MAL UNIDOS, DE SICURU!

Lezioni condivise 110 – La priorità della Lingua

31 Mar 2016 @ 23,58

Uno dei dispiaceri di molti intellettuali sardi è il luogo comune che ci dipinge ancora come pocos, locos y mal unidos, che ci portiamo dietro dal tempo della dominazione spagnola. E vorrei vedere il sardo che non si risentisse! Mi interessa tuttavia discutere sul giudizio di mal unidos; è naturale che ci dia fastidio, eppure se non fossimo davvero poco solidali tra noi, meno attenti ai campanili o anche alle cattedrali (nel deserto) e più al bene della Sardegna, forse staremmo un po’ meglio. Non mi avventuro in analisi storiche peraltro già in parte affrontate, voglio riferirmi al presente e alla fondamentale questione della lingua. In questo campo noi sardi stiamo dando il peggio di noi stessi, come quei politici che ogni volta buttano giù anche quel poco di buono fatto dai predecessori, vecchia usanza latina, una sorta di damnatio memoriae.

Sembrerebbe che lo stato della lingua sarda sia nuovamente a un bivio, o a un trivio. Il nuovo secolo era iniziato bene. Nel 1999 la legge sulle minoranze linguistiche, riconosceva finalmente anche se molto parzialmente, un nostro diritto costituzionale e qualche anno prima una legge regionale, esecutiva, riconosceva pari dignità a sardo e italiano. Da allora sono stati fatti molti passi avanti in positivo, ma molti meno di quelli che si sarebbero potuti fare, quasi sempre per i freni dei politici nostrani e per questo non si è colto l’attimo per fare quelli necessari – tra questi il regolamento di attuazione della legge 482/1999 -, comunque quasi tutti i Comuni della Sardegna hanno attivato uno sportello linguistico, l’insegnamento del sardo sta facendo breccia nella scuola e nella società civile, si sono realizzati alcuni progetti, purtroppo in parte un po’ abbandonati… bontà del renzismo!

Da alcuni anni, forse anche troppi, si assiste a uno stallo se non a un regresso; spiace constatare che ciò coincida con il ritorno in regione di una giunta che si definisce di “sinistra”, o forse per prudenza di “centrosinistra”. L’elettore spera sempre che i governi “progressisti” facciano cose conseguenti, invece si deve regolarmente constatare che anche questi governi continuano a fare cose di destra. E la favola che le categorie destra e sinistra sono superate non si può sentire, giacché c’è un abisso tra chi subisce le politiche conservatrici e chi invece ne usufruisce. La realtà è che non c’è più sinistra…

L’azione del movimento linguistico segna il passo anche per l’eccessivo calo dei finanziamenti, che pur tenendo conto della crisi, sono un attentato alla valorizzazione della lingua sarda ed è peraltro quanto ci si può aspettare da una politica retriva, che ragiona ancora contando gli elettori che accontenta per carpirne il voto.

Ciò che non ci si aspetterebbe è che persista una sorta di “guerra”, o più di una, tra i partigiani della lingua sarda… Nella migliore delle ipotesi si tratta di contrasti di campanile: il mio sardo è migliore del tuo e roba simile, ma si tratta anche di guerre di “potere”, gelosie, le peggiori faziosità e disobiettività, cavilli assurdi, testardaggini, pinnicas. Situazioni che frazionano il movimento linguistico, favoriscono i passi indietro e l’avanzata dei detrattori della lingua sarda.

Le posizioni più nocive sono quelle degli integralisti del logudorese e del campidanese, testardi quasi quanto Likud e Hamas. Posizioni che stanno minando una situazione di equilibrio e apertura della LSC. Vi erano cose da rivedere e lentamente si stavano rivedendo, non a favore delle fazioni, ma della lingua sarda. Chi blocca il progresso della lingua con queste questioni ha certamente altri interessi che non sono il bene del sardo, ma usa il sardo per affermare la propria persona ed è questo il motivo per cui non si fanno passi avanti e si tira continuamente il freno.

Parlavo di guerre, perché sono diverse: Campidano vs Logudoro, tutti contro tutti, difensori della lingua contro accademici, studiosi contro studiosi, giovani contro maestri e via dicendo.

Questa paradossale dimostrazione di disunità è da stigmatizzare, da denunciare, fa incazzare seriamente chi nel movimento linguistico vuole esclusivamente il bene della lingua sarda e non posizioni di potere, ed è chiaro che servono i denari per chi lavora, ed è chiaro che chi lavora deve essere retribuito.

Quanto agli studi, alla ricerca, credo diano un importante contributo alla lingua; gli atlanti stessi lo danno sicuramente al lessico e non solo, le parole non sono mai fini a se stesse, ma hanno una storia, un’etimologia, e nessuno ha il diritto di cassarle. Sarebbero auspicabili invece collaborazioni e idee e soprattutto lavorare tenendo in piedi una base concreta, che è la LSC e non muoversi nel caos.

Dalla LSC lingua di scrittura, lingua ufficiale, si parte verso la formazione della koinè, senza imposizioni di stile manzoniano, che abbiamo visto cosa hanno prodotto per reazione nell’italiano: la guerra dei “dialetti”, la loro necessità di farsi spazio con la forza, contro gli apparati, primi fra tutti i ministri della P.I., che spesso hanno agito contro gli stessi loro compiti, come ministri dell’ignoranza. Non penso che queste parole possano cambiare le cose, ma le dico, in mezzo a chi si fa la guerra, è bene che quelli che vogliono lavorare si contino, si conoscano e portino avanti la lingua sarda nella sua totale ricchezza.

Quali i concetti da privilegiare? Proteggere le specificità e favorire la crescita della koinè, fenomeno naturale e in corso; tutela di tutto il lessico e la grammatica, salvo le sole banali variazioni fonetiche, che pure come in ogni lingua possono coesistere. La ricchezza della lingua va favorita e non gettata via. E’ naturale che un significato possa essere espresso con più termini e non c’è più situazione deprimente di dover sentir ripetere sempre gli stessi luoghi comuni.

Ma affrontiamo concretamente un Atlante linguistico pubblicato o almeno del quale è iniziata la pubblicazione. Si tratta dell’Atlante Linguistico Italiano (ALI – italiano non inteso come lingua, ma come territorio), il cui primo volume (almeno in questo campo abbiamo avuto una priorità) è quello relativo alla Sardegna. Naturalmente non si tratta di una preferenza, ma di una ragione scientifica: il fatto che il dominio del sardo abbia confini finiti, precisi, essendo limitato all’isola e la sua peculiarità, come lingua più conservativa tra le lingue neolatine (tanto che Dante ci volle escludere dalle parlate volgari sostenendo che il sardo ripeteva pedissequamente il latino. Si tratta di un argomento che meriterebbe una specifica trattazione, mi limito solo a osservare che la conoscenza del sardo da parte del “divin” poeta non era approfondita, evidentemente, giacché tra l’altro non ne coglieva il sostrato e le varianti territoriali derivanti dalle diverse fasi temporali di influenza del latino e dal contatto con altre lingue. In ogni caso dobbiamo dargli atto che fu il primo a sostenere il nostro slogan: Sardigna no est italia).

Il materiale è pubblicato in volume per carte sparse (schede), per concetti linguistici produttivi. Vediamo la scheda della parola pipistrello (essere tra topo e uccello).
La scheda mostra una illustrazione contenente il risultato della ricerca sul campo, ovvero le varie voci nel sardo del termine in esame. Si dà atto che nel sardo non esistono continuazioni della voce latina (con buona pace di Dante), ma esclusivamente tipi lessicali originali, peculiari (attinenti alla creatività popolare locale).
I tipi fondamentali. Settentrione: tzirriolu; meridione: zunzurreddu, sunzurreddu, sintzimurreddu.
Dizioni minori. Centrale: alipedde (ala ‘e pedde) ala di pelle (Goceano, Margine; Buddusò, Nule, Bono).
Nuorese: zuzurreri (dal rumore delle ali, onomatopeico).
I tipi marginali: il genovese ratu pernugu (Calasetta), il catalano rata piñata (Alghero), i catalanismi del campidano: arratapignatta (con il fenomeno della prostesi e del raddoppiamento sintattico, come in riu – arriu).
Alcune variazioni morfologiche chiariscono il senso rendendo più facile la parola: da alipedde deriva a Orani,  impeddone (fonosimbolismo).
La dicitura farighe proveniente dal Corso, ha invaso l’area di tzirriolu.
Il ricorso a nomi sostitutivi per le denominazioni ha in Sardegna, come altrove, ragioni apotropaiche: non nominare affinché non compaia, così come si fa per la volpe che è chiamata in modo surrogato – come viene esaminato nella seconda carta – es. margiani.

Per l’approfondimento dello studio i materiali sono disponibili nelle biblioteche universitarie.
Gli Atlanti linguistici sono un importante strumento scientifico, ma anche di tutela del lessico, specie quello delle lingue minoritarie.

(Linguistica sarda – 9.5.1997) MP

Commenti (1)

MAL UNIDOS, DE SICURU!
1 #
            Tonya
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158.222.6.157
Inviato il 16/08/2017 alle 07:17
I needs to spend some time learning more or understanding more.

LA LANGUE. MARCA PATATA

Lezioni condivise 100 – Polemiche linguistiche e complessità.

31 Mag 2015 @ 21:58

Quando siamo nati in pochi anni abbiamo imparato una lingua, i più fortunati due o anche più, ed è stato un fatto naturale cui non abbiamo fatto caso più di tanto; ancora bambini probabilmente abbiamo anche appreso dell’esistenza di tante lingue e tante altre cose a seconda dei nostri studi e interessi. La situazione odierna presenta una differenza sostanziale: i bambini di un tempo erano naturalmente bilingui (imparavano in modo naturale sia la lingua ufficiale e passivamente la seconda lingua o dialetto), quelli di oggi un’altra lingua o dialetto possono apprenderli solo a scuola. Insomma la relativa apertura della società verso il multilinguismo, non riesce a compensare quanto si imparava in casa o con gli amici, per di più in regime di proibizione a usare lingua che non fosse l’italiano, per quanto ci riguarda come sardi.

Non tutti ancora sanno perché parlano una determinata lingua e soprattutto quale dibattito, quali polemiche, quali battaglie, quale storia vi sia dietro l’idioma che si parla, non è esattamente un fatto ereditario e lo è ancora meno per le colonie. Certe zone marginali hanno dovuto cambiare lingua ufficiale e/o dialetto, a causa della forza delle armi o per ragion di stato. Chiediamoci perché ancora viene impedito nelle scuole lo studio della storia sarda.

In tale argomento sono comprese anche le polemiche tra linguisti e dialettologi, terminologie che non avrebbe senso separare, ma occorre farlo per comprendere le rispettive posizioni. Per intenderci i linguisti sarebbero i difensori della lingua ufficiale, i dialettologi quelli della lingua a tutto campo, senza preclusioni di sorta.

Nei primi anni del novecento, dopo l’acceso dibattito che caratterizzò trent’anni prima la questione della scelta della lingua italiana ufficiale – dibattito che si trascinava fin dall’epoca medievale, sebbene esclusivamente in funzione letteraria -, ci furono accese polemiche relativamente alla geografia linguistica e in particolare alla redazione delle carte, ovvero se puntare su parlata urbana o rurale, in sostanza se valorizzare il “dialetto” o meno. Ciò sulla scia dei diversi studi che presero in considerazione l’inserimento del lessico rurale nel vocabolario, a suo tempo non condiviso dal Manzoni, che insisteva sul fiorentino. Lo scontro venne sintetizzato come polemica tra atlantisti (favorevoli al lessico rurale sia negli atlanti che nel vocabolario) e vocabolaristi, che invece erano contrari alla “contaminazione” del lessico fiorentino.

La prevalenza numerica dei primi, che si estrinsecò in una vera e propria corrente letteraria, dal verismo al regionalismo, fino agli albori del neorealismo, non riuscì ad infrangere l’ufficialità della lingua standard, ma a lungo andare di fatto lo fece e se ne ha riscontro nella linguistica e nei vocabolari odierni.

Furono pubblicati dei testi che trattavano il tema direttamente, come I Beati Paoli (1909) di Luigi Natoli, – giornalista, filosofo, storico, filologo – romanzo popolare il cui intento era infondere nel lettore il rapporto tra letteratura ‘alta’ e letteratura ‘bassa’, inteso come una mistura di registri e modalità narrative. Il romanzo popolare in definitiva conferma, sul piano storico-linguistico, la fluidità della norma otto-novecentesca, capace di veicolare contenuti socio-identitari e socio-etici destinati a radicarsi nella memoria popolare.

Un limite dei vocabolari, relativamente allo studio dei significati, secondo gli atlantisti, è che sarebbero elaborati in ordine alfabetico per cui non si possono fare paralleli concettuali veloci.

Gli atlanti, invece, documentano la parola, non la langue; l’atlante rappresenta l’idioletto del singolo parlante, perché l’informatore è uno solo per scheda, scelto secondo dei precisi criteri.

La parola da attestare è la prima detta, sono esclusi sinonimi e ripensamenti. Semmai può essere ricostruito il contesto della risposta, la discussione, se l’informatore ha avuto dubbi, se si è corretto, se si riscontra che la domanda è stata mal posta, fraintesa, male interpretata dal raccoglitore.

Il linguista Mc Lion segnalò gli errori di Ugo Pellis nella ricerca sui volatili in Sardegna, in quanto estese tutti i nomi raccolti in un centro montano a tutta l’isola. Nel suo caso le cose furono complicate anche dall’incompetenza dei parlanti. Questo è un limite che viene posto agli atlanti linguistici, in quanto uno stesso questionario non è adeguato a tutte le aree, tanto meno è efficace un questionario nazionale. Che senso avrebbe infatti indagare su l’alpeggio (allevamento in altura) in Sardegna o sul mare al nord?

Un questionario non può prescindere dallo studio dell’area in cui è somministrato, in quanto deve garantire delle omogeneità; a un’area variegata si adegueranno i punti di inchiesta la cui caratteristica dovrà essere la rapidità, la risposta spontanea.

L’atlante regionale consente di studiare questionari più precisi, adeguati, benché ogni ricercatore abbia i propri metodi: il Contini ha raccolto dati in tutti i paesi della Sardegna, producendo una lessicografia localistica.

Peraltro vi sono diverse metodologie che possono essere adottate a seconda dell’oggetto dello studio; per la sintassi sono utili le trasmissioni radiofoniche, che non creano interferenza.

Altri sistemi sono gli etno testi: basati su conversazioni guidate, utilizzabili in senso diacronico.

Vi sono studi di tipo onomasiologico: studio delle parole, dei segni linguistici o la raccolta di denominazioni di materiali iconografici (Atlante italo-svizzero, AIS, per il quale Wagner fece l’inchiesta in Sardegna).

Gli step per la realizzazione di uno studio di dialettologia: esporre i materiali raccolti evidenziando le parole dialettali; indicazione delle modalità d’inchiesta, schedatura materiale linguistico (una scheda per ogni parola).

Il concetto di “Marca”.

Riguarda il campo della fonologia, specie per le opposizioni fonologiche (es. differenza tra t e d, una meno sonora, l’altra più sonora), ma si è poi esteso a tutta la grammatica, morfologia, sintassi, lessico.

La marca mette a confronto due o più forme linguistiche: una forma marcata è una forma non primaria, ovvero rispetto ad essa è marcata da un segno, un suffisso, una desinenza che la differenzia rispetto al lemma originario.

L’esempio più elementare è prendere una forma neutra o base e marcarla, ad esempio casa è un sostantivo non marcato in italiano rispetto a cas-e (plurale) o cas-etta (diminutivo): la parola abbraccia genericamente tutto il campo semantico, mentre cas-e, la forma marcata, si riferisce a molte case, esclude dunque il significato base. Lo stesso dicasi per maschile-femminile, es. alto, alt-a, il maschile è considerato non marcato perché convenzionalmente anche neutro, racchiude in se un significato generale, quello femminile solo il suo.

La marcatezza è un concetto molto elastico e generale: ci sono infatti pochi criteri base per determinare quale forma è considerata marcata e quale no.

Una marca è riferibile a diversi campi semantici, ma anche a tutte le variabili spazio temporali, culturali, religiose, rituali, scientifiche, dialettali, colloquiali, standard, solenni, gergali, poetiche e via dicendo e più nel dettaglio: a) le professioni e discipline; b) varianti socialmente marcate, con riferimenti eterogenei in base a luogo o modalità di enunciazione: gergo, dialetto (regionale, studentesco, tecnico/gergale, dei bambini… c) Varianti arcaiche (es. scortese, mal sonante, volgare, popolare), albero opzioni avanzate (codici), brand.

Franz Josef  Hausmann (1989) definì i macrocampi in cui possono agire i marchi, tra cui: quello diacronico (che marca i fenomeni di tempo, presente-passato, vecchio-nuovo) diatopico (inerente lo spazio, variabilità della lingua comune, regionale…), diaintegrativo (nazionale/estero), diamesico (parlato-scritto), diastratico (alto-basso), diafásico (formale-informale), diatestuale (poetico-letterario-giornalistico-amministrativo), diatécnico (speciale/comune), diafrequente (comune/raro),  diaevaluativo o diaconnotativo (connotativi, eufemismi), dianormativo (giusto/sbagliato).

Santillana dell’Università di Salamanca, si riferisce in modo esplicito ai marchi.  Individua quattro tipi di marchi:
a) Termini tecnici (Aer, aeronautica)
b) Marchi di uso o registro (9 marchi: ristretto, rurale, volgare, slang, colloquiale, letterario, elevato, amministrativo, affettivo).
c) Marchi pragmatici (23 marchi): affermazione, minaccia, anticipatori, disgusto, rabbia, insultare umoristico dei bambini…
d) Ispanoamericanismi (il resto dei termini dialettali dello spagnolo). Buon riposo!

(Linguistica sarda  – 18.4.1997) MP

Commenti (2)

LA LANGUE
2 #
Simona
simoseru@tiscali.it
2.38.94.2
Inviato il 13/08/2015 alle 19:37
Interessante scoprire che ancora qualcuno scrive sul suo blog e soprattutto interessante leggerlo.
dovremmo sempre ricordarci tutto ciò, ma anche ricordarci di trattare bene le lingue 😉
grazie

LA LANGUE
1 #
greta cabrera
hummingbirdtattoo.org/
greta.cabrera@gmail.com
198.52.228.189
Inviato il 30/06/2015 alle 23:33
you are in a place mysterious and tempting

ZÎZNASE

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