UN FIGLIO DI PAPA

Lezioni condivise 59 – Fortuna e disfatta del Principe

30 Nov 2011 @ 12:30 PM

La figura di Cesare Borgia è davvero singolare e fa il paio con quella del padre Rodrigo, papa; ma è sbalorditivo il riguardo di Machiavelli nei suoi confronti in rapporto ai crimini commessi, stando almeno alla cruda lettura del Principe; quanto alla posizione della chiesa sui suddetti, non se ne parli! fosse solo Alessandro VI lo scheletro nell’armadio che si porta dietro… (omissis et re omissis).

Figlio del papa (espressione sufficiente a smascherare secoli di ipocrisia), seminarista in gioventù, pur non avendo mai ricevuto la consecratio, fu nominato Vescovo di Valencia e poco più tardi pure cardinale. Alcuni anni dopo uccise suo fratello Juan e depose la porpora cardinalizia, ma solo per darsi alla politica, non per indegnità.

Luigi XII di Francia, in cambio dello scioglimento del proprio matrimonio, gli concesse la mano di Carlotta d’Aragona, scorciatoia verso il Regno di Napoli, ma lei rifiutò e per accontentare il re si addivenne a un compromesso. Cesare dovette ripiegare su Charlotte d’Albret, sorella del re di Navarra, ottenendo anche il titolo di Duca del Valentinois.

Nel 1499, il Valentino, seguì il re francese nella spedizione in Italia (per molti versi analoga a quella di soli cinque anni prima del suo predecessore Carlo VIII); approfittando di ciò, Alessandro VI, papa e papà Borgia, affaccendato per sistemare il figlio, destabilizzò i suoi stati feudali dell’Italia centrale, dichiarandone i principi decaduti per mancato pagamento del censo, in modo che Cesare, visto che era di passaggio, potesse occuparli con l’esercito di Svizzeri messogli a disposizione dal re di Francia. Conquistò così la Romagna e parte delle Marche.

Ad operazioni in corso, però, il re richiamò l’armata del Valentino che, facendo buon viso a cattivo gioco, fece ingresso trionfale a Roma. Qui aggregò un esercito ancora più numeroso, aiutato dagli Orsini e altri signori (truppe ausiliarie e mercenarie). Conquistò Pesaro, Rimini e con enorme difficoltà Faenza. Gesta, ovviamente, piene di inganni e crudeltà. Volse poi le sue mire a Bologna e alla Toscana. In Emilia lo fece desistere Luigi XII stesso, in Toscana pose condizioni a Firenze, Pisa e attaccò Piombino e le isole. Solo in seguito si unì ai Francesi per la conquista del Regno di Napoli.

Nel 1500 Luigi XII e Ferdinando I di Spagna conclusero un accordo segreto per spartirsi quel regno e con relativa facilità posero fine alla dinastia aragonese. Il papa intanto si vendicò dei Colonna e dei Savelli che avevano appoggiato Federico I di Napoli.

Valentino proseguiva nelle sue conquiste: nel 1502 prese il ducato d’Urbino in modo fraudolento (chiese truppe in prestito a Guidobaldo da Montefeltro per dar battaglia a Camerino e una volta disarmatolo attaccò Urbino, di cui quello era signore). Si creò dunque una situazione di egemonia del Borgia su tutto il territorio della Chiesa, non solo in Romagna e nelle Marche, ma anche in Umbria.

L’espediente di Urbino mise in allarme gli alleati, proprio quando il Borgia intendeva attaccare nuovamente a Bologna. Essi, ed in primo luogo i nemici giurati, gli Orsini, da Siena a Perugia, da Bologna a Fermo, promossero un’impresa aventiniana, passata alla storia come congiura della Magione (dalla località omonima presso Perugia). Si accordarono per allestire un esercito che avrebbe dovuto muover guerra contro il Borgia; fomentarono rivolte a Urbino e in Romagna ottenendo che venissero restaurati i vecchi duchi. A Imola il Valentino ebbe il soccorso di Luigi XII mentre era allo sbando; tuttavia si riorganizzò e i suoi nemici, avendone paura, tentennarono. Firenze gli mandò il Machiavelli a dire che erano suoi amici. Anche gli Orsini si riconciliarono promettendogli la ripresa di Urbino e Camerino… Guidobaldo e gli altri minacciati scapparono e il Borgia ebbe gioco facile, come a Senigallia, dove la città gli fu ceduta e fu festeggiato dai vecchi alleati/nemici.

Proprio durante questi festeggiamenti, il Borgia, attuò la tecnica che Dante rimproverò a Guido da Montefeltro (promessa lunga con l’attender corto)… A tre mesi dalla Magione, due congiurati vennero strangolati immediatamente; gli Orsini, arrestati, fecero la stessa fine a Città della Pieve, solo per dare il tempo al padre di arrestare a Roma tutti gli altri componenti della famiglia, per una sorta di pulizia etnica.

Gli si arresero anche Città di Castello e Perugia, non attaccò Siena solo perché protetta dai francesi, anche se cercò di ottenere il permesso in cambio dell’aiuto contro la Spagna, che nel frattempo aveva occupato l’intero regno di Napoli. La Francia voleva parte del napoletano, ma la Spagna non gliela cedette. Luigi XII scese nuovamente in Italia, chiese aiuto al Valentino, intiepiditosi col re, infatti di nascosto trattava con entrambi i contendenti.

Passarono solo alcuni mesi e Alessandro VI morì, la fortuna del Valentino si rovesciò. Si ammalò, forse colpito come il padre dal veleno che loro stessi avevano destinato ad altri.

Lo sfacelo del suo stato fu velocissimo, tutti i suoi nemici ripresero il loro posto e Venezia prese la Romagna. Divenne papa un suo nemico, Giuliano della Rovere (Giulio II) di cui, ormai malato, si fidò, ma venne arrestato e solo nel 1504 riuscì a scappare per Napoli, dove fu incarcerato dagli spagnoli, vincitori sui francesi, e spedito in Spagna nelle galere di Ferdinando. Riuscì a evadere, si rifugiò in Navarra dal re, suo cognato, per difendere il quale dai ribelli, morì banalmente nel 1507.

La vicenda di Cesare Borgia, anche in un’ottica cinica come quella del Principe, avrebbe consigliato di non essere presa come esempio da proporre ai Medici, appena rientrati a Firenze. Esercizio inutile, giacché il Principe preso in considerazione commise diversi errori che il Machiavelli stesso stigmatizza, ciò che salva sono paradossalmente la crudeltà e gli inganni… per uno che stava in esilio forzato non c’è male! E’ pertanto legittimo dubitare del reale scopo dell’opera, sebbene anche optando per una lettura alternativa restino tante domande irrisolte.

Con sullo sfondo sempre il Valentino, dopo aver discusso delle varie tipologie di stato, nel cap. XII del Principe, Machiavelli discetta di armi, ovvero della forza militare di uno stato, di come reclutarle. A questo tema dedicherà anche i capp. XIII (ove propone diversi esempi della pericolosità delle armi ausiliarie e mercenarie) e XIV (dove in sostanza suggerisce di guardare ai grandi della storia, che anche in pace pensavano alla guerra. Auguri!).

A suo avviso, i buoni fondamenti dello Stato sono due: avere buone leggi e buone armi. Non ci possono essere buone leggi dove non ci sono buone armi e dove sono buone arme conviene sieno buone legge, in quanto strumenti per applicarle.

Le milizie possono essere: mercenarie, ausiliarie, miste, proprie.

Esclude l’uso delle armi mercenarie e di quelle ausiliarie, in quanto lungi dal dar sicurezza, sono pure infedeli e pericolose per lo stato, gagliarde fra gli amici, tra e nimici vile (…) e nella pace se’ spogliato da loro, nella guerra da’ nimici, in quanto aspirano alla grandezza propria.

Il principe invece dovrebbe essere il conduttore di un proprio esercito, giacché è più facile guidare armi proprie che armi esterne. Ne sono state esempio Roma e Sparta in positivo e al contrario Cartagine, Filippo Macedone coi Tebani, Francesco Sforza coi milanesi, Sforza padre con Giovanna di Napoli.

Firenze, sostiene Niccolò, non finì in mano ai mercenari perché Giovanni Aucut (John Hawkwood, Jean de l’Aiguille, Giovanni Acuto) fu sconfitto; lo Sforza a Milano, invece, vinse e poté realizzare le sue ambizioni, mentre i veneziani a Vailà (Agnadello), il 14 maggio del 1509, guidati dalle truppe mercenarie di Bartolomeo d’Alviano, in una giornata perderono quello che in ottocento anni con tanta fatica aveva acquistato.

Secondo Machiavelli, l’origine delle armi mercenarie è italiana e fu iniziata dalla chiesa: El primo che dette reputazione a questa milizia fu Alberigo da Conio, romagnolo (…) Il risultato è stato, che quella (l’Italia) è stata corsa da Carlo, predata da Luigi, forzata da Ferrando e vituperata da’ Svizzeri (…)

Avevano, oltre a questo, usato ogni industria per levar via a sè, e a’ soldati la fatica e la paura, non s’ammazzando nelle zuffe, ma pigliandosi prigioni e senza taglia. Non traevano di notte alle terre, quelli delle terre non traevano di notte alle tende, non facevano intorno al campo né steccato né fossa, non campeggiavano il verno. E tutte queste cose erano permesse ne’ loro ordini militari, e trovate da loro per fuggire, come è detto, e la fatica ed i pericoli; tantoché essi hanno condotta Italia schiava e vituperata.

Nella sua intenzione di teorizzare uno stato comunque forte, sicuro e funzionale, Machiavelli si barcamena in tutt’altre questioni. La sua ricetta è un minestrone dove anche i buoni ingredienti diventano indigesti: la necessità per uno stato di credere in qualcosa, di avere una propria identità, cosa che a Firenze (ma non solo) difettava, svilisce in soluzioni per niente originali, in una società in cui l’umanesimo era una brigata di pericolosi estremisti, come l’uso della religione per tenere a bada il popolo.

(Letteratura italiana – 15.5.1996) MP

Commenti (10)

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Inviato il 20/12/2011 alle 16:06
…o com’è che tornano di moda i Borgia e il Machiavelli?…sarà mica per (l’orgia)Borgia che hanno dato in tv?…
a me pare che cambiano i nomi, cambiano le cifre che identificano gli anni…cambiano gli strumenti, ma alla fine il succo della questione non cambia…:-(

Un figlio di papa
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jane
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Inviato il 18/12/2011 alle 00:22
A suo avviso, i buoni fondamenti dello Stato sono due: avere buone leggi e buone armi.
E perché allora tu sei contrario a questo? Vuoi che l’Italia si trovi indifesa davanti al nemico?
Vorresti che la manovra togliesse soldi alla difesa per buttarli via (sprecati) per qualche miserrimo? Ascolta il Macchiavelli!!!!

Un figlio di papa
2 #
giulia
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Inviato il 17/12/2011 alle 01:04
Bella questa dell’invenzione tutta italiana dei mercenari!
Brrr… comincia a far freddo…. giulia

Un figlio di papa
1 #
gipsy
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Inviato il 27/11/2011 alle 01:01
Quest’ultima bisogna che me la spieghi meglio.
17 anni di fortuna. Che poi tutte le sfighe all’italia e agli amici, durante il suo regno. Basta pensare a Mubarak, gheddafi, … putin adesso 🙂 smack!

ACHTUNG! GIOCO PERICOLOSO

Lezioni condivise 57 – De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquiruntur

30 Set 2011 @ 10:58 PM

Non ripeterò le riserve già espresse sui saggi politici di Machiavelli, ma per confermarne la pericolosità giova ricordare che uno degli estimatori de “Il principe” è, pensate un po’, l’italico premier, che nel 1992 si è cimentato addirittura in una prefazione al libro, con per illustri predecessori nientemeno che Craxi e Mussolini. E’ anche emerso che egli caldeggiasse l’avvento di un uomo forte al governo dell’Italia… dunque giudicate voi se l’esperimento bellusconian-machiavellico è riuscito. Da parte mia vorrei umilmente invitare i politici, veri o presunti, a non giocare mai al “principe”… i precedenti non sono incoraggianti.

Nel post su Ritratto delle cose di Francia, abbiamo visto come Machiavelli ammirasse tanto quello stato, anche sotto aspetti perlomeno discutibili. Egli osservava che vi era una grande produzione agricola e che il popolo non aveva un gran bisogno di denaro, quasi tutto in mano al re e ai nobili, che erano molto ricchi; il re (non fa mai il nome di Luigi XII) aveva un potere sconfinato e questo secondo il segretario fiorentino dava stabilità e potenza allo stato.

Questa situazione, a suo avviso, impediva lo sviluppo del “consumismo” e infatti i francesi vivevano sobriamente, non avendo vizi e tentazioni edonistiche; in questo modo anche la religione si sviluppava misticamente, senza la corruzione dei costumi italiani.

Machiavelli desiderava una tale situazione per lo stato fiorentino, facendo suo il desiderio quasi utopico dell’esule Dante, che rimpiangeva la città al tempo del trisavolo, quando essa viveva in pace e moralità, mentre quella del suo tempo era dilaniata e corrotta. Cacciaguida nel Paradiso ricorda i sani costumi dei Fiorentini antichi, la loro serena vita familiare, il culto delle memorie del passato. Una città non traviata dal denaro e dalla politica.

Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.

Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.

Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, ché ‘l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.

Non avea case di famiglia vòte;
non v’era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che ‘n camera si puote.

Non era vinto ancora Montemalo
dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto
nel montar sù, così sarà nel calo.

Bellincion Berti vid’ io andar cinto
di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza ‘l viso dipinto;

e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e al pennecchio.

Oh fortunate! ciascuna era certa
de la sua sepultura, e ancor nulla
era per Francia nel letto diserta.

L’una vegghiava a studio de la culla,
e, consolando, usava l’idïoma
che prima i padri e le madri trastulla;

l’altra, traendo a la rocca la chioma,
favoleggiava con la sua famiglia
d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.

Saria tenuta allor tal maraviglia
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e Corniglia.

A così riposato, a così bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,

Maria mi diè, chiamata in alte grida;
e ne l’antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida.
(Paradiso XV, 97 – 135)

Machiavelli accosta questo discorso a quello di Savonarola, cui riconosce l’opporsi alla corruzione di Firenze. Conosciuti i nuovi tempi evidentemente fece ammenda, infatti nella lettera a Ricciardo Becchi (scrittore apostolico presso la santa sede, che ebbe per qualche tempo degli incarichi dai Dieci di Balìa – sorta di ministero degli esteri fiorentino – per curare i rapporti con il papa) del 9 marzo 1498, si scagliò apertamente contro l’attività del frate.

Anche il discorso sulla Francia funge da premessa al vero scopo de “Il principe”, cioè consigliare (con tutta una serie di condizionamenti dovuti alla sua situazione di esilio) ai Medici rientrati a Firenze, i modi per fare proprio il principato e soprattutto come mantenerlo.

Ma proprio la sua condizione, a mio avviso, distolse Machiavelli dal suo vero scopo e lascia anche aperto uno spiraglio per poter sperare che in fondo non la pensasse proprio così come scriveva.

Le argomentazioni che propone nel cap. VI del Principe (De’ Principati nuovi che s’acquistano con l’arme proprie e virtuosamente), hanno più il sapore della letteratura che della politica.

Egli sostiene che i nuovi principati debbano prendere a modello i grandi esempi della storia, perché camminano li uomini quasi sempre per le vie battute da altri, specie dei grandi, appunto.

Il successo di un nuovo principato dipende tutto dalle capacità del principe che lo prende in mano e le difficoltà a reggerlo saranno minori quanta più virtù e fortuna esso avrà. E sarà meglio se vi risiede e non ha altri stati a cui pensare.

Ma c’è un altro elemento fondamentale che occorre avere e ci sono esempi eccellenti nella storia di principi che non hanno avuto né virtù, né fortuna, ma ebbero solo l’occasione, come fu per Mosè, Ciro, Romolo e Teseo. E le occasioni furono trovare il popolo di Israele schiavo in Egitto affinché si predisponesse a seguire Mosè; che Romolo fosse stato abbandonato alla nascita e così fondasse Roma; che Ciro trovasse i Persiani malcontenti dell’impero dei Medi, e i Medi fiacchi per la lunga pace; che Teseo trovasse gli ateniesi dispersi per poterli unificare.

Chi ottiene un principato per virtù proprie inizialmente avrà difficoltà a introdurre nuovi ordinamenti, a causa dei conservatori e dei pregiudizi, ma poi saprà mantenerli bene se potrà imporli con la forza. Perché se si impongono con le preghiere cascano. Tutti i profeti armati vincono, e i disarmati rovinano, come Savonarola. La natura de’ populi è varia; et è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione.

Un altro esempio di occasione è quello di Ierone (Gerone II, 308 a.C. – 215 a.C), tiranno siracusano: la città essendo oppressa lo nominò capitano, lui cambiò la milizia e le amicizie, ebbe difficoltà a prendere il potere ma poi governò senza difficoltà per molto tempo. Ebbe occasione, virtù e fortuna, di lui Giustino (scrittore latino del II sec. d.C.): quod nihil illi deerat ad regnandum praeter regnum / nulla gli mancava per essere re fuorché il regno.

Sappiamo che il Machiavelli come esempio da imitare aveva in mente il Valentino, Cesare Borgia, suo contemporaneo, ucciso nel 1507 in un’imboscata, già cardinale e assassino del fratello, rivale nella scalata al potere. Esempio alquanto inquietante sia come figura, sia per l’azione e anche per i risultati. I Medici si saranno di certo toccati… ma in esso l’ex segretario vedeva il principe nuovo per un principato nuovo, che condensava in se, virtù (capacità d’azione e di comprensione), fortuna (tenerla da conto) e occasione (situazione storica che permette l’esercizio delle altre virtù).

Lo scopo di essere reintegrato nella corte medicea fallì, e per quanto anche i Medici non mi siano tanto simpatici, diciamo che se l’era proprio cercata.

(Letteratura italiana – 9.5.1996) MP

Qualche importante link: Indipendenza per le nazioni degli Indiani d’America American indian nations AID Cosa è successo a Wounded Knee Global pacific revolution Rivoluzionari in sottana Il sito italiano dei nativi americani Sentiero rosso – cultura nazioni native americane

Commenti (5)

Achtung! Gioco pericoloso
5 #
giulia
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Inviato il 18/10/2012 alle 19:41
L’Italia s’è sopita… 🙂
dell’elmo di carta s’è cinta la testa…
Ha ha… visto che intelligggente ssonooo? 🙂
Sì, rifondiamo gli Stati Disuniti d’Europa!

Achtung! Gioco pericoloso
4 #
j
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Inviato il 25/02/2012 alle 09:08
Insomma, questo Monti non ti piace granché.
Chissà perché.

Achtung! Gioco pericoloso
3 #
j
g@alice.it
87.8.244.153
Inviato il 23/10/2011 alle 00:11
Stanotte sono qui…

Achtung! Gioco pericoloso
2 #
sally brown
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151.63.214.131
Inviato il 09/10/2011 alle 11:03
indipendenza e risarcimenti…magari ole/.)

Achtung! Gioco pericoloso
1 #
demoskaidemos
frondeverdi.myblog.it
ariosto2000@tiscali.it
87.0.169.158
Inviato il 18/09/2011 alle 21:21
Caro Indian, penso che tu abbia pubblicato questo passo del Vangelo di Luca (vedi post precedente, n.d.r.) per farci capire quanto è diverso il comportamento e l’atteggiamento dei governanti italiani da ciò che dovrebbe essere. Il paese al loro servizio, non loro a servizio del paese. Un esempio (ma se ne possono fare a migliaia): 30 prostitute sull’areo presidenziale, su un areo di Stato che dovrebbe essere utlizzato solo per il servizio della comunità dei cittadini, per soddisfare le demenziali follie sessuali di un vecchio rincoglionito in disfacimento fisico e mentale.
Capisco molto bene anche il tuo post precedente in cui ti chiedi se servirà un’ altra Piazzale Loreto.
Per me che sono cattolico c’è un motivo di tristezza profonda in più e di indignazione pensando che questo governo ha potuto affermarsi e durare così a lungo anche perché appoggiato e sostenuto da Vaticano e da una parte molto influente della gerarchia ecclesiatica. Purtroppo nulla di nuovo sotto il sole: l’appoggio che a suo tempo la chiesa gerarchica diede a Mussolini, ora lo rinnova per Berlusconi. Eppure è proprio essa che insegna: Errare humanum est, perseverare diabolicum.
Buona notte e buona settimana. Antonio.

ALTRI CAIMANI…

Lezioni condivise 49 – Res perditas, ante et post

31 Gen 2011 @ 11:28 PM

“Il Principe” di Machiavelli si formò grazie ad anni di esperienza del Segretario fiorentino presso lo stato toscano e di partecipazione ad ambascerie in giro per l’Europa, come una sorta di compendio delle sue relazioni politiche, nel momento in cui, caduto in disgrazia, fece di tutto per essere accolto nuovamente alla corte dei Medici e spinto da questa necessità lo scrisse di getto nel 1513.

L’opera pone problemi di vario genere, morali ma anche letterari, di cui si è discusso per anni, giungendo alle soluzioni più estreme e varie: è un testo meramente politico? è provocatorio al punto di essere paradossale? è condiviso fino in fondo dall’autore? Se ne continueranno a dire tante, anche di clamorose, ma al di là della cronaca, della curiosità letteraria, delle ipotesi, resta un testo che per diversi secoli ha influenzato il cinismo di molti governanti, questo è quello che conta, perciò ribadisco il duro giudizio già espresso. E’ un testo aberrante che ha ispirato feroci dittature e poco conta se Machiavelli lo volesse o no. Nell’Inferno Dantesco avrebbe trovato posto tra i consiglieri fraudolenti e come punizione potrebbe apparire anche mite, visto che l’effetto del fine che giustifica i mezzi è stato disastroso e generalizzato, non episodico e ancora oggi tiene banco presso certi governi più o meno autoritari.

Non c’è fine che giustifichi il crimine, perché non sarebbe comunque buono, giacché la verità è che i mezzi prefigurano i fini, e se sono criminali gli uni, lo saranno anche gli altri.

Soddisfiamo però la nostra curiosità, teniamo conto dei tempi, ma non giustifichiamo tutto con essi, giacché tra quattrocento e cinquecento abbiamo avuto figure ben diverse da Cesare Borgia e suo padre, papa Alessandro VI… basti pensare a Botticelli, Brunelleschi, Michelangelo, Leonardo, Ariosto, Shakespeare, Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Savonarola, Galileo, Colombo…

Ante res perditas.

Dalla pace di Lodi del 1454 fino alla fine del secolo gli stati italiani stettero in pace e Lorenzo de’ Medici, il Magnifico, fu considerato l’artefice di questo equilibrio. Quel periodo venne considerato il migliore dai tempi della Repubblica Romana, i principi poterono dedicarsi all’edonismo e si ebbe una fioritura culturale maggiore rispetto al resto dell’Europa.

La figura del principe italiano era quella di un bravo burocrate, intellettuale, mondano, in ozio… I governi italiani si cullarono su questo periodo di pace e quando nel 1494 Carlo VIII di Francia scese in Italia, nessuno riuscì ad opporre resistenza e lui poté fare quello che volle fino al regno di Napoli, suo obiettivo.

Dopo la morte del Magnifico fu Savonarola a dire che Firenze era corrotta e Machiavelli successivamente fu dello stesso parere. La sua analisi spaziava oltre Firenze, tutti gli stati italiani erano corrotti. Essi non avevano seguito il processo europeo di formazione dei grandi stati unitari, come Spagna e Francia, ed egli riteneva che anche l’Italia avesse dovuto seguire quella strada.

Anche Guicciardini, con il quale Machiavelli ebbe un’intensa corrispondenza parlò del tempo di Lorenzo il Magnifico in termini entusiastici, mentre fu molto pessimista e sconfortato in seguito alla discesa di Carlo VIII. Lo esplicitò con l’immagine del vecchio in un periodo di buon raccolto.

Ne L’arte della guerra (antologia) Machiavelli mise in evidenza la pusillanimità dei principi italiani (1519), dunque a suo modo di vedere il periodo di pace li aveva fiaccati, indeboliti, resi vulnerabili al primo che avesse invaso i loro territori.

Qualche tempo dopo l’uscita di scena di Savonarola iniziò l’avventura di segretario fiorentino del Machiavelli.

Nel Ritratto di cose di Francia tratta delle quattro visite che vi fece. Notò un complesso di superiorità dei fiorentini, anche sui francesi, considerati barbari. Lui non aveva questo atteggiamento. Si recò in Francia per capire quello stato.

Il primo viaggio, Luglio – Dicembre 1500, sei lunghi mesi, verté sulla questione pisana; doveva ottenere aiuti militari da Luigi XII, benché fosse scettico sull’efficacia degli aiuti esterni. Essendo la corte francese itinerante, visitò gran parte della Francia. Cercò di cogliere diversi aspetti della vita e del carattere dei francesi.

Il secondo viaggio avvenne nel 1504 e durò tre mesi, fu la Francia allora a cercare l’appoggio politico di Firenze contro gli spagnoli, nel napoletano.

Il terzo, giugno – luglio 1510, servì per avere notizie su un eventuale attacco di Pisa, di nuovo in subbuglio contro Firenze.

L’ultimo viaggio, del settembre 1511, tendeva ad ottenere che Luigi XII non tenesse un concilio scismatico a Pisa contro Giulio II.

E’ del 1503, Parole da dirle sopra la provisione del danaio (in una situazione di deficit) rivolto alla Signoria fiorentina. Machiavelli riferisce che quando Costantinopoli fu presa dai Turchi, avendo l’imperatore previsto la sua ruina, chiamò in aiuto i cittadini per la difesa e loro che lo avevano poco stimato non vollero donare denaro e solo quando sentirono l’esercito nemico alle mura corsero piangendo dall’imperatore, potando denaro e altro, e lui li cacciò, in quanto ormai era tardi.

Ma, osserva Machiavelli notando l’indisponibilità a sacrificarsi per il bene comune, non è necessario andare in Grecia per avere tali esempi, basta stare in Firenze.

Post res perditas.

Nel 1512 con la caduta di Pier Soderini e il ritorno dei Medici, Machiavelli venne rimosso dal suo incarico e confinato.

Intorno al 1513 Machiavelli iniziò a scrivere Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, dedicata ad esponenti degli Orti Oricellari di Firenze, luogo ove si riunivano giovani aristocratici per parlare di politica e cultura. Dell’opera Ab Urbe condita libri, ovvero (Storia di Roma dalla fondazione) dello storico Romano Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.) è pervenuta a noi solo la parte su cui si cimenta il nostro, con riflessioni e note tendenti a trarre insegnamenti dalla storia di Roma antica.

I Discorsi sono divisi in tre libri: politica interna, estera, i grandi di Roma.

La sua stesura fu interrotta per la scrittura de “Il Principe” e ripresa nel 1518/21, fu dunque frutto di grande elaborazione con pubblicazione postuma, mentre il principe fu scritto di getto. Lo dice lo stesso Machiavelli nei Discorsi: trattava di stato e di religione e si pose il problema di come si potesse tenere uno stato libero nelle città corrotte o fondarvelo.

Si tratta di una domanda ardua, ma egli con il pessimismo della ragione, riteneva si dovesse comunque combattere come Ettore che morì contro Achille per difendere Troia:

E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane.
(Dei sepolcri, Ugo Foscolo)

…E riteneva che il tentativo si dovesse fare con uno stato regio, non verso uno stato popolare o repubblicano. Perché i popoli che non si lasciano correggere dalle leggi, a causa dell’ozio del tempo di pace, devono essere guidati dall’attività regia, anche con il “giogo intorno al collo” (sic!).

A voler essere buoni Machiavelli era meglio non tenerlo in ozio, maturava cattivi pensieri, forse beveva troppo e leggeva poeti deprimenti e recidivi, che alle elementari ci impaurivano più di Momoti

Dunque propose la dittatura del Principe, anche dura, che fosse volpe e leone… e passò a scrivere Il Principe: dovevano averlo fatto incazzare parecchio, difficile trovare attenuanti.

Il problema è che in tutti i tempi, anche oggi, qualche governante sui generis, tenta di applicare anche parzialmente le teorie di Machiavelli, se si è sfortunati ci si ritrova un Mussolini, se uno è asino, il risultato è più raffazzonato e ci si sorbisce un Berlusconi.

(Letteratura italiana – 3.5.1996) MP

Commenti (8)

Altri caimani…
8 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.2.244.210
Inviato il 21/02/2011 alle 21:08
Ah, qui mi viene in aiuto Kant, col suo secondo imperativo categorico: agisci in modo da trattare l’uomo come fine, mai come mezzo.
Allora un uomo non potrà mai utilizzare un altro uomo per i suoi fini, nemmeno quelli più “alti”.
Purtroppo sappiamo che la storia ci narra di manipolazioni, di strumentalizzazioni e sacrifici umani ed esistono ancora “principi” che si credono al di sopra degli altri.
Anche adesso è in atto un genocidio e si paventa la possibilità di un ritorno del fondamentalismo islamico. Ma la nostra cecità è colpevole, siamo stati in silenzio mentre dinnanzi a noi sfilavano le bande e le veline pronte ad immolarsi per il sultano di turno, pur conoscendo la situazione dittatoriale in quei paesi.

Altri caimani…
7 #
sally brown
innellama@tiscali.it
79.8.91.44
Inviato il 20/02/2011 alle 18:55
che il popolo sia l’ asino da guidare è opinione un bel po’ diffusa soprattutto durante i secoli che precedono il ’900. Il problema è che ci governa viene fuori da quello stesso popolo e ovviamente lo stesso strumento assume usi diversi a seconda della mano e del pensiero di chi lo usa.
ole/.)

Altri caimani…
6 #
demoskaidemos
frondeverdi.myblog.it
ariosto2000@tiscali.it
87.2.214.237
Inviato il 14/02/2011 alle 14:24
E’ la prima volta che vengo sul tuo blog, navigando non ero ancora entrato nel tuo porto.
Mi è piaciuto questo tuo post, in ogni caso perché affronta un argomento che a ogni cattolico adulto e che voglia essere adulto, responsabile e coerente, deve stare a cuore. Purtroppo una parte , ahimè quella che più conta, della gerarchia cattolica sembra impegnata a giungere in ritardo e ad apparire ottusa.
Auguri per il tuo blog, spero proprio che in molti vengano a visitarlo: lo merita.
Ciao buona settimana e buon lavoro.

Altri caimani…
5 #
sally brown
innellama@tiscali.it
79.13.197.82
Inviato il 11/02/2011 alle 18:51
s’assomigliano. hai notato?
guarda…guarda…lo stesso naso!!
hai notato?
sono tornata. su tiscali e su google
ole/.)

Altri caimani…
4 #
ivy phoenix
edera.fenice@tiscali.it
109.113.188.63
Inviato il 07/02/2011 alle 18:43
non sono per nulla d’accordo.
bagnasco ha parlato bene ma anche troppo…
il papa se si fosse intromesso mi sarebbero cascate le braccia ma ha dimostrato di essere superiore. perchè dare importanza alla vita private di una persona simile? perchè è il presidente del consiglio? non è che dio guarda alle persone… non esistono titoli ma anime…
quindi meglio rivolversi in generale e non dare più importanza ad un’anima secondo l’ottica dell’importanza umana.

Altri caimani…
3 #
emma
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.0.32.51
Inviato il 03/02/2011 alle 00:15
http://gazzettino.it/articolo.php?id=137182&sez=NORDEST

Altri caimani…
2 #
emma
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.5.226.252
Inviato il 02/02/2011 alle 16:48
Che dire. Problema tutto vostro, quello della giustizia all’interno della Chiesa. Diciamo che un intervento papale su tale questione risulterebbe d’intromissione, quindi è stato ben accolto un richiamo all’art. 54 da parte del Cardinal Bagnasco, anche se poi ha punzecchiato la magistratura, colpevole di uno spreco ingente di forze (non ricordo le precise parole).
Bisogna poi ammettere che voci si sono levate da parte di tanti fedeli. Te ne cito una che è stata anche letta durante la trasmissione “L’infedele” di Suor Giaretta. Ti lascio un link che ho trovato in rete.
http://www.filomenainrete.com/?p=851

Altri caimani…
1 #
po-lent
polent@lip.it
87.2.241.211
Inviato il 26/01/2011 alle 13:50
Seeeee, tutto leggero in sardegna! Come la mettiamo allora col pecorino?

SOLLAZZARSI CON “L’ARTE DI AMARE”!

Lezioni condivise 33 –  Il Sade italiano ante litteram

31 Lug 2009 @ 11:23 PM

L’idea di dover partecipare a un seminario sul Machiavelli non mi andava tanto a genio, da anni mi capitava di citarlo come esempio nefasto da evitare, con l’ausilio di aggettivi non gratificanti. Dopo il seminario non cambiai certo idea, anzi arricchii la mia conoscenza per consolidare il mio pensiero negativo, tuttavia ebbi la conferma che non bisogna essere prevenuti su alcun tipo di cultura perché comunque sarà sempre un ulteriore bagaglio utile sotto i più vari punti di vista.

Insomma, quasi nessuno è cane al cento per cento.

Il docente, autore di una famosa antologia per la scuola superiore, con fama di donnaiolo, dopo aver civettato con le studentesse dei primi banchi e averci spiegato che, ahiloro, studenti di un tempo, costretti a sollazzarsi con “L’arte di amare” di Ovidio, espose linearmente le vicende del Nostro.

A quel punto scoprii che l’unica simpatia per Machiavelli poteva essere la non osticità delle sue teorie, insomma aberranti si, ma semplici, insieme a qualche altro aspetto secondario della sua vita di intellettuale, l’esposizione, lo studio. Forse per questa immagine tranquilla e remissiva, molto in contrasto con la sua politica, alcuni letterati hanno inteso dare in determinati periodi storici interpretazioni assolutamente singolari, fino ad affermare che “Il principe” non è altro che una invettiva contro il potere assoluto e la dittatura, forse deducendolo dalle simpatie da egli mostrate per il Savonarola.

Quella del Machiavelli è una vita per la politica, tutta la sua opera è volta a dare una risoluzione al problema della ruina dell’Italia.

I suoi discorsi sono degli interventi politici, “Il principe” è una sorta di manifesto scritto di getto tra luglio e dicembre del 1513… Proprio il 10 Dicembre, in una lettera al suo amico Francesco Vettori è annunciata la pubblicazione del piccolo trattato.

Per Machiavelli lo studio del passato serve per capire meglio il presente. “Il principe” è al centro della sua opera, gli altri testi fanno da complemento. Nel “Ritratto delle cose di Francia” (politica estera), percepisce la creazione degli stati nazionali, con forme anche istituzionalmente nuove. L’italia invece è divisa in molti staterelli, anche male organizzati: o l’Italia avvierà la creazione di uno stato forte come Spagna e Francia, o l’Italia non sarà mai…

“Il modo tenuto dal duca Valentino…” analizza l’azione di un signore che secondo Machiavelli aveva capito che in Italia occorreva un principe e forme istituzionali nuove. La stessa “Mandragola” è un’opera politica. A Machiavelli si attribuisce anche il merito di aver elaborato un discorso politico-linguistico, diverso da quello filosofico.

Possiamo suddividere al sua vita in quattro parti. Il primo periodo (1469-1497) è quello della giovinezza e della libera osservazione del mondo. Esprime giudizi su Savonarola. Lo ammira, con qualche perplessità.

Il II periodo (1498-1512) è di intensa e partecipata attività politica al servizio della prima repubblica fiorentina (nata da Gerolamo Savonarola dopo la prima cacciata dei Medici). Si dedica al suo compito di segretario, partecipa, si fa coinvolgere completamente e viene ripreso dai politici perché trae conclusioni dal suo lavoro, entra nel merito. Predomina in questo periodo un’attività pratica.

III periodo (1512-1520), quondam segretarius, post res perditas (dopo che le cose sono state perdute). Cacciato dalla cancelleria, sospettato di partecipazione alla congiura antimedicea. Viene carcerato e condannato, torturato poi esiliato a San Casciano. Acquista rilievo la lezione delle cose antiche, che si innestano con le cose moderne. E’ il periodo delle grandi opere: Discorsi, Principe, Mandragola, Arte della guerra. Elabora una sorta di “empirismo applicato”.

La lettera al Vettori, considerata molto importante dai critici, è incentrata su come il Machiavelli trascorreva la sua giornata nell’esilio di San Casciano, essa è pervasa di pessimismo antropologico, di osservazioni sulla fortuna e la sua condizione. Egli divide la sua giornata in due parti, la prima è condivisa con la plebe del luogo (caccia, osteria, osservazione del traffico locale, apprendimento di notizie), di cui assume anche la rozzezza, “venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio…

Nel quarto periodo (1520-1527) vi è un graduale tentativo di rientrare nell’ambito della politica, più o meno fallito, scrive le “Istorie fiorentine”, ottiene ambascerie minori, funge da mediatore in un litigio tra correnti, sviluppa il carteggio con Guicciardini.

La sua famiglia era di piccola nobiltà, decaduta, ma viveva dignitosamente. I genitori scrivevano. Il padre era legato alla cancelleria fiorentina cui avviò il figlio. Della cancelleria faceva parte anche Coluccio Salutati, in genere chi ne faceva parte aveva una formazione umanistica, anche se al di fuori della cultura ufficiale medicea (neoplatonismo di Ficino).

Il neoplatonismo era una cultura di evasione favorita da Lorenzo il magnifico: figura della donna di perfetta bellezza; studio dell’assoluto e banalizzazione del quotidiano, contingente. Sorta di astrazione per letterati (la politica la faceva lui).

Machiavelli possedeva un libro di Lucrezio, ateo, che ci fa pensare al realismo di Machiavelli (militante e non contemplativo). Il suo realismo gli impedisce di sottomettere la realtà alle idee precostituite.

Guicciardini lo definisce stravagante, inventore di cose nuove e insolite. Attento non a come si dovrebbe vivere, ma a come si vive, essere e dover essere. Egli sembra non credere in una forza esterna che possa mutare la realtà. Visione opposta a quella di Dante: caduta uomo – Cristo – nuova caduta – veltro o un DVX (“nel quale un cinquecento diece e cinque,/ messo di Dio, anciderà la fuia/ con quel gigante che con lei delinque“).

(Letteratura italiana – 17.4.1996) MP

Commenti (3)

Sollazzarsi con “L’arte di amare”
3 #
ivy
donotpanichereiam.blog.tiscali.it
79.40.238.178
Inviato il 07/10/2009 alle 10:27
prometto che torno a leggerti con calma.
volevo dirti che mi fa piacere trovare un altro post..
e scritto con la tua solita grinta..
a presto, stai bene max

Sollazzarsi con “L’arte di amare”
2 #
pharmakon
87.9.241.83
Inviato il 04/10/2009 alle 23:07
ah, ti va di bere qualcosa?
Attento a cosa ci metto dentro…
Ti piace giocare in maniera macchiavellica, vedo.

Sollazzarsi con “L’arte di amare”
1 #
Do
cotidievivere.blog.tiscali.it
87.21.219.160
Inviato il 27/09/2009 alle 13:33
ma… tutte ste donnine succinte che ci stanno a fare????

ZÎZNASE

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