/05/2016 alle 17:16
Sempre a proposito di ripensamenti?

ESTETICA

Lezioni condivise 109 – Bergson e Ungaretti.

29 febbraio 2016 @ 22:54

Ungaretti conobbe il filosofo Henri Bergson a Parigi nel 1912. Ne frequentò per due anni le lezioni al Collège de France e alla Sorbona. Arrivò in Francia direttamente dall’Egitto – ove era nato – attraversando per la prima volta l’Italia e le montagne lucchesi – sua terra d’origine – che vedeva per la prima volta. Si trattava di un Ungaretti giovane, non ancora compromesso né col fascismo, né dalle guerre e dalle vicende biografiche che ne caratterizzarono l’attività letteraria. In Egitto aveva frequentato le scuole superiori e compiuto le prime esperienze formative, con la lettura di poeti francesi (Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé…) e l’esperienza di Baracca Rossa (ritrovo di socialisti e anarchici) con l’amico Mohammed Sceab.

Henri-Louis Bergson (1859-1941), di famiglia ebraica, a quel tempo era già un filosofo affermato, si poneva fuori dalla tradizione spiritualista e positivista che caratterizzava il suo tempo ed era attento ai fenomeni psicologici e biologici applicati alla letteratura. Per i suoi testi ebbe il premio Nobel per la letteratura nel 1927, non essendovene allora uno per la filosofia.

Negli anni in cui Ungaretti approdò in Francia per gli studi universitari, Bergson stava ottenendo l’attenzione da parte di ambienti socialisti e modernisti cattolici, mentre la chiesa nel 1914 poneva all’Indice i suoi libri. L’iniziale approccio ungarettiano a Bergson avveniva quando si andava in giro con il Saggio sui dati immediati della coscienza, ripreso dal movimento futurista non ancora contaminato dallo squadrismo fascista.

Per Bergson la filosofia può ispirare gli artisti, ma non dar luogo a una teoria estetica. Per questo non ne ebbe una, salvo opinioni sull’estetica del tempo e il suo pensiero sull’arte. Esso risentiva del vitalismo, cioè della vita intesa come forza vitale energetica e fenomeno spirituale, al di là del suo aspetto biologico materiale, e insieme del dibattito sulla psicologia della creazione che si ebbe a cavallo dei due secoli, benché non la condividesse, anzi ne ribaltasse le conclusioni in senso misticista e metafisico, nel lavoro Matière et mémoire (1896).

Egli si rivelava intuizionista, spiritualista, soggettivistico-sentimentale, sostanzialmente giansenista – predestinazione del bene e del male -; percepiva l’arte in senso emotivo e non scientifico, come bellezza vivente, anima naturale, interiore, che investe la coscienza e non la tecnica, una visione come di una metafisica figurata, tuttavia concreta, vitale, nell’ambito della ragione individuale, della riflessione personale: una filosofia rappresentata. La bellezza che esprime il soggetto artistico è la forma mediata dalla grazia. Questa, con la natura e la felicità, è la condizione che l’arte consente di osservare, di rendere visibile e gradevole. In questo senso l’arte non contempla analisi troppo concettuali, empiriche. Nel libro descrive il rapporto tra immagine percepibile e realizzata attraverso la sensazione della memoria, il sogno, la fantasia, la poesia, un’espressione non di un’esigenza, ma di una potenza creativa.

La prima guerra mondiale fu vista da Bergson come scontro tra spirito e materia, o tra vita (Francia) e meccanicità (Germania), spostando la sua filosofia dalla parte del nazionalismo, ricevendo diverse critiche di colleghi francesi. Sostiene Bergson “La materia è necessità, la coscienza è libertà; ma nonostante si oppongano l’una all’altra, la vita trova modo di riconciliarle. Infatti la vita è proprio la libertà che si inserisce nella necessità e la volge a suo profitto” (H. Bergson, L’Énergie spirituelle, 1919). Ritenendo essere per un’intelligenza aperta, agile, più aderente alla vita e al dettato di quell’intuizione cui il bergsonismo stesso non ha mai obiettato nulla. L’homo sapiens e l’homo faber, coesistono.

Il tempo in Bergson (Histoire de l’idée de temps, 1902) concilia pensiero e irrazionalità, intuizione e intelletto. Intende fermarlo nella visione di un istante, l’attimo fuggente, il ritmo, il tempo vitale assunto come flusso della coscienza presente.

Ne l’Evoluzione creatrice (1907) Bergson definisce l’arte come intuizione del flusso cosciente (mentre accade, come in Joyce, adattato alla coscienza) originario della vita, come privilegio che consente di vedere meglio la realtà permettendoci di percepire ciò che essa nasconde, senza simboli in quanto essi ne rappresentano un velo, ristretto nel concetto di “durata pura”, nella logica della successione sensoriale e dell’utilità contingente, e che contiene un’unità sostanziale di passato e presente nel fluire ininterrotto della coscienza, durata reale della psiche individuale, dunque durata soggettiva, relativa, legata a stati d’animo simultanei, spontanei (tempo realizzato).

Ungaretti scrisse degli articoli sul filosofo, tra cui L’estetica di Bergson, in “Lo spettatore italiano” (1924), ove tratta dell’analisi della coscienza dell’uomo, del concetto di tempo “spazializzato”, raffigurabile graficamente nello spazio in istanti che lo precedono e lo seguono, si succedono, senza presente, reso possibile dal precedente, ma annullato dall’istante successivo: un tempo astratto, finto. Come per sant’Agostino, il tempo esiste solo nell’interiorità della coscienza. Ungaretti, al contrario vede gli istanti esistere uno in funzione dell’altro, come un fluire continuo, come una melodia. I fatti coesistono nello spazio (un mobile, un cane, una macchina…). Il fluire è possibile solo nella nostra coscienza. Bergson lo spiega con l’orologio. Esso non misura il tempo, ma segue lo spostamento delle lancette di punto in punto, di momento in momento. In realtà si misura il movimento di un elemento fisico. Come lo spostamento di un mobile che non è misurabile temporalmente, ma solo spazialmente. Il tempo in sé non esiste come durata.

Ungaretti (al contrario) indica una serie di momenti nella nostra memoria che individuano la nostra esistenza; da vecchi si può ripercorrere tutta la vita interiore, lo si può fare, ricostruire al meglio se stessi. Sarebbe il mito dell’eterno ritorno (coro 9 ne Ultimi cori per la terra promessa, raccolta “Taccuino del vecchio”), ripercorrere il vissuto con la memoria (La ginestra di Leopardi). Lo sforzo da compiere è proporre ciò che si verifica nel mutamento. Cogliere il tempo istante per istante.

È sempre pieno di promesse il nascere
sebbene sia straziante
e l’esperienza di ogni giorno insegni
che nel legarsi, sciogliersi e durare
non sono i giorni se non vago fumo.

Un altro aspetto di cui si occupò Bergson è quello del linguaggio. Un iniziale approccio lo ebbe ne Il riso (1899), ove censura la commedia, opponendo il carattere “comico” (qualcosa di alienante che ci allontana dalla realtà) a quello drammatico. Qui egli distingue tra la comicità espressa dal linguaggio e la comicità creata dal linguaggio. La prima è traducibile da una lingua all’altra, la seconda no, perché è prodotta dalla struttura della frase o dalla scelta delle parole e non da una situazione tra persone umane.

La lingua si arricchisce tramite i parlanti e chi scrive. Attraverso i secoli, si notano le mutazioni. Ungaretti parla di lingua d’uso (dialetto) soggetta a contaminazione e lingua letteraria. Il linguaggio è l’unico strumento che ha l’uomo per esprimere il proprio pensiero. Se questo è inadeguato bisogna ricorrere a strumenti adatti, renderlo capace di farlo. Bergson riteneva che se il linguaggio non mutasse fermerebbe l’uomo. Ungaretti sosteneva che bisognasse mutare il linguaggio, si considerava poeta della parola, ma essendo la sua dicotomia tra lingua e silenzio era anche “poeta dell’oblio” (Petrarca). A volte il dramma dei filosofi sono i loro seguaci, coloro che appiattiscono il loro pensiero alla propria convenienza. E’ stata anche la sorte dell’ebreo polacco Bereksohn, il cui padre fu costretto a cambiare nome e naturalizzarsi francese.

Il Nostro dopo l’ottenimento del premio Nobel elaborò la teoria che contrapponeva la società chiusa e statica basata su obbedienza e dogmi, alla società aperta in continua evoluzione anche sotto un dinamismo religioso che coinvolge l’intera umanità; anche se questa condizione non fosse raggiungibile deve restare come orientamento finale. Si riteneva tendenzialmente cattolico, ma non aderì ufficialmente per solidarietà con gli ebrei perseguitati in Germania.

Vi è nella filosofia bergsoniana una nostalgia, mai espressamente dichiarata, del tempo trascorso e un anelito all’avvenire inteso come prospettiva entro la quale tendere (sperare) a realizzare la propria libertà e quella dell’universo, giacché la libertà individuale non è libertà. La sua filosofia pone allora in una continuità indissolubile il passato e l’avvenire, tempo e libertà.

Il punto di vista storico resta sicuramente insostituibile nell’analizzare il lavoro di un artista. Non si dà dunque identità al di fuori della storia, al di fuori di ciò che può essere nominato e in quanto tale tramandato quale attestazione di un vissuto riconoscibile. “Senza la tradizione (che opera una scelta e assegna un nome, tramanda e conserva, indica dove siano i tesori e quale ne sia il valore) il tempo manca di una continuità tramandata con un esplicito atto di volontà, e quindi, in termini umani, non c’è più né passato né futuro, ma soltanto la sempiterna evoluzione del mondo e il ciclo biologico delle creature viventi” (Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Milano, Garzanti, 1991, p. 27).

(Letteratura moderna e contemporanea – 9.5.1997) MP

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ESTETICA
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            rachel
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Inviato il 02/04/2016 alle 22:53
Hello, it’s even easier …

IL SEGRETO DI PULCINELLA

Lezioni condivise 96 – Leopardi visto da Ungaretti

31 Gen 2015 @ 8:00 PM

Scrivere del Pensiero è sempre un grosso rischio, se poi si tratta di Pensiero controverso, è come andarsela a cercare, ma devo affrontare questo argomento, seppure non troppo direttamente. Da qualche parte avrò detto e scritto del mio rapporto con la filosofia, o per meglio dire con un certo tipo di filosofi, per questo sento la necessità di definire alcuni semplici corollari preliminari, forse banali, ma utili come premessa, come base per un discorso non troppo complesso.

Ogni animale “pensa” e tra questi l’uomo, che in più scrive, nelle sue lingue. Non tutti gli uomini che pensano scrivono i loro pensieri, ne patisce di sicuro la filosofia (che è amore per la sapienza, ma nel sentire comune anche studio del pensiero). Se a qualcuno venisse in mente di raccogliere il pensiero degli operai nelle fabbriche su varie materie, o dei lavoratori comuni, degli artigiani, dei commercianti, delle badanti e via dicendo, non so in quale branca del sapere sarebbero inseriti i loro pensieri, probabilmente in qualche branca della sociologia, peraltro è già cosa fatta.

Un primo “sospetto” è dunque che si sia studiato fino ad ora solo il pensiero di alcuni privilegiati, questo di sicuro fino al Novecento o sbilanciandomi potrei dire fino alla Rivoluzione francese, ma non è necessario ora che sia così preciso. D’altra parte non si possono trattare tutti i Filosofi alla stessa stregua, tra loro troviamo anche chi ci piace, chi la pensa come noi in tutto o in parte… e non sarebbe neppure giusto prendersela con chi fa altre scelte. La mia è solo una riflessione, una critica, libertà legittima come quella di pensiero.

Tuttavia non posso fare a meno di dirla grossa: alcuni, forse soprattutto tra gli esistenzialisti, devono avere avuto troppo tempo libero…

Non vorrei fare attacchi troppo diretti, alcune biografie mi spiazzano. Tutto ha una ragione ed è più giusto elaborare questa che perdersi nei pensieri, magari lontani dalla realtà. Accade infatti che nel nome di questo o quello, suo malgrado, antico, moderno o contemporaneo, si compiano olocausti, stragi o delitti bestiali.

Atterro, in qualche modo, sulla lettura di Leopardi da parte di Ungaretti. Potrebbe sembrare qualcosa di abbastanza strano, vista la premessa, ma a volte ci sono dei motivi particolari anche per fare le cose più comuni.

La prima impressione è che non vi siano grandi cose in comune tra i due, anzi mi si presentano alcune antitesi, ma si può scavare, si possono riferire altre opinioni.

La prima è quella dello stesso Ungaretti, che si sente legato a Leopardi dalla teoria del Segreto. La poesia nasconderebbe il segreto del poeta, quel segreto che egli vorrebbe condividere, rivelare, ma lo fa costruendovi attorno il mistero, lo rivela in modo meraviglioso, prodigioso, servendosi di una forma che stupisca, che faccia effetto, sia spettacolare.

Questo è abbastanza vero per diversi stili poetici, fino a un certo punto anche per la poesia di Ungaretti, mentre avrei qualche difficoltà a riconoscere in tale descrizione la poesia di Leopardi, anche se il concetto di meraviglioso può essere soggettivo, ma non se ci si riferisce al barocco come fa esplicitamente il lucchese.

La realtà è che lui si barcamena in un bailamme stilistico tra minimalismo, frammentismo, espressionismo, simbolismo, poi ermetismo, neoclassicismo, forse anche tracce di futurismo e barocco, peraltro conditi da condizionamenti ambientali, prima l’esilio e la guerra, poi il fascismo e le vicende personali. Ne è prova anche il cambiamento di atteggiamento nei confronti del passato, della memoria, che prima gli consentiva di muoversi nel tempo a suo piacimento, fino a tornare all’innocenza del bimbo, poi viene in qualche modo rinnegata ne “Il sentimento del tempo”.

Egli si è creato propri riferimenti tra i “cultori della segretezza”, ne ha tratto il proprio linguaggio poetico e la scelta della parola.

Le comunanze sono un po’ forzate, come quella che legherebbe “L’Allegria di naufragi” e “…il naufragar m’è dolce in questo mare”. Mentre ne “Il sentimento de tempo” ad unirli c’è un pessimismo, più umano in Leopardi, portato all’estremo in Ungaretti.

Questi ha scritto saggi, dispensato lezioni e conferenze sul poeta di Recanati, anche in Brasile. Lo scopre come poeta della decadenza, ma anche dell’innocenza, che attribuisce anche a se stesso, e ascrive il pessimismo del marchigiano alla perdita della fede cristiana. L’uomo nasce felice, ma viene corrotto dalla storia, pertanto per esserlo ancora deve mentire a se stesso “io nel pensier mi fingo… e il naufragar m’è dolce…”, un moto ironico dalla natura circostante, conosciuta, in fusione spaziotemporale; versi accostati al senso di infinito in “M’illumino d’immenso”, che tuttavia ha un’altra storia: tutto ciò che al risveglio concede il disagio materiale tangibile e l’illogicità di una guerra.

Ungaretti passa poi dai contenuti alla poetica, in polemica con La Ronda (apparentemente su posizioni comuni, ma più classicistiche). Egli guardava ai classici, un po’ per le direttive del regime e si inventava l’innovazione partendo da essi.

Ciò che rendeva poetico Leopardi era la ricerca lessicale, la lingua arcaica, prima che letteraria, scolastica e colta, e se tale, non doveva apparirlo, ma essere moderna e arcaica allo stesso tempo.

Eszter Rónaky, ungherese, docente presso l’Università di Trieste, ha rilevato quella sorta di “rivalutazione” del barocco da parte del toscano, che a suo avviso è anche del Leopardi, nella ricerca di quello che chiama il “vocabolo magico”, teso a provocare meraviglia. Ma la prof è perplessa, perché è noto che il barocco esasperava le regole fino a snaturare la poesia. E’ stato travisato il concetto per l’eccessiva importanza alla forma fine a se stessa, forse per giustificare “Il dolore”, in cui è stato visto una sorta di neobarocco.

Quali sarebbero i vocaboli magici del Leopardi per Ungaretti non è dato sapere: forse “la donzelletta”, “i veroni del paterno ostello” o “i sempiterni calli”? Che la diacronia linguistica sia talmente mutata in così poco tempo? Che Ungaretti dominasse un italiano manzoniano, mentre ai nostri tempi, con la rivincita dei dialetti e il diritto allo studio, quei termini non appaiono così fuori dal normale? Qual è dunque questo “inesauribile segreto”: la normale mutazione di registri linguistici nel tempo o il silenzioso dimenarsi tra le imposizioni stilistiche del fascismo e il canto libero? O è appunto un mistero irrisolvibile che è memoria e rivoluzione allo stesso tempo.

La formazione letteraria di Ungaretti contempla poeti dello spessore di Rimbaud, Mallarmé, Apollinaire, Leopardi e Petrarca e frequentazioni più diffuse con italiani come Palazzeschi, Soffici, Papini e le loro riviste (ove ha esercitato anche la funzione di critico), la considerazione di tutta la letteratura a partire dal Duecento, in cerca forse di risposte, come nella vita di una dimora, dato che si sentiva costantemente in esilio, identificandosi forse con la storia drammatica dell’amico Moammed Sceab.

Rónaky lo spiega con l’esigenza di aderire a qualcosa, avere una patria, una letteratura, una storia, anche per la sua deriva prima militarista, poi nazionalista. Da un punto di vista più letterario, l’importanza della “parola”, della ricerca linguistica che lui trova in Leopardi, nelle sue espressioni arcaiche, è il trait d’union con il linguaggio del Petrarca, con una lingua remota, ma d’arte, dunque elegante e per questo moderna.

Vi è dunque una linea Petrarca-Leopardi-Ungaretti? A mio avviso essa è tale solo nelle aspirazioni di quest’ultimo. Diverso è trovare in questa catena un senso di aderenza, di legame, di eredità perenne, il naturale quid della poesia.

Un’altra affinità con Leopardi, egli sembra trovarla nel “rapporto” con Nietzsche e precisamente nelle tesi sul nulla e sull’annientamento. Il tedesco condivide la visione di Leopardi secondo cui l’illusione dell’arte è condizione per la sopravvivenza; contro il mondo crudele è necessaria la menzogna per vivere. Per questo l’uomo è mentitore e artista per natura. Ma Nietzsche si spinge fino al superuomo, colui che sa godere della vita nel bene e nel male e concilia il piacere di vivere anche con quello dell’annientamento. Leopardi esclude questo piacere, ritenendo che chi è cosciente del nulla può avere solo il piacere della capacità di percepire il proprio destino.

Di Leopardi Nietzsche stimava pessimismo e nichilismo. Riduceva un po’ tutto al suo pensiero negativo. Tolstoj disse che era un folle megalomane. Dal darwinismo si inventò l’idea di una selezione anche nella società umana, ove avrebbero prevalso gli individui portati alla supremazia per la loro “volontà di potenza”, criticando l’ottimismo progressista di Darwin. Teorie pericolose che sappiamo poi di chi vennero raccolte… Peccato che per dimostrare l’inconsistenza delle teorie di Nietzsche ci siano voluti Hitler, Mussolini e i loro tanti replicanti, aspiranti “superuomini”.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 11.4.1997) MP

Commenti (1)

IL SEGRETO DI PULCINELLA
2 #
Alicia
thebeautifulbrain.com/2013/04/what-we-talk-about-…
kristagoldschmidt@gmail.com
104.143.23.189
Inviato il 08/10/2015 alle 15:24
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Lezioni condivise 25 –  Quando la filosofia era “grezza”

30 Nov 2008 @ 11:02 PM

Le  nuove generazioni sarde, figlie della televisione di stato monolingue e di un’epoca ancora più accanita dei manzoniani e dei fascisti contro le diversità etniche presenti nello stato italiano, riferendosi alla lingua madre, al sardo eloquio, usano esclamare “che grezzo!”, con un accento che rende inequivocabile l’origine di cui tanto si vergognano e fa rimbalzare il grezzume addosso a loro stesse (devo ammettere di aver generalizzato, ma il fenomeno è diffuso).

Allo stesso modo la Filosofia al tempo dei Romani, non interessava i dotti (il parallelismo è azzardato, ma mi piace…) ed era comunque posta in secondo piano rispetto all’attività politica, all’arte amatoria e ad altri interessi…

I Carmina Epigraphica sono spie della vita romana, questo è il loro interesse, capito Sì…? Insomma attraverso essi si possono fare tanti spetteguless, sulle varie Rosa-e, rosarum, rosis….

Tre soli sono i carmi dedicati a filosofi e nessuno ad un insegnante di filosofia… esaminiamo questi tre carmi.

  • 1) Stallius Gajus has sedes Hauranus tuetur,

Ex Epicurejo gaudivigente choro.

CLE 961, zona italica, Napoli, versificazione dattilica databile in età lucreziana, perchè la scrittura sulla pietra rappresenta una grafia di quel tempo (metà del sec. I a.C.). E’ costituito di due soli versi.

Gli epicurei si diffondono soprattutto in quel periodo.

Cicerone, che si occupava di filosofia, contrastava tuttavia l’epicureismo che teorizzava il disimpegno politico. La Campania era il centro nodale della sua diffusione.

Virgilio era invece epicureo. Orazio sosteneva che Epicuro è un maialino… e lascio alla vostra fantasia cosa volesse insinuare. Stallio, soggetto del carme, era solo un simpatizzante a titolo personale.

Nella fattispecie è necessario pensare all’epicureismo nel suo primo significato, cioè relativamente al pensiero del suo fondatore e alle sue tesi principali. L’epicureismo, o filosofia del “giardino” è la dottrina filosofica di Epicuro. Il secondo nome deriva dal luogo, una casa con giardino appena fuori Atene, dove egli dal 306 a.C. impartiva lezioni ai suoi discepoli. La sua filosofia si basa sull’atomismo, pur discostandosi da Democrito, e sull’eudaimonismo, intendendo con ciò la ricerca del piacere in modo diverso da come la concepiva Aristippo, allievo di Socrate. Egli riprende la teoria degli atomi traendone conclusioni di tipo etico capaci di liberare l’uomo da alcune delle sue paure primordiali, come quella della morte. Ritiene che il criterio della verità sia la conoscenza sensibile, ovvero solo i sensi sono veri ed infallibili.

L’iscrizione fu scoperta nel 1685 in una casa privata vicino alla chiesa della Sanità (il luogo anticamente veniva chiamato Chiesa di san Gaudioso) cui erano devotissimi i napoletani, anticamente vi sorgeva un cimitero di Epicurei.

  • 2) Aulus Palateina Egnatius Priscilianus

arte super gemina nobilis es Sophia

dum uixi didici quae mors, quae vita homini esset

aeterna unde animae gaudia percipio.

CLE 1250: di questo carme è sparita la pietra, dunque ci si basa sulla tradizione manoscritta con beneficio d’inventario. E’ dedicato a un filosofo, esso sembrerebbe una professione di fede nella capacità della filosofia.

Il frammento pervenuto è suscettibile di diverse interpretazioni: tu sei nobile per la sapienza che coltivasti oltre le altre arti; oppure, inserendo un punto dopo il nome, potrebbe sembrare una presentazione: tu o sapienza (filosofia) sei nobile al di sopra di tutte le altre arti. Intendendo es come terza persona, occorre dividere il distico in due parti, cambiando il soggetto o la filosofia (Sophia) o Aulo.

Se si leggesse est: Aulo etc. è nobile per filosofia al di sopra che coltivò oltre le altre arti (con est non ci sono due interpretazioni)

Se ci fosse et > diventato es (confusione del trascrittore con la s di Sophia). Con et: Aulo… noto (nobile, mobile) per la doppia arte e insieme per la filosofia. Egli coltivò tre arti: grammatica, retorica e filosofia. Le due arti che vanno sempre insieme sono la grammatica e la retorica.

Frase di periodo arcaico o arcaicizzante.

Per Svetonio la grammatica e retorica sono accoppiate come insegnamento.

E’ escluso che la datazione possa essere di età repubblicana (la filosofia non era apprezzata).

Nel periodo di Antonino si diffuse invece la letteratura arcaicizzante, ci si rifaceva agli antichi anche dal punto di vista linguistico. Uno degli Antonini è Marco Aurelio (imperatore filosofo).

In un’epoca di crisi di valori, la filosofia è come un rifugio. Egli era stato avviato da giovane alla retorica, ma da imperatore cambia arte e si dà alla filosofia.

Nell’epigrafia si hanno tre modi di scrivere la I: EI   I ì i.

  • 1) Iulius Iulianus vir magnus philosophus primus…

Hic cum lauru feret Romanis iam relevatis

#reclusus castris inpia morte perit.

CLE 1342: IV e V secolo Giulio Giuliano fu un militare che si occupò anche di filosofia (CLE III), Il carme tesse le lodi di Vezio (IV sec.) che si occupò di filosofia, ma nel carme questo aspetto è implicito. Nel IV secolo d.C. vi è una grande fioritura della filosofia, è il tempo dello scontro finale tra Cristianesimo e paganesimo.

L’esimio prof, discente ciceroniano, fece cenno al non meglio identificato CLE III, carme che tesse le lodi di Vezio (IV sec.) che si occupò di filosofia,  ma non erano solo tre?Non mi preoccupo, tanto tra voi c’è una miriade di latinisti che certamente chiarirà l’inghippo. Io per ora alzo le mani, ho già ricostruito abbastanza… dedurrete che questo insegnamento era frequentato da decine di belle ragazze…

(Letteratura latina – 21.3.1996) MP

Commenti (29)

Latinorum graffiti
29 #
faraluna
speranzadivita.blog.tiscali.it
78.15.239.243
Inviato il 15/01/2009 alle 00:14
Forse non ce li siamo dati davvero gli auguri!!!:-((
Eppure ero convinta di si.
Mah!!???Eppure passo spesso da te,sia qui sia nell’altro blog….
Siamo ancora a gennaio, appena iniziato!
Auguriiiii!!!
Un bacio.:-)) faraluna

Latinorum graffiti
28 #
Fanta
fantaghiro.blog.tiscali.it//
151.33.188.166
Inviato il 14/01/2009 alle 23:32
grazie per gli auguri..ricambio, kiss 😉
tutto ok?

Latinorum graffiti
27 #
celia
78.15.196.6
Inviato il 14/01/2009 alle 14:30
Io su cara e libru? Mancu mai! No grazie non mi piace però so che ad altri si 🙂
Beh parliamo della campagna elettorale? Parliamo di Soru? Di Cappellacci? Dei Rossomori? Del psdaz con Berlusconi? Di iRS che corre da solo? Abbiamo altro da aggiungere? Io ero per il voto disgiunto ma dopo che ho saputo alcuni nomi del listino sicuro di Soru non do il voto a lui manco se mi incatenano. Le scelte si pagano io la penso cosi’ e davvero questa corsa alla poltrona è la più disgustosa degli ultimi tempi.
Deo no adduro a s’ aschutta ponzo Sale in zucca. 🙂
Questa non è mia l’ho letta da qualche parte però mi piace. Tu come sei messo? Soriano? Rossomoro?
Unu basu

Latinorum graffiti
26 #
Benny
88.61.223.145
Inviato il 13/01/2009 alle 09:44
Si certo che me la ricordo…aspè..mi stai dicendo che…sono una pecoraaaaaaaaaaaaaaaa buaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah

Latinorum graffiti
25 #
Benny
silenziosaluna.blog.tiscali.it
87.3.32.251
Inviato il 11/01/2009 alle 22:51
Ciao Angel!
Buon anno anche a te 🙂
Ascolta…ma chi è dolly?????

Latinorum graffiti
24 #
flyss
truestory.blog.tiscali.it
78.15.136.116
Inviato il 10/01/2009 alle 10:54
vicini di nuraghe mi piace! il mio è quello con le tendine rosa shocking 🙂 )))

Latinorum graffiti
23 #
ivy
donotpanichereiam.blog.tiscali.it
151.65.40.115
Inviato il 06/01/2009 alle 22:35
non ti vedo più su fb.. o sei qlc giorno in vacanza?
ciao, come ti è iniziato quest’anno poi?

Latinorum graffiti
22 #
Nadir
87.9.45.112
Inviato il 03/01/2009 alle 20:48
vuoi la Duse? qualcosa ho di simile se vuoi ti spedisco… bacittoli e buon anno!!!

Latinorum graffiti
21 #
come alice
84.223.193.146
Inviato il 02/01/2009 alle 16:16
Se avessi studiato filosofia, adesso almeno avrei qualcosa in cui rifugiarmi…pure se ai tempi forse non avevano poi tutti i torti a meglio considerare l’arte amatoria e la politica (forse nella vita pratica è un pò più utile, a giudicare da quello che combinano i nostri cari politici e dal loro attaccamento alle poltrone).
Nessuna mail ricevuta ma non c’è problema. Buon 2009! Ciao 🙂

Latinorum graffiti
20 #
giampaolo
riflessioniallospecchio.blog.tiscali.it
88.51.210.128
Inviato il 30/12/2008 alle 13:16
Ricambio con affetto e ti auguro un nuovo anno pieno di soddisfazioni.giampaolo.

Latinorum graffiti
19 #
Timo
vitaintensa.blog.tiscali.it
78.14.102.117
Inviato il 30/12/2008 alle 12:32
Pur avendo studiato al liceo classico storia e letteratura mi son sempre risultati pesanti,mannaggia ma quanto servono!!??
Un annu nou prenu ‘e salludi po’ attia e isperanza pro sa Sardigna

Latinorum graffiti
18 #
Nadir
thepromisedland.blog.tiscali.it
87.21.29.77
Inviato il 29/12/2008 alle 14:15
si io per il momento sono ancora originale… i Guns ora non esistono più… quelli che si chiamano Guns è axl rose da solista… ma i veri Guns si chiamano Velvet Revolver ora e in Italia non si sentono granchè… Good luck per il concorso!E se non ci sentiamo prima buon anno! Balla il pepeppepepe che porta fortuna|

Latinorum graffiti
17 #
Nadir
thepromisedland.blog.tiscali.it
87.18.190.109
Inviato il 28/12/2008 alle 15:31
sai qual è la cosa bella di questi post che scrivi? è che fai delle lezioni serissime difficili da seguire poi arrivi alla foto e vedi le bocce al silicone… malandrino! auguri di un felice anno di spettegulessss

Latinorum graffiti
16 #
Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
93.144.91.221
Inviato il 28/12/2008 alle 09:50
Angel buone feste…:-)
Riguardo alla mia terra natia…speriamo bene…ma la vedo proprio bigia la questione…:-(

Latinorum graffiti
15 #
ivy
donotpanichereiam.blog.tiscali.it
151.65.55.46
Inviato il 27/12/2008 alle 15:40
buone feste.
letto con interesse, ma ovviamente non approvo molto.. he he io son di parte con la filosofia

Latinorum graffiti
14 #
come_alice
84.223.192.58
Inviato il 25/12/2008 alle 10:36
Buon Natale!!! 🙂

Latinorum graffiti
13 #
silvana
sillaba.blog.tiscali.it/
78.14.79.143
Inviato il 23/12/2008 alle 15:35
Tanti Auguri di Buone Feste , un sereno Buon Natale e Buon Anno! 😉

Latinorum graffiti
12 #
cleide
ritmididentro.blogspot.com
78.13.199.118
Inviato il 23/12/2008 alle 14:31
E dove sei finito? Non dirmi su Facebook.:((
Tanti auguri Angel..e l’indipendentzia continuiamo a sognarla ancora per un po’.:)

Latinorum graffiti
11 #
celia
78.15.194.145
Inviato il 23/12/2008 alle 12:14
Bona Pasca ‘e Nadale, Angiul!
Che sia il 2009 l’anno indipendente? Io non ci credo manco per nulla ma visto che ogni tanto sogniamo… io poi sogno in grande sono presuntuosa anche in questo 🙂
Auguri davvero.
Un bacio.

Latinorum graffiti
10 #
diotima
89.97.102.254
Inviato il 22/12/2008 alle 13:44
e allora…a che gioco giochiamo?

Latinorum graffiti
9 #
Ros4
ilmiogiorno.blog.tiscali.it//
151.62.16.243
Inviato il 21/12/2008 alle 19:42
…abbastanza divertente.
Sono passata a lasciarti i miei auguri per un buon Natale..
A presto 🙂 )

Latinorum graffiti
8 #
Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
159.213.40.2
Inviato il 18/12/2008 alle 16:39
Ciao Angel…ti lascio un saluto veloce…tornerò con calma…
promesso..:-)

Latinorum graffiti
7 #
Audrey
aboutmeandother.blog.tiscali.it
87.16.181.154
Inviato il 11/12/2008 alle 22:36
Sai che c’è…nemmeno a me è mai piaciuta tanto la filosofia! Ma non potrei definire grezzi i filosofi (a meno che non stiamo parlando di kalabrugovich alias Pino dei palazzi.. ;D )
La sconfitta del milan?!? libidine! 😉

Latinorum graffiti
6 #
diotima
89.97.102.254
Inviato il 03/12/2008 alle 09:00
capito!
E’ per questo motivo che i romani, a differenza dei greci, non avevano la barba.
Sigh!

Latinorum graffiti
5 #
giampaolo
riflessioniallospecchio.blog.tiscali.it
212.123.83.199
Inviato il 02/12/2008 alle 12:10
Ciao angel,un salutino veloce veloce.

Latinorum graffiti
4 #
celia
78.15.169.67
Inviato il 01/12/2008 alle 13:46
Ma un sardo che va a godersi la sconfitta del Milan… solo perchè tifa l’Inter. Scusa ma un sardo vero deve godere della vittoria del Cagliari sulla Sampdoria con quel conca de… no lu potto narret… di Cassano.
Ajo Angiul… su dai… Forza Cagliari 🙂
Le foto sono quasi pronte Grazianeddu Mesina è fotogenico ma io di più 🙂 ))
Basitteddu

Latinorum graffiti
3 #
violacolor
violettanet.blog.tiscali.it
79.32.27.175
Inviato il 01/12/2008 alle 11:22
buona sett .) ciao v

Latinorum graffiti
2 #
faraluna
speranzadivita.blog.tiscali.it
78.15.223.78
Inviato il 01/12/2008 alle 09:04
Ciao Angel,buon inizio settimana.:-)) faraluna

Latinorum graffiti
1 #
Benny
silenziosaluna.blog.tiscali.it
82.53.165.156
Inviato il 30/11/2008 alle 21:22
Ciau angel!! 😀
Grazie della visita! Effettivamente sono sempre dettagliata nei miei post..diciamo quasi sempre 😉
ps: adesso passo alla imetec e mi faccio fare il bonifico 😉

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