SOVVERSIVI INSEGNAMENTI

31 Dic 2016 @ 9:45 PM

Lezioni condivise 119 – Geo “alla cerca” di uno spazio.

Lo studio della geografia, già di per se complesso, è reso sorprendente, non da oggi, ma anche oggi, dall’essere scienza alla ricerca di spazi, già di per se paradossale per la disciplina dello spazio, della terra. Riesce perfino difficile credere che discipline così popolari, per quanto digeste o indigeste, a seconda dei gusti, possano trovarsi nelle condizioni di trovare nuovi spazi, non li hanno? Il cammino della scienza è appunto un movimento, esso smembra, crea nuove discipline che finiscono per prendere il sopravvento su altre, ti tolgono lo spazio, lo fanno proprio, ti svuotano…

Pare un discorso piuttosto inverosimile, lo è per noi gente comune, non lo è dove si consumano le “battaglie” scientifiche o pseudo tali… E ci sarà una ragione se qualche anno fa divenne quasi di pubblico dominio che l’insegnamento della geografia sarebbe dovuto sparire dalle scuole di grado inferiore, per essere accorpato probabilmente in qualche altra materia o smembrato in più di una.

Mi rendo conto che tra storia, economia, geologia, scienze umane e fisiche, antropologia, linguistica e via dicendo, gli spazi si siano ristretti, ma direi in riferimento a studi superiori, non alla scuola dell’obbligo.

Che fa allora la geografia, o meglio i geografi, se ancora così li possiamo chiamare; invadono a loro volta spazi? e non è che così si possa fare chiarezza. Già possiamo osservare che in differenti insegnamenti universitari si studiano argomenti simili, questo non è di per se negativo, anzi, studiare uno stesso argomento da diversi punti di vista, con approfondimenti differenti, può essere altamente formativo e specializzante.

E fin qui parliamo della scienza in se; nella politica delle scienze la situazione diventa cronaca, gli atenei esibiscono neppure troppo velatamente guerre tra dipartimenti e interdipartimenti, fino allo scontro personale, fino a contendersi gli studenti e adottare conflitti che potremmo immaginarci tra bancari o in una redazione giornalistica, piuttosto che in una università.

Eppure meditare di eliminare la geografia sembra impensabile, la scienza della terra, dello spazio in cui viviamo, se proprio fosse necessario ci sarebbero studi molto più vaghi e generici, non riesco a pensare che sia la geografia a dover cercare spazi. La scienza deve inseguire un po’ di logica: storia e geografia, tempo e spazio, che spesso si intersecano, ma sono l’elementare primitiva distinzione.

La Storia come totalità della vita umana, la geografia come sede in cui essa si svolge. Non è tutto così semplice in realtà, né si può tornare all’errore della divisione netta tra le scienze, la scienza moderna “predica” l’interazione, l’epistemologia, la cui applicazione distorta porta poi agli effetti anzidetti. Il sorgere di un problema non dovrebbe mai essere risolto moltiplicando i problemi all’infinito, fino al caos.

Così una inventiva, una visione anche eccezionale dello spazio e del tempo, quasi inimitabile, come quella di Fernand Braudel, riaccende la polemica: era storico o geografo? Entrambe le cose, perché solo storico e non anche poeta… Siamo alla banalizzazione dolosa delle discipline di studio.

Quando arriveremo a discernere di Geografia storica (tra complessità, interesse e assestamenti sottili), potremo anche scoprire che è più importante l’oggetto di studio del nome in cui viene racchiuso.

In realtà in questi anni c’è stato perfino qualcunƏ che ha tentato di mettere sotto attacco la Storia, gente inconsistente per fortuna, quellƏ che imaginano tunnel infiniti ove passano gli elettroni o roba simile, specie di micro-gasodotti scavati all’insaputa di chiunque… La Storia non è nemica di nessuno, riporta i fatti del tempo vissuto dall’uomo, ma la Storia a volte è percepita come il tuo avversario, scienza che ti opprime e che autorevolmente si pone in una posizione di disturbo rispetto alle scienze umane e anche rispetto a quelle fisico naturalistiche. E questo non è detto da gente qualsiasi, si mettono in moto filosofi per giudicare le scienze e chi le muove, il confine tra soggettività e oggettività è sempre vago, come il giudizio su tesi interessanti e non.

L’ambito di ricerca della storia è stato lo stesso di altre scienze dello spirito (filosofia e altre), questo sotto certi aspetti è naturale, tuttavia gli storicisti si posero il problema della necessità di differenziarsi, di centrare un particolare, anzi essere la scienza del particolare, lasciando alle altre scienze umane un ruolo più generale, delle ripetitività. Questa dicotomia è passata nel mondo scientifico: Storia come particolarità, totalità della vita umana, dell’azione e del pensiero; le altre scienze umane e fisiche, relative alla generalità. L’evento storico allora viene definito da tre caratteri peculiari: unicità (irrepeatability): ogni evento storico è definito nello spazio e nel tempo perciò è irripetibile; correlazione: ogni evento storico è correlato con un altro fatto o evento storico, dunque i fatti storici sono correlati tra loro; significato: capacità di apportare modificazioni, dunque, senso dell’evento. Gli storicisti devono distinguere anche per opportunità pratica, per la contrapposizione che c’è tra scienze umane e scienze fisiche per avere maggiore potere contrattuale da parte dei docenti, borse di studio e via dicendo, dunque necessità anche pratiche.

Wilhelm Windelband (1848-1915) e Wilhelm Dilthey (1833-1911), filosofi, sono tra i maggiori esponenti della scuola storicista di Heidelberg (detta anche scuola del Baden). I due storicisti fanno la migliore teorizzazione della differenza tra le scienze naturali e dello spirito. Nelle scienze naturali, il soggetto della conoscenza è esterno (diverso) dall’oggetto della conoscenza. L’uomo si pone in relazione con qualcosa di diverso da lui che apprende per conoscenza causale: metodo induttivo o empirico. Nelle scienze storiche il rapporto con la storia da parte dell’uomo e nello stesso tempo anche oggetto della conoscenza; l’uomo è compreso nella realtà storica, che deve essere studiata dall’uomo stesso.

La comprensione della realtà storica per Dilthey avveniva attraverso un’analisi dell’uomo come individuo (psicologia). Prima occorre partire da una base psicologica, conoscenza dell’uomo, poi dal suo ruolo di animale sociale.

Dilthey, fondatore dello storicismo tedesco, nell’Introduzione alle scienze dello spirito delineò le differenze dell’oggetto di indagine delle scienze dello spirito rispetto a quello delle scienze naturali.

Riaffermò l’importanza della storicità nella scoperta dell’influenza delle cause sociali sulla formazione dell’uomo e del mondo, e sostenne il primato e l’autonomia dei fatti nella storia.

Mentre le scienze naturali tendono a rivelare le uniformità del mondo grazie al loro oggetto che è esterno all’uomo e viene compreso attraverso la spiegazione di un fenomeno, le scienze dello spirito tendono a vedere l’universale nel particolare indagando all’interno dell’uomo e sono capaci di comprendere un fenomeno.

Nell’opera Il contributo allo studio dell’individualità, Dilthey afferma che l’oggetto del comprendere è l’individualità. Negli Studi per la fondazione delle scienze dello spirito e nella Costruzione del mondo storico lo stesso Dilthey afferma: “Il comprendere è il ritrovamento dell’io nel tu”.

Per Dilthey il processo della comprensione risiede all’interno delle scienze dello spirito, e il comprendere non è un comportamento teorico, ma il rapporto che l’uomo intrattiene con sé stesso. Spiegare e comprendere sono solo due diverse direzioni della coscienza che giungono a costituire due differenti categorie di oggetti (agli oggetti dello spiegare corrispondono le scienze empiriche; agli oggetti del comprendere, le scienze storico-sociali). L’ermeneutica.

Windelband è più preciso di Dilthey: egli pone una differenza tra scienze nomotetiche (nomos e regola, legge), generalizzanti, che tendono a scoprire il funzionamento del mondo fisico, causalmente (secondo il rapporto di causa ed effetto) e scienze idiografiche (idios, individuo), individualizzanti, che puntano a cogliere il particolare, l’irripetibile, unico, originale, circoscritto nello spazio e nel tempo, che deve essere compreso e non spiegato causalmente.

Questa distinzione la fa in Storia e scienza della natura (1894), le nomotetiche (dal greco nómos e thetikós: «che stabilisce leggi») e le idiografiche (dal greco ídios e graphikós: «che descrive il particolare»: le prime sono le scienze della natura che, descrivendo fenomeni che si ripetono esattamente nelle stesse condizioni, possono formulare «leggi» generali, mentre le seconde sono le scienze storiche che, studiando fenomeni che accadono una volta sola, unici, non ripetibili e particolari, non formulano leggi generali, ma esprimono «figure» individuate dal loro «valore» (ad esempio, immagine idiografica), perché «solo ciò che è unico ha valore». Storia di valori, dunque.

La filosofia in quanto scienza critica della storia esprime giudizi di valore, o critici, ovvero esprime le relazioni tra i fatti e la coscienza giudicante, acquisendo validità oggettiva. Il suo compito è stabilire le «norme» sulle quali si fondano i tre giudizi critici fondamentali (valori universali): il giudizio logico, il giudizio etico e il giudizio estetico, ovvero della “coscienza normale” o normativa.

Le idee dei due entrano nella riflessione geografica grazie a Alfred Hettner. Egli ha una visione moderna della geografia che condivide in pieno le tesi storiciste, ma non ha trovato seguito. Per Hettner la geografia è un modo per osservare la realtà. Tutta la storia produce variazioni nello spazio e nel territorio. E’ la storia che produce spazio (Kant: non esiste nè spazio nè tempo, se non quello che noi viviamo – viriamo, dalla nostra mente). L’elaborazione concettuale geografica, nel tentativo di fare ordine, diventa piuttosto oscura ed è una posizione pericolosa perché condividendo le tesi storiciste mette in pericolo l’esistenza della geografia stessa, in favore della storia (in ambito accademico) che si fa forte del rischio di suo stesso smembramento.

Siamo a concezioni sostanzialmente filosofiche. Hettner, in uno dei tentativi di salvataggio, opta per il regionalismo (benché non fosse una novità), in senso di spazio, di definire l’irripetibile, l’unico, l’originale. Egli riteneva lo spazio un prodotto della storia, che nel presente veniva esercitato dall’uomo nel suo spazio vitale. Egli si è occupato intensamente di geografia del paesaggio. Ramo dell’insegnamento fondato nel 1919 da Siegfried Passarge, perché ci fosse uno sviluppo rispetto all’approccio meramente morfologico, verso orografia, geologia, geomorfologia, climatologia, della flora e della fauna. Egli ha valutato i precedenti Länderkunde (studi nazionali) più che sufficienti, benché contraddicano Passarge per una coreografica visione del paesaggio: corrispondente a una scala compartimentazione di Erdräume (spazi terrestri), divisioni dimensionali tra continente, paese, paesaggio e, infine, località, la più piccola unità di classificazione dimensionale, intendendo come tale un limitato spazio territoriale, ove avvengono modifiche temporali (per lo storico), nello spazio (per il geografo), ad esempio la viticoltura, soggetta a nuove tecniche e modifiche nel tempo e nello spazio.

Hettner ha aggiornato molto questi concetti, specie quello corologico, lo studio dei luoghi e delle regioni, un concetto che ha influenzato sia Carl O. Sauer che Richard Hartshorne.  Lo stesso Alfred Hettner ha pubblicato nel 1907 il libro L’Europa, ove sostiene che la geografia è una scienza corologica (studio della distribuzione geografica di organismi viventi) e si basa sullo studio di regioni. Ha respinto l’idea che la geografia può essere o generale o regionale. Anche la Geografia come gli altri campi del sapere, deve fare i conti con la relazione tra unico e universale, regionale e generale, ma lo studio delle regioni è il campo principale della geografia.

(Geografia – 21.1.1998) MP

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SOVVERSIVI INSEGNAMENTI
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How come all the cool girls are…?

TURCUS, MORUS E GHERRAS DE CURSA

30 Nov 2016 @ 10:58 PM 

Lezioni condivise 118 – Fernand Braudel e il Mediterraneo.

Fin dai primi anni in facoltà di Lettere questo nome cominciò a risuonarmi nelle orecchie: Braudel, Fernand Braudel, e chi sarà mai? Il suo nome veniva declamato in diverse lezioni di differenti discipline, incuteva rispetto, curiosità… chini benit a èssiri?!

Dopo averlo letto posso dire che Braudel, storico francese del Novecento, esponente della École des Annales, in realtà è un poeta, un letterato; chi ama la letteratura potrà leggere con piacere i suoi libri che parlano di storia, ma parlano di tutto, in un modo che non pesa e che anzi attrae, conquista alla lettura.

Poeta del Mediterraneo, della vita quotidiana in epoca moderna sotto il dominio spagnolo in Europa, nel tempo di Filippo II e non solo, del territorio, dei commerci, dell’ambiente, dei popoli, del rapporto tra essi, cristiani e musulmani, africani, europei e mediorientali, del tempo della pirateria, delle torri di difesa dalle incursioni della pirateria barbaresca di cui è ancora circondata la Sardegna, delle guerre di corsa, della Spagna che si espande in Africa…

            Come accennato Braudel proviene dalla scuola degli Annales e dall’omonima rivista di da Lucien Fevbre e Marc Bloch, suoi maestri.

Si può definire il Mediterraneo? I mille paesaggi, aspetti, mari, civiltà che rappresenta? Braudel prova a definire questo insieme di unità e diversità storica, geografica e culturale.

Da una realtà apparentemente unitaria nell’antico mondo greco e romano, sebbene con diverse consapevolezze, dopo la caduta dell’impero romano, nell’età medievale divenne un’entità geostorica complessa, più eurocentrica (forse solo per noi) caratterizzata nel 1054 dallo Scisma d’Oriente e diventando protagonista nella lacerazione del mondo cristiano: cattolicesimo e ortodossa orientale. In questo contesto il cattolicesimo, forte di sovrani come Ferdinando e Isabella, poi Carlo e Filippo d’Asburgo, si trova in contrasto anche con il mondo islamico, caratteristica primaria dell’età moderna a partire dal XVI sec. con lo scivolamento nell’assolutismo.

Tra i vari eventi fondativi dell’Età moderna, la caduta di Bisanzio (1453) – ad opera dei turchi di Maometto II -, segnando la fine dell’impero bizantino, ci porta in un nuovo mondo, quello della modernità, anche se si preferisce far coincidere la nuova era con la “scoperta dell’America” (1492), evento storico contro impresa geografica, fatto concreto contro ignoto, Mediterraneo contro Oceano.

Eppure è proprio questo diverso ruolo del Mediterraneo a segnare la fine del mondo antico e porre le condizioni per l’avvio del Rinascimento, con la necessità di guardare comunque al mondo classico, dando in questo senso un ruolo alla penisola italica. Così, per quanto avanti nel tempo, un’altra data simbolica di cambiamento è la battaglia di Lepanto (1571), scontro esemplare del conflitto cristiano-islamico, tra spagnoli e ottomani, nonché simbolico riscatto del cattolicesimo sul protestantesimo.

Per quanto simbolica, quella battaglia non pose certo fine ai conflitti contro i turchi e l’islam, dando avvio alle guerre di corsa moresche e al sorgere delle torri antisaracene lungo le coste, che limitarono per circa due secoli gli scontri tanto di dar modo a Braudel di parlare di “pace mediterranea”.

Nonostante tutto il Cinquecento fu per i turchi un grande secolo, tanto che il sultano Solimano I fu accostato a Carlo V per magnificenza e fu in effetti un gran riformatore, con una visione d’ordine universale, benché il conflitto con l’occidente continuò ad esistere, fino a occupare Serbia e Ungheria (1521), incentivare la funzione utilitaristica del Mar Nero, per non parlare delle conquiste a est fino all’Iraq (1534) e nel nord Africa.  Tuttavia la Turchia si avvaleva di una convivenza multirazziale e di libertà religiosa ed era caratterizzata da città con modello urbanistico di forma classica, con dinamica commerciale e finanziaria.

Si fronteggiavano già allora un modello politico-economico orientale e occidentale, già proiettato questo verso il “nuovo mondo”, con egemonia spagnola, con comprimari francesi, asburgici e Venezia. Nulla di nuovo rispetto al passato storico, due grandi forze si fronteggiavano nel Mediterraneo, con successivi spostamenti egemoni tra impero austriaco e imperialità arabo-musulmana e più avanti l’azione a tratti ambigua di Napoleone, anche in funzione anti inglese. E siamo quasi ai giorni nostri con una funzione mediterranea pressoché statica, ove si fronteggiano culture differenti, il cui principio può esser fatto risalire alla pace di Vestfalia (1648), ossia la fine della guerra dei Trent’anni, che segna il principio della nascita delle nuove statualità europee, una sorta di disgregazione dell’impero e le prime avvisaglie della Rivoluzione.

            Ma proviamo, per una più completa comprensione, a fare un passo indietro fino alle “origini” storiche del Mediterraneo, partiamo da una espressione che certamente abbiamo già sentito: i popoli del mare.

Intanto percepiamo, e per certi versi è ancora così, che i movimenti, per mare o per terra, sono sempre avvenuti dai primordi della storia da Oriente a Occidente, per questioni climatiche o di spazio vitale (il fenomeno sud – nord è più complesso, raro e non così antico).

Sappiamo anche che la “storia” la hanno sempre fatta i potenti, pertanto da lì muovono per forza di cose i nostri riferimenti.

Diciamo che fino al 1200 a.C. per quanto riguarda il Mediterraneo si era vissuta una politica di equilibrio con l’egemonia di due popoli, Ittiti (Anatolia) ed Egizi. Contraddicendo la premessa, la rottura di questo equilibrio giunse relativamente da Occidente (e sarà ancora così per i Romani), precisamente dai Balcani, con una forza dotata di armi e navi, ma quello da ovest verso est non fu mai un movimento migratorio, piuttosto colonizzatore, infatti i primi popoli del mare (definizione egiziana) furono gli Achei, i Filistei (greci) e i Lici (Asia minore). Per curiosità annotiamo che i Filistei si insediarono in Palestina, insieme agli Ebrei (originari della terra di Cana e vicinanze).

In fondo non si trattava di popoli lontanissimi tra loro: gli Ittiti scomparvero, gli egizi ressero con Ramses III.

I popoli del mare portarono anche una innovazione economica, ovvero il passaggio massiccio dal bronzo al ferro. Importante in quel periodo il ruolo di Cipro come produttore di rame e di Creta come produttore di legname, ma anche per la sua attività marinara che ne fece una potenza in mare.

Nello stesso periodo si sviluppò la civiltà Micenea basata sulla ceramica e altre importanti civiltà come quella dei Fenici, commercianti di stoffe colorare, vetro. Provenivano dall’odierno Libano e diffusero la scrittura, base della nostra e adattata dai Greci, al posto della cuneiforme, molto più complessa. Furono il principale “popolo del mare”, fondarono Cartagine, Palermo, Cagliari, Tharros e le usarono come una sorta di empori commerciali.

Siamo sostanzialmente alla vigilia della civiltà ellenica, risultanza più longeva dell’azione dei popoli del mare.

            Un altro cenno necessario per descrivere le vicende del Mediterraneo è l’espansione del Cristianesimo in nord Africa già dal I sec. d. C., quindi molto più avanti in Nubia, Etiopia e altre regioni anche a occidente, salvo scomparire quasi del tutto nel VII secolo con l’avvento dell’Islam e non solo per ragioni religiose.

La città di punta del cristianesimo antico fu Alessandria, che ebbe come vescovo Marco evangelista, e subì per prima la repressione dell’impero romano con Decio e Diocleziano.

            Molto più avanti arrivano alle guerre di corsa, legate ai corsari e alla pirateria barbaresca, siamo in età moderna e al centro c’è sempre il Mediterraneo, ma con nuovi interpreti, provenienti dall’Africa. Si trattava prevalentemente di rapide incursioni tese a ricavare un bottino di merci e schiavi; la differenza era che i corsari erano autorizzati da uno stato, con le “lettere di corsa”, recanti sorta di regole, limiti e obiettivi, i pirati erano invece veri e propri banditi del mare e talvolta le due figure si incrociavano, come nel caso degli inglesi, olandesi e francesi, anche se i più attivi erano i barbareschi, detti anche mori o saraceni, che muovevano soprattutto da Algeri.

La Spagna, che controllava il mediterraneo occidentale, dal Cinquecento in poi iniziò a costruire le torri costiere di difesa; la Sardegna, territorio più colpito, fu interamente circondata da torri in collegamento visivo l’una sull’altra. E siamo già al tempo di Braudel.

            Un aspetto molto trascurato nel Mediterraneo sono stati gli eventi climatici e le catastrofi naturali, che hanno condizionato la vita in diverse parti del globo, dobbiamo però rilevare che nel passato non si aveva alcuno strumento per far fronte a questi disastri ambientali.

Con la fine dell’era glaciale l’umanità ha potuto iniziare a stanziarsi permanentemente in precisi territori, dando luogo all’agricoltura, il commercio, l’allevamento, l’industria. Non sempre l’uomo è stato consapevole della necessità di gestire tutto ciò in equilibrio, e ha privilegiato spesso la speculazione alla necessità, specie dal Settecento in poi, dando luogo alla nuova era detta “Antropocene”, ovvero il graduale aumento delle emissioni di gas serra nell’atmosfera, provocando l’incontrollato aumento di uragani, alluvioni, siccità.

In ogni tempo imprevisti cambiamenti climatici hanno causato migrazioni e conseguenti variazioni politico-sociali nei luoghi di approdo; accadde in Mesopotamia 2000 sec. a.C., in Egitto e altrove. Tra gli imputati la fine improvvisa dell’età del bronzo con tutti i cambiamenti che comportò, in seguito la cultura “terramare”, che rese più aride terre come la pianura Padana. Fu in questo contesto che maturarono le condizioni per lo scoppio della prima grande pandemia globale, la celebre Peste Antonina, l’insorgere del vaiolo, della malaria, con ripercussioni notevoli sulla popolazione in termini anche demografici oltre che politici.

Nel 500 d.C. l’eruzione vulcanica in Asia, originò la piccola glaciazione tardoantica e contemporaneamente la pesta di Giustiniano, diffusa dalle scarse condizioni igieniche e i contagi portati dalle rotte commerciali mediante pulci e ratti.

Malattie, povertà, hanno sempre inciso sul malcontento popolare e sulle rivolte foriere di conflitti e instabilità, che cessano al ritorno di una stabilità climatica, come intorno al mille, per precipitare nella crisi del Trecento con la peste nera, in seguito a nuovo cambiamento del clima (piccola glaciazione dell’Età moderna), causa di una nuova instabilità mondiale: caccia alle streghe, guerre di religione, inquisizione, fino all’anno 1816, senza estate, con carestie annesse.

            Eppure non sembra che i potenti di oggi traggano lezione dalla storia, qui esposta per sommi capi, che probabilmente neppure conoscono, benché i segnali siano tanti, sia come cambiamenti climatici, sia come scontento popolare e conflitti armati. Peraltro il Mediterraneo è particolarmente esposto a questo genere di crisi, in termini storici e reali: eruzioni vulcaniche, terremoti, alluvioni, pandemie…

(Storia moderna II – 21.01.1998) MP

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TURCUS, MORUS E GHERRAS DE CURSA
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kitty
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Inviato il 31/01/2017 alle 00:52
Interesting!

DOMUS DE LÀDIRI

31 Ott 2016 @ 11:48 PM

Lezioni condivise 117 – La dimora rurale

Trattare di Geografia nel XX secolo dava alla mente, al ragionamento, alla concentrazione sull’oggetto, come l’impressione di uno sballottamento in mare su una zattera o su una barchetta che tiene a stento l’onda, come se i geografi fossero ancora suggestionati dalla poesia di Braudel – da loro conteso agli storici -,  e avessero un approccio metapoetico alla materia. La disciplina, in cerca di spazio da oltre un secolo, trovò poi identità nella frammentazione e più che assestarsi, galleggiava, tra movimento, divenire e il rischio di essere assorbita da altre discipline più forti, come la filosofia, la storia e le scienze naturali, che a mala pena gli avrebbero lasciato la topografia e poco altro.

Nello sforzo di trovare alla geografia una collocazione come scienza, Arrigo Lorenzi (docente all’Università di Padova e antifascista), al Congresso geografico italiano di Bologna del 1947, sancì l’esistenza di linguaggi diversi tra geografi e distinse la disciplina in fisica, economica e antropica. Cessò così (teoricamente) la Geografia come corpo unitario.

Secondo Lorenzi, la vera conoscenza di una regione quale associazione di fenomeni naturali e umani, deve individuare il nesso intimo che esiste tra i diversi fatti che costituiscono una comunità. In un territorio aspetti geomorfologici e climatici sono inseparabili dalla storia dell’agricoltura, l’azione della natura, l’opera dell’uomo e si combinano. Il cenno alle abitazioni rurali e la loro forma, le scelte insediative e i loro caratteri storici, sembra così attribuire alla ricerca naturalistica il valore di premessa agli studi “oicografici”, cioè sulle case rustiche, e quindi le “correlazioni” tra uomo e ambiente, che in tal modo si rivelano quale momento essenziale della ricerca geografica.

Il discorso sull’incivilimento che guiderà gli studi antropogeografici è così impostato, ma è importante cogliere la progressione delle indagini di Lorenzi, dove l’osservazione naturalistica è sempre finalizzata al progresso delle condizioni civili della regione. La sua prima produzione è dominata dalla figura e dalla proposta scientifica di Giovanni Marinelli (studioso delle abitazioni friulane, le “casere” sul mare, dunque case rurali tradizionali, spie di trasformazioni culturali in atto); la successiva, quella che culmina con gli Studi sui tipi antropogeografici della pianura padana, pur fortemente autonoma, tiene in massimo conto i suggerimenti di Olinto Marinelli (figlio di Giovanni; fautore dell’unità organica della geografia come scienza e metodo, sostenitore dell’esplorazione diretta e della cartografia) da cui deriva anche l’interesse per l’antropogeografia di Friedrich Ratzel (leader del determinismo geografico e autore dell’espressione spazio vitale) e l’attenzione per il metodo genetico (evoluzione del paesaggio come ciclo geografico) di William Morris Davis. Sono tuttavia indicazioni rimeditate e rielaborate secondo il pensiero positivista di Roberto Ardirò (la cui filosofia è basata sui fatti e sull’argomentazione induttiva, contro le deduzioni a priori, metafisiche, che non hanno fondamento nell’esperienza; senza certezze definitive, ma riformulabili come le teorie scientifiche: un “naturalismo” evoluzionistico o realismo positivo, non riduzionista), ma soprattutto secondo il modello cattaniano di geografia (vista come scienza umanistica, che si manifesta sotto forma di pensiero di programmazione regionale. Un geoumanesimo in rapporto fra le condizioni naturali e l’ opera dell’ uomo in ambito locale).

I fatti e fenomeni osservati dal viaggiatore-geografo sono inseriti in una precisa visione del progresso, comparando sistematicamente condizioni civili e materiali delle campagne che viene visitando. L’individualità economico-agraria del “tipo delle risaie piemontesi” ha, per esempio, unificato unità naturali tra loro diverse. I tetti di segale e canne palustri nel “tipo delle recenti bonifiche meccaniche” vanno, infatti, scomparendo per “miracolo di scienza umana”. Attribuisce l’estinguersi delle case con tetti di paglia del “tipo dei magredi del Friuli occidentale” all’emigrazione temporanea e non all’attività dei governi. Il paesaggio rurale è “correlazione fisicoantropica” della geografica friulana. Fondamentale la conclusione di Lorenzi secondo cui l’ideale di patria “degenera quando non si rispetta lo stesso sentimento negli uomini di un’altra comunione e si vuole sopraffarli”.

A livello europeo la disunità della materia riguarda anche le varie scuole: la francese (deterministica, principio di causalità: nulla è casuale) con Paul Vidal e gli Annales, la tedesca (paesaggistica) con Friedrich Ratzel e l’italiana (regionalistica). Si tratta di approssimazioni tra incontri, derivazioni e tagli netti, in cui si è inserito, per trarne vantaggi, anche il nazismo.

Per i tedeschi il paesaggio non è più il prodotto di fattori climatici, naturalistici o altro, ma il luogo ove agisce l’uomo (Ratzel). Tesi maldestramente accolta nel Mein Kampf di Hitler per giustificare la tesi della diversità biologica delle razze umane.

In occasione del Congresso geografico internazionale del 1925 tenutosi a Il Cairo, dagli allievi di Paul Vidal De La Blache e dagli Annales, nascerà la Geografia storica (1924-1926).

In quella circostanza, Jean Demangeot, francese e Renato Biasutti, italiano, proposero gli studi sulla dimora rurale, riconoscendo ai villaggi e alle proprie dimore importanza antropologica per la relazione tra quella società e le sue abitazioni. Demangeot negò che il geografo debba occuparsi di geografia urbana in quanto nelle città viene a mancare la natura, l’ambiente.

In Sardegna si studiava, in particolare, la differenziazione tra le dimore rurali; tra casa campidanese (in làdiri) e barbaricina (in pietra), nonché l’estensione orizzontale o verticale. Anche il contadino può avere l’esigenza di un abbellimento, di una distinzione. Le dimore rurali vengono studiate anche secondo diversi parametri (altitudine, longitudine, distanze…). Esse si differenziano anche su parametri antropologici ed etnici.

Renè De Planc studiò in Umbria e là riconobbe la proiezione della città sulla campagna perché, sostiene, dalla città ci si proietta sulla campagna.

In Italia i geografi non si costituiscono in equipe. Appare loro più facile studiare secondo le ripartizioni amministrative, invece che geofisiche naturali. Eppure le ripartizioni amministrative non hanno giustificazione geografica, sociale e storica. La loro scelta come base di studio è discutibile. Gli studi vanno molto a rilento in Italia, perché la geografia evolve, vengono superati discorsi già programmati e si lavora su parametri vecchi.

In Francia il discorso si insterilisce e prevale l’aspetto economico-funzionale, come attrezzo, come un aratro, un carro…

Alcuni allievi di Vidal entrano a far parte del circolo degli Annales, si distinguono Demangeot, De Montour (fisico), Maximilien Sorrìs; essi si dedicano allo studio del paesaggio. Fare geografia, indagare per comprendere la geografia e anche la storia, le condizioni storiche delle regioni geografiche, che in Francia sono un’ottantina e furono individuate durante la Rivoluzione Francese su criteri fisico-geografici. Ciò ha dato luogo a un’unità fisica e sociale e trovò spazio anche in Italia alla fine della II guerra mondiale, quando ormai in Francia questo pensiero stava tramontando.

L’indagine consiste in una ricognizione sul campo di una regione per studiarne montagne, corsi d’acqua, tradizioni popolari, storia e via dicendo. Dopodichè si stabilivano le interconnessioni tra i vari aspetti, fino a pervenire alla differenziazione regionale, non solo fisica, ma anche di interazione tra uomo e ambiente. L’uomo si adatta all’ambiente fisico, secondo Ratzel e dispone dell’organizzazione degli elementi della natura (Vidal).

Il geografo tout-court deve interessarsi degli uomini, dunque le zone spopolate non appartengono alla geografia, ma alla fisica, perché non c’è società, non c’è uomo che vi interagisca.

Lo spazio terrestre è necessariamente limitato ed “è la prima e immodificabile condizione della vita sulla terra. Ci si può immaginare un popolo in questo o quello spazio, ma per l’umanità c’è esclusivamente lo spazio della terra” (Ratzel 1899).

La geografia italiana rimaneva sostanzialmente Ratzeliana anche dopo Lorenzi.

La svolta avviene negli anni 60, specie con Lucio Gambi, romagnolo,  e Osvaldo Baldacci.

Gambi segue la linea della geografia umana: l’uomo che riplasma la terra, va oltre la geografia esclusivamente fisica e introduce nella disciplina la storia, le culture, l’ambiente, le politiche urbanistiche e sociali. Il suo insegnamento ha riguardato soprattutto la Geografia politica ed economica, sui problemi dell’organizzazione umana del territorio, passando dalla casa rurale all’ambiente globale, la lettura delle carte geografiche, l’orientarsi sugli atlanti, capire i paesaggi. E’ stato un geografo scomodo per i tradizionalisti.

Fu autore nel ’68 di un rivoluzionario “Geografia e contestazione”, ove considera l’ambiente naturale come problema politico di valore economico e sociale.

“La geografia è la storia di come l’uomo riplasma e rifoggia la terra in termini umani, per ricrearla come opera sua”. Di qui la svolta, l’approccio geografico che diventa anche storico e sociale, saper guardare avanti, e capire dove avrebbe portato la cultura, o incultura, dell’ambiente.

Baldacci, sassarese, docente universitario a Cagliari, Bari e Roma, fu uno strenuo difensore dell’unita della geografia, fronteggiando le istanze provenienti da nuove tendenze geografiche, ad alcune delle quali non attribuiva dignità scientifica, la sua opera principale fu infatti “Geografia generale” (1972), il cui scopo era “la formazione dello spirito geografico, che rende omogeneo e comprensivo il senso di ogni nostro discorso, pur nelle disparita delle situazioni e degli atteggiamenti”. Secondo la sua concezione, il geografo deve interessarsi di tutti i “fatti” che nascono dal rapporto uomo-natura: dalla geografia fisica (geomorfologia, climatologia), a quella umana (in particolare dell’insediamento), dalla geografia regionale alla storia del pensiero geografico e alla didattica della geografia.

 (Geografia storica – 14.01.1998) MP

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DOMUS DE LÀDIRI
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STORICITÀ DEL GOVERNO LADRO 

30 Set 2016 @ 11:58 PM

Lezioni condivise 116 – Le Cortes.

Nella Spagna che ha preceduto la Rivoluzione francese vigeva l’antico regime monarchico con qualche parvenza “democratica”. Benché il paese fosse distante dai moti rivoluzionari francesi, era vicina culturalmente al paese dei lumi e la monarchia cercava di darsi appunto una parvenza democratica con l’istituzione rappresentativa delle Cortes (Corts in catalano, Stati generali in Francia, Parlamento in Inghilterra, Curia in latino).

Le Cortes erano un organo di raccordo tra il popolo e il sovrano. L’organismo era formato in genere da tre classi sociali, bracci o stamenti (a seconda della lingua – spagnola o catalana). Il Parlamento democratico sarà ripreso solo dopo la rivoluzione Francese.

Le classi che formavano le Cortes si dividevano in: ecclesiastici (I voce) [vescovi, abati]; feudatari e nobili (II voce). I feudatari avevano i titoli di conte, marchese…, nobiltà legata al possesso di terre su cui esercitavano i loro privilegi: imposte, potere giudiziario e propri vassalli legati dalla servitù della gleba – termine derivante appunto da zolla – . I nobili generici appartenevano invece al ramo cadetto, parenti dei feudatari, ma senza feudo). Gli unici eletti erano i rappresentanti del terzo stato, delle città, tuttavia i rappresentanti scelti erano ricchi, borghesi, esperti (titolati, giuristi), raramente rappresentati del popolo, quello infatti veniva generalmente definito quarto stato.

In genere le discussioni dei parlamenti vertevano sulle richieste da avanzare al sovrano in cambio della “donazione”, ricavata dalla tassazione delle classi più povere. Le richieste avanzate dalle Cortes nascevano dalle esigenze dei parlamenti, erano dette “capitoli di corte” e in seguito legge pazionata (da pactio), modificabili solo con un nuovo patto e non unilateralmente. Le donazioni erano un do ut des e non esimevano il sovrano di chiederne delle altre di sua autonoma iniziativa. Spesso il sovrano imponeva tasse, senza convocare il parlamento, sapendo che esso, con la “donazione”, poteva chiedere cose che non intendeva concedere.

I feudatari per pagare il donativo tassavano il popolo, i vassalli. Attraverso queste angherie oggi le scienze nuove, come la demografia, ricostruiscono il numero degli abitanti di allora, visto che i sudditi erano precisi nel far pagare tutta la povera gente. Tali dati permettono anche di valutare il boom demografico e altri aspetti riferiti alle epoche successive.

Altri strumenti utili agli storici sono i libri religiosi: i quinque libri (nascita-battesimo, confessione-comunione, cresima, matrimonio, morte) compilati regolarmente dalla chiesa a partire almeno dal Seicento, mentre lo stato civile ha avuto origine solo dopo l’Unità (in genere 1866).

Le classi più agiate erano esenti dalla tassazione. Sebbene con altre modalità, ai nostri tempi, non è cambiato molto.

Proprio nel 1789 si riunirono in Spagna le ultime Cortes dello Stato assoluto borbonico; l’influenza della Rivoluzione francese si farà sentire nel concreto, insieme alle armi napoleoniche, circa vent’anni dopo, precisamente nel 1808, al momento dello scoppio della Guerra di indipendenza spagnola contro l’occupante francese.

Ripercorriamo sommariamente l’idea medievale e moderna di Cortes per comprenderne l’importanza nell’immediata vigilia della Rivoluzione.

In origine le Cortes (da curtis, riunione) ebbero la funzione di unificare i fueros visigoti (erano dei privilegi, immunità, norme anche non scritte che regolavano il diritto dei regni iberici all’inizio della Reconquista) relativi ai vari ceti intorno alla Corona e succedevano ai concilii visigoti. Al tempo del passaggio dall’arianesimo al cattolicesimo (589) si stabilì una comunanza di governo tra affari laici ed ecclesiastici (assemblee dei signori di corte e prelati). Fu un processo permanente e lento, quanto lo fu la Reconquista.

Si può considerare il 1188, inizio del regno di Alfonso IX (in León), come data di svolta per le Cortes, rappresentante la condivisione del potere per certi aspetti paragonabile all’imposizione della Magna Charta (libertà e diritti) in Inghilterra nel 1215, oltre un secolo dopo.

Occorre dire che le Cortes nel corso della storia, prima e dopo il 1188 (chiamata del terzo stato – Estado Llano – a parteciparvi con gli stamenti ecclesiastico e nobiliare), ebbero importanza e ruoli differenti, anche in rapporto ai territori interessati (León, Catalogna, Aragona, Castiglia)…

Generalmente le Cortes si occupavano – come detto – del donativo al re o l’imposizione di tributi, di giustizia e soprattutto delle domande presentate al re dal terzo stato, mentre l’attività legislativa era interamente riservata al monarca.

Come accennato, le utime cortes dell’antico regime si tennero nel 1789, convocate da Carlo IV, dopo anni di mancate convocazioni. L’unico braccio presente fu lo Estado Llano. Quasi in concomitanza in Francia, alla presenza di Luigi XVI, si riunivano gli Stati generali (terzo stato). Quello francese era un terzo stato era composito, dai contadini alla borghesia, agli artigiani (organizzati in corporazioni e confraternite), mercanti, mendicanti, perfino la mafia urbana (allora braccio armato della nobiltà).

I regnanti, prevalentemente illiberali, usavano l’istituto delle Cortes per i propri interessi. Ad esempio nella testa di Carlo IV, quelle del 1789 dovevano ripristinare l’ordine successorio stabilito dalle Partidas e abrogato da Filippo V, e non c’era modo di farlo in quanto la costituzione prevedeva per tali modifiche il consenso degli stamenti. Questa mossa del re spagnolo coincise con l’inizio della rivoluzione in Francia, l’occupazione della Bastiglia, l’approvazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, l’abolizione dei diritti feudali, la sostanziale perdita del potere da parte di Luigi XVI. Ciò portò a una solidarietà tra i Borbone, che governavano entrambi gli stati.

Eppure l’influenza predominante era francese, pertanto la monarchia spagnola si chiuse per evitare fatti analoghi in Spagna e stesso destino toccò alle Cortes che già preparavano istanze da chiedere al re. Si avvertivano distanze sostanziali tra l’illuminismo francese e quello spagnolo (detto “Ilustraciòn”), rivoluzionario il primo, sostanzialmente l’opposto il secondo, in quanto subordinato alla monarchia, al potere ecclesiastico e al controllo dell’Inquisizione, il cui potere era solido, benché ripartito tra i vari stati formatisi con la reconquista (in Francia lo stato era unitario).

Nelle Cortes del 1789 fu approvata una Pragmatica sanzione che modificò la legge salica, consentendo la successione al trono anche alle donne, ma Carlo IV non la fece pubblicare, lo fece solo Ferdinando VII nel 1830 per favorire sua figlia Isabella II (la regina bambina) a discapito di suo fratello don Carlo, ne nacque una guerra di successione tra liberali (Isabella) e conservatori (don Carlo). La guerra porterà ad altre modifiche da parte della reggente Maria Cristina (moglie di Ferdinando VII), con l’introduzione di un parlamento bicamerale (1834): stati privilegiati (pròceres) e popular.

Sempre nel 1789 in Francia il terzo stato tentò di abolire la votazione divisa per stati col conseguente ritiro dall’Assemblea, creando di fatto una rottura politica con la monarchia.

Fu allora che si parlò per la prima volta di Presidente del Consejo de Ministros.

Tutte queste importanti innovazioni sotto il profilo giuridico nell’assetto degli stati prescindono dal contestuale scoppio della Rivoluzione francese, che non incise se non casualmente sul nuovo corso istituzionale spagnolo, e neppure sullo stato spagnolo, almeno fino a che le attenzioni della Prima Repubblica francese (1792) non si orienterà anche verso i Pirenei, complice l’alleanza contro il Portogallo. L’occupazione di fatto portò per sei anni le armate napoleoniche nella penisola iberica, insieme a riforme della cosiddetta Spagna levantada (Estrado Llano, borghesia illuminata) che vantava esponenti come Lorenzo Calvo de Rozas e il conte di Floridablanca, richiedenti riforme e libertà di stampa, operando nella Junta Suprema Central (poi Regencia) nel primo decennio dell’800, anno di guerra d’Indipendenza per la Spagna.

Nel 1810 le Cortes (sostituendo di fatto la Regencia) si riunirono a Cadice per operare delle riforme, ma sempre nello spirito della verdadera constituciòn (Assemblea gaditana), con influenze rivoluzionarie, ma con il prioritario ritorno alle leggi pre-settecentesche, dunque preborboniche con il ricorso a un’unica camera con il solo Estrado llano, cortes costituenti con il mandato di redigere una costituzione.

Si verificò una sorta di commistione tra l’unicamerale francese del 1791 e le antiche Cortes, che rimasero come organo legislativo anche in pieno ottocento, ma in presenza della Corona, procedendo nel tempo a revisioni costituzionali in base alle tendenze dei capi di governo.

Le cortes del 1789, ultime dell’antico regime, segnano dunque uno spartiacque con le successive (del 1810) che tuttavia conservano lo stesso spirito ispirativo, risultando tuttavia le più innovative.

(Storia moderna II – 14.01.1998) MP

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STORICITÀ DEL GOVERNO LADRO
Berenice
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FOLKLORE E FOLKLORISMO 

1 Ago 2016 @ 8:00 AM

Lezioni condivise 115 –  I fatti folklorici

Folklore e folklorismo sono due ambiti di ricerca differenti: i fatti folklorici sono fatti culturali, o meglio sono il ripudio degli esclusivismi culturali. Non esistono culture assolute ed eterne, qualunque cultura è un sistema in movimento. Ciò che appartiene alla propria cultura personale, locale, non per questo è fuori dalla cultura generale.

I fatti folklorici sono frutto di una vicenda storica, di lotte, di contrasti. La cultura contadina è una cultura nata e cresciuta distaccata dalla cultura egemone: non è così in realtà, ma è anche così, perché ci sono state culture dominanti in opposizione alle culture subalterne, quali quelle prodotte ad esempio dai barbari, dall’antifeudalesimo, dal brigantaggio, dalla questione meridionale…

Il movimento romantico fu un momento di stravolgimento di questo concetto. L’esaltazione romantica sta alla base del folklorismo deteriore, edulcorazione di una serie di manifestazioni che hanno una base storica, da loro non considerata, che chiamiamo folklore (o folclore).

Alberto Mario Cirese è stato uno dei maggiori antropologi italiani, ha affrontato questi argomenti in “Dislivelli di cultura e altri discorsi inattuali” e altre sue opere. Dal suo studio dei testi sul folklore di Antonio Gramsci nasce la Demologia, la scienza delle Tradizioni popolari.

Fondamentale è affrontare gli studi demologici senza prescindere dalla realtà socio culturale che si vive, quale che essa sia, pertanto con le ideologie che la animano, non certo per assecondarle se esse sono fallaci (Cultura egemonica e culture subalterne, 1973), ma per analizzarle. Sostanzialmente gli studi di Gramsci fanno emergere che la cultura della classe dominante, volente o nolente, deve fare i conti in ogni tempo con quella delle masse popolari, con risultati non necessariamente “illustri”, di dubbia identità (piene di contaminazioni), e qui Gramsci (concetto di egemonia) e Cirese stesso, individuano un elemento fondamentale della stessa lotta di classe: la cultura non è separata dalla società, ma è la vita della società. E’ Gramsci dunque a rilevare, in altri tempi e con i suoi mezzi, che la cultura egemone deve fare i conti con la cultura subalterna. Tuttavia Cirese tiene conto dei cultural studies, uno stadio successivo rispetto alla metodologia gramsciana. Ne sono stati artefici in epoca post coloniale Hall e Said, giamaicano l’uno, palestinese l’altro, che hanno agito in Inghilterra e negli USA, hanno sostanzialmente marcato la differenza tra ricerca ideale ed empirica. Anche Gramsci comunque parlava di unificazione del movimento pratico con quello teorico mediante il superamento delle opposizioni qualitative, come quelle tra egemonia e subalternità, tra cultura alta e cultura popolare, parlava di “filosofia della prassi”, che comprende il concetto della complementarietà tra “spontaneità” e “direzione consapevole”, folklore e cultura come concezione del mondo.

In questo contesto anche il canto popolare entra a far parte della letteratura e pertanto della cultura. A qualsiasi livello: da quello trasmesso per via orale, le stesse cantilene, nenie, prefiche, siano pure senza musica (solo perchè non attestata in tempi remoti), devono essere considerati alla stregua della poesia.

Mentre Cirese conduceva i suoi studi la società era in rapido movimento, a tratti non valeva più l’equivalenza tra cultura popolare e cultura rurale per l’evoluzione del rapporto città-campagna, insieme alle variabili etniche e migratorie.

Cirese è stato uno degli ultimi studiosi della poesia popolare, preceduto da Giovanni Battista Bronzini, lo stesso Pasolini, pochi tecnici e sociologi di stampo gramsciano.

Egli iniziò la sua carriera di docente universitario a Cagliari nel 1957 chiamato da prof. Petronio. In lui ebbe notevole influenza il Congresso nazionale delle tradizioni popolari tenutosi in Sardegna l’anno prima e a cui partecipò.

L’interesse per Gramsci da parte di Cirese avvenne prevalentemente negli anni sessanta; esaminò il concetto di cultura popolare espresso nei Quaderni dal carcere, lo studio del folklore come forma di cultura subalterna. In Gramsci trovava conferma la sua critica marxista, o tradizionalmente marxista, del “centralismo democratico” (di cui Gramsci aveva una particolare concezione, contrapponendolo al “centralismo burocratico”), nella misura in cui esso negava l’autonomia tra piano culturale e politico dei momenti anti-egemonici della cultura popolare. Così Cirese riuscì a legittimare lo status accademico delle discipline antropologiche, benché l’isolamento delle culture subalterne rispetto a quelle “egemoniche” non ne abbia consentito in pieno la circolazione nella società di massa.

Questo genere di studi, ispirati all’opera gramsciana (edita come “Osservazioni sul folklore”, 1950, estratto dai Quaderni) hanno avuto sviluppi nella filosofia politica latinoamericana, specie i concetti di “egemonia” e “folklore”, in particolare in Messico, proprio grazie ai seminari e ai dibattiti tenuti da Cirese peraltro con sviluppi culturali differenti rispetto a quelli italiani. Nel citato convegno in Sardegna, nella fattispecie a Nuoro, si discusse degli studi di Cirese su Gramsci del 1970, sulla base di spunti offerti sullo stesso tema da Giorgio Baratta (2008).

Cirese ha messo in evidenza due aspetti relativi alla riflessione gramsciana: l’esigenza del rispetto filologico del testo (“a testo laico, laica lettura”) e la necessità di svincolare il pensiero gramsciano dalla specifica dimensione politica e ideologica. Cirese interpretò Gramsci in modo neutro da eventuali giudizi politici sul folklore in positivo o in negativo.

Gramsci distingueva due tipi di cultura tra classi egemoni e subalterne, ognuna condizionata dalla propria partecipazione alla produzione, ripartizione, proprietà di beni materiali e spirituali.

La visione gramsciana del folclore era vista sia come elemento oggettivo scaturente dai “semplici”, ma in sede di analisi lo riconosceva come strumento delle classi subalterne, al momento non egemoni, che poteva rappresentare il seme di una nuova cultura per la produzione di contenuti utili al loro riscatto, dunque alla rivoluzione, al socialismo.

Bibliografia generale:
Alberto Mario Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne. Rassegna degli studi sul mondo popolare tradizionale, Palumbo (1971).
Alberto Mario Cirese, Gramsci e il folklore come concezione tradizionale delle classi subalterne, Problemi (1977).
Eric J. Leed, Per mare e per terra. Viaggi, missioni, spedizioni alla scoperta del mondo, Il mulino (1996).
Attilio Brilli, Quando viaggiare era un’arte. Il romanzo del gran tour. Il mulino (1995).
Enrica Delitala, Come fare ricerca sul campo. Esempi di inchiesta sulla cultura subalterna della Sardegna, Edes (1992).

(Storia delle tradizioni popolari – 11.12.1997) MP

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TRADIRE E TRADIRE

31 luglio 2016 @ 21:54

Lezioni condivise 114 – Hamlet e la traduzione 

Avventurarsi nell’universo della traduzione è un po’ come entrare in un campo minato, come sfidare l’Idra di Lerna o per un altro verso rischiare, filosofeggiando all’estremo, di far cadere illusioni: “Ho letto tutto Dostoevskij”. Ma quale Dostoevskij? in che lingua? tradotto da chi? Per leggere Dostoevskij occorre davvero conoscere il russo? Non basterebbe comunque! …Continuando di questo passo ci si aggroviglierebbe in una Babele di concetti senza via d’uscita.  

Questo non significa che l’argomento non abbia un peculiare interesse e non debba essere trattato. Siamo, come sosteneva Walter Benjamin tra filosofia e letteratura. Il termine Babele rende l’idea in un’accezione positiva e affascinante.

Qualsiasi lettore sarà venuto certamente a contatto con una pubblicazione mal tradita e avrà avuto la possibilità di sbalordirsi perché non rispecchiava affatto quanto appreso dalla critica sia sul testo sia sull’autore.

Da adolescente fui notevolmente impressionato da traduzioni dall’inglese di parole di brani musicali, alcune banali, altre improbabili o di un ermetismo surreale… Non che un testo inglese non possa essere banale, incongruo o ermetico, ma il più delle volte si tratta di una traduzione errata, perché eccessivamente letterale e siccome ogni lingua fa parte a sé e ha la sua ricchezza, non è tutto così piatto.

Per trasporre un testo da una lingua a un’altra, almeno nelle traduzioni importanti e serie, occorre avere buona padronanza di entrambe le lingue, ma anche conoscenza della cultura in cui quelle lingue inferiscono, non semplicemente conoscere il vocabolario e qualche nozione di grammatica e tuttavia, un testo tradotto/tradito in un’altra lingua non sarà mai quello che si potrebbe leggere nella lingua originale; per poterne rendere in modo accettabile la comprensione, o come dire, per effettuale un fedele tradimento, occorre un passaggio semantico, semiotico, storico… un’operazione non facile e comunque mai assoluta.

Il mercato è pieno di libri tradotti male, molti di essi già complessi in sé, diventano di proibitiva comprensione…

La traduzione non è un’arte facile. George Steiner (1929) in Dopo Babele – Aspetti del linguaggio e della traduzione, scritto con Walter Benjamin (1892-1940), ha dato importanti indicazioni in merito. Intanto ha stabilito la differenza tra il tradurre e l’interpretare. Babele è il simbolo della genesi della pluralità linguistica. Un confronto tra lingue deve partire dall’individuazione delle reazioni interattive rispetto a retorica, storia, critica della letteratura, linguistica e filosofia linguistica.

La traduzione è insita in ciascun atto comunicativo, essa rappresenta un crescendo di difficoltà, che ha inizio nella semplice comunicazione tra individui che parlano o scrivono la stessa lingua, comunicano con gli stessi segni, ognuno di essi ha il suo idioletto, ogni uomo, di base, ha un suo linguaggio.

Pensiamo alle lunghe discussioni che a volte si verificano anche in seguito a una comunicazione semplice; significa che si hanno gli strumenti per comunicare e dibattere, ma che si hanno difficoltà a capire, decifrare, tradurre, anche se si dialoga nella stessa lingua convenzionale.

Questo genere di difficoltà si risolvono con l’ermeneutica (esegesi, spiegazione), un metodo empirico in quattro tempi: spinta iniziale – aggressione – incorporazione – reciprocità o restituzione. La comprensione di un testo deve tener conto di tutta una serie di variabili linguistiche (in parte già viste nelle lezioni di Filologia romanza e Linguistica sarda), quelle spazio-temporali (diatopiche e diacroniche), ma anche relative alla condizione (distratiche), al mezzo (diamesiche), alla situazione (diafasiche)…

Potremmo paragonare la linguistica, al carattere delle persone: mutevoli, dinamiche, altre statiche, contratte, sintetiche o prolisse, ornate…

Per l’interpretazione di un testo è molto importante l’apporto dell’autore, questo non sempre è possibile, allora è necessario uno studio storico-biografico, ma a volte non è possibile neppure questo.

Il pensiero che un testo sia anche di chi lo legge, può essere suggestivo, condivisibile, ma ci porta in un ambito più psicologico/filosofico che linguistico/letterario. É fondamentale sapere perché uno scrive, se lo fa affinché ci si impossessi, ciascuno a modo suo, della sua creazione o se intende dire cose precise e solo quelle. Peraltro questo discorso può essere applicato a determinate forme d’arte e non certo generalizzato. Se così non fosse a cosa servirebbe la filologia, il rigore di una scienza che discute anche sulle virgole… Ciò vale anche per la poesia, benché da tempo circolino altre tendenze… generalizzanti. Che senso può avere – al di là di quella sperimentale di precise avanguardie – l’interpretazione di un testo difforme dalla volontà dell’autore. Ha poco senso, sempre che non si intenda fare una rielaborazione, ma allora si diventa autori, interpreti di qualcosa d’altro rispetto al testo originale. In questo senso anche il critico, il lettore, l’attore, sono traduttori di linguaggio, interpreti, ma non è detto che siano fedeli.

La polisemia è un’altra variabile da tenere in considerazione, uno stesso termine che muta il suo significato con il variare della professione, del genere, categoria sociale (es. bambini), età, fino all’estremo idioletto (es. la libertà per il fascismo e le dittature, è ben altra cosa in democrazia).

L’importanza della traduzione trascende assolutamente la percezione comune sull’argomento, se si pensa che per Benjamin (drammatica la sua fine, ndr) è un genere dotato di piena autonomia, la ricerca del giusto senso di un’edizione critica o di un testo tradotto, ma anche la consapevolezza della diversità che possono avere stessi testi originali tradotti in qualunque forma da persone differenti. In poesia ciò è ancora più difficoltoso, entra in gioco tutto il mondo di un autore, il suo universo semantico irripetibile, per questo, se la poesia non è puro suono o suggestione, è risolutivo che il poeta si esprima sul senso dei suoi testi, aiuterà a tradirli più fedelmente, non risolverà tutto, ma qualcosa di più.

Come approcciare allora la lettura dei mostri sacri, ad esempio Hamlet di Shakespeare, in originale, ma essendo di madre lingua diversa o direttamente in un altro idioma?

La comprensione del testo può avvenire attraverso l’ostinazione (sic!), con la determinazione a voler leggere un testo e un autore, predisporsi a farlo acquisendo gli strumenti per farlo. Occorrerà una corretta percezione letteraria e una familiarità di spirito con l’autore, da copertina a copertina, from… to…

Quando si interpreta un testo nel modo più accurato possibile, quando ci si appropria dell’oggetto tutelandolo e vivificandolo, si attua un processo di ripetizione originale. Nei limiti delle proprie capacità un lettore riproduce la creazione dell’artista, il suo pensiero, in una consapevolezza secondaria, ma educata, fa rivivere un autore nella sua coscienza pur con limiti interpretativi insuperabili. Una sorta di mimesis parziale, di imitazione finita.

Questa operazione avviene soprattutto nella musica che non può esistere se non la si esegue, e ogni volta è diversa. Il suo rapporto ontologico con la partitura originale è duplice, perché si legge un testo, ma si innova anche.

In che rapporto si pone l’interprete nei confronti di un’opera. Secondo la prof “Il rapporto dell’esecutore deve essere femminile” (leggibile come sottomissione volontaria all’intensità della presenza creativa dell’opera, disponibilità a ricevere [personalmente ho le mie riserve su questa definizione]).

Dall’accoglienza dell’altro l’io diventa più se stesso: critici, curatori, attori, lettori, interpreti, si trovano su un terreno comune tra loro.

Ogni volta che si rappresenta Hamlet si può decidere di adottare diversi registri interpretativi: neutro, moderno, elisabettiano (pronuncia, accento) o modificare i costumi. Si sa che Hamlet non è un personaggio contemporaneo, però si può far finta che lo sia o che non lo sia, creando continui effetti (doppio effetto di straniamento). Nel rappresentare, leggere, interpretare, bisogna essere capaci di non farci sfuggire il testo di mano. A Londra si riproduce il testo elisabettiano; nonostante ciò la rappresentazione è come bloccata, perché c’è nell’osservatore la consapevolezza di un mondo esterno diverso (estraniamento temporale). Si può decidere di dare all’opera abiti contemporanei o di un’altra epoca.

Alla fine si può leggere come si vuole, ma non è male farlo con cognizione di quanto si stia compiendo, usare lo strumento testo, ma andare anche oltre esso con un bagaglio culturale a monte, per una maggiore comprensione, per una più grande soddisfazione.

(Lingua e letteratura inglese – 11.12.1997) MP

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TRADIRE E TRADIRE
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Anika
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UNGAREXIT

27 Giu 2016 @ 10:05 AM

Lezioni condivise 113 – Last but not least. Critica.

Lo stato italiano fatica a condannare in pieno il fascismo, nonostante la sua Costituzione, che in qualche modo da tanti anni delegittima favorendo, di fatto, la nascita e la proliferazione di organizzazioni fasciste. Gli esempi sono tanti e si ripetono quotidianamente, non solo da parte di fascisti dichiarati, ma anche di fascisti di fatto, sia nei mass-media sia nella vita di ogni giorno.

E’ una storia lontana, paradossalmente precedente alla caduta del fascismo, che probabilmente va a toccare le radici illiberali e antidemocratiche dello stato italiano. Ma cosa è successo dopo la Liberazione?

Sappiamo che gli artefici della Liberazione sono tanti, ma in essa ha avuto un ruolo determinante la Resistenza partigiana e in questa prevalentemente, quella di sinistra: comunista, socialista e azionista.

Eppure Togliatti, già nel 1946, da ministro della giustizia, portò all’approvazione un’amnistia che estingueva le pene per i reati commessi dai fascisti anche durante il periodo repubblichino. Il risultato fu la scarcerazione di massa di tutti coloro che erano stati coinvolti criminalmente con il fascismo,  e ciò accadde nonostante le proteste partigiane e popolari.

Questo provvedimento evitò che in italia venissero processati e condannati i responsabili maggiori della dittatura fascista (come invece accadde in Germania), ma comportò addirittura che molti venissero reintegrati nelle loro funzioni… In breve la Repubblica si ritrovò un apparato burocratico e di controllo di tante funzioni basilari – tra cui l’istruzione – fascista.

I fascisti, senza alcun percorso di pentimento, né di educazione alla democrazia, fecero a gara a intrufolarsi nei partiti costituzionali e ovunque venivano accolti. Non solo li riabiliti, ma gli dai pure nuovo potere! Tutto ciò non è spiegabile con la fase di emergenza, ove si ebbero più perdite tra i Partigiani, presi di mira da un esercito ancora fascista.

Non sostengo affatto che i fascisti dovessero essere sterminati adottando il loro stesso metodo, ma questo modo di agire ha creato danni per decenni… fino alla ricaduta attuale.

Così fu lo stesso Togliatti e l’URSS di Stalin, ormai zero sovietica e interamente dittatura di un solo uomo, a bloccare la giustizia partigiana, non solo rispetto al blocco di ogni rigurgito fascista, ma anche relativamente al farsi giustizia da sé. Fu impedito ai partigiani di organizzare un processo simile a quello di Norimberga, cioè in sostanza di superare il fascismo; non solo: fu ricostituito sotto altro nome il partito fascista e si fece finta di niente, in spregio a quanto scritto nella stessa Costituzione.

Il governo Bonomi e il CLN avevano predisposto il necessario per spazzar via quanto rimaneva del fascismo, ma all’indomani della Liberazione, anche i fascisti condannati lo erano a pene lievi e in breve si verificò un liberi tutti scandaloso che salvò quasi interamente anche tutta la magistratura fascista. Questo fu favorito soprattutto dall’avvento della DC al potere, in essa si rifugiarono la maggior parte dei fascisti per sfuggire a qualsiasi tipo di condanna e ciò culminò con il decreto Togliatti del 22 giugno 1946, che di fatto superò il senso di giustizia partigiano anche al di là del Decreto stesso. In qualche modo l’amnistia fu concessa anche a militari della RSI che avevano compiuto gravi reati e omicidi; i reati fascisti furono amnistiati ai gerarchi, mentre la magistratura si inaspriva contro i partigiani e più che con i maggiori responsabili del regime, trascinava i processi con i pesci piccoli, alla fine assolti pure loro. I fascisti in carcere alla metà degli anni ‘50 sono stati stimati in poche decine. Furono bloccate le epurazioni dall’Amministrazione pubblica e abolito l’Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo. Questo comportamento nei confronti del fascismo ha riguardato esclusivamente l’Italia.

Questa interpretazione estensiva del decreto provocò proteste anche tra la popolazione comune. Già condannati a morte, poi all’ergastolo, gli assassini fascisti si ritrovarono in poco tempo liberi come le loro vittime, che invece subirono il carcere e la tortura, e i loro figli e le loro madri costretti spesso a camminare al fianco degli assassini dei loro congiunti.

Si ebbe pertanto lo scollamento del Partito socialista e della base PCI dal suo segretario, mentre DC e gerarchia vaticana apparvero tolleranti. Con i partigiani, invece, specie nel cuneese, si rischiò lo scontro, non mancarono azioni partigiane e delle popolazioni ai danni dei fascisti.

Nel 1948 un decreto proposto da Andreotti – sottosegretario alla presidenza del consiglio – estingueva completamente tutti i reati fascisti ancora pendenti.

Si spiega così perché l’Italia restò ideologicamente fascista soprattutto negli apparati militari, burocratici e governativi e peggio nella Pubblica Istruzione di qualsiasi grado. Di questo stato di cose subiamo ancora oggi effetti nell’opinione pubblica e nella politica, giacché la dottrina fascista riuscì a sopravvivere anche al decennio sessantottesco.

Gli storici hanno ormai accertato che Togliatti ebbe le sue responsabilità personali nella cancellazione della giustizia sui reati dei fascisti: non avvertì il suo partito e sottovalutò il ruolo della magistratura ancora nostalgica, al punto che si può affermare che l’Italia repubblicana ereditò l’apparato amministrativo fascista. Alcuni cercarono di giustificarlo debolmente, in realtà era abbastanza dentro il modus operandi e i suggerimenti dello stalinismo, anch’esso scollato dalla rivoluzione comunista sovietica e più simile a una dittatura liberticida, per cui paradossalmente molti fascisti aderirono al PCI.

Insomma il fascismo e i suoi crimini furono archiviati e i responsabili premiati, lo stesso accadde per i reati dei cosiddetti “alleati” (specie USA) responsabili di crimini inenarrabili contro i civili, senza contare l’occupazione militare del territorio che ancora persiste.

Per questo è inutile vantarsi di avere una bellissima Costituzione se essa non viene applicata e più di tutto il reato di ricostituzione e apologia del partito fascista, visto che il paese è pieno di fascisti e organizzazioni fasciste, anche criminali. Per non parlare della stampa fascista, già in attività dal 1945. Tutte le attuali posizioni tolleranti nei confronti del fascismo nascono dalla propaganda di questa stampa e sono state assorbite in modo più o meno estremo anche in opinioni cosiddette democratiche. I crimini del fascismo sono stati accantonati del tutto, dallo squadrismo, agli assassinii, all’abolizione dei partiti, all’arresto degli oppositori, dal confino alle leggi razziali, l’attacco a paesi sovrani in Africa e in Europa, la guerra al fianco di Hitler e via dicendo, mettendo in evidenza aneddoti ridicoli: Mussolini che zappa, bonifica, fa ruvide carezze, l’alibi anticomunista e cazzate varie.

La stampa fascista dopo la Liberazione (Il borghese, L’uomo qualunque, Candido) arrivò perfino a difendere l’organizzatore dell’assassinio Matteotti o a chiedere l’eliminazione del 25 aprile come memoria della Liberazione dal fascismo, giustificare la shoah come crimine di guerra, delegittimare il tribunale di Norimberga.

Un’osservazione che va tenuta presente per chi cerca alibi a Hitler, Mussolini e co., assimilandoli a Stalin, conseguentemente nazifascismo a “comunismo”, spesso anche persone universalmente considerate democratiche, è che occorre avere il senso delle proporzioni della crudeltà, della ferocia e dell’orrore. Stalin è da sempre l’alibi per gli anticomunisti per denigrare l’ideale comunista, che è un ideale umanitario che nulla ha a che fare con il totalitarismo e lo stalinismo. Stalin lungi da essere considerabile comunista, ha distrutto la rivoluzione sovietica, al punto che è stato condannato da ciò che ne rimaneva dopo la sua scomparsa. D’altra parte, ragionando tolstojanamente, il merito della liberazione di Auschwitz non spetta a Stalin, ma agli uomini dell’armata rossa. Detto questo, Stalin, per quante efferatezze abbia compiuto contro gli stessi compagni, non può mai essere accostato agli orrori compiuti dai nazifascisti e in primo luogo dai loro capi.

Lo stesso dicasi per l’antislavismo nazifascista, a loro era consentita qualsiasi ferocia, mentre gli slavi erano costretti a subire e non è percepita una loro lecita ribellione e ancora oggi l’alibi e l’orrore delle foibe, si cerca di metterlo come contraltare all’olocausto, benché sia evidente la sproporzione reale e storica: gli ebrei non avevano mosso un dito per giustificare la repressione contro di loro e gli slavi resistevano semplicemente all’aggressione nazifascista.

Questo tentativo anticomunista e fascista di delegittimazione della Liberazione è rimasto costantemente presente tra i neofascisti salvati dai governi post resistenza, fino alla completa legittimazione anticostituzionale di quel Berlusconi, che ancora oggi è considerato liberale e non fascista quale è sempre stato, benché conviva con questo il suo egocentrismo leaderistico utilitarista.

Da questo momento, in barba alla Costituzione, si è cercato di emarginare l’antifascismo militante, anche con una serie di decisioni che hanno inciso sulla formazione delle giovani generazioni, in una scuola che antifascista non è mai stata e con atteggiamenti arroganti che si sono spinti fino all’apologia del fascismo e in diverse occasioni alla ricostituzione di partiti fascisti, puntualmente tollerati con alibi vari. Da questo stato di cose è nato il razzismo nei confronti dei migranti e il nuovo nazionalismo reazionario.

Questo contesto è tanto più grave in quanto ha investito Presidenti della repubblica e governi, nonché altre istituzioni a vari livelli, senza che alcuno sia stato perseguito a termini di legge, dalle nomine di fascisti a suo tempo condannati come tali, alle lodi del fascista Rauti. Penserete che questo riguardi solo i Salvini, Meloni, Tajani e co., riguarda invece anche insospettabili che passano per antifascisti, e il riferimento è a scelte poco meditate dei Mattarella, Franceschini, Violante…

Recentemente Tomaso Montanari, storico antifascista, ha sostenuto molti di questi pensieri, essendo immediatamente attaccato dai fascisti che si nascondono sotto la definizione “destra”. Solidarietà a lui e a tutto l’antifascismo militante.

Questa lunga quanto necessaria esposizione, oggi che il fascismo – salvato da chi ha gestito il potere dopo la Liberazione – rialza la testa in modo insopportabile, non fa che confermare il giudizio espresso sulle riabilitazioni massicce del dopoguerra, compresa quella di Ungaretti, visto che dobbiamo pur tornare al nostro tema letterario.

Non stiamo parlando del peggiore gerarca, eppure di uno che ha avallato anche con la sua firma gli atti più atroci del regime e non ha mai ritrattato le sue scelte ad avvenuta Liberazione.

La poetica di Ungaretti è una “scala”, un cammino che con il tempo muta. La sua prima fase è stata quella di “poeta della guerra”, una fase iniziata ancora prima del 15-18 e durata almeno cinque anni, che gli si è appiccicata come un’etichetta, sgradita più che altro ai critici ossequienti e che in qualche modo si collega alla sua fase finale, un po’ involuta sotto il profilo letterario, perché meno naturale e più tecnica, ove affronta sempre più profondamente il tema della morte, legato anche a vicende personali.

Ungaretti si avvicina al Petrarca nel periodo Brasiliano – secondo i critici, dopo la perdita del figlio e del fratello -, un interesse che riflette anche sui più vicini a lui temporalmente, Leopardi, Manzoni e Foscolo, specie il primo nella “Terra promessa”, dopo il ritorno in Italia. Petrarca (più statico) lo riflette in Leopardi (più dinamico) e questo in se stesso, con i suoi rimpianti e la memoria del passato fanciullesco.

Egli vede in Petrarca il dramma esistenziale del suo tempo, il dolore, lo considera infatti “il poeta dell’oblio”, ne coglie la genericità, non le particolarità.

Per Tetrarca, Laura da terrena si è eterizzata con la morte (si è resa pietosa, più umana): l’imperfezione terrena/ rende perfetta la morte/.

Ungaretti non condivide l’idea di Besson secondo cui attraverso la memoria si può ricostruire il passato, per lui la memoria può ricordare solo alcuni fatti.

Anche rispetto all’ermetica poetica leopardiana vi sono dei distinguo, coglie rovina e decadenza, ma trasforma l’infinito in finito, cioè lo rende mondano.

Nella sua esperienza a “La voce” conobbe Umberto Saba (Poli), triestino di origine ebraica, costretto all’esilio, poi alla clandestinità. Li univa Leopardi; in Saba, in un contesto ermetico e simbolista, si scorge gioia, amicizia fanciullesca, ma anche sofferenza e dolore, visti da un lato positivo rispetto al passato e pessimistico riguardo al presente, non così in Ungaretti, che tuttavia lo apprezzava.

Saba si colloca un po’ tra Ungaretti e Montale, quest’ultimo molto empirico, materialista, ma lievemente pessimista; mentre Ungaretti era idealista, cercava sollievo nella natura di cui si sentiva parte.

Con De Robertis, che della rivista era il direttore, ebbe un rapporto sporadico legato all’apprezzamento reciproco per il frammentismo. Egli segue l’estetica crociata, legata al gusto personale – la Sanjust ritiene invece che la critica si debba fondare sulla filologia.

“La terra promessa” (1950) è terra della memoria, ove l’uomo supererebbe il finito per l’infinito, cosa impossibile, perché secondo Ungaretti, l’infinito esiste solo nel finito. Nei suoi ultimi anni pare perdere quella sorta di ispirazione cristiana che vantava, per una serie di vicissitudini personali. Eppure, prescindendo dalle vicende umane personali, non ritengo si possa separare in un giudizio, la critica letteraria da ciò che si è stati come uomini (è questo il senso della lunga premessa), e in Ungaretti le ombre non sono poche, si scorgono già nell’epistolario (se ne è fatto cenno) e nel suo rapporto con la guerra, ma esplodono con evidenza nell’adesione cosciente al fascismo, nella totale assenza di autocritica, e stante questo, nella pretesa di trovare attenzione dopo la Liberazione, come se nulla fosse accaduto.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 15.5.1997) MP

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DEI RICORSI DELLA STORIA

Lezioni condivise 112 – Formazione della filosofia moderna

31 Mag 2016 @ 11:20 PM

Credo di aver già filosofeggiato sulla filosofia; materia ostica quando si tratta di comprendere quella degli altri, probabilmente me la caverei meglio a spiegare la mia, benché sia zeppa di complessi distinguo, di ardue teorie e tripli salti carpiati… bisognerebbe inserire la filosofia nei giochi olimpici! Diciamo pure che il mio pensiero sulla filosofia è in movimento, anche rispetto a di quali filosofi si parla. Cercherò di essere sufficientemente obiettivo.
La concezione ciclica della vita – rappresentata da una spirale – ci perviene dall’epoca greca e romana, è la teoria secondo cui i fatti si ripetono nel tempo, ma anche nello spazio, mediante dei cicli, e di essa elaborò poi una teoria precisa il Vico. Non si tratta esclusivamente di un’interpretazione della storia, ma di tante altre discipline, dalla fisica ad altre scienze, comprendendo religione e psicologia.
Il tempo ha certamente un valore quantitativo (chrònos) e un aspetto qualitativo (kairós). Gli antichi greci si occupavano soprattutto di quest’ultimo valore, cioè di quanto accadeva di significativo, senza considerare la misura, relegata al fattore economico (Thorwald Dethlefsen, Il Destino come scelta, 1984). Ne abbiamo ancora oggi riscontro nella denominazione dei giorni della settimana o dei mesi. Era fondamentale l’inizio, pertanto si ragionava su quando compiere una determinata attività.
Ai nostri giorni e fin dalla fisica di Newton (tra Seicento e Settecento), queste concezioni di ciclicità vengono considerate ascientifiche, a parte i fenomeni naturali come le stagioni, il ciclo della vita e simili, mentre per tutto il resto l’universo procede progressivamente, seppure con reflussi. Non mancano naturalmente teorie complesse (buchi neri – tempo fermo – e via dicendo) di difficile spiegazione razionale allo stato attuale. Anche la concezione del tempo lineare – concetto biblico e comunque monoteista – viene considerato ascientifico, in quanto tutto procede senza mutazione una sola volta, ma inoltre vi è un inizio e una fine e tutto è affidato alla provvidenza. La filosofia di Hegel e quella di Marx, tentano di conciliare tempo ciclico e lineare, secondo lo schema tesi-antitesi-sintesi, con l’idea progressiva di società che si evolve.
Il più noto teorico della ciclicità è stato Giambattista Vico, contemporaneo di Newton, elaborò le sue tesi in “Scienza nuova”, ricostruendo la storia nell’alternanza di periodi democratici ad altri di dittature e in campo economico periodi di benessere seguiti da altri di crisi. Non fu capito e apprezzato dai contemporanei, tutti appiattiti sulle idee di Cartesio, per il quale le vere scienze erano la fisica e la matematica, concetto che Vico in sostanza capovolse, ritenendo unica vera scienza la storia, in quanto essa era fatta dall’uomo, in opposizione alla natura. Tuttavia lo stesso Vico fondava la storia come mossa dalla provvidenza, se non altro perché condizionava positivamente l’azione umana e tuttavia la distingueva dal fato, che non prevedeva il libero arbitrio. Il punto è controverso e forzato come quello derivante sulla corrispondenza tra religione cristiana e paganesimo, proprio perché entrambe volute dalla “provvidenza”, che nei tempi antichi usò il paganesimo, perché la vera religione non poteva essere compresa.
In principio il paganesimo servì allo scopo di frenare la hybris umana, punita con la nemesis. Vico si serviva della religione per dimostrare le sue tesi, dunque pur essendo credente non si soffermò sull’opera del Cristo, ma sull’opera della chiesa istituzionale, come peraltro sulla corrispondente mitologia pagana. Ma siamo certi che avesse analizzato bene la storia e i suoi effetti? Il problema delle religioni è proprio questo: l’uomo adegua il messaggio originale, semplice e giusto alla sua convenienza non così trasparente, fino a discostarsene al punto che del principio iniziale non si riconosce più nulla. Determinati libri della Legge, così, appaiono confezionati a vantaggio totale di Israele, si tollera il massacro continuo e ripetuto dei popoli non semiti che nei testi risulta voluto dalla divinità. I re sono Messia, eletti da Dio, e spesso agiscono in modo non esattamente giusto, giacché se un testo è sacro, non può essere giustificato con la cruda storia.
Questo è il concetto che opporrà i romani a Gesù. Egli il Messia, dunque re dei giudei, pertanto loro oppositore, tende a sovvertire l’ordine costituito, è un sovversivo a capo di una banda di sovversivi. Dal punto di vista romano la religione c’entra solo in quanto si oppone al loro potere. Si innesca così il meccanismo storico che produrrà le successive vicende del Cristianesimo. I Cristiani, seguaci di Gesù, cui i romani danno la caccia, fuggono da Israele ad Antiochia, a nord, in territorio siriano e sono i più poveri. Quelli più benestanti, in seguito alla conversione di Paolo di Tarso, si stabilirono gradualmente a Roma. Già da allora maturarono l’indipendenza rispetto all’ebraismo, rimanendo monoteisti, questa fu la causa della seconda persecuzione di Diocleziano.
Il concilio di Nicea (325) creò le prime spaccature, inizialmente con l’allontanamento degli ariani, poi con il divenire religione di stato (Costantino – 313, Teodosio – 391): si distinsero latini (cattolici), orientali, ortodossi, copti, siriaci, armeni. La chiesa romana, ormai autoritaria, da sottoposta allo stato, ne diviene guida, dando luogo alle prime guerre di religione e all’evoluzione soprattutto del cattolicesimo, che dal basso medioevo, fino a buona parte dell’età contemporanea si allontana dall’insegnamento originario dei Vangeli per adottare un comportamento politico, monarchico, statuale.
Occorrerebbe comprendere a quale tipologia religiosa si rifaceva il Vico, benché è immaginabile fosse quella gerarchica, senza problematiche di autenticità evangelica. La ciclicità vichiana, peraltro in contrasto con quella lineare cristiana, si fonda su tre età che si ripetono: degli dei, degli eroi, degli uomini. L’età degli dei, avviene in un regime teocratico ove tutte le azioni sono sottoposte alle indicazioni degli oracoli. L’età degli eroi (mitologia) è invece dominata dall’aristocrazia che si arroga il diritto di comandare e di governare in quanto superiore al popolo. L’età degli uomini si basa sull’uguaglianza e sugli ideali di democrazia e libertà, sulla ragione. Le prime due sono definite età poetiche, creative, si passa dal caos all’ordine, dalla fantasia alla razionalità, ma raggiunto questo stadio, si verifica un regresso e si torna alla barbarie. Vico individua la fine del primo ciclo con la caduta di Roma e l’inizio del nuovo nel basso medioevo, ma giunto all’epoca in cui visse, in piena età moderna, le sue teorie si fanno nebulose e contraddittorie, forse lo avrebbe aiutato la Rivoluzione francese, ma non la visse. La sua tesi era inoltre in contraddizione con la religione cristiana. Ciò emerse soprattutto dalle interpretazioni che ne seguirono, anche opposte tra loro.
Secondo l’Accademia di Lipsia, Vico era un gesuita conservatore e la sua opera rappresentava una concezione della storia tesa a favorire la Chiesa Cattolica (tesi adombrata più sopra). Dal canto loro i conservatori cattolici accusarono Vico di mettere in dubbio la concezione biblica della storia e il potere trascendente di Dio su di essa. Gli anticlericali e i socialisti invece esaltarono Vico fino a tutto il Settecento in quanto le sue teorie erano funzionali alla rivoluzione. Come si vede, posizioni che contrastano con la volontà del Vico stesso, ma dovute al suo voler conciliare l’inconciliabile tra paganesimo e cristianità.
Acquisiti dal vichianesimo gli elementi utili, portiamoci necessariamente nell’età contemporanea, che facciamo partire dalla Rivoluzione francese. Questa età è ancora viva, o essendone iniziata una nuova dovremmo addirittura cambiargli nome? Magari definendola età delle Rivoluzioni democratiche e osservando in essa tutti gli elementi originari e successivi che ne hanno determinato la fine.
Gli anni Ottanta del secolo scorso possono essere considerati età di mezzo tra la fine delle grandi rivoluzioni sociali e l’inizio del regresso (allora chiamato riflusso) che persiste tuttora.
Questo riguarda grandi temi sotto gli occhi di tutti, primo quello della disuguaglianza economica, che contiene l’aggravarsi della situazione in quello che era il terzo mondo, la perdita dei diritti da parte della classe operaia e la nascita di una classe di disoccupati e privi di diritti, l’arretramento della condizione e dei diritti delle donne, la nascita di nuove branche di umanità discriminate o che erano in via di liberazione e sono di nuovo oppresse o vittime di nuova schiavitù.
Nella preistoria la facoltà della donna di generare nuove vite la rendeva agli occhi dei maschi una divinità, tanto è vero che per millenni le divinità pagane principali erano femmine. Le cose cambiarono con le migrazioni delle popolazioni dall’Asia fino al tramonto della civiltà egizia. Da oriente viene portata l’idea della donna madre, non dea, e in seguito demone. Nel mondo greco c’è già un predominio maschile. Avviene il passaggio da Inanna, a Ishtar, a Isis (grande madre) fino a Lilith (Eva per l’ebraismo). Nel cristianesimo primitivo è evidente il ruolo positivo della donna. Partendo dal concetto che il trascendente deve diventare immanente, non c’è differenza nel Regno tra uomo e donna. Vangelo di Tommaso (loghion 22): “Quando di due farete uno, quando farete la parte interna come l’esterna, la parte esterna come l’interna e la parte superiore come l’inferiore, quando del maschio e della femmina farete un unico essere per cui non vi sia più né maschio né femmina (…) allora entrerete nel Regno.”
E’ necessario ribadire che le rivoluzioni, per tutta una serie di ragioni, non ultima l’inesperienza dei rivoluzionari, la caducità umana o l’infiltrazione di elementi sabotatori, dopo un avvio in linea con gli scopi che si proponevano, quasi sempre hanno trovato chi se n’é impadronito e ha fatto in loro nome tutto il contrario di quanto era dovuto: il caso più clamoroso è stato quello di Stalin per la rivoluzione russa, ma è accaduto anche con Napoleone e altri, senza contare le rivoluzioni che non erano tali, come quella americana, visto che è avvenuta sulla pelle dei nativi.
La storia non si può semplificare e tutti i fatti devono essere presenti e lo storico non può essere servo dell’ideologia, ma della verità vera, non quella dei controrivoluzionari. La rivoluzione francese è stata la madre di tutte le rivoluzioni e in più occorre ammettere che i suoi valori non si sono spenti con la restaurazione e continuano ad essere vivi. Liberté, Égalité, Fraternité è un motto e un programma valido ancora oggi e che insieme presuppone la pace anche come semplice assenza di conflitti di qualsiasi genere.
Gli stati assoluti, con le nuove assemblee (stati generali, parlamento, cortes) avevano aggregato al potere la classe borghese, almeno a livello consultivo, ed effettivo riguardo alla tassazione. Da questa novità era escluso il popolo la cui condizione rimaneva la medesima da oltre una decina di secoli. Le monarchie inoltre adeguarono i rapporti di forza con la chiesa, non più completamente egemone.
L’insoddisfazione popolare cova e ha evidenti le ingiustizie perpetrate nei suoi confronti, da questo malcontento nasce la Rivoluzione, che nel suo corso prenderà anche strade contraddittorie, ma i cui valori restano ormai insostituibili e resta la forza popolare, quando non viene sopraffatta dai fascismi. La libertà, al di là della distorta interpretazione odierna di alcuni che la intendono come il diritto di fare solo ciò che si vuole, è invece un concetto sociale che si basa sulla libertà di tutti e perché questa ci sia, ognuno deve rispettare quella degli altri, dunque il senso di giustizia che è proprio dell’uguaglianza: nessuno deve prevalere sull’altro, tutti hanno uguali diritti e doveri. A cementare questi concetti deve esserci dunque la solidarietà tra le persone, quella che i rivoluzionari chiamarono fraternità, senza la quale non esistono vere libertà e uguaglianza.
E’ forse libertà quella degli USA (per fare l’esempio di chi più si riempie la bocca insensatamente di quella parola), quando per esistere hanno sterminato le popolazioni indigene, praticato lo schiavismo e il razzismo, vivi ancora oggi con effetti letali e dove la disparità tra ricchi e poveri è massima? E fanno questo magari definendosi cristiani… usando cioè proprio il nome di ciò che non sono. E ancora viviamo all’interno di questo grande equivoco.
(Storia del risorgimento – 12.5.1997) MP

199 filosofia moderna

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DEI RICORSI DELLA STORIA
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sally brown
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Sempre a proposito di ripensamenti?

REPRESENTACION DEL DESENCLAVAMIENTO DE LA CRUZ

Lezioni condivise 111 –  Antoni Maria de Stersili

 30 Apr 2016 @ 11:55 PM

Il ripensamento sulla Storia della letteratura (nel territorio dello stato italiano) è iniziato solo negli anni Cinquanta del secolo scorso e non si è ancora compiuto del tutto. Prevale ancora una concezione centralista, pertanto accentratrice, che privilegia la lingua ufficiale e lega troppo spesso la letteratura alla ragion di stato, avente origine in quell’unità non sentita dai popoli e voluta solo da pochi nel 1861. Da allora diverse illiceità hanno generato una lunga serie di norme e atti impopolari, servendosi dell’uso della forza o approfittando del lassismo diffuso. Il resto è stata sovversione che a volte ha vinto, altre si è imposta, ma mai in maniera stabile e duratura, essendole stata opposta la forza delle armi, delle bombe e delle stragi, anche per indirizzare il modo di pensare e la cultura. Sappiamo, perché ne siamo testimoni, di come lo stato abbia sempre trattato le lingue locali, come ne abbia sempre proibito l’ingresso nella scuola, perpetrando l’ignoranza e impedendo la conoscenza linguistica corretta, almeno come bagaglio culturale di ciascun individuo.

Nell’ambito del cammino di riappropriazione della nostra cultura, della nostra letteratura, del nostro teatro, nel corso dell’anno accademico è stato tenuto in modo permanente un laboratorio teatrale con la partecipazione attiva del prof.

L’attività, conclusa con il saggio – la rappresentazione dei colleghi/attori -, si è come trasfigurata in un’esistenza parallela dello stesso sapore; non dico nel palco calpestato fin da bambini o nelle commedie di Antonio Garau, Efisio Vincenzo Melis e altri, seguite come eventi da ragazzi, ma certo nelle Compagnie teatrali sarde itineranti, accolte nei loro tour nei vari comuni dell’isola, dal primo teatro d’avanguardia, quello che trattava in maniera drammatica o sarcastica del diritto al lavoro o le rappresentazioni storiche di Francesco Masala e del Teatro di Sardegna, “Su connotu”, “Sos laribiancos”, fino alle abbuffate da uno spettacolo al giorno con tutte le maggiori compagnie sarde: Is mascareddas, Cada die, Actores alidos, La maschera, La botte e il cilindro, Crogiulo, Lucido sottile, Mario Medas, Fueddu e gestu e la lista potrebbe continuare ancora a lungo. Mettiamoci dentro anche Dario Fo, da “Guerra di popolo in Cile” e “Mistero buffo”, fino alla recente lezione in aula magna, con il ritrovare colleghe sparite da mesi, magari di quella Trexenta che vanta in tema gloriose tradizioni.

Il saggio ha risvegliato una certa nostalgia, è stato sobrio, ma sentito e toccante, nonché impegnativo, quanto di un’eccentrica suggestione, con quei costumi di scena essenziali e l’azione sulle poltroncine dell’aula magna del Corpo aggiunto. Si è rappresentato il Desenclaviamento de la cruz di Antoni Maria de Stersili (1688).

Sorvolando sul periodo proto sardo, la scrittura in Sardegna è documentata fin dal periodo fenicio-punico, cui seguì la latinizzazione e la coesistenza del sardo con tutte le lingue che introdussero i vari dominatori successivi, principalmente il greco/bizantino, catalano e spagnolo.

Visto che siamo in tema, è lecito citare uno dei primi documenti di età romana, la tavola di Esterzili, recante un decreto del proconsole Lucio Elvio Agrippa e risalente al 18 marzo del 69 d.C., imperatore Otone, relativa a una controversia legale tra le popolazioni arcaiche.

In seguito vennero i Carmina nella necropoli di Tuvixeddu (Grotta della Vipera): Dalle tue ceneri, Pontilla fioriscano viole e gigli… gli scritti di San Lucifero e Sant’Eusebio, nonché San Fulgenzio, in età vandalica, diversi codici, le Passioni dei martiri San Saturno, San Lussorio e San Gavino, le vicende agiografiche di Sant’Antioco e San Giorgio.

Intorno al 1000 il sardo venne usato nei documenti ufficiali dei Judikes, in atti notarili, nella stesura delle leggi, nei Condaghi. I documenti cominciarono a essere tanti, tra cui gli Statuti Sassaresi, e nel Trecento il documento più noto la Carta de logu.

La prima opera letteraria pervenuta a noi in lingua sarda può essere considerata Sa vita et sa morte, et passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu di Antonio Cano ed è un poemetto del Quattrocento.

Del Cinquecento si conservano più scritti: Los diez libros de Fortuna de Amor di Antonio Lo Frasso, citata anche nel Don Chisciotte di Miguel de Cervantes; in quel periodo molti autori scrivevano anche in Castigliano, come Sigismondo Arquer, Giovanni Francesco Fara, Gerolamo Araolla, con l’eccezione di Pietro Delitala (italiano).

Ed eccoci al Seicento, il secolo del nostro testo, tra gli autori, Giuseppe Delitala y Castelvì, Josè Zatrilla, lo storico Francesco Angelo de Vico, Salvatore Vidal, e siamo quasi in epoca contemporanea con una storia letteraria conosciuta e documentata.

Non bisogna dimenticare la poesia estemporanea sarda che rappresenta un patrimonio che nel corso di tanti secoli in parte si è perso. Ne trattò Matteo Madao nel 1787 ed è da citare la meritoria opera dell’altrettanto estemporaneo editore Antonio Cuccu (1921-2003). Diversi autori hanno trattato l’argomento in passato e l’hanno sviscerato nel presente.

Il segno letterario non può prescindere dal suo sostrato, che è il codice linguistico.  Ciò ha permesso di rivalutare tutte le lingue naturali e di studiare con maggiore competenza le lingue e le letterature delle minoranze.

Oggi non ha più senso parlare di letteratura italiana o di letteratura sarda, quanto semmai di comunicazione letteraria degli italiani e dei sardi, ossia di sistemi letterari policentrici la cui identità si è storicamente e geograficamente affermata grazie al contributo di più lingue e di più culture.

I poemi agiografici non furono marginali nella cultura umanistico-rinascimentale, come potrebbe far pensare la scarsa attenzione che oggi si riserva loro. Sono un’opera contigua, non incardinata alla liturgia, che sta dentro la ricca produzione devozionale legata alla celebrazione dei santi. La linea di demarcazione che separava i non alfabetizzati dagli alfabetizzati, almeno fino agli inizi del Settecento, doveva essere più o meno la stessa che divideva i sardofoni da coloro che parlavano altre lingue. La competenza degli altri codici, come il catalano e il castigliano, era patrimonio di una minoranza. Per la comunità di parlanti esse esistevano prevalentemente come lingue scritte, veicolo del potere e della cultura dotta.

Non è improbabile che, per lungo tempo, i testi che venivano scritti fossero destinati alla recitazione e al canto e nello stesso tempo concepiti in previsione di una duplice diffusione: scritta e orale.

Il Cano, mediante la variante logudorese adottò una via mediana tra l’accento fortemente religioso delle Passiones e i modi della tradizione orale della poesia religiosa sarda.

Anche Gerolamo Araolla scrisse in logudorese, un poema sacro di duecentocinquanta ottave in rima alternata e baciata, dal titolo (simile a quello del Cano) Sa vida, su martiriu et morte dessos gloriosos martires Gavinu, Brothu et Gianuariu, pubblicato nel 1582 a Cagliari, in quel periodo opere del genere furono numerose fino a Seicento inoltrato.

Il sardo costretto sempre più nei contesti comunicativi propri dell’oralità, trovò canali, spazi espressivi e circolazione testuale (orale e scritta), soprattutto negli ambiti della cultura e religiosità popolare. Soprattutto il clero continuò a parlarlo con la massa dei fedeli. L’ecclesiastico di rango poteva conoscere, oltre il latino e il sardo, anche il catalano, il castigliano e l’italiano: il castigliano perché lingua ufficiale dei nuovi dominatori, il latino in quanto cardine della funzione sacra, oltre che fondamento della classicità, veicolo della cultura scritta e principale serbatoio di modelli sintattici e retorici.

Tra Cinquecento e Seicento la poliglottìa degli intellettuali sardi, chierici e laici, costituiva, dunque, un elemento fondamentale per la generale comprensione della comunicazione letteraria in Sardegna.

Tra questi, e siamo al punto, frate Antonio Maria da Esterzili (1644-1727), il cui nome resta legato all’opera in versi Representacion del desenclaviamento de la cruz, compose in sardo-campidanese con didascalie in castigliano.

Le opere di molti autori, a partire dal XV secolo, attestano questo plurilinguismo e i loro testi risultano permeati, soprattutto nel contingente lessicale, di elementi allogeni. Latinismi, italianismi e iberismi non di rado coesistono in un rapporto simbiotico col mutante elemento indigeno e con le sue strutture organizzative più profonde. Una questione filologica legata al rapporto tra sistema grafematico e sistema fonematico. Quale contenuto fonico corrisponde a talune realizzazioni grafiche? Quale scrittura? Quale lettura? Quale pronuncia? La lingua sarda solo nella seconda metà del Novecento ha iniziato a conoscere una sia pur minima normalizzazione grafica e ortografica grazie ai premi letterari.

Di fra Antonio Maria da Esterzili sappiamo poco, non conosciamo il cognome, né abbiamo notizie certe sui luoghi ove visse e si formò, escluso il fatto che sicuramente trascorse dei periodi della sua vita a Iglesias, Sanluri e Cagliari. Tra le poche notizie pare certo che il frate venne accusato e punito dagli organi ecclesiastici per un “crimine pessimo”. Secondo alcuni studiosi si tratta di un reato politico oppure a sfondo amoroso. Eppure il frate occupa un posto importantissimo nella storia letteraria della Sardegna in quanto è da considerarsi il primo drammaturgo e commediografo della storia del teatro in lingua sarda. L’Archivio storico di Cagliari ha conservato diverse opere a lui riconducibili che hanno un inestimabile valore culturale. Il titolo completo di questa raccolta è il Libro de comedias escripto in sardo por Fray Antonio Maria de Estercili, sacerdote capuchino en Sellury, año 1688: Conçueta del nascimento del Christo, Comedia de la Pasion de N.ro Señor Christo, Representacion de la comedia del desenclavamiento de la cruz de Christo nuestro Señor, Versos que se representan el dia de la resurreccion, Comedia grande sobre la Assumption de la Virgen Maria Señora nuestra a los cielos.

(Storia del teatro e dello spettacolo – 12.5.1997) MP

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REPRESENTACION DEL DESENCLAVAMIENTO DE LA CRUZ
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Dominique
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MAL UNIDOS, DE SICURU!

Lezioni condivise 110 – La priorità della Lingua

31 Mar 2016 @ 23,58

Uno dei dispiaceri di molti intellettuali sardi è il luogo comune che ci dipinge ancora come pocos, locos y mal unidos, che ci portiamo dietro dal tempo della dominazione spagnola. E vorrei vedere il sardo che non si risentisse! Mi interessa tuttavia discutere sul giudizio di mal unidos; è naturale che ci dia fastidio, eppure se non fossimo davvero poco solidali tra noi, meno attenti ai campanili o anche alle cattedrali (nel deserto) e più al bene della Sardegna, forse staremmo un po’ meglio. Non mi avventuro in analisi storiche peraltro già in parte affrontate, voglio riferirmi al presente e alla fondamentale questione della lingua. In questo campo noi sardi stiamo dando il peggio di noi stessi, come quei politici che ogni volta buttano giù anche quel poco di buono fatto dai predecessori, vecchia usanza latina, una sorta di damnatio memoriae.

Sembrerebbe che lo stato della lingua sarda sia nuovamente a un bivio, o a un trivio. Il nuovo secolo era iniziato bene. Nel 1999 la legge sulle minoranze linguistiche, riconosceva finalmente anche se molto parzialmente, un nostro diritto costituzionale e qualche anno prima una legge regionale, esecutiva, riconosceva pari dignità a sardo e italiano. Da allora sono stati fatti molti passi avanti in positivo, ma molti meno di quelli che si sarebbero potuti fare, quasi sempre per i freni dei politici nostrani e per questo non si è colto l’attimo per fare quelli necessari – tra questi il regolamento di attuazione della legge 482/1999 -, comunque quasi tutti i Comuni della Sardegna hanno attivato uno sportello linguistico, l’insegnamento del sardo sta facendo breccia nella scuola e nella società civile, si sono realizzati alcuni progetti, purtroppo in parte un po’ abbandonati… bontà del renzismo!

Da alcuni anni, forse anche troppi, si assiste a uno stallo se non a un regresso; spiace constatare che ciò coincida con il ritorno in regione di una giunta che si definisce di “sinistra”, o forse per prudenza di “centrosinistra”. L’elettore spera sempre che i governi “progressisti” facciano cose conseguenti, invece si deve regolarmente constatare che anche questi governi continuano a fare cose di destra. E la favola che le categorie destra e sinistra sono superate non si può sentire, giacché c’è un abisso tra chi subisce le politiche conservatrici e chi invece ne usufruisce. La realtà è che non c’è più sinistra…

L’azione del movimento linguistico segna il passo anche per l’eccessivo calo dei finanziamenti, che pur tenendo conto della crisi, sono un attentato alla valorizzazione della lingua sarda ed è peraltro quanto ci si può aspettare da una politica retriva, che ragiona ancora contando gli elettori che accontenta per carpirne il voto.

Ciò che non ci si aspetterebbe è che persista una sorta di “guerra”, o più di una, tra i partigiani della lingua sarda… Nella migliore delle ipotesi si tratta di contrasti di campanile: il mio sardo è migliore del tuo e roba simile, ma si tratta anche di guerre di “potere”, gelosie, le peggiori faziosità e disobiettività, cavilli assurdi, testardaggini, pinnicas. Situazioni che frazionano il movimento linguistico, favoriscono i passi indietro e l’avanzata dei detrattori della lingua sarda.

Le posizioni più nocive sono quelle degli integralisti del logudorese e del campidanese, testardi quasi quanto Likud e Hamas. Posizioni che stanno minando una situazione di equilibrio e apertura della LSC. Vi erano cose da rivedere e lentamente si stavano rivedendo, non a favore delle fazioni, ma della lingua sarda. Chi blocca il progresso della lingua con queste questioni ha certamente altri interessi che non sono il bene del sardo, ma usa il sardo per affermare la propria persona ed è questo il motivo per cui non si fanno passi avanti e si tira continuamente il freno.

Parlavo di guerre, perché sono diverse: Campidano vs Logudoro, tutti contro tutti, difensori della lingua contro accademici, studiosi contro studiosi, giovani contro maestri e via dicendo.

Questa paradossale dimostrazione di disunità è da stigmatizzare, da denunciare, fa incazzare seriamente chi nel movimento linguistico vuole esclusivamente il bene della lingua sarda e non posizioni di potere, ed è chiaro che servono i denari per chi lavora, ed è chiaro che chi lavora deve essere retribuito.

Quanto agli studi, alla ricerca, credo diano un importante contributo alla lingua; gli atlanti stessi lo danno sicuramente al lessico e non solo, le parole non sono mai fini a se stesse, ma hanno una storia, un’etimologia, e nessuno ha il diritto di cassarle. Sarebbero auspicabili invece collaborazioni e idee e soprattutto lavorare tenendo in piedi una base concreta, che è la LSC e non muoversi nel caos.

Dalla LSC lingua di scrittura, lingua ufficiale, si parte verso la formazione della koinè, senza imposizioni di stile manzoniano, che abbiamo visto cosa hanno prodotto per reazione nell’italiano: la guerra dei “dialetti”, la loro necessità di farsi spazio con la forza, contro gli apparati, primi fra tutti i ministri della P.I., che spesso hanno agito contro gli stessi loro compiti, come ministri dell’ignoranza. Non penso che queste parole possano cambiare le cose, ma le dico, in mezzo a chi si fa la guerra, è bene che quelli che vogliono lavorare si contino, si conoscano e portino avanti la lingua sarda nella sua totale ricchezza.

Quali i concetti da privilegiare? Proteggere le specificità e favorire la crescita della koinè, fenomeno naturale e in corso; tutela di tutto il lessico e la grammatica, salvo le sole banali variazioni fonetiche, che pure come in ogni lingua possono coesistere. La ricchezza della lingua va favorita e non gettata via. E’ naturale che un significato possa essere espresso con più termini e non c’è più situazione deprimente di dover sentir ripetere sempre gli stessi luoghi comuni.

Ma affrontiamo concretamente un Atlante linguistico pubblicato o almeno del quale è iniziata la pubblicazione. Si tratta dell’Atlante Linguistico Italiano (ALI – italiano non inteso come lingua, ma come territorio), il cui primo volume (almeno in questo campo abbiamo avuto una priorità) è quello relativo alla Sardegna. Naturalmente non si tratta di una preferenza, ma di una ragione scientifica: il fatto che il dominio del sardo abbia confini finiti, precisi, essendo limitato all’isola e la sua peculiarità, come lingua più conservativa tra le lingue neolatine (tanto che Dante ci volle escludere dalle parlate volgari sostenendo che il sardo ripeteva pedissequamente il latino. Si tratta di un argomento che meriterebbe una specifica trattazione, mi limito solo a osservare che la conoscenza del sardo da parte del “divin” poeta non era approfondita, evidentemente, giacché tra l’altro non ne coglieva il sostrato e le varianti territoriali derivanti dalle diverse fasi temporali di influenza del latino e dal contatto con altre lingue. In ogni caso dobbiamo dargli atto che fu il primo a sostenere il nostro slogan: Sardigna no est italia).

Il materiale è pubblicato in volume per carte sparse (schede), per concetti linguistici produttivi. Vediamo la scheda della parola pipistrello (essere tra topo e uccello).
La scheda mostra una illustrazione contenente il risultato della ricerca sul campo, ovvero le varie voci nel sardo del termine in esame. Si dà atto che nel sardo non esistono continuazioni della voce latina (con buona pace di Dante), ma esclusivamente tipi lessicali originali, peculiari (attinenti alla creatività popolare locale).
I tipi fondamentali. Settentrione: tzirriolu; meridione: zunzurreddu, sunzurreddu, sintzimurreddu.
Dizioni minori. Centrale: alipedde (ala ‘e pedde) ala di pelle (Goceano, Margine; Buddusò, Nule, Bono).
Nuorese: zuzurreri (dal rumore delle ali, onomatopeico).
I tipi marginali: il genovese ratu pernugu (Calasetta), il catalano rata piñata (Alghero), i catalanismi del campidano: arratapignatta (con il fenomeno della prostesi e del raddoppiamento sintattico, come in riu – arriu).
Alcune variazioni morfologiche chiariscono il senso rendendo più facile la parola: da alipedde deriva a Orani,  impeddone (fonosimbolismo).
La dicitura farighe proveniente dal Corso, ha invaso l’area di tzirriolu.
Il ricorso a nomi sostitutivi per le denominazioni ha in Sardegna, come altrove, ragioni apotropaiche: non nominare affinché non compaia, così come si fa per la volpe che è chiamata in modo surrogato – come viene esaminato nella seconda carta – es. margiani.

Per l’approfondimento dello studio i materiali sono disponibili nelle biblioteche universitarie.
Gli Atlanti linguistici sono un importante strumento scientifico, ma anche di tutela del lessico, specie quello delle lingue minoritarie.

(Linguistica sarda – 9.5.1997) MP

Commenti (1)

MAL UNIDOS, DE SICURU!
1 #
            Tonya
tonyaleigh.com/blog/
tonya.angel@gmx.de
158.222.6.157
Inviato il 16/08/2017 alle 07:17
I needs to spend some time learning more or understanding more.

ZÎZNASE

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