I PADRINI DELLE “LIBERATION” OF CONVENIENCE

Lezioni condivise 70 – Independencia e crescimento de Portugal

31 Ott 2012 @ 11:49 PM

Il dibattito sul destino dei popoli è sempre stato vivo. Quasi sempre una nazione, che è un popolo per definizione, non è individuabile dai confini di uno stato, ma dall’avere in comune oltre a una certa caratterizzazione geografica ed etnica, cultura, lingua, religione, tradizioni, storia, identità (anche se non è detto che debbano coesistere contemporaneamente tutti questi fattori).

Il dibattito si fa pretestuosa polemica quando qualcuno, preferibilmente “autorevole”, utilizza questa sua prerogativa per spararla grossa e arrampicarsi sugli specchi della presunta ragion di stato, illogica e prepotente. E’ il caso di Claudio Magris, che ho apprezzato tanto a sentirlo dir di Danubio, ma molto meno quando ha elucubrato contro le aspirazioni di autodeterminazione dei Catalani, che poi è come dire dei sardi, corsi, baschi, palestinesi, irlandesi, nativi americani e via dicendo. Le argomentazioni della mia affermazione le trovate espresse ampiamente in questo articolo.

A volte la Storia si è divertita a “privilegiare” alcuni popoli, penso in tempi recenti agli stati ex URSS (anche se vi sono ancora situazioni molto complesse), quelli ex-Jugoslavi, il Kosovo… Ma, a parte la creazione di situazioni peggiori di prima, in certe occasioni queste “liberazioni” hanno avuto come padrini politici quasi sempre gli USA, che lo sono anche della non liberazione di tanti altri popoli.

La storia moderna, nel bailamme della formazione dei grossi stato-nazione, ci ha lasciato in eredità dei popoli minori che sono riusciti a ritagliarsi una loro specialità e indipendenza, tra questi certamente il Portogallo, che peraltro ha avuto per secoli una storia addirittura imperiale. E’ un po’ strano vedere il blocco della penisola iberica interrotto dal Portogallo, viene spontaneo chiedersi come abbiano fatto e perché proprio loro, con tutti i particolarismi esistenti nella penisola, a non cedere alla spinta unificatrice che ha interessato tutti gli altri regni nati durante la Reconquista.

Il Trecento e il Quattrocento furono per la penisola iberica momenti poco tranquilli, sia per lotte dinastiche, sia per contrasti tra i regni formatisi durante il lento recupero del territorio iberico contro i mori. La Castiglia che di fatto aveva un ruolo centrale, alternava contrasti con l’Aragona e il Portogallo, nonché con quel che restava del comune nemico Al Andalus.

Per Castiglia e Aragona, fin dal Duecento, l’Africa era vista come la terra in cui espandersi, per evitare nuove invasioni del Mori.

Nel 1291 il re di Castiglia aveva conquistato Tarifa, all’estremo sud della penisola iberica, sorta di avamposto per l’Africa. Veniva ancora praticata la politica di dare ai soldati la metà dei territori conquistati, norma che si protrasse per molti anni ancora (Lei mental sotto Edoardo I), con importanti variazioni negli anni: le terre non potevano più essere divise (andavano al primogenito) e in mancanza di eredi tornavano alla corona (majorascato). Inoltre (Lei das sesmarias) le terre non coltivate che venivano concesse dovevano essere obbligatoriamente lavorate, pena, nei casi estremi, l’arresto.

Alla fine del Quattrocento furono conquistate di Tripoli e Tunisi da parte degli aragonesi; Marocco e Algeria da parte della Castiglia.

In questo contesto di variazioni geografiche continue si inserisce anche la questione portoghese.

Nel 1139 Alfonso Henriques divenne re del Portogallo con il nome di Alfonso I, dopo la battaglia d’Ourique contro i Mori. Fu riconosciuto da Alfonso VII di Castiglia nel 1143 e dal papa Alessandro III nel 1179, che gli dava l’esclusiva per la conquista delle terre degli arabi.

Ciò provocò una guerra con la Castiglia nel 1295, finché due anni dopo fu siglato il trattato di Alcañices, dove si sancì la pace della durata di quarant’anni con Ferdinando IV.

Dopo un periodo di pace di oltre settanta anni, essendosi i due regni imparentati, nel 1383, alla morte di Ferdinando I di Portogallo, dinastia di Borgogna, si verificò un problema di successione. La nobiltà portoghese non accettò la figlia Beatrice come regina (in quanto imparentata con i regnanti di Castiglia), ne derivò una complessa guerra di successione, vinta dagli oppositori, che portò al trono nel 1385 la dinastia D’Aviz, con Giovanni I (fratellastro del re defunto).

Ciò cambiò anche la politica portoghese che si dedicò alle conquiste atlantiche lungo il litorale africano. Furono prese Ceuta e le Canarie (tornò popolare il mito greco delle Isole Fortunate che Esiodo identificava appunto con le Canarie).

A Giovanni successe nel 1433 il figlio Edoardo il quale mise gli occhi sul Marocco, restando tuttavia sconfitto e ucciso dalla peste. Gli successe nel 1438 il figlio Alfonso V, minore, sostituito prima dalla madre Eleonora, poi dallo zio Pietro di Coimbra.

Pietro proseguì la politica di esplorazione delle coste africane attraverso suo fratello Enrico, il navigatore (entrambi fratelli di re Edoardo), il quale – peraltro templare – oltre a scoprire l’oro in Guinea (che incise sul cambio delle monete europee), avviò la tratta degli schiavi.

Nel 1441 iniziò il commercio degli schiavi neri, prelevati dalle zone interne del Senegal dai loro fratelli costieri, e pagati mediante baratto con beni vari. La vendita veniva esercitata, lungo diversi chilometri di costa della Guinea.

Attraverso vere e proprie deportazioni, prima che esse avessero come destinazione le Americhe, furono popolate con schiavi neri le isole di Madera, Porto Santo e le Azzorre. Per le Canarie si ebbero più difficoltà essendo già abitate e appartenendo alla Castiglia con riconoscimento pontificio.

Alfonso V cominciò a governare direttamente nel 1448 e non mancarono i contrasti familiari, vere e proprie guerre. Era chiamato l’africano, in quanto sotto di lui aumentò decisamente l’esplorazione delle coste continentali, anche perché le vie di terra erano bloccate da Castiglia e Aragona.

Con Vasco de Gama i portoghesi si spinsero fino al capo di Buona Speranza e fu aperta una rotta per l’India, raggiunta solo intorno al 1497.

Nella parte finale del XV secolo, mentre continuavano i conflitti con l’islam (nel 1471 fu riconquistata Tangeri), si compì la costruzione delle nuove caravelle (basate su vele anche di tre alberi e più, con fondo capiente per più provviste e possibilità di lunga navigazione), che sostituirono le galere (funzionanti solo con i remi) di difficile uso nell’Atlantico.

Nel 1481, alla morte del padre Alfonso V, divenne re Giovanni II, mentre lo stato portoghese versava in una condizione di decadenza.

Era il 1492 quando Colombo giunse nel Nuovo Mondo, ancora sconosciuto nel continente europeo. Dopo una serie di questioni, che videro il Portogallo impreparato, concentrato com’era sulle coste africane, si pervenne al trattato di Tordesillas (1495), il quale con la delimitazione delle sfere di influenza sancite da papa Alessandro VI, modificava quelle meno favorevoli del 1493. Il Portogallo poteva agire sulle terre ad est della linea verticale che divideva il mondo da nord a sud, e la Spagna su quelle a Ovest. Ciò penalizzava il Portogallo rispetto alle nuove terre scoperte, ma le difficoltà di misurazione gli permisero di colonizzare il Brasile.

A Giovanni II successe il cugino e cognato Manuele I nel 1495. Sotto il suo regno Vasco de Gama raggiunse l’India e si iniziò l’esplorazione del Brasile. Il re era decisamente imparentato con i regnanti di Castiglia e d’Aragona (sposò due figlie di Isabella I e Ferdinando II e in terze nozze una loro nipote, figlia di Giovanna).

Conclusero la dinastia d’Aviz il figlio Giovanni III, che consolidò la presenza in Brasile e Sebastiano I, suo nipote, che morì a soli 24 anni in battaglia in Marocco (1578), in evenienze misteriose; non se ne rinvenne il corpo.

Lo zio cardinale, Enrico I, regnò solo fino al 1580. Dopo di lui una veloce guerra di successione portò al trono il Re di Spagna Filippo II con il nome di Filippo I. Così il Portogallo tornò sotto l’influenza spagnola.

(Storia moderna – 14.2.1997) MP

Commenti (3)

I padrini delle “liberation” of convenience
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… L’ITALIA S’È SOPITA

Lezioni condivise 69 – Sminuiti dal “risorgimento”

30 Set 2012 @ 7:52 PM

Per un sardo consapevole della propria identità nazionale, pertanto a conoscenza della storia della sua terra e del suo popolo, dunque capace sotto il profilo intellettuale di rimuovere i condizionamenti coloniali di diversa provenienza: scuola, istituzioni, mass media e – per difetto di quel bagaglio culturale -, dalla famiglia stessa, confrontarsi con la storia del risorgimento italiano è comprensibilmente sgradevole per più di una ragione, ad esempio, perché si tratta del “risorgimento” dello stato che ti occupa, ti colonizza, ti discrimina… Perché studiare a scuola, all’università o nella vita, il risorgimento italiano e non poterlo fare con i tentativi, almeno, di un risorgimento sardo? E cos’è il prodotto di questo risorgimento: uno stato prima in mano a dei nobilacci senza scrupoli che ebbero il regno con una squallida politica di alleanze e voltafaccia, di fama feroce nei confronti del popolo sardo, che regalarono vent’anni di fascismo al loro stesso stato arlecchino, unito a forza con violenze e stragi e i cui eredi moderni, borghesi, hanno dilapidato l’unica degna eredità, che è stata la Resistenza e da anni sguazzano tra corruzione e ruberie.

Mi pare ce ne sia abbastanza per non gradire questo insegnamento non solo da parte dei sardi, ma degli stessi italiani. Per quanto mi riguarda non lo inserii nel mio piano di studi, ma dovetti recedere da questa volontà per ragion di stato, ovvero di dipartimento, ma la mia originaria volontà non passò inosservata…

Dopo questa doverosa premessa, noto con piacere che l’argomento è soggetto a importante revisione storica, o meglio a demistificazione, seppur lenta; crollano “eroi” che si rivelano ben altro e “miti” che non erano tali, per la verità non si dovrebbe parlare neppure di risorgimento… cosa, chi risorse?

Si tratta di una serie di eventi storici che riguardano più stati, alla fine uniti a forza; si tratta soprattutto di pochi borghesi, di pochi, se vogliamo, intellettuali, alla guida di manipoli di uomini e soprattutto dell’esercito dei Savoia, mercenario; non si tratta di popolo, le poche eccezioni che lo riguardano furono rivolte contro la fame e l’oppressione.

Molto spesso il “risorgimento” mette insieme fatti che nulla hanno a che vedere tra loro nel tentativo di rendere credibile un corpus unico, un’azione complessivamente unitaria, allora è anche difficile districarsi tra quanto è stato costruito dalla propaganda e la verità.

Penso ai personaggi messi in luce, posti uno accanto all’altro e spesso aventi poco a che fare tra loro (come per l’abusato binomio Mazzini – Garibaldi), alcuni dei quali ampiamente mistificati ad uso dello stato, talmente intrisi di retorica che fatichiamo a riconoscerli nella loro immagine reale emersa di recente, “grazie” a una ricerca più seria e almeno consapevole della metodologia scientifica.

Nel contesto delle cosiddette guerre d’indipendenza, ove in effetti chi aveva in mano l’azione era l’esercito sabaudo comandato dal governo sardo (che di sardo aveva solo il nome), alcuni coltivarono delle illusioni e anche agendo in un contesto europeo più ricco di fermenti rivoluzionari, elaboravano teorie sul futuro di uno stato in mano ai Savoia.

Giuseppe Mazzini, genovese (1805-1872), avvocato, carbonaro, repubblicano, fondatore del movimento “Giovine Italia”, in realtà cospirava per rovesciare i Savoia, che lo incarcerarono e costrinsero alla latitanza e all’esilio per tutta la sua vita. Come possa essere annoverato tra gli “eroi” del “risorgimento” è un mistero.

Per Mazzini la repubblica era l’unica legittima forma di stato che può garantire la libertà – intesa come partecipazione responsabile – ed esprimere un governo democratico. La contrapponeva al regime monarchico allora vigente, che considerava irresponsabile.

Egli era considerato un pericoloso estremista (fonte: manuale ed. Saint Paul – Svizzera), insieme ai suoi compagni, perché vi era grande diffidenza nei confronti dei repubblicani.

Carlo Cattaneo, milanese (1801–1869), di formazione umanistica, si laureò in giurisprudenza e si occupò di politica, guidando il movimento anti austriaco durante la rivolta delle 5 giornate. Rifiutò l’intervento dei Savoia, che considerava tiranni di uno stato reazionario. Da allora, dopo la breve esperienza della “Repubblica romana” visse esule in Svizzera e non rientrò neanche dopo l’Unità, salvo visite sporadiche, benché eletto più volte deputato, per non giurare fedeltà alla monarchia sabauda.

Per Cattaneo valgono le stesse considerazioni fatte per Mazzini. Ci si ostina a voler mettere sullo stesso piano chi lottò contro l’oppressore, chiunque esso fosse, e chi invece fu esclusivamente servo dei Savoia, come ad esempio Garibaldi.

Anche Cattaneo era un repubblicano radicale, ma in più era federalista, gradiva il modello della confederazione svizzera, non amava il centralismo: è il popolo che deve fare le leggi, come fu per la chiesa della prima ora e in polemica con la chiesa-stato di allora.

A differenza di Mazzini, di un romanticismo un po’ logoro, Cattaneo era piuttosto pragmatico, illuminato, positivista, credeva nell’arengo (le assemblee antifeudali di popolo), lasciava al potere centrale solo la difesa (con un esercito popolare) e il conio monetario.

Per Cattaneo una repubblica centralista non era meglio di una monarchia. Nel 1850, prima del golpe di Luigi Napoleone scriveva “La Francia, si chiami repubblica o regno, nulla monta, è composta di ottantasei monarchie che hanno un unico re a Parigi. Si chiami Luigi Filippo o Cavaignac, regni quattro anni o venti, debba scadere per decreto di legge o per tedio di popolo; poco importa: è sempre l’uomo che ha il telegrafo e quattrocentomila schiavi armati”.

Parole che potevano essere rivolte anche allo stato sabaudo.

Cattaneo, rappresenta un esempio di coerenza e onestà politica mantenuto durante tutta la sua vita. Era amico di Crispi, siciliano, del quale non si può dire la stessa cosa, repubblicano, partecipò all’attentato contro Luigi Napoleone (Napoleone III) e mantenne idee antisabaude fin oltre i quarant’anni, poi l’incontro con Garibaldi, lo rese improvvisamente reazionario (nel 1894 sciolse il Partito socialista) e divenne il più grande tiranno d’Italia (represse ovunque le manifestazioni operaie), tanto che i fascisti lo considerarono un precursore.

Cattaneo invece lanciava scomuniche ai Savoia e a chi sacrificava la libertà per aiutare l’esercito regio. Sperava invece che “il principio della nazionalità che l’esercito mira a distruggere, dissolverà i fortuiti imperi dell’Europa orientale e li tramuterà in federazioni di popoli liberi. Avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d’Europa”.

(Storia del risorgimento – 5.2.1997) MP

Commenti (4)

… L’italia s’è sopita
4 #
afterhours
https://thefappeningnews.com/
clairehutchings@emailengine.org
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… L’italia s’è sopita
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daysy
KaitlynVictoriu
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… L’italia s’è sopita
2 #
Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
paolasixsix@yahoo.it
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Inviato il 17/10/2012 alle 13:26
…mi sa che sto Cattaneo se tornasse ora si sentirebbe male…:-)

… L’italia s’è sopita
1 #
emily
http://www.emilytarver.com/
emilytarver@gmail.com
199.180.114.145
Inviato il 16/10/2012 alle 22:17
In the UK is an ecstasy.

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