LA STORIA È LA MIA STORIA

Lezioni condivise 66 – La Spagna dopo la reconquista

 30 Giu 2012 @ 10:56 PM

 Quando penso alla Reconquista spagnola, è come se in qualche modo mi riguardasse privatamente, e non è detto che non sia così, ma di più non riesco a elaborare, se non ipotesi semplici: il forte legame con la storia, non tanto come materia di studio, o scienza umanistica, ma prevalentemente come vita passata che ha riguardato anche i miei avi, insomma la storia è la mia storia; e più direttamente i quasi cinquecento anni di Sardegna spagnola, vissuta ancora dal mio esavolo Pepi… La reconquista mi si figura come un territorio collinare deserto, una sorta di terra di nessuno ai cui orizzonti stanno i contendenti.

Se si vuole un numero magico, si potrebbe dire che essa è durata 770 anni, qualcosa come venti generazioni, dunque si ha ragione di vedere un’immagine indefinita, una fetta di Meseta. In questo tempo è accaduto di tutto, in bene e in male, un periodo che ha occupato tutto il medio evo, fino agli albori dell’età moderna e le testimonianze concrete le abbiamo nell’arte, dalle Asturie a Cordoba, un’arte stratificata nello spazio e nel tempo, ma anche nel fenomeno plurietnico, nelle differenze somatiche evidenti e curiose, le stesse che anni fa mi facevano domandare ¿Qué hacen las muchachas visigodas de ahora?

In quell’ampio periodo di tempo, nel mondo spagnolo, il re aveva tutti i poteri, sia quello giudiziario che legislativo, sociale, politico e amministrativo… La sua autorità viene sempre più rafforzandosi, finché sarà considerato personale proprietario del regno. La regina Isabella lo lasciò in eredità, come un suo bene, a Giovanna la loca (che loca non era, vittima di una congiura tra il padre e il marito, Ferdinando II e Filippo I).

Prima che si giungesse a questa forma di proprietà personale dei regni, risultato di lotte e guerre, l’elezione del re avveniva per scelta dei nobili, i ricos hombres, che nominavano persone sempre all’interno della stessa famiglia, ciò portò alla nascita di una dinastia e al successivo passaggio diretto ai figli (maschi o femmine).

La monarchia si rafforzò anche grazie alla chiesa. Essa aveva interesse che ci fosse uno stato ordinato. Così quella che era una scelta del popolo divenne monarchia assoluta per diritto divino.

Il re una volta eletto era depositario di tutti i poteri: il primo era fare leggi, era visto come difensore del popolo, in contrapposizione ai feudatari (benché anche questi fossero una sua emanazione). Il re poteva concedere la grazia, in caso di condanna di altri organismi del regno. I delitti contro lo stato erano giudicati direttamente dal re.

Le prime leggi erano consuetudinarie, il sovrano doveva controllare che esse venissero rispettate, poi vennero anche nuove leggi e altre forme giuridiche, come i pregoni (precòn), proclami, bandi.

Il re quale responsabile dello stato, doveva difenderlo, diventa così anche supremo capo militare. Egli era anche il più ricco, proprietario dei territori acquisiti con la reconquista.

Inizialmente si creò confusione tra possessi personali del re e dello stato, che generava questioni sul patrimonio regio. Sotto il profilo amministrativo vi era l’aspetto del controllo della riscossione delle tasse (tesoreria dello stato), delle diverse casistiche sulle proprietà (es. sale, strade reali, miniere, pesca, boschi). Il sovrano esercitava il suo diritto come proprietario mediante tributi (regalie, regalias). Non potendosene occupare personalmente, delegava suoi funzionari concedendo una forma di   appalto, l’arrendament.

Si bandiva una gara e vinceva chi versava la quota più alta per la concessione del servizio, siamo già a forme di leasing… Nasceva in sostanza la borghesia, si pagava per esercitare un servizio e ci si rivaleva sulle persone che dovevano versare il tributo, le moderne esattorie…

Tornando al principio, quando dicevo che la storia è la mia storia, spero sia chiaro che non mi riferivo a questi ultimi sviluppi, il concetto era molto generale e riguardava condivisioni ataviche.

(Storia moderna – 5.2.1997) MP

Commenti (3)

La Storia è la mia storia
3 #
emma
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Inviato il 11/07/2012 alle 07:26
E io dovrei fare i conti con gli austriaci? Acc!!
dura è!

La Storia è la mia storia
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berry ketone
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Inviato il 09/07/2012 alle 10:02
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La Storia è la mia storia
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Inviato il 30/06/2012 alle 16:59
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BARBUS: LATINE NON LOQUOR, NO SCIT SU CATALANU!

Lezioni condivise 50 – Origini del brigantaggio storico in Sardegna

Per anni, nemmeno tanto lontani, essere sardo era più o meno sinonimo di “bandito”, soprattutto in certi contesti sociali, e ci si poteva chiedere se “su strangiu” ci percepiva come tali, come in una sorta di auto identificazione psicologica, una colpa collettiva.

L’argomento è stato ampiamente trattato in tutti i tempi e in tutte le salse, dalla prime inchieste utili per una repressione indiscriminata (a monte della quale vi era il fastidio per la nostra Costante Resistenziale), fino ad una esaltazione ingiustificata, salvo per le diverse eccezioni in cui si era costretti alla macchia dall’oppressione e dall’ingiustizia.

L’essere “banditi” era una qualità subita, l’accettazione passiva di un epiteto che ha doppia connotazione: deriva da banda, come brigante da brigata, ma anche da bando, messa al bando con l’emissione e pubblicazione di una grida o di un pregone, a seconda dei quali si potevano avere almeno cinque tipologie di fuorilegge.

Il latitante sfuggiva a “sa giustitzia”, concetto che nel sardo ha un valore semantico altamente negativo che individua chi esercita la funzione repressiva (dalla polizia ai tribunali), tanto è vero che la parola compare in molte espressioni ingiuriose, come “chi ti currat totu sa giustitzia” (che ti insegua tutta la giustizia), “chi ti pregonit sa giustitzia” (che ti sequestri la giustizia) e simili.

Il banditismo è sintomo di profondo disagio sociale e testimonianza di una radicata diversità culturale, è un fenomeno antico che si oppone all’ostinato ricorso a mezzi violenti da parte delle classi dominanti per reprimere il malcontento popolare. Esso non è il risultato di una situazione di povertà individuale, ma di un malessere economico strutturale; mai diventa organizzazione stabile, il suo carattere è estemporaneo, benché persistente. Non è genericamente rurale, né contadino, ma ha una prevalente caratterizzazione pastorale, dunque non è conseguente alla miseria. Il bandito non è un povero, ma una precisa figura sociale di quel mondo.

Il banditismo storico è un fenomeno complesso, non riducibile alla stregua di delinquenza comune o di ribellismo popolare, è a tratti parapolitico, ha interessato diversi ceti sociali, legami fra signori e banditi, realtà urbane e rurali, valori morali e sentimenti che vanno oltre la semplice protesta sociale.

Era di fatto legittimato a esistere dalla strafottenza del potere, da iniquità, privilegi nobiliari, militari e clericali, dal sistema corporativo borghese, dalla burocrazia.

Gli stessi feudatari si servirono della figura del bandito per osteggiare lo stato, in una sorta di interazione utilitaristica.

In questa antica e travagliata vicenda si sono formati codici comportamentali di importanza storica, quanto desueti e ingiustificabili se riproposti oggi: come la balentìa, il furto, l’abigeato, nati un una società a vocazione “libertaria” dove la proprietà era misconosciuta e legittimo impossessarsi del necessario per sopravvivere.

Quando questi atti assumono una valenza diversa, come l’intenzione di procurar danno o vendetta, siamo già in una sfera che richiede un’emancipazione storica, perciò la non tollerabilità odierna di codici di epoca nuragica…

Se dunque è legittima la ricerca e la contestualizzazione storica e sociologica di questi fenomeni, è certo ingiustificato esaltarli; come è bene precisare che la vendetta (atto primordiale persistente in alcune realtà) o una certa spietatezza, hanno poco a che fare con il brigantaggio/banditismo romantico e rivoluzionario, che ha una sua etica.

La repressione della delinquenza in Sardegna, sempre perpetrata con brutalità e violenza, ha aggravato il contrasto tra civiltà dominante e civiltà subalterna. Si tratta di una storia millenaria strettamente legata alle condizioni di vita, ai costumi e alle tradizioni, specie dei barbaricini, al loro culto della libertà primitiva e al loro codice di vita, consacrato dal tempo e spesso contrastante con l’ordinamento giuridico dello stato moderno.

É il conflitto tra una comunità pastorale che vive con proprie regole e uno stato di colonizzatori che vuole imporre le sue leggi: “Furat chi benit de su mare” (chi ruba viene dal mare) si diceva già al tempo dei Cartaginesi.

Nella sua connotazione insurrezionale e resistenziale il banditismo, nato e diffuso in tutta la Sardegna, si è ristretto in particolare nella Barbagia (distinguiamo quella di Belvì, di Seulo e di Ollolai, del Nuorese, del Mandrolisai e territori limitrofi – area del Gennargentu), dal latino “barbaria”, così i romani chiamavano chi resisteva alla colonizzazione; mentre il termine “barbus” designava chi non parlava latino.

Fin dal Trecento è intervenuta in Sardegna la Carta de logu, in modo innovativo senza precedenti per un Codice legislativo di quel periodo, basti citare la tutela della donna.

I villaggi avevano allora un’organizzazione comunitaria che assegnava ai cittadini bisognosi e al contempo volonterosi i terreni comuni de su “viddazoni” perché li coltivassero; nello stesso tempo i territori montani erano nella disponibilità dei pastori, senza aggravi particolari, e la pastorizia poteva essere stanziale, non più transumante.

Quando fu imposto e applicato il sistema feudale, estraneo alle consuetudini sarde, crebbe la tensione, sfociando spesso in aperte rivolte.

La nuova stagione del banditismo di massa ebbe inizio con la perdita dell’indipendenza per mano degli aragonesi. Il ruolo economico della Sardegna nella Corona d’Aragona fu marginale; la crisi del seicento, epoca in cui il banditismo isolano conobbe una fase di recrudescenza. avrebbe dato il colpo di grazia.

Altri disagi si produssero con l’espulsione degli ebrei (1492). Dall’isola ne furono espulsi circa cinquemila.

C’erano poi gli ex schiavi liberati, denominati moros, originari in prevalenza dell’Africa o del Medio oriente. A Cagliari la maggior parte di essi andò ad abitare nel quartiere prospiciente il porto, Lapola, oggi Marina.

Un altro gruppo non autoctono era rappresentato da gruppi Romanì (comunemente detti zingari), una popolazione che per la propria peculiarità etnica, per l’organizzazione sociale e lo stile di vita, racchiudeva in sé caratteristiche tali da apparire come marginale e indesiderabile agli occhi delle autorità pubbliche. Ciò non precluse però un parziale inserimento o comunque l’intrattenimento di scambi e relazioni col resto della società.

La loro presenza in Sardegna è attestata documentalmente dalla seconda metà del Cinquecento, durante la lunga fase di dominio iberico.

Nel Settecento, in conseguenza delle operazioni militari, degli arresti e delle condanne che caratterizzarono il governo sabaudo, si determinò una concentrazione di banditi nella zona settentrionale dell’isola dalla quale era più facile raggiungere la Corsica. Infatti quando la stagione estiva rendeva più difficile il movimento delle truppe, i fuorilegge ritornavano da quell’isola per ricominciare la vita criminosa.

Furono emanati pregoni singolari, come quello che vietava di portar la barba di oltre un mese, per rendere facile il riconoscimento del volto.

In questo periodo la voglia di affrancarsi dallo sfruttamento feudale portò molti villaggi ad essere solidali con i banditi, subendo per questo spedizioni punitive governative. Per spezzare queste alleanze furono nominati dei commissari tra i ceti emergenti, anche allo scopo di insinuare nelle comunità nuclei filogovernativi; ruolo analogo ebbero le Compagnie barracellari… Fu questo “partito” che nel 1847 vendette la statualità sarda ai Savoia.

L’avvento della monocoltura granaria che si caratterizzò come evento economico di natura strutturale, può essere considerato uno dei principali fattori di destabilizzazione sociale nell’isola.

I contadini sardi, peraltro, si trovarono a dover far fronte alle richieste pressanti (insierro) della città e delle sue magistrature, ma erano anche costretti a subire ogni sorta di abusi da parte dei feudatari locali.

Tale situazione diede luogo a spostamenti massicci di popolazione che abbandonò i propri villaggi per la città per sfuggire alla miseria. Il vagabondo di stanza in città veniva considerato socialmente pericoloso. In tutta Europa vagabondaggio e banditismo venivano associati e considerati alla stessa stregua. I contadini impoveriti andavano ad ingrossare le file dei vagabondi cittadini, mentre a rimpinguare il numero dei bandeados e foraxidos erano, come già detto, individui appartenenti al mondo pastorale.

Lungo le strade isolane divenne particolarmente diffusa la rapina a mano armata ad opera dei cosiddetti saltadors de camin.

In seguito all’Editto delle chiudende, che nel 1820 favorì i grandi proprietari e principales, il malcontento sfociò in violente manifestazioni popolari, raggiungendo il suo apice con i moti di Nuoro del 26 aprile 1868, noti come “torramus a su connotu” (torniamo al conosciuto). Il popolo, inferocito, incendiò il municipio di Nuoro, rivendicando il ripristino del tradizionale sfruttamento comune dei terreni.

Sa bardana. Fino alla fine dell’Ottocento, i banditi sardi praticavano la cosiddetta “bardana” o razzia, che era un gravissimo atto di brigantaggio pressoché esclusivo della Sardegna.

Su bardaneri assumeva salariati per compiere furti o espropri contro i paesi della pianura, i quali venivano invasi ad opera di alcune decine di banditi a cavallo che scendevano per l’occasione dalle montagne e mettevano a ferro e fuoco il centro abitato.

Questo reato era possibile per l’assoluta assenza delle istituzioni e la mancanza di qualsiasi salvaguardia per la popolazione civile. Lo strapotere dei banditi era forte e riconosciuto anche dai benestanti, e i pochi carabinieri qua e là presenti potevano fare ben poco.

Particolarmente attivi in questa attività erano gli abitanti di Orgosolo (da qui la fama!) che per il resto, avevano un normale mestiere e conducevano una vita pacifica.

Anche is bardaneris non costituivano una associazione a delinquere o “banda” stabile, ma soltanto a carattere occasionale. Compiuta la bardana tornavano alla loro normale attività.

All’inizio del Novecento le bardane furono sostituite, stante la maggiore presenza dello stato, con gli assalti alle auto e alle corriere.

Sa bardana” nella cultura popolare contribuisce a conservare un certo aspetto romantico del bandito, che ruba ai ricchi come atto di giustizia sociale.

Il ruolo della donna è fondamentale in Sardegna, è spesso principale attrice di quanto accade in tutti i campi. Caratterialmente dominante e orgogliosa, ha avuto un ruolo diretto anche in quanto banditessa (vedi In nome della madre. Ipotesi sul matriarcato barbaricino, Maria Pitzalis Acciaro, Feltrinelli Economica, 1978).

Ciò è ancora più evidente nella comunità barbaricina, dove le attività produttive tengono lontano da casa gli uomini e la donna è mere de domo e direi, anche di foras de domo.

Essa, austera nella sua dignità e sicurezza, ha acquisito coraggio, ingegnosità e fantasia a tutti i livelli, compresi i grandi eventi della vita.

L’importanza del ruolo della donna sarda è testimoniata dal fatto che porta il suo contributo nel formare una nuova famiglia, a lei spetta l’arredo domestico e il corredo, al marito la casa. E prima di prendere una decisione l’uomo dice: “Depu pregontai a sa meri” (devo chiedere alla padrona).

La prima “banditessa” entrata nella leggenda è Lucia Delitala di Nulvi, attiva nella prima metà del Settecento, una donna sarda d’altri tempi, emancipata, forte dei suoi ideali, decisa, indipendente, non si sposò per non dipendere da un uomo. Scontò due anni di prigione,.

La tradizione popolare la ricorda come amazzone dal fascino straordinario, bel sorriso, grande coraggio, abile nei combattimenti a cavallo e amante della vita e della libertà. Il suo volto diveniva accigliato e duro solo quando doveva affrontare una battaglia.

Condannata a quindici anni in contumacia dopo la rivolta di Chiaramonti, da latitante, capeggiò con Giovanni Fais e sua moglie, Chiara Unani, una banda di sprezzanti guerriglieri che contrastava l’autorità Piemontese. Lei era sempre in prima linea con la sua “spericolata irruenza” (Fresi, 2005). Probabilmente morì tra il 1755 e il 1767.

A contenderle la fama, Maria Antonia Serra Sanna, detta “sa reina” visse a Nuoro a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Sorella di due grandi banditi. Quando in paese la si incrociava per le strade, molte persone s’inchinavano. Incedeva altera, si diceva fosse lei l’ispiratrice delle imprese familiari.

Ricordiamo anche Giuseppa Lunesu, arrestata nel 1899. Intelligentissima, scaltra, ambiziosa, di famiglia benestante, diplomata alla Regia Scuola Normale Femminile, “con due occhi scuri, che t’incantavano ma nello stesso tempo ti impaurivano”.

Eufrasia Lovicu, madre di due banditi di Orgosolo con i quali condivise diciassette anni di latitanza nel Supramonte.

Paska Devaddis, povera fanciulla di Orgosolo, gracile e malata fu la mitica “reina di Orgosolo e de bandidos sorre e sentinella”.

Il brigantaggio storico che portò i sardi a combattere contro chiunque ne occupasse il territorio, svanì sul finire dell’ottocento, tuttavia Eric J. Hobsbawm nel 1969 in I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna, afferma “L’ultimo bandito sociale europeo si trova ancora sugli altopiani dell’isola” e quell’isola è la Sardegna.

Link di approfondimento:
Ottava di anomimo…Un bandito alla macchia
Carta de logu 1  2  3
Il codice della vendetta barbaricina

(Storia della Sardegna – 3.5.1996) MP

Commenti (5)

Barbus: latine non loquor, no scit su catalanu!
5 #
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Barbus: latine non loquor, no scit su catalanu!
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Barbus: latine non loquor, no scit su catalanu!
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Inviato il 09/03/2011 alle 13:00
beh il brigantaggio in sardegna era tutto particolare… vincolato da comportamenti d’onore persino… sarà una lezione interessante

Barbus: latine non loquor, no scit su catalanu!
2 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
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Inviato il 01/03/2011 alle 09:44
Caro amico,
chi ruba per fame non è per me un brigante. Aspetto la tua traduzione.
un salutone di passaggio

Barbus: latine non loquor, no scit su catalanu!
1 #
ivy phoenix
edera.fenice@tiscali.it
109.113.144.116
Inviato il 24/02/2011 alle 22:16
sto leggendo un mattone sul Savonarola… bello ma fin troppo storico avrei preferito più spazio alla filosofia. Non mi convince come personaggio, troppo pieno di sè… però sono appena a metà libro… poi vediamo.

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