È QUI CHE SI PRENDE IL BATTELLO, È QUI CHE SI VENDEMMIA

Lezioni condivise 78 – Baudelaire e Ungaretti

30 Giu 2013 @ 11:54 PM

Osservo come the estate (lo status) – nel senso di possesso di un’immagine – di una persona possa mutare decisamente in base al luogo dove si forma e vive, e mi riferisco non tanto alla visione che ciascuno ha di se stesso, oggettiva o ideale, ma piuttosto a quella che ne fa o ne farà la società di destinazione (connazionale, letteraria, critica…), il marchio che volenti o nolenti ci viene cucito addosso. Come dire, non saremmo così simili a noi stessi se avessimo vissuto da un’altra parte. E’ abbastanza scontato, ma mi trovo a rifletterci su pensando all’immagine letteraria di Baudelaire e Ungaretti.

Tanto Baudelaire è icona persistente della ribellione, dell’anticonformismo, della poesia maledetta – e ciò trova riscontro nella sua stessa vita di bohemienne, scapigliato e censurato – quanto Ungaretti lo è di un certo conformismo e piattume, che sa di stantio, un grigiore tutto italiano che fu anche dei suoi predecessori, da Foscolo a D’Annunzio. E appunto Baudelaire è francese, Ungaretti italiano, la differenza è evidente già dal confronto tra La Marseillaise e Fratelli d’Italia, tant’è che due menti geniali come i Fratelli Taviani, nel fare un film sul risorgimento lo hanno intitolato Allonsanfan.

Questioni iconografiche, che non ci costringono a beatificare Baudelaire, né alla damnatio memoriae nei confronti di Ungaretti, ma che registro, certo del fatto che dal parisien tengo prudentemente le distanze e non perché bevesse troppo assenzio…

Questa divagazione è necessaria per restituire la giusta misura alla supposta relazione tra la poesia del lucchese e quella del poeta maledetto. L’incontro letterario tra i due avvenne quando Ungaretti, in età giovanile e ancora in Egitto, dalla sua lettura come da quella di Mallarmè e Apollinaire, imparò il simbolismo: versi sintetici su immagini emblematiche e termini allusivi che in seguito integrerà con il futurismo; due avanguardie anticlassiche che privilegiano da una parte la musicalità, dall’altra il segno grafico, il rumore; e in seguito vedrà con sospetto il ritorno all’ordine dei “rondisti”, cui si avvicinò per ragioni ideologiche.

L’influenza di Baudelaire è evidente in alcuni brani, nella tematica del viaggio visto come allontanamento da una società o da una condizione di disagio non solo fisico, il mito di Ulisse, il concetto di viaggio come conoscenza: “Mais les vrais voyageurs sont ceux-là seuls qui partent/ Pour partir; cœurs légers, semblables aux ballons,/ De leur fatalité jamais ils ne s’écartent,/ Et sans savoir pourquoi, disent toujours: Allons !/” (da “Le Voyage” di Charles Baudelaire).

Ma è difficile pensare che la poesia non sia in ogni caso viaggio, anche solo metaforico, pertanto è un po’ banale scegliere questo elemento come comunanza, peraltro in Ungaretti il viaggio è la vita stessa, conoscenza, ma soprattutto esilio, mondo esterno ed interiore insieme, necessità di conoscenza del mistero dell’uomo: la nascita in Egitto, gli studi in Francia, la guerra in Italia, l’emigrazione in Brasile e il ritorno; non riesco a vedere degli elementi così comuni, in certi versi forse, ma non nel corpus poetico, i due seguono strade diverse, come se la stessa sceneggiatura l’avessero tradotta in film John Wayne e Luis Buñuel.

E subito riprende/ il viaggio/ come/ dopo il naufragio/ un superstite/ lupo di mare” (Allegria di naufragi, 1917), ma il viaggio è la guerra, la guerra in cui si va volontari per poi maledirla, come se non se ne fossero fatte abbastanza per averne esperienza, da prima di Maratona a Caporetto e oltre.

Gli esempi si possono sprecare fino alla Terra promessa: “Erto più su più mi legava il sonno,/ dietro allo scafo a pezzi della pace/ struggeva gli occhi crudeltà mortale;/ piloto vinto d’un disperso emblema,/ vanità per riaverlo emulai d’onde;/ ma nelle vene già impietriva furia/ crescente d’ultimo e più arcano sonno,/ e più su d’onde e emblema della pace/ così divenni furia non mortale”. (Recitativo di Palinuro, 1932), viaggio reale nei luoghi di Enea (possiamo immaginare una comparazione con il viaggio di Ulisse baudelairiano?).

Certo la lettura di Baudelaire induce echi e suggestioni in Ungaretti, inseriti in due culture e contesti differenti: “O Morte, vecchio capitano, è tempo! Sù l’ancora!/ Ci tedia questa terra, o Morte! Verso l’alto, a piene vele!” (Le voyage, 1859), non ha nulla a che fare con Il capitano (1917) di Ungaretti, persona fisica (Nazzareno Cremona) caduta in guerra, come si rileva da una dedica autografa del poeta ai genitori dello stesso, che poi si riferisse anche a se stesso è un altro discorso.

Ci sono attinenze rielaborate in un contesto differente; ma accostare Ungaretti a Baudelaire è una forzatura, forse per induzione tramite Rimbaud e Apollinaire.

Ricorrente è in Ungaretti il tema della luce, del sole che illumina con i suoi raggi, fin dal contesto della grande guerra, con “Cielo e mare”, poi “Mattino”, M’illumino d’immenso… Qui il sole che irradia la luce al mattino, attrae, guida, rinfranca, ti fa sapere che sei ancora vivo e parte del creato, restituisce la memoria, fortifica, seppure in un contesto drammatico. Il mondo lasciato alle spalle porta in ogni caso a un nuovo mondo.

Anche “Le stagioni” è piena di luce: O leggiadri e giulivi coloriti/ che la struggente calma alleva,/ e addolcirà,/ dall’astro desioso adorni,/ torniti da soavità,/ o seni appena germogliati,/ già sospirosi,/ colmi e trepidi alle furtive mire,/ v’ho/ adocchiati./ Iridi libere/ sulla tua strada alata/ l’arcano dialogo scandivano./

E’ mutevole il vento,/ illusa adolescenza./ Eccoti domita e turbata./ E’ già oscura e fonda/ L’ora d’estate che disanima./ Già verso un’alta, lucida/ Sepoltura, si salpa.

Situazione tetra nella luce dell’estate, secca, nera, poesia paradossale, ossimorica, drammatica, come di una morte presente nei vivi, concetto che torna in Di Luglio: È l’estate e nei secoli/ con i suoi occhi calcinanti/ va della terra spogliando lo scheletro.

Un processo analogo di personificazione della natura lo troviamo in “Illuminazioni” di Rimbaud, la cascata di raggi del sole che scompiglia i capelli correndo nel bosco:

Io risi alla cascata bionda che si scarmigliò attraverso gli abeti: sulla cima argentea riconobbi la dea.

E Baudelaire: Il godimento dà al desiderio più forza./ Desiderio, vecchio albero che il piacere concima,/ mentre s’ingrossa e s’indurisce la tua scorza,/ verso il sole si tendono i rami della tua cima!

Durante il periodo militare, Ungaretti, in alcune lettere a Papini parla dei suoi antenati letterari (le citazioni variano): Villon, Maurice de Guérin, Mallarmé, Papini stesso, Dostoevskij, Cellini; ci mette anche sua madre e il romanzo realista Bel Ami di Guy de Maupassant (1885).

Ungaretti visto sotto un profilo tecnico è un’altra cosa, le influenze possono essere osservate in modo più neutro. Con Papini discorreva della sua recherche metrico-stilistica, della necessità di sperimentare termini nuovi e abbandonare quelli abusati, ovvero restituirgli un senso, in un contesto di versificazione moderno, frantumando endecasillabo e settenario. Tuttavia i suoi punti di riferimento restano Dante e Leopardi e spezzare il verso è solo il pretesto per mettere in evidenza le parole che gli interessano.

In questo contesto critica Poliziano (fa pillole) e Manzoni (fa confetti), ritenuti roba scolastica, anche se il giudizio è ben più articolato e non scevro di notazioni positive. Nei poeti cerca il ritmo e la musicalità (Verlaine) – caratteristiche per la ricerca di unità nella poesia italiana – più che il messaggio.

Aspra è anche la polemica di Ungaretti intentata contro la religione, che persegue il bene a parole e nella pratica fa del male. Altri modelli sono indicati in san Giovanni evangelista, Verlaine, Rasputin (visti come figure “maledette” forse, ma dal difficile accostamento tra loro, specie relativamente a Verlaine).

L’opera di Ungaretti è stata soggetta a studio filologico e pubblicata in edizione critica, “Vita di un uomo”, dove emergono tutte le problematiche testuali e la varianti, numerose, specie nella silloge “Allegria di naufragi”. E visto che siamo in tema qualche filologa mi illumini sul titolo del post…

(Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea – 21.2.1997) MP

Commenti (4)

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
4 #
noti
notimetolose.myblog.it
notimetolose@virgilio.it
151.41.167.130
Inviato il 20/07/2013 alle 12:08
ancora in viaggio?

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
3 #
noti
notimetolose.myblog.it
notimetolose@virgilio.it
151.41.167.130
Inviato il 04/07/2013 alle 22:04
Sono come l’ebreo errante ma sono mortale. E fin che posso girerò il mondo per conoscere, vedere, parlare, captare, sentire, ascoltare. E che Baudelaire si fotta come la sua Emma.

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
2 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.5.246.20
Inviato il 01/07/2013 alle 21:59
baudelaire… se conosci la sua storia non puoi amare la sua poesia e quella sfattezza e mollezza si vede tutta nei suoi versi, a cui cerca di dar forza con il lirismo, ma poi cade e cade quando cade nella realtà, nell’inconcludenza dei suoi gesti, tipica dei poeti molli.

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
1 #
andreapac
andreapac@tiscali.it
213.198.132.189
Inviato il 30/06/2013 alle 22:08
Grazie della visita e del commento lasciatomi, non sono campanule ma fiori aperti pentapalmari, come le margherite e pelargoni.
Molto bello e istruttivo quello che scrivi, buona settimana

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