THE FEELING OF THE TIME

30 Giu 2014 @ 10:48 PM

WHAT THE THUNDER SAID

Here is no water but only rock
Rock and no water and the sandy road
The road winding above among the mountains
Which are mountains of rock without water
If there were water we should stop and drink
Amongst the rock one cannot stop or think
Sweat is dry and feet are in the sand
If there were only water amongst the rock
Dead mountain mouth of carious teeth that cannot spit
Here one can neither stand nor lie nor sit
There is not even silence in the mountains
But dry sterile thunder without rain
There is not even solitude in the mountains
But red sullen faces sneer and snarl
From doors of mudcracked houses
If there were water
And no rock
If there were rock
And also water
And water
A spring
A pool among the rock
If there were the sound of water only
Not the cicada
And dry grass singing
But sound of water over a rock
Where the hermit – thrust sings in the pine trees
Drip drop drip drop drop drop drop
But there is no water

***********************

COSA HA DETTO IL TUONO (da “The Waste Land”)

Qui non c’è acqua, ma solo roccia
Roccia e non acqua e la strada di sabbia
La tortuosa strada sopra le montagne
Quali sono le montagne di roccia senza acqua
Se ci fosse acqua ci fermeremmo a bere
Tra le rocce non ci si può fermare o pensare
Il sudore è asciutto e piedi sono nella sabbia
Se ci fosse solo acqua tra le rocce
La bocca di denti cariati della montagna morta che non può sputare
Qui non si può stare in piedi né mentire né sedersi
Non c’è nemmeno il silenzio in montagna
Ma il tuono asciutto e sterile senza pioggia
Non c’è nemmeno la solitudine in montagna
Ma i volti rossi imbronciati derisi e ringhianti
Dalle porte delle case di fango incrinate
Se ci fosse acqua
E non roccia
Se ci fosse roccia
E anche acqua
e acqua
Un’estate
Una piscina tra le rocce
Se solo ci fosse il suono dell’acqua
Non la cicala
E l’erba secca che canta
Ma il suono dell’acqua su una roccia
Quando l’eremita – canta tra gli alberi di pino
Drip drop drip drop drop drop drop
Ma non c’è acqua

T. S. Eliot (from “The Waste Land”)

Commenti (3)

The feeling of the time
3 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
79.41.176.230
Inviato il 05/07/2014 alle 13:45
oggi anche per me è una giornata da waste land…

The feeling of the time
3 #
Vitty
vitty.blog.tiscali.it
vitty.n@tiscali.it
84.223.32.115
Inviato il 04/07/2014 alle 21:31
Complimenti per la scelta di questo testo.Davvero difficile da interpretare. Mi piacerebbe sentire una tua spiegazione 🙂

The feeling of the time
3 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.72.247.166
Inviato il 19/06/2014 alle 22:49
dove eravamo rimaste? a Fedor…probabilmente, troppo lungo il discorso, troppo lungo. La linguistica invece mi ha sempre incuriosito: che necessità c’era di sviluppare lingue, idiomi diversi? e sulla base di cosa? perché il cirillico dei russi e il mandarino dei cinesi? una forma di difesa, non permettere l’ inclusione. Come quando da bambini si inventa un codice segreto per non farsi capire dagli adulti? ciao, alla prox…

ORA DE MOSCIURA

Lezioni condivise 89 – Atlante linguistico mediterraneo

31 Mag 2014 @ 11:58 PM 

Tornando a parlare di atlanti linguistici nella consapevolezza della ricchezza culturale che contengono, come per tutti i lavori che è complesso far apprezzare a tutti, è triste pensare che nel mondo e anche vicino a noi, ci sia ancora chi pronuncia la parola dialetto in senso spregiativo, ci si vergogni di parlarlo o si parli queste lingue senza stimarle, per ignoranza patita o volontaria e peggio che mai per scelta politico/sociale, dunque con intenti assolutamente snob, tesi a diffondere sottocultura, dunque limitare la libertà di espressione e conoscenza.

Lo studio degli atlanti, la possibilità di consultarne le schede, apre mondi nuovi, crea prospettive inesplorate, nuove fratellanze, nuovo sapere, produce una serie di interazioni storiche, geografiche, antropologiche, economiche, perfino la pace tra gli uomini, giacché la guerra, la violenza, le armi, sono prerogativa degli ignoranti e di chi vuole mantenere l’ignoranza.

Dietro la formazione di un atlante linguistico vi è un lavoro colossale, sia preparatorio, sia esecutivo e di elaborazione, ma la risorsa che si forma non è fine a se stessa come si è detto, anzi essa è suscettibile di altri usi scientifici; una sorta di ricerca sul campo universale relativa ai temi indagati, utile a vari profili sociolinguistici.

Peraltro le isoglosse, i confini linguistici, mai netti sotto il profilo etimologico e semantico, e se anche lo fossero… permettono di pervenire alla conclusione che le differenze e le diversità sono valori da apprezzare, dunque uniscono e non sono oggetto di rivalità, ostilità, chiusura, ma offrono il piacere di conoscere l’altro.

In breve, la metodologia per la formazione di un atlante si basa sulle regole fondamentali della ricerca sul campo: si stabiliscono punti di indagine in base a criteri etnico-linguistici e anche la non raccolta di materiali in determinate zone è un decisione scientifica; si predispone un questionario con le domande da porre a individui scelti come campione; si mette al lavoro il raccoglitore, che deve ascoltare e analizzare le diversità fonetiche con metodo (si ricorre talvolta alla conversazione guidata con la registrazione, dunque pur basandosi su una griglia di argomenti precedentemente stabiliti, l’informatore viene orientato, pur sviluppando liberamente il suo discorso, a fornire le informazioni necessarie all’inchiesta); si passa poi alla lunga fase di elaborazione e scrittura.

I primi atlanti linguistici sono stati legati ad attività di terra, cioè hanno riguardato zone interne, pertanto la decisione di realizzare l’Atlante Linguistico Mediterraneo, dunque relativo a zone costiere, è stata una novità, soprattutto perché è stato il primo atlante linguistico ad aver preso programmaticamente in considerazione lingue e dialetti di famiglie linguistiche diverse. Cosa poteva esserci in comune sotto il profilo linguistico tra paesi che si affacciano sul Mediterraneo? La tesi dello studio, piuttosto scontata, era che nel corso dei secoli ci fossero state interferenze tra le varie lingue costiere e di ciò si suppone non abbia ragione di dubitare neanche il profano.

Per diffondere i risultati nell’immediato, man mano che il lavoro procedeva si pubblicò un bollettino; era chiaro che il lavoro sarebbe stato lunghissimo. Il primo numero del bollettino ha pubblicato il questionario, non troppo vasto, suddiviso per campi semantici uniformi. Una trentina di raccoglitori, esperti di linguistica, hanno selezionato (tra il 1960 e il 1972) in 165 località costiere, la trascrizione fonetica di circa 850 termini relativi al mare, attualmente raccolti in volumi. Il lavoro ha trovato parecchie difficoltà e si è fermato per qualche tempo.

Questo lavoro non ha certo potuto prescindere dal linguaggio della pesca, che per ovvie ragioni è anche quello che ha avuto più opportunità di interazione anche ai giorni nostri.

Il linguaggio della pesca, tecnico, usato esclusivamente dagli addetti ai lavori, presenta dei risvolti molto particolari, riguarda ad esempio le stelle, non tanto per l’orientamento che è desunto dalle coste, dalle colline sul mare e altri riferimenti di terra, ma proprio per l’attività della pesca in quanto tale.

Pare che allo spuntare di alcune stelle il pesce faccia dei movimenti ripetitivi che per questo favoriscono la pesca.

Secondo una testimonianza di pescatori siciliani, verso le 23 sorge la stella “U’ vastuni” (che mutua verosimilmente il nome dalle rete che si usa in quella circostanza, altrimenti detta paranza, rete a strascico) e il pesce sale dal fondo facilitando la pesca. Questa tesi sostiene che il pesce è attratto dal mutare della luce, argomento controverso, perché forse è più opportuno pensare all’influenza delle maree, legate tuttavia alle fasi lunari.

Il fenomeno della stella U’ vastuni pare si ripeta allo spuntare dell’Orsa maggiore o A’ puddara (le sette stelle), al quarto di luna (u’ quartu), alla vigilia della luna piena (prima de la chinta), il giorno stesso (supra chinta, quinta fase lunare) e l’ultima sera prima della luna nuova (spariluna). Nei primi giorni successivi alla luna piena (ruta chinta) pare che il pesce sparisca dalla circolazione.

Ma non c’è uniformità di vedute, altre testimonianze infatti individuano l’ora di mosciura, cioè quando non di vede un pesce in circolazione, alle fasi di quadratura tra luna e sole (primo e ultimo quarto), altre ancora parlano di ora mala per la pesca nel mercoledì, e che dire delle piume di uccello in barca. Più concreta è la paura del coniglio da parte dei pescatori, in quanto deteriora le reti.

Ho fatto cenno alle maree, che vengono influenzate dal ciclo lunare. I pescatori conoscono questa influenza sul mare e sui pesci, talvolta anche solo in modo meccanico e naturalmente tutto ciò si riflette sulla lingua.

Il ciclo lunare per me è stato sempre qualcosa di molto complicato, anche se in realtà non mi ci sono mai soffermato con intenti mnemonici, forse è la volta buona.

Una fase lunare, da luna nuova a luna nuova, cioè da quando la luna riprende a crescere, dura 29 giorni, 12 ore e 44 minuti. Questo tempo è diviso in otto fasi (circa 3 giorni ciascuna): luna nuova, falce crescente, primo quarto, luna crescente, luna piena, luna calante, ultimo quarto, falce calante e si ricomincia con la luna nuova.

Le maree, variazioni periodiche del livello delle acque, si verificano ogni 12 ore e 26 minuti e derivano dall’attrazione gravitazionale di luna e sole su esse. Ogni 24 ore o poco più si avranno due alte maree e due basse maree a intervalli di poco più di sei ore l’una dall’altra; esse ogni giorno si sposteranno di circa un’ora rispetto al giorno precedente, così che in circa una settimana a una alta marea, la settimana successiva, corrisponderà una bassa marea. L’alta marea si verifica quando la terra, nella sua rotazione, si avvicina contemporaneamente nei due emisferi opposti, alla luna.

L’allineamento di sole e luna provoca le maree, ovunque sia la terra. Si hanno le maree sizigiali (maree più alte e più basse del normale) due volte al mese, con luna piena e luna nuova.

Con sole e luna in quadratura (perpendicolari) le maree sono meno ampie (meno alte e meno basse). Anche ciò avviene due volte al mese, al primo e ultimo quarto. Le maree, sono otto come le fasi lunari, quattro normali, due sizigiali, due quadrature. La loro escursione metrica varia in base alla località geografica, fino a massimi di 18 metri e diminuisce man mano che ci si avvicina all’equatore.

Altre variabili per le maree sono il vento, il temporale, fonti di luce, la pressione atmosferica, le correnti.

La pesca si esercita preferibilmente durante le maree sizigiali, che portano pesci e il loro cibo nella acque meno alte. Le maree di quadratura sono le più sfavorevoli. In genere ciò vale sia sotto costa sia in alto mare, almeno per le specie che seguono comportamenti regolari. Ma le variabili sono talmente tante che è arduo pensare a delle regole valide per sempre.

Ho fatto un po’ il percorso del pesce: de limba in pisca, de pisca in retza, de retza in giassu, de pa(l)u in frasca.

(Linguistica sarda  – 14.3.1997) MP

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Ora de mosciura
1 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
giuliapenzo@alice.it
79.44.168.124
Inviato il 14/05/2014 alle 20:37
http://www.repubblica.it/economia/2014/05/14/news/il_bonus_da_80_euro_anche_per_cassintegrati_e_disoccupati-86120135/?ref=HREC1-2
Che dici, 80 euro, sono da rottamare, come Ungaretti?

L’APPIATTIMENTO NEOCLASSICISTA MINCULPOPPISTA

Lezioni condivise 88 – Il sentimento del tempo

30 Apr 2014 @ 11:59 PM 

Le cose peggiori che era necessario dire su Ungaretti sono state dette, forse anche le migliori possibili, per cui esaminando la sua produzione di regime e i cambiamenti di stile netti dall’Allegria al Sentimento del tempo, inutile farsi tanti scrupoli.

Il suo appiattimento stilistico rispetto alla prima produzione e le scelte difformi dalla sua biografia precedente alla grande guerra, lasciano perplessi e non c’è modo di trovargli giustificazioni.

La nuova “poetica” era imposta dalla dittatura, ovvero dalle sue ramificazioni minculpoppiste, e Il Sentimento del tempo – sua seconda silloge del 1933/36, 70 poesie – ne è il frutto. E’ vero che non fu il solo ad aderire al regime, ma i più hanno l’attenuante della giovane età e soprattutto l’aver preso a un certo punto le distanze dal fascismo, cosa che il “nostro”, come abbiamo già detto, non ha mai fatto, anzi ne è stato per certi versi un soccorritore, ha cercato di mettere tutto e tutti sullo stesso piano, come fa ancora la destra, comprese le zone grigie del PD.

Il sentimento del tempo è molto diversa dall’Allegria, per stile e contenuti. La forma ripristina la metrica classica, punteggiatura, aggettivi, uso regolare della sintassi, ricercatezza delle parole, la retorica, l’allusione, polivalenza, ermetismo, spazi tra i versi, strofe brevi a rima libera e vari tecnicismi arcaici.

L ’Allegria invece si basa sull’assenza di metrica, di punteggiatura, di aggettivi, il verso era libero, la sintassi trascurata, le parole concrete e comuni, i versi essenziali senza figure retoriche, solo similitudini; il linguaggio scarno e intenso, i versi franti, spezzettati, versi-parola, versi aggressivi.

La guerra ha cambiato tante cose e principalmente ha portato il fascismo, ragione politica del cambiamento del lucchese, uomo ubbidiente al duce, al punto da non vedere il liberticidio che il dittatore aveva prodotto in Italia. Ungaretti era perfettamente integrato nell’ideologia fascista, la sua libertà era solo metafisica.

Le altre ragioni che vengono sollevate per un cambiamento simile, non sono a mio avviso determinanti: quelle personali – il trasferimento a Roma, il matrimonio con Jeanne Dupoix, la paternità, la morte della madre, il disagio economico; culturali – la collaborazione con La Ronda di Vincenzo Cardarelli e il ritorno all’ordine anche metrico, al nuovo classicismo, diretta conseguenza della stretta del regime, che dettava le sue leggi su tutto (quelli di “Ragioni di una poesia” del 1949 sono pretesti, tentativi di dare una motivazione “poetica” al cambiamento, in contraddizione con la passata vicinanza al simbolismo francese); religiosi – la “conversione” al cattolicesimo (convertirsi e aderire al fascismo è una bella logica!)

Semmai gli elementi non politici possono aver inciso sui contenuti: l’osservazione del paesaggio romano, d’estate, paragonato al barocco (che sbriciola e ricostruisce), un rapporto tra vita e morte; il sole, visto nella sua funzione implacabile, violenta, accostato a una “libertà” che rende prigionieri.

In questo senso egli stesso individua tre momenti della raccolta: il paesaggio come profondità storica; la civiltà minacciata di morte e dunque il destino dell’uomo in relazione con l ’eterno; l’invecchiamento, il perire della carne.

L’opera consta di sette sezioni: “Prime” (1919-1924), ancora vicina all’Allegria;  “La fine di Crono” (1925-1931), pre-ermetiche, già con elementi neoclassici: paesaggi estivi e pensieri metafisici, poesie oscure come L’isola e Fine; “Sogni e Accordi ” (1927-1929), paesaggi, ambiente, ove l’uomo è Stanca ombra nella luce polverosa; “Leggende” (1929-1935), poesie dedicate a persone care morte, ermetiche e tradizionali; “Inni” (1928-1932), riflessione sulla condizione umana, una sorta di rapporto dialettico con Dio, cui si chiede ragione dei tormenti dell’umanità, riconoscendo infine la natura malvagia degli uomini.

Gli “Inni” comprendono La PietàCaino e La Preghiera, considerate le migliori della raccolta, si tratta di una trilogia con versi ermetici e polisemantici, scritti durante la conversione religiosa.

La pietà è ritenuta la migliore, esprime la disperazione dei suoi primi 40 anni. Reca epigrafi, domande retoriche. Non ci vedo livelli ieratici alti e tanto meno l’accostamento ai salmi, azzardati da alcuni critici.

No, odio il vento e la sua voce/ di bestia immemorabile./Dio, coloro che t’implorano/ Non ti conoscono più che di nome? (…) La luce che ci punge/ è un filo sempre più sottile./ Più non abbagli tu, se non uccidi?/ (…) E per pensarti, Eterno,/ non ha che le bestemmie.

Il discorso prosegue in Caino, raffigurato in senso mitico e storico:

Corre sopra le sabbie favolose/ e il suo piede è leggero./ O pastore di lupi,/ hai i denti della luce breve/ che punge i nostri giorni“. Una luce breve in cui si intravede già la notte eterna.
Sei tu fra gli alberi incantati?/ E mentre scoppio di brama,/ cambia il tempo, t’aggiri ombroso,/ col mio passo mi fuggi…”.

L’uomo non è onesto di natura, sostiene Ungaretti, si dibatte nella primordiale tendenza umana al peccato, sempre in conflitto tra l’istinto violento e il desiderio di innocenza. Ma il brano, pur nella sua rappresentazione pacata, riporta un’immagine molto pericolosa, specie se espressa da un aderente al fascismo, è l’attacco alla Memoria, sia sotto il profilo storico che intellettuale. La Memoria non sarebbe onesta perché ricorda al peccatore il suo delitto, che ha oblio solo nel sonno. Allontanando la memoria del peccato si tornerebbe innocenti. Sembra satira! E’ la ricerca di alibi per tutte le nefandezze commesse dal duce? Gli interpreti benevoli suggeriscono che Ungaretti intenda semplicemente inibire la memoria onde evitare la ripetizione di fatti efferati, ma che significa? E’ esattamente il contrario dell’insegnamento umanitario di Dostoevskij in Delitto e castigo: per espiare un delitto occorre ravvedersi, guadagnarsi così una nuova possibilità di vivere, senza rimuovere nulla. Ma quella debole giustificazione è smentita dal poeta stesso quando contrappone innocenza e Memoria, che definisce “figlia indiscreta della noia”. Il Pensiero è dunque noioso? Questo è oscurantismo intellettuale, il capovolgimento di un valore; ed è inutile che si cerchi soccorso in Leopardi, per il quale era noia la nostalgia delle occasioni perdute, in un contesto peraltro personale e non sanguinario. Qui siamo invece a predicare l’incoscienza/innocenza contro l’indiscreta scomoda Memoria che ricorda un fratricidio.

Il concetto torna ne “La terra promessa”: Memoria di Didone, IV coro “Solo ho nell’anima coperti schianti,/ equatori selvosi, su paduli/ brumali grumi di vapore dove/ delira il desiderio,/ nel sonno, di non essere mai nati”.  Ma qui si tratta di dimenticare un dolore, non un delitto, anche se la Memoria è sempre consolatrice e aiuta nei passi successivi.

La preghiera chiede perdono per i peccati degli uomini; rappresenta la raffigurazione delle anime dopo la resurrezione dei morti, che si uniranno e formeranno l’eterna Umanità e il sonno felice di Dio.

Come dolce prima dell’uomo/ doveva andare il mondo./ L’uomo ne cavò beffe di demòni,/ (…) Signore, sogno fermo,/ fa’ che torni a correre un patto./ Oh! rasserena questi figli (…)Vorrei di nuovo udirti dire/ Che in te finalmente annullate/ le anime s’uniranno/ e lassù formeranno,/ eterna umanità,/ il tuo sonno felice.

La sesta sezione della silloge è “La morte meditata” (1932), sei canti sulla morte, vista con distacco, impersonata da una donna. Stile ermetico, nominalistico, evanescente e indistinto.

La settima sezione, “L’amore” (1932-1935) comprende otto poesie aggiunte nell’edizione del 1936. L’amore ispirato da donne lontane, sempre in chiave ermetica e indefinita.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 14.3.1997) MP

Commenti (1)
L’appiattimento neoclassicista minculpoppista
1 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.0.244.16
Inviato il 28/04/2014 alle 23:11
Guarda che in america ci sono andati gli europei per primi (non è che i nativi siano scomparsi per colpa degli amerikani, visto che gli unici amerikani erano proprio i nativi), quindi prenditela con noi che siamo andati là con sete di conquista. hai provato a spiegarlo dopo, ma prima hai fatto gli stessi danni di Odifreddi

L’OLOCAUSTO OCCULTATO

Lezioni condivise 87 – La scoperta dell’Amerika

31 Mar 2014 @ 11:57

Non si può parlare della scoperta dell’America dispensando la solita storiella di Colombo, pur farcendola di dati storici meno noti, senza mettere in primo piano le conseguenze reali di quell’evento, forse non volute dai protagonisti più celebrati, colpevoli se non altro di gravi omissioni e scelte irresponsabili. Un buon contributo in questo senso lo dà il film 1492: Conquest of Paradise di Ridley Scott. Certo, siamo alla fine del medioevo, ma persone illuminate ne erano già nate parecchie. Gesù Cristo, nel cui nome molti di questi protagonisti agivano (e questo vale ancora oggi), era nato quindici secoli prima.

Ammetto che non si possa essere tutti ricercatori di tutto, ma esistono dei documenti alla portata di chiunque, denunce (anche attraverso musica, libri, cinema) che vengono ignorate da secoli, opere addirittura premiate per l’idiozia ipocrita e contraddittoria o strategica del sistema. La cosa più pericolosa per esso è che si apra un dibattito di massa e – visto che gli amerikani dividono il mondo in buoni e cattivi – che i “buoni” capiscano che i cattivi per eccellenza sono proprio loro.

I dati di fatto di questo semplice corollario sono davanti agli occhi di tutti: gli amerikani, gli yankees (che per intenderci distinguo dagli americani), fanno da sempre il contrario di quello che predicano (in Italia hanno tanti seguaci, ad esempio qualcuno che parla sempre a sproposito di libertà).

Libertà, democrazia, ambiente, diritti civili… alcune conquiste in questi ambiti, ma largamente parziali, sono state ottenute a caro prezzo da minoranze americane, con il sangue e con il carcere, come se in una democrazia fosse normale l’intrigo, l’assassinio e altre nefandezze, per negare diritti civili riconosciuti in quegli stati che possono fregiarsi di essere tali, cioè democratici.

Negli USA vige ancora la pena di morte, il sistema giudiziario non impedisce che innocenti possano essere condannati e giustiziati, non vi è il diritto allo studio, né alla salute, quando si parla di cittadini si intende una fascia di persone con una certa posizione sociale e reddito, chiunque può armarsi e fare strage di innocenti, vi è limitazione di accesso e circolazione sulla base delle idee… E del ruolo che gli USA svolgono nel mondo vogliamo parlarne? Hanno sempre appoggiato le dittature sudamericane, favorito i golpe, mantenuto guerre nel mondo a salvaguardia di interessi illegittimi (per loro le guerre sono un business), rivendicano soluzioni per le quali quando era interesse degli USA si è agito in maniera opposta (esemplare la questione Kosovo – Crimea), persistono nell’inquinamento mondiale e l’elenco potrebbe continuare; ma il loro crimine maggiore, che continua ad essere perpetrato, è lo sterminio dei popoli nativi, il razzismo, la disuguaglianza in base a criteri etnici…

E’ ancora calda la visita di Obama in Italia, farcita di retorica (sono lontani i tempi dei pugni chiusi alle olimpiadi), la pelle nera non è più sufficiente a dare garanzia di vera democrazia. Certe allusioni fatte da Obama sono un insulto all’intelligenza della gente: come si può non essendo ipocriti patentati, protestare per la decisione del popolo di Crimea di separarsi dall’Ucraina e un attimo dopo lodare la missione militare in Kosovo, territorio sottratto all’integrità territoriale della Serbia. Per osare tentare di farla franca in questo modo, o si è tarati da anni di propaganda amerikana o si pensa che la gente sia fessa. La vera democrazia non si fa con due pesi e due misure a seconda della convenienza, se si vuole essere credibili. Obama è un “arbitro” di parte, faziosissimo, che se ci fosse un organo di controllo dell’imparzialità e correttezza tra argomentazioni e atti concreti, lo radierebbe di sicuro dalla sua funzione. Se poi mi si dice che Barack è il meno peggio che possa assurgere al suo ruolo, posso concordare tranquillamente. Certo in America c’è gente migliore, ma non penso potrà mai abitare la casa bianca.

Assolutamente da segnalare, allora, le poche voci che gridano nel deserto, come quella di Piergiorgio Odifreddi ne Il matematico impertinente; dice quello che si deve dire, la verità: Hitler nel concepire lo sterminio degli ebrei, si ispirò all’ ”efficienza” con cui gli stati uniti, dunque i coloni europei, sterminarono i nativi americani, e lo scrisse nel suo cesso di carta detto Mein Kampf.

Quell’efficienza fu davvero tale se oggi negli Stati Uniti nativi e meticci sono circa lo 0,13 % della popolazione totale.

La tattica fu la stessa del nazismo: denigrazione persistente dei nativi, negazione della loro cultura, per giustificare lo sterminio di quelle civiltà.

La verità sullo sterminio è stata nascosta per anni e ancora oggi proseguono i tentativi di occultamento della realtà storica, di gran parte dei documenti prodotti dai nativi e persino delle testimonianze reali. La denuncia dei fatti è ancora una prerogativa di pochi, della controinformazione.

Scrive Odifreddi: Il modello per la soluzione del problema ebraico è stato il modo in cui gli Stati Uniti avevano risolto l’analogo problema indiano: un genocidio sistematico e scientifico dei diciotto milioni di nativi che vivevano nell’America del Nord.
La legge del 1933, per la prevenzione dei difetti ereditari, era esplicitamente basata sul modello statunitense di Harry Laughlin, al quale i nazisti diedero per questo motivo una laurea ad honorem nel 1936 a Heidelberg. (…) La prima legge per la sterilizzazione di “criminali, idioti, stupratori e imbecilli” fu promulgata nel 1907 dall’Indiana…  Imitata da una trentina di stati americani, e dichiarata costituzionale nel 1927 dalla Corte Suprema… Negli anni ’30 furono sterilizzati 60.000 individui negli Stati Uniti, metà dei quali nella sola California…  Negli anni ’50, dopo la guerra, furono castrate 50.000 persone. Gli Stati Uniti hanno dunque preceduto e ispirato il nazismo (fonte Kelebek).

Nel 2007, una parte dell’American Indian Movement guidata da Russell Means, ha chiesto l’indipendenza della nazione Lakota dagli USA. Le condizioni di vita dei nativi sono nettamente inferiori rispetto a quelle dei bianchi, ispanici e anche di molti afroamericani: vi è infatti un’alta percentuale di suicidi tra gli adolescenti di 150 volte superiore a quella statunitense, una mortalità infantile cinque volte più alta e una disoccupazione che tocca cifre altissime; sono inoltre molto diffusi la povertà, l’alcolismo e la tossicodipendenza. In seguito a questa azione politica, dichiaratamente nonviolenta, è stata proclamata la nascita della Repubblica Lakota.

Onore dunque a Oyate Wacinyapin (Russell Means), Teghiya Kte, Canupa Gluha Mani, Mni yuha Najin Win, la delegazione nonviolenta Lakotah, che ha denunciato per l’ennesima volta la violazione dei trattati da parte degli USA, contro la stessa costituzione americana, la convenzione di Ginevra, sentenze della corte suprema USA e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni.

Ma finalmente, dopo 33 anni dalla Dichiarazione Nativa Americana di Continua Indipendenza, avvenuta nel 1974 a Standing Rock, è nata il 19 dicembre 2007 la Repubblica di Lakotah (100.000 abitanti, capitale Porcupine, situata territorialmente tra gli stati Dakota, Nebraska, Wyoming, Iowa e Minnesota), chiedendo agli USA di avviare negoziati pacifici. Sono state inoltre avviate pratiche per il riconoscimento con Venezuela, Bolivia, Cile, Sudafrica, Irlanda, Timor Est, Russia, Finlandia e Islanda. La risposta USA è scontata: non riconoscimento, ma è un primo passo, anche l’uomo di Neanderthal si è evoluto.

Il tempo comincia lentamente a far giustizia, sempre più persone si rendono conto della verità e soprattutto i genocidi eugenetici alla lunga falliscono sempre. Il disegno nazista è fallito di sicuro, ma comincia a delinearsi anche il fallimento di quello amerikano, se pensiamo che fino a qualche decennio fa, i nativi dei territori occupati da USA e Canada venivano considerati estinti. Auguriamo loro, invece, di diventare la grande nazione che avevano diritto di essere.

Vogliamo ora dire due parole anche sul fatto storico dal punto di vista europeo? Abbiamo già detto della contesa tra Spagna e Portogallo per la ricerca di nuove vie verso oriente, della raja, di due stati floridi sotto il profilo economico, in grado di finanziare viaggi anche lungo l’oceano. Siamo alla fine del Quattrocento quando Isabella, risolta la questione di Granada, finanzia Colombo per il viaggio verso occidente, attraverso l’oceano Atlantico. E’ il 1492. I grandi viaggi segnano l’inizio dell’era moderna e tutto avviene sempre con la supervisione della chiesa, presente nei viaggi con i propri religiosi.

Colombo si recò a corte ed ebbe la licenza (Capitolazioni di Santa Fe’ – Aprile 1492). Egli mise anche di suo nella spedizione, aiutato da giovani banchieri. Erano previsti per lui diversi privilegi: essere viceré delle terre che avrebbe scoperto e anche governatore (compito militare). Dal punto di vista economico avrebbe tenuto 1/10 di quello che avrebbe portato via. L’elenco dimostra che la regina pensava di trovare nelle Indie soprattutto beni preziosi. Era la ricerca dell’eldorado (la terra da dove proveniva l’oro).

Colombo toccò terra a San Salvador il 12 ottobre 1492. La terra scoperta “spettava” a Castiglia e Leon. Il regno catalano-aragonese non ebbe parte.

Passò del tempo prima che si chiarisse che quella terra non erano le Indie occidentali, ma un nuovo continente sconosciuto, abitato da popolazioni non progredite, apparentemente neolitiche che conoscevano l’uso dei metalli. Il primo approccio fu pacifico e si ebbe uno scambio di doni. Venne fondato un villaggio senza particolari opposizioni, Villa della Natividad. Colombo tornò a Palos il 15 marzo 1493, i catalani sostengono che approdò invece a Barcellona.

Il papa era allora Alessandro VI. Egli stabilì che le terre scoperte andassero alla Corona di Castiglia. In realtà lo decideva la raja, ovvero il parallelo che stabiliva i  limiti di conquista di Spagna e Portogallo. Dopo i ritocchi di cui si è già trattato, ovvero lo spostamento verso occidente, essa lambiva il Brasile e ciò consentì ai portoghesi (trattato di Tordesillas) di colonizzarlo.

Un concetto non va taciuto, questi fatti di diversi secoli fa, come si può capire, hanno conseguenze sul presente assetto mondiale, sulla politica attuale, sul risveglio dei popoli nativi, sui diritti degli stessi sanciti dall’Onu, in un’epoca in cui i signori della guerra la fanno ancora da padroni con la forza delle armi, non certo con la forza dell’intelletto e della ragione.

E’ importante sapere e capire perché in Brasile si parla portoghese, altrove spagnolo e inglese, ma soprattutto quale ne è stato e ne è il prezzo per i popoli nativi. Gli amerikani hanno voluto tutto ed è giusto che un giorno, speriamo non troppo lontano, ci sia giustizia, e siccome non siamo amerikani, almeno un po’.

(Storia moderna  – 14.3.1997) MP

Commenti (3)

L’olocausto occultato
3 #
vitty
vitty.blog.tiscali.it
vitty.n@tiscali.it
84.223.32.141
Inviato il 19/04/2014 alle 22:37
Mi piacciono molto queste tue spiegazioni della storia. Oltre che raccontare, sono delle vere e proprie denunce.
Gli anni passano,ma la stoltezza degli uomini resta sempre la stessa. Le prepotenze,i genocidi sono sotto gli occhi di tutti.
Quanto dovremo aspettare affinchè ci sia Giustizia???
Ho attraversato un brutto periodo,per questo sono stata assente.Ora va tutto bene, giusto in tempo per augurarti una serena Pasqua! Auguri a te e ai tuoi lettori!!!
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L’olocausto occultato
2 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.72.213.131
Inviato il 07/04/2014 alle 21:35
la pensiamo uguale?

L’olocausto occultato
1 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
giuliapenzo@alice.it
82.60.161.88
Inviato il 30/03/2014 alle 13:37
strano… pur abitando in un posto di mare, leggendo il titolo mi è venuta in mente la pesca, cioè pesca-frutto. 🙂
buona domenica

A LORO INSAPUTA…

Lezioni condivise 86 – Il lessico della pesca

28 Feb 2014 @ 11:59 PM

Qualcuno potrebbe pensare che io sia un pescatore incallito, visto che insisto a parlare di pesca, in realtà non ho mai pescato neppure un pesciolino, se non a mia insaputa, come usa oggi fare per qualsiasi pesca (di “onorevole” beneficienza); benché nelle verdi e turchine acque dei mari di Sardegna capiti di nuotare tra banchi di pesciolini, la canna da pesca mi è sconosciuta, le barche idem e per esaurire tutto il repertorio non pratico neppure la pesca subacquea, men che meno quella proibita con bombe e neppure quella volta che da bambino caddi non so come nella fontana dei pesci rossi, essi si salvarono tutti, mentre io subii i rimbrotti di mio nonno che dovette accompagnarmi a casa grondante acque…

La ragione è manco a dirlo scientifica, giacché la pesca, come altri tipi di attività (agricoltura, pastorizia, artigianato e via dicendo) si prestano ad avere un loro lessico o registro particolare, settoriale o, con la parola giusta, diafasico.

La settorializzazione della lingua è peraltro utilizzata negli atlanti linguistici, metodo cose-parole, anche per un confronto, soprattutto diatopico e diacronico, di espressioni delle stessa lingua che spesso presentano una particolare variabilità.

Voci del lessico della pesca:

Contatti tra lingua comune e mondo della pesca:

Le variazioni linguistiche nel tempo (diacronia) sono nel breve periodo (tempo apparente, opposto al tempo reale) impercettibili. A volte basta una generazione.

Facciamo alcuni esempi di variazioni tra generazioni contemporanee:

Parlare di tempo apparente ha senso perché i parlanti, per sfuggire agli italianismi, si rifugiano nuovamente nei termini antichi che non hanno più un vocabolo nella lingua moderna. In molti casi ora si ricorre a italianismi, infatti la parte più minacciata della lingua è quella tradizionale, tecnica.

Dalle voci suddette non ho scartato quelle che, anche in seguito a ulteriore ricerca, non mi sono ancora chiare e che ho indicato, per la ragione che qualche lettore potrebbe riconoscerle o in futuro io stesso, sia che si tratti di espressioni arcaiche, sia che io nell’apprenderle foneticamente le abbia trascritte in modo errato.

Ipotesi di ricerca sul campo sulla realtà linguistica:
E’ necessario stilare in primis un Piano di intervento per l’inchiesta sul campo.
Si procede in secondo luogo alla scelta degli informatori e alla formazione del campione di persone da intervistare, iniziando con qualche intervista di prova.
Si può quindi procedere con le interviste utili.
La fase successiva è la sistemazione ed elaborazione dei materiali:
• la trascrizione su schede dei materiali linguistici, etnografici, etnolinguistici, etnotesti
• la sistemazione materiali illustrativi (foto, schemi)
• la sistemazione di eventuali registrazioni
• l’elaborazione e l’analisi dei materiali
• il controllo finale e la presentazione dei risultati.

(Linguistica sarda  – 7.3.1997) MP

Commenti (2)

A loro insaputa…
2 #
zenaida wyselaskie
frenchkiss.it/collection.php
luciaf@gmail.com
198.23.247.231
Inviato il 21/03/2014 alle 18:38
One way we might see ourselves as suppressing our anger is transferring unresolved anger onto situations that maybe do not warrant it.

A loro insaputa…
1 #
vitty
vitty.n@tiscali.it
84.223.32.159
Inviato il 01/03/2014 alle 22:02
E’ un post molto bello che sono venuta a leggere più volte. Aspettavo il seguito… ma sei passato ad altro argomento.
Il tema della memoria è un argomento molto importante, che non bisogna relegare nelle cose del passato…guai! Il passato non va dimenticato, da Lui si dovrebbero imparare lezioni preziose affinché nessuno mai più debba venire perseguito,per motivi di odi razziali.
Eppure è sotto gli occhi di tutti quanto sta accadendo in Palestina. Il mio cuore sanguina nel sapere che ogni giorno vengono uccisi uomini,ragazzi,bambini, donne. Solo perchè Palestinesi. Gli hanno tolto l’acqua,terreni,case. E nessuna voce occidentale si è alzata in loro difesa. Se qualcuno osa viene subito tacciato per antisemita. In questo caso dovremmo si gridare di più!!!! Io non sono antisemita,ma questa è una grandissima ingiustizia che non riesco a comprendere. Non riesco a comprendere perchè un popolo che ha tanto sofferto,debba a sua volta infliggere le stesse sofferenze.
Ho letto un libro che mi ha spiegato cosa voglia dire essere palestinese. Forse lo conoscerai.E’ una storia vera.Ti lascio il titolo:
Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa
edito feltrinelli.
Ciao Indian, Ti torru gratzias per le tue belle lezioni! 🙂

GRIDATE DI PIÙ…

Lezioni condivise 85 – Vita d’un uomo

31 Gen 2014 @ 11:59 PM

Ha ragione Moni Ovadia, l’olocausto è stato un crimine universale non contro un solo popolo, sebbene il quello ebraico ne abbia subito le conseguenze più gravi e palesi. Ogni giorno è buono per ricordare questo crimine, ma la giornata della Memoria serve soprattutto per ricordare la shoah agli smemorati, a chi tende a rimuovere, oltre che alle nuove generazioni, perché sappiano…

La Memoria, che serve per scongiurare il ripetersi di simili sciagure, deve comprendere tutte le shoah perpetrate da alcuni stati per sopprimere altri popoli, spesso fratelli; penso al dramma degli armeni, dei palestinesi, dei nativi americani, dei curdi e di tutti i popoli senza terra e senza autodeterminazione. La Memoria non può distinguere tra strage e strage, o peggio strumentalizzarla per altri fini.

La peggiore cosa che possa fare un popolo perseguitato è perseguitare a sua volta; ritenere che come erede di uno sterminio possa aver acquisito patenti per commettere ogni sorta di nefandezza. Insomma, se è tra le peggiori affermazioni nazi-fasciste la frase pronunciata nel 1869 al Congresso americano dal deputato James Cavanaugh “Io non ho mai visto in vita mia un indiano buono… tranne quando ho visto un indiano morto”, non è vero neppure il contrario, cioè non esistono popoli buoni e popoli cattivi tout court, esistono persone eccellenti e persone malvagie, con tante vie di mezzo.

Fatta questa importante precisazione, visto che i padroni della terra e della guerra decidono a loro piacimento quali sono gli eccidi da esecrare e quelli di cui far finta di nulla, mi chiedo senza soluzione, come possa aver fatto il poeta Ungaretti, così coinvolto moralmente con un regime spregevole come quello fascista, a non pronunciare una parola di scusa o di ripudio per la sua contiguità al regime. L’unico suo atto attinente peggiora addirittura la situazione perché, come altri ancora oggi, cercò di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici. Non gridate più… Invece occorre gridare di più contro le dittature di ogni natura (anche economica), la violenza, il liberticidio e l’ingiustizia. Ho già affrontato l’argomento e devo ribadire che questa sorta di negazionismo e intorbidimento della verità, è per certi versi conforme ad altri comportamenti di Ungaretti, poco autocritico e obiettivo, egocentrico e indisponibile a fare scelte coraggiose e conseguenti a certi suoi versi sulla guerra, di modo che, senza quelle, essi appaiono come di un fastidio privato, personale.

La ventura di averlo studiato a fondo non è negativa in se, serve a poter essere critici e a leggere come dovuto tesi decontestualizzate che lo vedono poeta contro la guerra, è eccessivo; è stato piuttosto contro la sua guerra e non ha condannato la seconda guerra mondiale, non può venire a dire “Non gridate più”, urliamo eccome contro il fascismo che è stato e contro i fascismi attuali.

Egli certamente non è un esempio da indicare ai ragazzi, e sinceramente sarebbe stato più interessante studiare a fondo un Saba, un Quasimodo, al più un Montale… Questi non aderì al fascismo, se ne stette buono, è stato sincero; meno accettabile è che di un comportamento passivo, non dico ci si vanti, ma che si faccia passare come se una cosa valesse l’altra e non bisogna mai dare questa impressione specie quando si è personaggi pubblici. Impossibile pertanto separare la vita reale dalla poesia.

La summa di tutta la poetica di Ungaretti, che almeno non ha avuto anche il demerito di fare nei versi l’apologia del regime, è raccolta nell’opera Vita d’un uomo, pubblicata nel 1969. Gli 82 anni di vita gli hanno dato la possibilità di essere critico con se stesso sotto il profilo letterario; condusse in radio la trasmissione “Ungaretti commentato da Ungaretti” e non disdegnò di apparire in tv: tuttavia non so se fece auto apologia o autocritica.

La logica di Vita d’un uomo porta a concludere che tutte le sue sillogi prefigurassero quest’opera unica, fin dal 1914. In essa è inglobata la sua vita, i suoi cambiamenti stilistici, le tante modifiche alle sue opere, rese con il tempo sempre più minimaliste.

Si possono dare diverse letture dell’opera, io provo a darne una consueta, integrata…

Distinguiamo tre periodi: quello che porta a rivisitare la vita passata, anche quella del bambino e ragazzo, l’Egitto, Lucca; quello segnato dalle guerre (quindi dalla precarietà della vita stessa, dal terrore), la dimensione del tempo, un tempo che scorre e si perde, e ha come orizzonte la fine, la dimensione dell’esserci e non esserci, anche se non si è vecchi; infine il dolore, le vicende personali, ma anche un dolore oggettivo, come di insoddisfazione, recriminazione contro se stessi… che si trascina fino in fondo, tra novità che non ci sono.

Tutto si è compiuto con le prime raccolte e il resto è quasi accademia. In questo senso L’Allegria, come prima fase, e Il sentimento del tempo, quale ritorno all’ordine: sono tappe parallele per arrivare a La vita di un uomo. Si appiattiscono di fronte a questa opera Soffici e gli altri, cui lui teneva così tanto.

“Soltanto la poesia – l’ho imparato terribilmente, lo so – la poesia solo può recuperare l’uomo, persino quando ogni occhio s’accorge, per l’accumularsi delle disgrazie, che la natura domina la ragione e che l’uomo è molto meno regolato della propria opera che non sia alla mercé dell’Elemento…”

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto.
(Il porto sepolto, Giuseppe Ungaretti, 1916)

L’allegria del 1931, raccoglie in se le prime due fasi, quella del Porto sepolto (Alessandria d’Egitto, Lucca, Parigi) e Allegria di naufragi, ricordi frammisti all’esperienza della Prima guerra mondiale, come dolore ma anche come scoperta di fratellanza e umanità, per quanto ciò sia paradossale.

La guerra gli stimola i ricordi della vita civile, l’amico arabo Moammed Sceab (In memoria), Il porto sepolto pre-alessandrino, I fiumi, attraverso i quali ripercorre la sua vita.

Sentimento del tempo non ha invece un tema unitario, se non sotto il profilo artistico, il ritorno alla metrica italica, anche in contrasto con il sentimento artistico del tempo.

Intorno agli anni Venti, dopo la Prima Guerra Mondiale si diffuse il disgusto per la guerra; tale avversione causò tra l’altro la nascita del movimento Dada. Questo movimento generò furore e scandalo. Essendoci dall’altra parte i giustificazionisti, ci fu una sorta di lotta tra civiltà e barbarie.

Dada intendeva distruggere la nuova crociata guerrafondaia. Il movimento durò pochi anni, circa sei, dal 1916 al 1922, il suo giornale “Ça Ira!”, anche se parlare di qualcosa che lo rappresenti è un controsenso. Nacque al tempo della battaglia di Verdun, mentre si manifestava un certo logoramento della guerra, e si spense all’indomani dello schiacciamento della rivoluzione tedesca. L’orizzonte di Dada è quello della guerra e della rivoluzione, compreso tra la morte di Apollinaire, due giorni prima dell’armistizio, e la sconfitta dei tentativi operai della presa del potere in Europa; sconfitta a cui è dedicato il III Congresso dell’Internazionale nel giugno del 1921. Qualche elemento comune, ma anche forti contrasti ebbe con il surrealismo e il futurismo.

Sono anni di confusione e di ricerca, tutto è tutto e alla fine molti superano questa fase tornando al classicismo. Questo è anche il travaglio ungarettiano. Torna agli stili del passato, a leggere Dante, Jacopone, Guittone. Il problema non è l’endecasillabo, ma un ordine metrico, non il versicolo o il prosaicismo.

Nel 1928 Ungaretti attraversa una crisi religiosa e si avvicina al “cristianesimo” (quale? mi chiederei, quello istituzionale, chiesastico, conciliare?), ciò tuttavia influisce sul Sentimento del tempo (1933), opera di ritorno alla tradizione e con contenuti più intimi, esistenziali ed ermetici. Nella silloge individua tre fasi: il tempo storico, Roma antica, misticismo, paesaggio; il tempo vitale, la sorte umana, Roma barocca, decadente; la percezione dell’invecchiamento, del declino fisico. Nelle edizioni il libro si compone delle sezioni: Prima, La fine di Crono, Sogni e Accordi, Leggende, Inni, La morte meditata, L’amore. Lui stesso fa rilevare la diversità tra le due sillogi pubblicate, e con la seconda diventa un riferimento per gli Ermetici.

Proseguendo nella sua opera, e tentando di districarci noi stessi in essa, Ungaretti usa dividerla in stagioni. Forse Il porto sepolto, in primis, rappresenta la Primavera, Il sentimento rappresenta l’Estate (avvicinata al barocco), con La terra promessa avrebbe voluto cantare l’Autunno della vita, il modo di affrontare questo tempo. Questo lavoro fu interrotto dalla morte del figlio, ancora bambino, in Brasile. Tornato in Italia nel ’42, vi trovò la guerra e l’occupazione nazista; scrisse la raccolta “Il dolore”, che nel suo bilancio umano e poetico sarà in molti sensi vicina alla faticosa ripresa de “La terra promessa” e dei suoi lavori conclusivi.

Come compendio che consenta di verificare il succedersi dell’opera ungarettiana, non sempre ristretta in tempi rigorosamente definiti, riporto la bibliografia essenziale:

Natale, Napoli, 26 dicembre 1916;
II Porto Sepolto, Stabilimento tipografico friulano, Udine, 1917;
Allegria di naufragi, Vallecchi, Firenze, 1919;
Il Porto Sepolto Stamperia Apuana, La Spezia, 1923;
L’Allegria, Preda, Milano, 1931;
Sentimento del Tempo, Vallecchi, Firenze, 1933;
La guerra, I edizione italiana, Milano, 1947;
Il Dolore, Milano, 1947;
Demiers Jours. 1919, Milano, 1947;
Gridasti: Soffoco…, Milano, 1950;
La Terra Promessa, Milano, 1950;
Un grido e Paesaggi, Milano, 1952;
Les Cinq livres, texte francais etabli par l’auteur et Jean Lescure. Quelques reflexions de l’auteur, Paris, 1954;
Poesie disperse (1915-1927), Milano, 1959;
Il Taccuino del Vecchio, Milano, 1960;
Dialogo , Milano, 1968;
Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Milano, 1969.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 7.3.1997) MP

Commenti (3)

Gridate di più…
3 #
giulia
g@alice.it
87.5.246.25
Inviato il 17/02/2014 alle 20:17
sparite!
Il problema dei giusti è di essere troppo giusti.
Avrò la fissa, ma U. M. denunciò la presenza dei nazi proprio all’Università. Perché reintegrare chi si era macchiato di delitti così gravi?

Gridate di più…
2 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
82.60.183.152
Inviato il 15/02/2014 alle 19:27
ma sei pieno di pubblicità, come mai?

Gridate di più…
1 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
82.60.161.157
Inviato il 27/01/2014 alle 21:34
Chi non ha peccato scagli la prima pietra.
Così parlò Sciola.
Ops… forse mi confondo 😉
La capacità di un artista penso sia come quella di Sciola di creare dalla semplicità e di ideare qualcosa di eccezionale e unico, eppur universale.

NURAGH… LÌTHOS QUE DESECHARON ARCHITECTOS EST DEVENUE CANTONADA STONE

Lezioni condivise 84 – Il teatro della pietra

31 Dic 2013 @ 11:55 PM

Credete in qualcosa? Almeno in lupus in fabula dovete credere!

Metto subito le carte in tavola: devo trattare di teatro, di teatro della pietra, e ciò basterebbe ai più accorti per pensare a uno scultore sardo geniale, apprezzato a livello internazionale. Il suo nome ha cominciato a risuonarmi intorno quando, ancora adolescente, attraversai per la prima volta San Sperate e potei vedere i famosi murales di cui avevo sentito tanto parlare e dei quali egli fu il principale artefice. Nel 1968, di ritorno da alcune esperienze all’estero, proponeva al paese natale la sua rivoluzione culturale. Per cominciare lanciò l´iniziativa di imbiancare tutti i muri delle case di fango (làdiri) e su quei muri furono poi dipinti i primi murales.

Da allora Pinuccio Sciola è un celebrato artista alternativo, per non dire underground. Lo incrociai nuovamente con il mio avvicinamento concreto al movimento per il bilinguismo in Sardegna e in quello stesso periodo lo incontrai per la prima volta in occasione di uno dei tanti momenti celebrativi in onore di Antonio Gramsci, quando tenne contemporaneamente una mostra e un laboratorio attivo in piazza.

Potrei continuare a raschiare il barile dei ricordi e degli echi… Il 7 marzo di qualche lustro fa, un venerdì, alle nove da poco passate, entrato nella gloriosa aula 3 della Facoltà di lettere (la mia facoltà ha tante aule gloriose) per assistere alla lezione di Storia del teatro e dello spettacolo con prof. Bullegas, trovai un ospite, appunto Sciola.

Ho speso qualche ora a cercare l’introvabile per ampliare appunti scarni, ma ieri mattina – sarà il potere delle stelle, che aleggia sempre quando si tratta di pietre, o quello che volete – l’artista si è palesato, e ho avuto a disposizione la fonte diretta delle mie ricerche per chiarire alcuni punti insoluti. Ecco l’avvenirismo 2.0, altro che google! Un po’ come fare una ricerca sulla Rivoluzione francese e ritrovarsi accanto Danton, Marat, Robespierre e Sanjust insieme. Piccole cose, ma entusiasmanti.

Scultore e pittore autodidatta in gioventù, nel 1959, grazie a una borsa di studio, poté accedere al Liceo Artistico di Cagliari. Completò gli studi presso la facoltà di Magistero a Firenze e l’Università della Moncloa in Spagna; seguì un corso di scultura all’Accademia internazionale di Salisburgo. Ebbe presto una cattedra al Liceo Artistico di Cagliari fino al 1986. Nello stesso periodo promosse la Scuola Internazionale di Scultura a San Sperate. Nel 1973 lavorò a Città del Messico con Siqueiros. Dal 1990 al 1996 ha insegnato Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Sassari.

La sua carriera è poi costellata di importanti presenze a mostre internazionali, tra cui Venezia, Monaco, Messico, Spagna, Cuba.

L’incontro di quel 7 marzo ebbe inizio con una curiosità che capitò allo scultore all’apice della sua fama, una sorta di incontro con la burocrazia italiota, figlia di una certa retroguardia stantia e nostalgica. Nel concorso per accedere all’insegnamento presso l’Accademia delle belle arti, per Scultura, gli fu attribuito il punteggio zero e ciò gli valse una lettera di solidarietà dell’allora presidente della regione Sardegna, Federico Palomba, che in quell’occasione ci venne letta.

Ma la vera lezione fu sulla pietra. Pietra da tempo moderatamente celebrata da poeti, letterati, profeti, maestri di muro, ma chi può trarne la sintesi tra filosofia e empirismo, tra idea e materia, è certamente lo scultore e Sciola è andato ben oltre, ha dato voce alle pietre.

La pietra è il segno per eccellenza della terra, un elemento fondamentale della vita da sempre. Scolpire è interagire con la natura e la scultura è il teatro della pietra, in un certo senso è restituire dignità al creato, un gesto sacrale per la rigenerazione planetaria. Mostrare la terra, a volte invisibile, a volte disconosciuta, è la funzione dell’artista.

Le pietre sono città sonore, opere d’arte che non si vedono, semi di pace nascosti dall’aratro. La natura è protagonista di questo teatro, per cui ha davvero senso applaudire un albero e premiare il vento.

Sciola a San Sperate ha un giardino dove le sue opere di pietra sono esposte come tanti menhir per rinnovare la profonda cultura megalitica sarda, dalle tombe dei giganti – i tanti Gemitòriu che di quelle hanno la disposizione e conformazione – ai nuraghes. Queste pietre di basalto, scolpite, laminate, suonano nei modi più vari al tocco leggero di una scaglia litica, il suono viene da dentro ed è velato di mistero.

Le pietre sonore sono sculture simili a grandi menhir che risuonano a trisiadura. Le loro proprietà sonore sono ottenute applicando delle incisioni parallele sulla roccia. Sono capaci di generare suoni articolati, con differenti qualità a seconda della densità della pietra e dell’incisione, suoni che ricordano il vetro o il metallo, strumenti di legno e perfino la voce umana.

Esse, dall’inizio degli anni novanta, sono state esposte in tutto il mondo, sono stati organizzati concerti in cui queste sculture sono diventate veri e propri strumenti musicali e fonte di ispirazione per artisti, musicisti e compositori.

Nel 1991 Sciola visitò l’Isola di Rapa Nui (Pasqua), ombelico del mondo, territorio cileno del profondo Pacifico. Ospite in casa di un nativo, osservò, fotografò e rilevò, un manufatto simile a un nuraghe. Quando proiettò le diapositive senza dire dove fossero state realizzate, non ci furono dubbi che si trattasse di nuraghes.

La fantasia cominciò a navigare, bloccata subito dalla ragione. Prima delle grandi scoperte geografiche tra la Sardegna e quell’isola sperduta del Pacifico non ci fu di sicuro alcun rapporto. Un dilemma irrisolvibile, a meno di invocare nuovamente le stelle e i misteri irrisolti delle grandi opere megalitiche del passato, da Stonehenge alle Piramidi, dai Menhir ai Nuraghes.

La scoperta di Sciola non ebbe il risalto che pareva meritare. Ne parlarono i quotidiani isolani, ma non ci fu il clamore che avrei immaginato e che forse avrebbe avuto se nell’isola di Pasqua fosse stata ritrovata una Piramide o un dolmen simil Stonehenge. Cosa non ingrana quando c’è di mezzo la Sardegna?

I Nuraghes – II millennio a.C., età del bronzo, ne restano circa 7.000 – non sono meno misteriosi delle altre opere megalitiche, forse di più, se non altro perché meno studiati, eppure non attraggono quanto quelle, né a livello turistico, né scientifico, quasi si dicesse alla Sardegna, come si permette… per non parlare di chi proponeva di spostare i nuraghes che disturbavano potenziali e illusori progetti megaedilizi e commerciali, o voleva integrarli in essi, tanto erano i frigoriferi dell’età del bronzo (sic!) – datazione nostra, chi ha espresso un concetto così altamente culturale ne è certamente ignaro.

I nuraghes di Rapa Nui restano dunque testimonianza nelle schede dei ricercatori dell’Università di Cagliari, nella memoria di prof. Lilliu e di altri studiosi, interpellati in merito da Sciola, ignorati anche da chi continua a elaborare teorie su Atlantide e su una globalizzazione preistorica realizzata dai Shardana, magari con aiuti cosmici.

Certo questa scoperta sull’isola di Pasqua è curiosa e fa il paio con il ritrovamento dei kolossoi nel Sinis contro gli oltre trecento Moai (anche se questi datano 1000 d.C) disseminati nell’isola del Pacifico, grande poco più di un terzo la Sardegna e con soli 4.500 abitanti, senza piante e animali, ma con un turismo smisurato. Per il momento noi attraiamo solo la speculazione edilizia costiera.

Avrei potuto sintetizzare il mio scritto con questi versi del maestro:
Ho vissuto ere geologiche interminabili./ Immani cataclismi hanno scosso/ la mia memoria litica./
Porto con emozione i primi segni/ della civiltà dell´uomo./ Il mio tempo non ha tempo. (Pinuccio Sciola)

(Storia del teatro e dello spettacolo – 7.3.1997) MP

Commenti (5)

Nuragh… Lìthos que desecharon architectos est devenue cantonada stone
5 #
Lila Ria
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82.54.129.83
Inviato il 12/01/2014 alle 14:59
credo che qui io sia ben accetta 🙂

Nuragh… Lìthos que desecharon architectos est devenue cantonada stone
4 #
vitty
vitty.blog.tiscali.it
vitty.n@tiscali.it
84.223.34.103
Inviato il 11/01/2014 alle 09:01
Ciao Indian, non so cosa stia succedendo a Tiscali,ma sono due sere che provo a entrare nel blog senza riuscirci. Durante il giorno mi è difficile causa mancanza di tempo. Riproverò questa sera! Volevo dirtelo perchè il tuo post è molto bello e mi ha veramente “conquistata!” A stasera dunque…tiscali permettendo! 😦

Nuragh… Lìthos que desecharon architectos est devenue cantonada stone
3 #
vitty
vitty.blog.tiscali.it
vitty.n@tiscali.it
84.223.33.137
Inviato il 02/01/2014 alle 21:44
Complimenti,hai saputo trasmettermi il tuo entusiasmo e la tua sorpresa ! Ora non vedo l’ora di leggere il seguito!
Auguri per un nuovo anno bellissimo (meglio esagerare… si fa come nel commercio… si chiede di più per avere il meno 🙂 ) incrociamo le dita e andiamo avanti.

Nuragh… Lìthos que desecharon architectos est devenue cantonada stone
2 #
Frittata
ilcestinodeicotoni.iobloggo.com
annamariaporcelli@libero.it
79.55.72.64
Inviato il 01/01/2014 alle 22:29
Grazie per le visite al mio blog.
Buonissimo anno, carico di tanto bene.

Nuragh… Lìthos que desecharon architectos est devenue cantonada stone
1 #
indian
m@tiscali.it
2.39.239.21
Inviato il 20/12/2013 alle 00:11
@sally brown
Ciao Sally, ci siamo incontrati qui 8 anni fa condividendo la condanna del governo israeliano per il genocidio del popolo palestinese, ma non posso non prendere le distanze dalla tua ultima battuta: Badoglio era un fascista come gli altri, un tdc; tanti politici attuali sono fascisti di fatto e tdc, ma un repubblichino, oltre ad essere nazifascista, è molto peggio di un tdc.

MAVITELLU!

Lezioni condivise 83 – Pisca a su pa(l)u

30 Nov 2013 @ 11:59 PM

Lo studio della linguistica è affascinante sotto tanti punti di vista, uno di questi è certamente il rivelarsi di un magico mondo sconosciuto, percepire di possedere la chiave di un enigma che è la babele di linguaggi formatisi nel mondo, con tutti i loro significati, anche sociali, scoprire insospettate parentele, vedere come in un sogno masse di genti che si spostano e contaminano i loro linguaggi, ne formano di nuovi.

Dietro una lingua c’è sempre la storia di un popolo, una sorta di DNA che ha a che fare con il tempo, lo spazio, gli accadimenti, le situazioni, le persone, i popoli e la loro cultura e tante altre variabili, la sociolinguistica ha il suo fascino, ma lo ha anche l’idioletto, l’idioma di uno solo.

E’ fantastico scoprire dietro il lavorio del tempo come una o più parole, modificate dalla fonetica dei parlanti e da un’altra miriade di fenomeni, possano avere un’origine comune, o viceversa scoprire come una stessa parola possa cambiare significato nel tempo e nello spazio, perdendo del tutto quello originario. Ma ci sono mille altre curiosità piacevoli e interessanti nella magia linguistica.

Tra le variabili sociolinguistiche cui discorsivamente si è fatto cenno, è degna di interesse quella diafasica (dal greco dia phasis, mediante il dire), che riguarda i diversi contesti in cui si trova a esprimersi il parlante, dunque i diversi registri linguistici che si adoperano con il variare delle situazioni: in famiglia, a scuola, in ufficio, nei posti di lavoro e così via. Questa variabile comprende anche i linguaggi specifici che vengono utilizzati in certi ambiti e in particolari tipi di lavoro, quindi linguaggi tecnici, come possono essere quello tra medici, il linguaggio sportivo, culinario o i vari gerghi tipici di certe professioni o condizioni, come ad esempio quello giovanile.

Muta ad esempio la denominazione di parti del corpo o di organi, a seconda vengano espresse da una persona comune o da un medico.

Occorre dunque analizzare il linguaggio nel suo contesto d’uso; ergo, un professore universitario, si suppone non usi lo stesso registro linguistico durante una lezione e nella domus con i propri figli.

Nella lessicologia sarda abbiamo ad esempio i gerghi tecnici relativi ai ramai (Isili), all’uccellagione o alla pesca, in particolare a quella;

Soffermiamoci su alcune curiosità comuni agli ambienti della pesca storicamente esercitata negli stagni di Cabras e Santa Giusta.

Certe terminologie vengono usate solo nella peschiera, che è uno sbarramento apribile e chiudibile a seconda delle esigenze, costruito dall’uomo per intrappolare i pesci. A Cabras queste chiusure sono fatte ancora con le canne (cannitzadas), come avveniva nel medioevo.

Notiamo come intervengano parti del corpo umano nella designazione della realtà lavorativa.

Sa buca = bocca, rappresenta l’apertura della rete; sa conca = testa, sono le estremità apicali degli attrezzi che vengono adoperati.

C’è da dire che questo linguaggio è anche un po’ un codice segreto di cui gli stessi pescatori sono gelosi, pertanto ci troviamo spesso di fronte a espressioni enigmatiche: ad esempio, per sa cora de is bìddius (letteralmente: il ruscello o scia degli ombelichi) dobbiamo avanzare due ipotesi. Stabilito che is bìddius, nella fattispecie, sono i lembi di muscolo addominale del muggine, che si estraggono con la sacca delle ovaie, verosimilmente, per quanto misteriosa, l’espressione è riferita alla circolazione del muggine stesso.

Ma l’ambito più interessante di questo slang, riguarda i comandi che i pescatori si scambiano nel corso della pesca, comandi che vengono urlati dal puperi (uomo di poppa), recepiti ed eseguiti dall’equipaggio. Questi ordini, incomprensibili ai profani, in quanto pressoché privi di alcun riferimento contingente, rappresentano la sfida per il linguista, riuscire a trovare l’etimologia dei termini apparentemente privi di significato o che lo hanno mutato, e non sempre è possibile. Molto, ad esempio, si deve fare ancora per decifrare i pochi residui di sardo nuragico, comunque prelatino, sopravvissuto e nascosto nei toponimi e in pochi altri vocaboli.

Nella pesca a su pau (palu), che avveniva con la sciabica (una grande rete a sacco tirata a strascico), da poppa, come già detto, partivano tre ordini, come riportato nello schema:

Cun deus (con Dio) rappresenta in sardo una forma di saluto, andiamo con Dio; questa formula avvisa che la sciabica è stata calata e che la pesca può avere inizio con la caba (discesa), ovvero il giro della barca che trascina un’ala della sciabica e tende a circondare i pesci, cioè a formare una barriera tra loro e l’altra ala della sciabica.

Mavitellu! è il secondo ordine che su puperi urla, e al quale corrisponde la chiusura dell’arco della caba, dunque l’avvio della chiusura della sciabica, ovvero il congiungimento tra le due ali, con in mezzo il pesce.

A su pau! (al palo) significa che l’arco della caba è chiuso e invertendo la direzione di voga, si torna al punto di partenza, indicato da un palo.

Il termine “mavitellu” si è appurato provenire dai dialetti meridionali, mutuato nell’uso dei pescatori sardi per contatto con quelli con più grande tradizione del napoletano, Calabria e Sicilia. E’ dunque un prestito desemantizzato, che ha assunto un significato diverso da quello originario che designava l’ala della sciabica (mavitiello).

Adesso che la pesca a su pau sta cadendo in disuso, potrebbero perdersi anche i termini legati ad essa. Molti di essi sono usati nella pesca fin dal tempo dei fenici, una tradizione consolidata negli stagni e dove essa viene storicamente praticata. Termini a volte non documentati: la dedizione dei sardi per la pesca è relativamente tarda. La ricerca sul campo e gli atlanti linguistici rappresentano la salvezza anche per queste forme di patrimonio lessicologico.

(Linguistica sarda – 28.2.1997) MP

Commenti (1)

Mavitellu!!!
1 #
vitty
vitty.n@tiscali.it
84.223.34.103
Inviato il 11/01/2014 alle 22:35
Caro Indian non si può non restare contagiati dal tuo entusiasmo nel leggere questo interessantissimo post.
Mi ha emozionato il paragone sulla ricerca della rivoluzione francese (che adoro!!!) e pensare di “ritrovarsi accanto Danton, Marat, Robespierre e Sanjust insieme.”
Per me sarebbe stata una ubriacatura di emozione, altro che “piccole cose! ”
Questo comunque mi ha fatto capire quello che devi aver provato nel trovarti di fronte un artista come Pinuccio Sciola.
Seguendo il percorso della sua carriera artistica,si capisce il grande amore che nutre per la sua Sardegna. L’ha abbellita ( se mai ce ne fosse stato bisogno,di certo l’ha resa più preziosa ) con degli splendidi murales ( grazie a Google ho potuto ammirarli ) facendo diventare San Sperate,suo paese natale,un museo a cielo aperto.
Anch’io anni fa,in un viaggio indimenticabile in Sardegna, ho avuto la fortuna di ammirare dei murales. Rimasi affascinata guardando quei dipinti che raccontavano storie di vita vera. Non ero dalle parti di Cagliari,perciò dubito che l’autore fosse Sciola. Però ti assicuro erano veramente belli!!
Quanto mi sarebbe piaciuto conoscere l’autore!
La scoperta che nell’isola di Rapa Nui sia stato trovato una costruzione simile a un nuraghe mi ha lasciato senza fiato! Mi ha indignato che non siano stati fatti studi più approfonditi per saperne di più. Finalmente c’era l’occasione per scoprire le origini di quei manufatti ,per mettere insieme i tasselli di una storia tanto affascinante quanto misteriosa . Non è possibile che abbiano ignorato una simile scoperta.
L’indolenza non credo sia riservata solo alla Sardegna.
(Un’isola peraltro che è impossibile non amare. Io vorrei tanto vederla in inverno. Drve essere magnifica! )
Ma temo sia un male comune che opprime tutta l’Italia. Basta vedere come vengono lasciati andare le grandi zone archeologiche…
Ma le emozioni più forti le ho provate nel sentire le pietre che suonano! C’è come una magia dentro quelle pietre che al tocco dell’artista rispondono con dolci melodie.
Come restare indifferenti leggendo le parole dell’artista?
“Caro San Francesco,
quando tu parlavi all’acqua, ai fiori, alle stelle…
la pietra in silenzio stava ad ascoltare.
Adesso, grazie all’intuizione di un artista e alla tecnologia,
la pietra ti farà ascoltare la sua voce, i suoi suoni…
Pinuccio Sciola”
Carlo Levi soleva dire che le parole sono come pietre. ora dopo aver scoperto,grazie a te,le pietre di Sciola,posso dire che le pietre parlano.
Grazie indian per avermi portato in questo mondo magico dell’arte. Continuerò a seguirlo. Un caro saluto, vitty.  (Il commento è evidentemente riferito all’articolo successivo, ndr)

SENSI DI SQUALLORE LETTERARIO FASCISTA

Lezioni condivise 82 – Ungaretti e Soffici

31 Ott 2013 @ 11:59 PM

Si scandalizza qualcuno se affermo che la produzione di poesia italiana nel Novecento, e in particolar modo nella prima metà del secolo, è stata minore? E’ tale proprio nei poeti più celebrati, e se c’è stata Grande poesia, è sommersa, tiratela fuori! Salverei solo qualche poeta, ma dalla caduta del fascismo in poi, ma mai all’altezza dei narratori del secolo scorso, che giganteggiano.

E’ triste che la poesia, tendente all’arte pura, sia stata imbrigliata nelle maglie del fascismo, mentre per attitudine naturale avrebbe dovuto essere resistente, partigiana; ruolo che è toccato prevalentemente al romanzo neorealista.

Per questo è desolante parlare di Ungaretti e di alcuni suoi amici, che formatisi nell’avanguardia francese più anticonformista, finirono per aderire al fascismo, accettandone i favori ed essendo assorbiti dalla sua peggiore propaganda reazionaria.

Ho già trattato questo argomento, ma devo rincarare la dose parlando del suo amico Ardengo Soffici. Questi, toscano, più grande di Ungaretti di nove anni, si dedicava a pittura, scrittura e critica letteraria, collaborando con varie riviste tra cui “Il Leonardo”, “La voce” e “Lacerba”, di cui fu cofondatore con Papini.

Soffici e Ungaretti si conobbero nel 1914, alla vigilia della guerra ed ebbero una fitta corrispondenza dal 1917 al 1930, avviata sul comune terreno del simbolismo francese; discussione che in seguito, pur restando amici, li divise sul piano artistico.

Le loro lettere trattano di letteratura, novità e giudizi sugli autori, ma soprattutto di Ungaretti uomo e soldato, di politica e guerra. In esse, il poeta lucchese, esprime simbologie che ricompariranno nei suoi versi.

Alla vigilia dello scoppio della grande guerra Ungaretti era interventista. Nel 1917 si arruolò nel 19° fanteria e fu spedito all’ufficio censura, che lasciò volontariamente per il fronte. Presto però si stancò della guerra, scrisse le note poesie dal fronte, criticò la gestione del conflitto e chiese ripetutamente il congedo e l’intervento di Soffici per ottenerlo.

La prof, molto indulgente sulle scelte politiche di Ungaretti, è riuscita ad attribuire valore letterario, perfino tecnico, a certe lettere di questo tenore; a mio avviso, in esse viene espressa in modo penoso e per certi versi meschino, la sua paura e angoscia, che cerca di mascherare in modo ridicolo. A motivo della richiesta di esonero sostiene che lui è poeta, dunque più adatto a scrivere brani di critica letteraria; che conosce il francese come fosse la sua lingua materna (sic!), pertanto potrebbe lavorare in Francia per diffondere la cultura italiana all’estero; che tra i soldati c’era consapevolezza della sua superiorità intellettuale e lo chiamavano “signore”.

Imbarazzante commentare se si tiene presente che si arruolò volontario. Sarebbe stato molto più dignitoso riconoscere l’errore e la brutalità oggettiva della guerra, di ogni guerra; si limitò invece ad esprimerla in versi anche ermetici, aderendo contemporaneamente al fascismo, responsabile tra le altre cose della II guerra mondiale e dei crimini razziali. Pertanto anche la poesia scritta nel dopoguerra, “Non gridate più”, assume un valore sinistro e grottesco, in quanto non distingue tra vittime e carnefici, ma soprattutto in riferimento alla sua mancata condanna della dittatura: sembra quasi che l’invocazione sia rivolta agli ebrei e alle vittime del nazifascismo in genere.

Soffici visse a Parigi dal 1899 al 1907, frequentandone gli ambienti letterari e artistici, tornato in Italia, a Firenze, aderì al futurismo, ma ne uscì nel 1914. La sua produzione letteraria, soprattutto autobiografica, non eccelle, il suo miglior lavoro è considerato Kobilek: giornale di battaglia del 1918, insieme alla sua opera critica, tra cui un saggio su Medardo Rosso, pittore torinese e un altro su Rimbaud.

Soffici fu il recensore de “Il porto sepolto” e “Allegria di naufragi”, ma non condivise i lavori successivi di Ungaretti.

Figura controversa e altalenante, passò da uno spirito giovanile rivoluzionario, all’adesione al fascismo, dove pensava potesse svilupparsi l’ordine morale che perseguiva; dal regime ottenne la nomina di Accademico d’Italia.

In una lettera del 1918 Ungaretti manifestava a Soffici l’ammirazione per la sua intelligenza ed eleganza superiore. Lo riteneva maestro d’arte e di vita. Eppure Soffici andava manifestando punti di vista differenti da quelli di Ungaretti anche sul senso dell’immergersi nel Porto Sepolto, dunque sul modo di scrivere versi.

Nel 1920 Ungaretti si schierò contro le scelte artistiche di Soffici. Il dissidio verteva sul ritorno alla classicità da parte di Soffici, mentre per Ungaretti il recupero della tradizione doveva riguardare esclusivamente la musicalità del verso, secondo i dettami del simbolismo francese.

I vociani intendevano recuperare il classicismo alla Carducci, quello dei poeti morti da tempo come ad esempio Petrarca, cosa che Ungaretti giudica la scelta peggiore, riproporre il passato senza nulla di nuovo. Gli stava bene prendere dai classici come dai moderni, ma non riprodurre pedissequamente il loro stile. Citava dunque insieme a Petrarca, Ronsard, Leopardi, Parini, Rosine, Baudelaire, Mallarmè.

Soffici sosteneva invece il ritorno all’ordine italiano e rinnegava poetiche come quelle di Mallarmè e Valery, simbolisti considerati decadenti, che pure erano stati i suoi maestri. Secondo Soffici i due avevano tagliato con il passato senza costruire nulla di nuovo. I punti di vista sono dunque opposti. Il caso scoppiò nel 1929, quando Ungaretti scrisse un articolo ove elogiava Mallarmè e contestava le scelte di Soffici, il quale a sua volta non apprezzava le scelte fatte da Ungaretti con il Sentimento del tempo e i successivi lavori.

La posizione di Soffici rispetto al fascismo è anche peggiore di quella di Ungaretti. Entrambi nel 1925 firmarono il Manifesto degli intellettuali fascisti e più o meno silenziosamente rimasero fedeli al regime fino alla sua caduta. Ma nel 1938 il nome di Soffici compare addirittura nel manifesto, pubblicato sui giornali, firmato da molti intellettuali in appoggio alle leggi razziali appena emanate. Nel 1943, dopo l’8 settembre, nella Firenze occupata dai nazisti, insieme a Barna Occhini, fondò la rivista “Italia e civiltà”, che uscì per ventitré numeri; aderì anche alla repubblica di Salò, blaterando di amor patrio, di carattere sociale del fascismo e fedeltà ai tedeschi. Dopo la Liberazione fu internato per collaborazionismo e assolto per insufficienza di prove. Graziato dunque dalla cecità della classe dirigente postfascista, in parte impregnata di fascismo, in parte poco lungimirante nel sottovalutare gli effetti del travaso di fascisti e fascismo nella società del dopoguerra.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 28.2.1997) MP

Commenti (4)

Sensi di squallore letterario fascista
4 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.72.251.125
Inviato il 13/12/2013 alle 13:30
spiritosa jahira, convieni? scherzi e battute facili a parte, non ci pare ma questo tuo post apre ad una marea di riflessioni. Prima su tutte, se guardo all’Italia con prospettiva storica vedo due cose: l’impero romano, mastodontica macchina di conquista e di produzione di diritto; il terreno di battaglia prediletto da tutta l’europa e non solo, le scorribande di popoli di tutte le razze. L’italiano di oggi a chi è figlio? Secondo me ha fatto secoli di pratica a imparare a sopravvivere tra dominatori stranieri, soldati di ventura di passaggio e clero in casa: ha imparato l’ambiguità e l’alternanza. Altro che partigiani. Dico sempre che di ogni Paese, per quanto detestabile e ignobile sia la sua politica, c’è sempre almeno una cosa da salvare, dell’america salvo la letteratura e l’indipendenza della stampa. La letteratura Italiana al contrario, risente molto dei venti politici, dei padroni della critica e del mercato letterario( e più in generale dell’arte). Ma l’arte non dovrebbe essere libera? Eppure c’è stato un periodo in cui se non eri fascista non pubblicavi e non vendevi, non mangiavi neanche. Nonostante questo, oggi ho molto rivalutato i repubblichini di Salò, avevano più idee e dignità dei nostri politici attuali, molto più fegato di Badoglio….

Sensi di squallore letterario fascista
3 #
jahira
uff
jahira@virgilio.it
79.7.34.136
Inviato il 19/11/2013 alle 23:07
😀

Sensi di squallore letterario fascista
2 #
jahira
uff
jahira@virgilio.it
79.7.28.105
Inviato il 12/11/2013 alle 20:24
Non si puo’ fare di tutta l’erba un fascio (ehm…..)

Sensi di squallore letterario fascista
1 #
jahira
uff
jahira@virgilio.it
79.10.247.207
Inviato il 24/10/2013 alle 10:37
mah, io non ho piu’ voglia di scrivere delle beghe politiche. Sto aspettando le barricate che verranno, amen

NON PORGERE L’ALTRO GUANCHE

Lezioni condivise 81 – La colonizzazione delle Canarie

30 Set 2013 @ 11:55 PM

Alla fine Quattrocento le grandi scoperte geografiche riguardarono soprattutto i due maggiori stati iberici: il regno di Castiglia, che con i Re cattolici si avviava a diventare la nuova Spagna riunificata e il Portogallo, che nella penisola nel corso degli anni si era costruito la propria indipendenza, grazie alla casa d’Aviz, che ne difese decisamente l’autonomia.

Lo sviluppo dei grandi viaggi non fu esattamente l’avallo dei regnanti allo spirito avventuriero dei navigatori, ma una necessità economica non più procrastinabile. L’avanzata dei popoli islamici, e in particolare dei turchi verso occidente, aveva chiuso le vie commerciali di terra, e attraverso il Mediterraneo, per le Indie (così chiamavano allora genericamente tutto l’estremo oriente). Occorreva dunque trovare alternative alle tradizionali vie delle spezie, della seta e per tutto il commercio europeo con l’Asia. Per alcuni Oriente significava anche oro o pietre preziose e si cercarono per anni le fantastiche isole bibliche di Ofir e Tarsis.

I primi a muoversi furono i portoghesi attraverso le coste dell’Africa (vedi post Adiante Pereira!). Furono avviate esplorazioni e conquiste per aggirare l’avanzata turca in medio oriente. Il Portogallo viveva un periodo florido con la dinastia d’Aviz iniziata con Giovanni I (padre di Enrico il navigatore), portata avanti da Edoardo I (fratello di Enrico), Alfonso V e nel periodo in esame da Giovanni II (1495) e Manuel I (1521).

Un’importante tappa di questi viaggi diventò la Guinea, con le cui popolazioni si instaurarono rapporti di scambio assolutamente favorevoli agli europei. Lo stato portoghese si preoccupò di ottenere il monopolio di queste spedizioni e le controllava con l’obbligatorietà delle autorizzazioni del proprio governo; si impossessò dei territori considerati terra nullius, occupabili da chi li scopriva, con l’avallo della chiesa (cattolica) che si riteneva proprietaria dell’orbis terrarum, secondo la dottrina diffusa dai papi.

Le aspirazioni portoghesi furono accolte con bolle papali del 1452 e 1454. Esse concedevano alla corona portoghese la sovranità su tutte le terre e le acque che i suoi sudditi avessero scoperto in zone ancora inesplorate, in cambio della conversione degli indigeni o in alternativa, la loro riduzione in schiavitù.

Intorno alla fine del secolo XV, la Spagna rivolse il proprio interesse alle spedizioni verso occidente, mentre i portoghesi sperimentavano la via ostica del Capo di Buona Speranza: da lì l’India fu raggiunta da Vasco da Gama solo cinque anni dopo la scoperta dell’America, ma ormai – trattato di Tordesillas galeotto – i due oceani conosciuti erano percorsi senza soluzione di continuità, e presto – visto che lo scopo era raggiungere l’oriente (India, ma anche Indonesia, in particolare le Molucche, ricche di spezie), navigando il meno possibile – scoperto il Pacifico, Magellano tentò anche questa via attraverso lo stretto che porta il suo nome. Ma siamo già a cinquecento inoltrato.

Torniamo un po’ indietro. Fu nel 1477 che Isabella di Castiglia decise di portare a termine la conquista dell’arcipelago delle Canarie – pensando probabilmente anche al Marocco, nell’ambito della crociata anti-islamica – trovando l’opposizione del Portogallo. Tutto si risolse nel 1479 con il   trattato di Alcáçovas, che pose fine alla guerra di successione castigliana e regolò tra l’altro le sfere di influenza lungo la costa africana. In cambio delle zone a sud del parallelo delle Canarie, gli spagnoli ebbero via libera per la conquista dell’arcipelago.

Le Canarie sono sette isole vulcaniche a nord del tropico del Cancro – considerate da alcuni quel che resta di Atlantide -, a qualche centinaio di chilometri dalle coste marocchine, lungo l’antico meridiano zero e limite delle terre conosciute dagli antichi. Anticamente si sapeva appena della loro esistenza, se   ne perse memoria con il tramonto dell’Impero romano e furono riscoperte solo nel 1312 da esplorazioni occasionali di navigatori genovesi.

L’arcipelago nell’alto medioevo fu preso di mira da avventurieri di varia provenienza, tra cui il normanno Jean de Béthencourt con un’armata castigliana. La conquista non andò in porto e venne instaurata una qualche convivenza pacifica. La spedizione militare catalana successiva fu molto più feroce, conquistò l’arcipelago sterminando quasi interamente la popolazione indigena, vendendola come schiava e infine provocandone la completa estinzione in seguito a unioni miste.

In buona sostanza tutto si risolse dal 1464 al 1496. La popolazione indigena conduceva una vita ancora primitiva e il conflitto fu impari. Di essi oggi restano le poche tracce che il DNA può aver mantenuto nell’apparentamento con gli spagnoli, le mummie, i graffiti, qualche statua e le testimonianze dei conquistatori, tra cui un saggio di Giovanni Boccaccio, De canaria et insulis reliquis ultra Hispaniam noviter repertis.

I Guanche, così li chiamarono gli spagnoli, probabilmente deformando il nome degli abitanti di Tenerife e attribuendolo a tutta la popolazione dell’arcipelago, benché tra le isole non ci fossero contatti – parlavano lingue differenti – non conoscendo essi la navigazione, erano circa 80.000, di aspetto nordico, bianchi e biondi. Erano popolazioni che rispettavano le donne e punivano severamente chi le offendeva.

Isabella volle che le Canarie divenissero subito patrimonio regio e le organizzò   secondo le leggi castigliane.

Fu applicato il diritto di adelantado, sorta di patronato concesso dalla regina al capitano della conquista – fatta in nome della Castiglia con il vincolo a rispettarne le leggi -, che diventava governatore. Era tuttavia un titolo ancora molto vago (che a Colombo, ad esempio, fu revocato) regolarizzato solo nella seconda metà del cinquecento.

Vi era un consiglio coloniale che applicava l’imposizione fiscale e regolava il commercio, dipendendo dal Consiglio delle Indie, che si occupava di tutte le colonie. Furono creati tribunali regi con giudici regi, introdotta la religione cattolica e l’inquisizione. Alla colonizzazione parteciparono anche domenicani e francescani. Mah!

La politica attuata nei confronti degli aborigeni non fu diversa da quella che riguardò ebrei e arabi in Spagna. I Guanche che non accettarono il dominio castigliano vennero sterminati, gli si diede la caccia anche sulle montagne, furono venduti come schiavi e trasferiti altrove proprio allo scopo di smembrare la popolazione. Pare che ciò avvenisse “contro” la volontà di Isabella, ma con tutto il debole che ho per la regina, sembra di essere alla solita farsa che protegge i potenti, dove tutto avviene a loro insaputa: si arricchiscono, rubano, manipolano, proteggono, insidiano le nipoti marocchine minorenni dei faraoni, senza saperne nulla.

I pochi che si arresero e si “convertirono”, pare presero parte alla distribuzione delle terre (generosità iberica!)

Ciò che non fecero gli spagnoli produssero le malattie da loro introdotte, che scatenarono micidiali epidemie, stante il debole sistema immunitario dei nativi.

La riflessione, per questo popolo ormai estinto e semisconosciuto, come per tutti quelli che hanno subito la stessa sorte, la stanno subendo o l’hanno evitata per molto poco, è che non bisogna tacere e chi si è macchiato di crimini nei confronti dell’umanità deve essere condannato anche dalla storia e non santificato, si chiami Obama, Putin, Isabella o Bashar al-Assad.

(Storia moderna – 28.2.1997) MP

Commenti (2)

Non porgere l’altro Guanche
2 #
valeria
theavidbooknerd.wordpress.com/
valeriamcbeath@gmail.com
192.161.52.123
Inviato il 09/10/2013 alle 15:28
I like what I see so now i’m following you.

Non porgere l’altro Guanche
1 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.14.240.158
Inviato il 15/09/2013 alle 01:17
Ciao ciao di passaggio,
la scoperta dell’america ti ha sconvolto?

ZÎZNASE

bilgelik sevgisi...bilgi aşkı

Le foci dell'Eufrate

ovvero le frasi che urlo di notte

Falcerossa - Comuniste e comunisti

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