SENSI DI SQUALLORE LETTERARIO FASCISTA

Lezioni condivise 82 – Ungaretti e Soffici

31 Ott 2013 @ 11:59 PM

Si scandalizza qualcuno se affermo che la produzione di poesia italiana nel Novecento, e in particolar modo nella prima metà del secolo, è stata minore? E’ tale proprio nei poeti più celebrati, e se c’è stata Grande poesia, è sommersa, tiratela fuori! Salverei solo qualche poeta, ma dalla caduta del fascismo in poi, ma mai all’altezza dei narratori del secolo scorso, che giganteggiano.

E’ triste che la poesia, tendente all’arte pura, sia stata imbrigliata nelle maglie del fascismo, mentre per attitudine naturale avrebbe dovuto essere resistente, partigiana; ruolo che è toccato prevalentemente al romanzo neorealista.

Per questo è desolante parlare di Ungaretti e di alcuni suoi amici, che formatisi nell’avanguardia francese più anticonformista, finirono per aderire al fascismo, accettandone i favori ed essendo assorbiti dalla sua peggiore propaganda reazionaria.

Ho già trattato questo argomento, ma devo rincarare la dose parlando del suo amico Ardengo Soffici. Questi, toscano, più grande di Ungaretti di nove anni, si dedicava a pittura, scrittura e critica letteraria, collaborando con varie riviste tra cui “Il Leonardo”, “La voce” e “Lacerba”, di cui fu cofondatore con Papini.

Soffici e Ungaretti si conobbero nel 1914, alla vigilia della guerra ed ebbero una fitta corrispondenza dal 1917 al 1930, avviata sul comune terreno del simbolismo francese; discussione che in seguito, pur restando amici, li divise sul piano artistico.

Le loro lettere trattano di letteratura, novità e giudizi sugli autori, ma soprattutto di Ungaretti uomo e soldato, di politica e guerra. In esse, il poeta lucchese, esprime simbologie che ricompariranno nei suoi versi.

Alla vigilia dello scoppio della grande guerra Ungaretti era interventista. Nel 1917 si arruolò nel 19° fanteria e fu spedito all’ufficio censura, che lasciò volontariamente per il fronte. Presto però si stancò della guerra, scrisse le note poesie dal fronte, criticò la gestione del conflitto e chiese ripetutamente il congedo e l’intervento di Soffici per ottenerlo.

La prof, molto indulgente sulle scelte politiche di Ungaretti, è riuscita ad attribuire valore letterario, perfino tecnico, a certe lettere di questo tenore; a mio avviso, in esse viene espressa in modo penoso e per certi versi meschino, la sua paura e angoscia, che cerca di mascherare in modo ridicolo. A motivo della richiesta di esonero sostiene che lui è poeta, dunque più adatto a scrivere brani di critica letteraria; che conosce il francese come fosse la sua lingua materna (sic!), pertanto potrebbe lavorare in Francia per diffondere la cultura italiana all’estero; che tra i soldati c’era consapevolezza della sua superiorità intellettuale e lo chiamavano “signore”.

Imbarazzante commentare se si tiene presente che si arruolò volontario. Sarebbe stato molto più dignitoso riconoscere l’errore e la brutalità oggettiva della guerra, di ogni guerra; si limitò invece ad esprimerla in versi anche ermetici, aderendo contemporaneamente al fascismo, responsabile tra le altre cose della II guerra mondiale e dei crimini razziali. Pertanto anche la poesia scritta nel dopoguerra, “Non gridate più”, assume un valore sinistro e grottesco, in quanto non distingue tra vittime e carnefici, ma soprattutto in riferimento alla sua mancata condanna della dittatura: sembra quasi che l’invocazione sia rivolta agli ebrei e alle vittime del nazifascismo in genere.

Soffici visse a Parigi dal 1899 al 1907, frequentandone gli ambienti letterari e artistici, tornato in Italia, a Firenze, aderì al futurismo, ma ne uscì nel 1914. La sua produzione letteraria, soprattutto autobiografica, non eccelle, il suo miglior lavoro è considerato Kobilek: giornale di battaglia del 1918, insieme alla sua opera critica, tra cui un saggio su Medardo Rosso, pittore torinese e un altro su Rimbaud.

Soffici fu il recensore de “Il porto sepolto” e “Allegria di naufragi”, ma non condivise i lavori successivi di Ungaretti.

Figura controversa e altalenante, passò da uno spirito giovanile rivoluzionario, all’adesione al fascismo, dove pensava potesse svilupparsi l’ordine morale che perseguiva; dal regime ottenne la nomina di Accademico d’Italia.

In una lettera del 1918 Ungaretti manifestava a Soffici l’ammirazione per la sua intelligenza ed eleganza superiore. Lo riteneva maestro d’arte e di vita. Eppure Soffici andava manifestando punti di vista differenti da quelli di Ungaretti anche sul senso dell’immergersi nel Porto Sepolto, dunque sul modo di scrivere versi.

Nel 1920 Ungaretti si schierò contro le scelte artistiche di Soffici. Il dissidio verteva sul ritorno alla classicità da parte di Soffici, mentre per Ungaretti il recupero della tradizione doveva riguardare esclusivamente la musicalità del verso, secondo i dettami del simbolismo francese.

I vociani intendevano recuperare il classicismo alla Carducci, quello dei poeti morti da tempo come ad esempio Petrarca, cosa che Ungaretti giudica la scelta peggiore, riproporre il passato senza nulla di nuovo. Gli stava bene prendere dai classici come dai moderni, ma non riprodurre pedissequamente il loro stile. Citava dunque insieme a Petrarca, Ronsard, Leopardi, Parini, Rosine, Baudelaire, Mallarmè.

Soffici sosteneva invece il ritorno all’ordine italiano e rinnegava poetiche come quelle di Mallarmè e Valery, simbolisti considerati decadenti, che pure erano stati i suoi maestri. Secondo Soffici i due avevano tagliato con il passato senza costruire nulla di nuovo. I punti di vista sono dunque opposti. Il caso scoppiò nel 1929, quando Ungaretti scrisse un articolo ove elogiava Mallarmè e contestava le scelte di Soffici, il quale a sua volta non apprezzava le scelte fatte da Ungaretti con il Sentimento del tempo e i successivi lavori.

La posizione di Soffici rispetto al fascismo è anche peggiore di quella di Ungaretti. Entrambi nel 1925 firmarono il Manifesto degli intellettuali fascisti e più o meno silenziosamente rimasero fedeli al regime fino alla sua caduta. Ma nel 1938 il nome di Soffici compare addirittura nel manifesto, pubblicato sui giornali, firmato da molti intellettuali in appoggio alle leggi razziali appena emanate. Nel 1943, dopo l’8 settembre, nella Firenze occupata dai nazisti, insieme a Barna Occhini, fondò la rivista “Italia e civiltà”, che uscì per ventitré numeri; aderì anche alla repubblica di Salò, blaterando di amor patrio, di carattere sociale del fascismo e fedeltà ai tedeschi. Dopo la Liberazione fu internato per collaborazionismo e assolto per insufficienza di prove. Graziato dunque dalla cecità della classe dirigente postfascista, in parte impregnata di fascismo, in parte poco lungimirante nel sottovalutare gli effetti del travaso di fascisti e fascismo nella società del dopoguerra.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 28.2.1997) MP

Commenti (4)

Sensi di squallore letterario fascista
4 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.72.251.125
Inviato il 13/12/2013 alle 13:30
spiritosa jahira, convieni? scherzi e battute facili a parte, non ci pare ma questo tuo post apre ad una marea di riflessioni. Prima su tutte, se guardo all’Italia con prospettiva storica vedo due cose: l’impero romano, mastodontica macchina di conquista e di produzione di diritto; il terreno di battaglia prediletto da tutta l’europa e non solo, le scorribande di popoli di tutte le razze. L’italiano di oggi a chi è figlio? Secondo me ha fatto secoli di pratica a imparare a sopravvivere tra dominatori stranieri, soldati di ventura di passaggio e clero in casa: ha imparato l’ambiguità e l’alternanza. Altro che partigiani. Dico sempre che di ogni Paese, per quanto detestabile e ignobile sia la sua politica, c’è sempre almeno una cosa da salvare, dell’america salvo la letteratura e l’indipendenza della stampa. La letteratura Italiana al contrario, risente molto dei venti politici, dei padroni della critica e del mercato letterario( e più in generale dell’arte). Ma l’arte non dovrebbe essere libera? Eppure c’è stato un periodo in cui se non eri fascista non pubblicavi e non vendevi, non mangiavi neanche. Nonostante questo, oggi ho molto rivalutato i repubblichini di Salò, avevano più idee e dignità dei nostri politici attuali, molto più fegato di Badoglio….

Sensi di squallore letterario fascista
3 #
jahira
uff
jahira@virgilio.it
79.7.34.136
Inviato il 19/11/2013 alle 23:07
😀

Sensi di squallore letterario fascista
2 #
jahira
uff
jahira@virgilio.it
79.7.28.105
Inviato il 12/11/2013 alle 20:24
Non si puo’ fare di tutta l’erba un fascio (ehm…..)

Sensi di squallore letterario fascista
1 #
jahira
uff
jahira@virgilio.it
79.10.247.207
Inviato il 24/10/2013 alle 10:37
mah, io non ho piu’ voglia di scrivere delle beghe politiche. Sto aspettando le barricate che verranno, amen

NON PORGERE L’ALTRO GUANCHE

Lezioni condivise 81 – La colonizzazione delle Canarie

30 Set 2013 @ 11:55 PM

Alla fine Quattrocento le grandi scoperte geografiche riguardarono soprattutto i due maggiori stati iberici: il regno di Castiglia, che con i Re cattolici si avviava a diventare la nuova Spagna riunificata e il Portogallo, che nella penisola nel corso degli anni si era costruito la propria indipendenza, grazie alla casa d’Aviz, che ne difese decisamente l’autonomia.

Lo sviluppo dei grandi viaggi non fu esattamente l’avallo dei regnanti allo spirito avventuriero dei navigatori, ma una necessità economica non più procrastinabile. L’avanzata dei popoli islamici, e in particolare dei turchi verso occidente, aveva chiuso le vie commerciali di terra, e attraverso il Mediterraneo, per le Indie (così chiamavano allora genericamente tutto l’estremo oriente). Occorreva dunque trovare alternative alle tradizionali vie delle spezie, della seta e per tutto il commercio europeo con l’Asia. Per alcuni Oriente significava anche oro o pietre preziose e si cercarono per anni le fantastiche isole bibliche di Ofir e Tarsis.

I primi a muoversi furono i portoghesi attraverso le coste dell’Africa (vedi post Adiante Pereira!). Furono avviate esplorazioni e conquiste per aggirare l’avanzata turca in medio oriente. Il Portogallo viveva un periodo florido con la dinastia d’Aviz iniziata con Giovanni I (padre di Enrico il navigatore), portata avanti da Edoardo I (fratello di Enrico), Alfonso V e nel periodo in esame da Giovanni II (1495) e Manuel I (1521).

Un’importante tappa di questi viaggi diventò la Guinea, con le cui popolazioni si instaurarono rapporti di scambio assolutamente favorevoli agli europei. Lo stato portoghese si preoccupò di ottenere il monopolio di queste spedizioni e le controllava con l’obbligatorietà delle autorizzazioni del proprio governo; si impossessò dei territori considerati terra nullius, occupabili da chi li scopriva, con l’avallo della chiesa (cattolica) che si riteneva proprietaria dell’orbis terrarum, secondo la dottrina diffusa dai papi.

Le aspirazioni portoghesi furono accolte con bolle papali del 1452 e 1454. Esse concedevano alla corona portoghese la sovranità su tutte le terre e le acque che i suoi sudditi avessero scoperto in zone ancora inesplorate, in cambio della conversione degli indigeni o in alternativa, la loro riduzione in schiavitù.

Intorno alla fine del secolo XV, la Spagna rivolse il proprio interesse alle spedizioni verso occidente, mentre i portoghesi sperimentavano la via ostica del Capo di Buona Speranza: da lì l’India fu raggiunta da Vasco da Gama solo cinque anni dopo la scoperta dell’America, ma ormai – trattato di Tordesillas galeotto – i due oceani conosciuti erano percorsi senza soluzione di continuità, e presto – visto che lo scopo era raggiungere l’oriente (India, ma anche Indonesia, in particolare le Molucche, ricche di spezie), navigando il meno possibile – scoperto il Pacifico, Magellano tentò anche questa via attraverso lo stretto che porta il suo nome. Ma siamo già a cinquecento inoltrato.

Torniamo un po’ indietro. Fu nel 1477 che Isabella di Castiglia decise di portare a termine la conquista dell’arcipelago delle Canarie – pensando probabilmente anche al Marocco, nell’ambito della crociata anti-islamica – trovando l’opposizione del Portogallo. Tutto si risolse nel 1479 con il   trattato di Alcáçovas, che pose fine alla guerra di successione castigliana e regolò tra l’altro le sfere di influenza lungo la costa africana. In cambio delle zone a sud del parallelo delle Canarie, gli spagnoli ebbero via libera per la conquista dell’arcipelago.

Le Canarie sono sette isole vulcaniche a nord del tropico del Cancro – considerate da alcuni quel che resta di Atlantide -, a qualche centinaio di chilometri dalle coste marocchine, lungo l’antico meridiano zero e limite delle terre conosciute dagli antichi. Anticamente si sapeva appena della loro esistenza, se   ne perse memoria con il tramonto dell’Impero romano e furono riscoperte solo nel 1312 da esplorazioni occasionali di navigatori genovesi.

L’arcipelago nell’alto medioevo fu preso di mira da avventurieri di varia provenienza, tra cui il normanno Jean de Béthencourt con un’armata castigliana. La conquista non andò in porto e venne instaurata una qualche convivenza pacifica. La spedizione militare catalana successiva fu molto più feroce, conquistò l’arcipelago sterminando quasi interamente la popolazione indigena, vendendola come schiava e infine provocandone la completa estinzione in seguito a unioni miste.

In buona sostanza tutto si risolse dal 1464 al 1496. La popolazione indigena conduceva una vita ancora primitiva e il conflitto fu impari. Di essi oggi restano le poche tracce che il DNA può aver mantenuto nell’apparentamento con gli spagnoli, le mummie, i graffiti, qualche statua e le testimonianze dei conquistatori, tra cui un saggio di Giovanni Boccaccio, De canaria et insulis reliquis ultra Hispaniam noviter repertis.

I Guanche, così li chiamarono gli spagnoli, probabilmente deformando il nome degli abitanti di Tenerife e attribuendolo a tutta la popolazione dell’arcipelago, benché tra le isole non ci fossero contatti – parlavano lingue differenti – non conoscendo essi la navigazione, erano circa 80.000, di aspetto nordico, bianchi e biondi. Erano popolazioni che rispettavano le donne e punivano severamente chi le offendeva.

Isabella volle che le Canarie divenissero subito patrimonio regio e le organizzò   secondo le leggi castigliane.

Fu applicato il diritto di adelantado, sorta di patronato concesso dalla regina al capitano della conquista – fatta in nome della Castiglia con il vincolo a rispettarne le leggi -, che diventava governatore. Era tuttavia un titolo ancora molto vago (che a Colombo, ad esempio, fu revocato) regolarizzato solo nella seconda metà del cinquecento.

Vi era un consiglio coloniale che applicava l’imposizione fiscale e regolava il commercio, dipendendo dal Consiglio delle Indie, che si occupava di tutte le colonie. Furono creati tribunali regi con giudici regi, introdotta la religione cattolica e l’inquisizione. Alla colonizzazione parteciparono anche domenicani e francescani. Mah!

La politica attuata nei confronti degli aborigeni non fu diversa da quella che riguardò ebrei e arabi in Spagna. I Guanche che non accettarono il dominio castigliano vennero sterminati, gli si diede la caccia anche sulle montagne, furono venduti come schiavi e trasferiti altrove proprio allo scopo di smembrare la popolazione. Pare che ciò avvenisse “contro” la volontà di Isabella, ma con tutto il debole che ho per la regina, sembra di essere alla solita farsa che protegge i potenti, dove tutto avviene a loro insaputa: si arricchiscono, rubano, manipolano, proteggono, insidiano le nipoti marocchine minorenni dei faraoni, senza saperne nulla.

I pochi che si arresero e si “convertirono”, pare presero parte alla distribuzione delle terre (generosità iberica!)

Ciò che non fecero gli spagnoli produssero le malattie da loro introdotte, che scatenarono micidiali epidemie, stante il debole sistema immunitario dei nativi.

La riflessione, per questo popolo ormai estinto e semisconosciuto, come per tutti quelli che hanno subito la stessa sorte, la stanno subendo o l’hanno evitata per molto poco, è che non bisogna tacere e chi si è macchiato di crimini nei confronti dell’umanità deve essere condannato anche dalla storia e non santificato, si chiami Obama, Putin, Isabella o Bashar al-Assad.

(Storia moderna – 28.2.1997) MP

Commenti (2)

Non porgere l’altro Guanche
2 #
valeria
theavidbooknerd.wordpress.com/
valeriamcbeath@gmail.com
192.161.52.123
Inviato il 09/10/2013 alle 15:28
I like what I see so now i’m following you.

Non porgere l’altro Guanche
1 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.14.240.158
Inviato il 15/09/2013 alle 01:17
Ciao ciao di passaggio,
la scoperta dell’america ti ha sconvolto?

ERIT SALUS IN GREMIO VIRGINIS

Lezioni condivise 80 – Società spagnola moderna.

30 Ago 2013 @ 10:00 AM

Ricordo a me stesso perché il programma di Storia Moderna in Sardegna è così denso di storia spagnola. Perché è soprattutto la Spagna ad essere protagonista nel mondo nella prima parte dell’Età moderna, e per quanto riguarda la Sardegna, essa è stata legata alla corona Aragonese un secolo e mezzo prima della conclusione del medioevo e successivamente alla Spagna riunificata fino al secondo decennio del Settecento, mantenendone la lingua (oltre al sardo) per almeno un altro secolo e diverse tradizioni culturali sono ancora vive oggi. La storia di Sardegna e la storia spagnola per alcuni secoli si incrociano più che con qualsiasi altra. Naturale dunque che il riferimento storico moderno prevalente sia alla Storia di Spagna.

Ho già fatto cenno nella lezione 77 che la nobiltà castigliana osteggiò il matrimonio tra Isabella e Ferdinando. I contrasti tra la Castiglia e gli altri regni formatisi durante la Reconquista avevano radici profonde. La Castiglia si sentiva erede del regno Visigoto, pertanto non aveva visto di buon occhio la nascita degli altri regni autonomi, compreso quello d’Aragona. Peraltro anche dopo il matrimonio i due regni restavano divisi, ciascuno come bene privato dei rispettivi sovrani, situazione che si superò solo di fatto quando Carlo V, nipote dei sovrani, figlio di Giovanna, divenne l’erede unico, in quanto ufficialmente continuavano ad esistere il Regno di Castiglia e quello d’Aragona, potendosi dunque parlare di Corona di Spagna, come unione di più regni, più che di un regno di Spagna.

Il 1492 è una delle date che vengono adottate per segnare la fine del Medioevo e l’inizio dell’Età moderna, è l’anno in cui Colombo approda nel nuovo mondo, che si frapponeva nell’Oceano tra Europa e Asia. Esso era già stato toccato dai popoli scandinavi nel X secolo, senza che fosse chiaro trattarsi di un nuovo continente. Era un periodo storico in cui le scoperte geografiche non erano volute come del XV secolo, quando si succedettero in pochi anni nuove esplorazioni lungo le coste dell’America, e che si trattava di un nuovo continente fu compreso da Vespucci nel 1501.

Il regno di Isabella era nella sua pienezza, era ormai uno stato moderno e si sentì il bisogno di organizzare un esercito nazionale; erano ormai emersi i limiti delle armate mercenarie medievali.

La necessità fu contingente, stante la durata della guerra con il sultanato di Granada, ben 11 anni e conclusero la reconquista (1492). Proprio in quegli anni veniva introdotta nei conflitti un’arma da fuoco, l’archibugio. Ma l’esercito fu impiegato anche per le conquiste in Europa, in particolare per il mantenimento del predominio in Italia.

Nelle nuove truppe, costituite da professionisti, retribuiti, emergeva la fanteria, a scapito della cavalleria pesante; c’erano soldati che rimanevano in attività tutta la vita. L’esercito era suddiviso in Tercios (ogni tercio contava 3000 uomini). L’esercito spagnolo dominò sui campi di battaglia fino alla guerra dei trent’anni (1659), quando subì la sconfitta dalla Francia .

In questo esercito avevano importanza determinante i nobili, considerati parenti del sovrano, che ottenevano gli incarichi più importanti.

Nello stesso periodo cominciarono ad affermarsi nella società spagnola i “letrados”, solitamente non nobili, ma laureati in diritto civile e canonico (utriusque iuris doctor, uid); il termine inizialmente indicava gli uomini di lettere, poi finì per indicare i giuristi e infine gli avvocati. Nel castigliano attuale indica entrambe le cose, e in generale chi svolge un lavoro intellettuale.

Gli artigiani erano organizzati in Gilde (società, fratellanza), secondo le corporazioni già esistenti in Catalogna e Aragona, denominate Gremi. Ciascuni di essi aveva un santo protettore e una cappella (es. Sant’Elmo, patrono lavoratori del porto). A Burgos c’erano i Consulados de mar per l’esportazione della lana.

Il termine gremio, dal latino grembo, ha un’origine religiosa, inizialmente pagana, poi adottata in certi ambienti cristiani delle origini. Riguarda la profezia delle sibille, vergini depositarie di capacità divinatorie per il loro voto di castità: Erit salus in gremio virginis, che significa La salvezza ci verrà dal grembo di una vergine.

Tuttavia in latino corrispondevano alle Universitates o Collegia.

I gremi si diffusero in tutta Europa, in Italia furono definite Arti, in Francia Guildes, in Inghilterra Guilds, in Germania Zünfte, in Veneto fraglie (dal latino “fratalea”, cioè “fratellanza”).

I Gremi attecchirono notevolmente in Sardegna, ve ne sono diverse testimonianze in storici statuti di Società di mutuo soccorso tra artigiani, ma soprattutto in varie rappresentazioni civili, sempre tra il Cristiano e il pagano, come la Faradda (discesa) di li candareri di Sassari e soprattutto Sa Sartiglia di Oristano.

(Storia moderna – 24.2.1997) MP

Commenti (3)

Erit salus in gremio virginis
3 #
Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
paolasixsix@yahoo.it
159.213.40.2
Inviato il 02/09/2013 alle 12:35
l’unione fa la forza…:-)

Erit salus in gremio virginis
2 #
Paola
ilcestinodeicotoni.iobloggo.com
annamariaporcelli@libero.it
79.42.79.23
Inviato il 01/09/2013 alle 15:49
Dopo il forzato congedo da Splinder non mi sono ripresa. Il mio cestino dei cotoni si trova su più piattaforme e forse quella il cui linguaggio riesco ad usare con meno difficoltà è “iobloggo”.
Ora ho da leggere quanto ho perso dei tuoi vari siti.
Un carissimo saluto.

Erit salus in gremio virginis
1 #
Alessandra
sefosseche.myblog.it/
sefosseche@virgilio.it
87.17.240.246
Inviato il 23/08/2013 alle 15:38
ho ricambiato la tua gradita visita… sono appena rientrata dalle ferie… disfo la valigia e ripasso da te ^__* ciao

CABORIS, PREXORIS

Lezioni condivise 79 – Rapporti tra lingua e cultura

31 Lug 2013 @ 11:59 PM

Aveva ragione Fernand Braudel a lamentare la scarsità di filosofi, direi di gente che pensa; qualità che non sarebbe male possedessero i politici, che razzolano un po’ come galline in confusione e hanno come unico scopo l’essere appunto politici, per loro quel che accade intorno è illogico, secondario… Ma loro sono “eletti” per cui non possiamo chiedere troppo. Potremmo però chiederlo almeno ai certi giornalisti dell’era berlusconiana, che per lavorare nel servizio pubblico possiedano almeno una laurea a pieni voti in filosofia, così, giusto per pensare con la propria testa e non con le emanazioni provenienti da palazzo Grazioli, modesta seconda casa, cui si prostrano ormai palesemente.

Pensavo a Braudel per ragioni meno basse, soprattutto riflettevo sulla fortuna che ho avuto a studiarlo. Si potrebbe dire che l’argomento che sto per trattare non rientri nel suo campo, non è così! Egli, in modo più concreto che teorico, è un rappresentante illustrissimo dell’interdisciplinarietà, concreto perché la mostra con la sua opera più che teorizzarla, per cui noi in essa leggiamo già palesemente, ciò che una teorizzazione relegherebbe nella vecchia concezione scientifica. Per questo a Braudel bastano poche parole: “…La vita è un tutto unico, che anche la storia deve esserlo e che non bisogna perdere di vista in nessuna occasione, neppure per un attimo, l’intrecciarsi infinito delle cause e delle conseguenze”.

La storia non sono solo fatti estrapolati dalla vita degli stati, ma è soprattutto la vita generale, momento per momento. Cosa che approfondita porta ad un progresso del marxismo, eliminando la tipologia classista, elitaria, per un’autogestione totale dell’umanità, non più sottomessa a elite di alcun tipo. “Se vogliamo studiare i fatti sociali, così complessi nel loro insieme, non serviamoci dunque di un sola fonte di luce”. La società non vista da una sola fonte o scienza, ma da tutte le scienze insieme. “Il nostro intento, invece è accendere tutte le luci contemporaneamente” (citazioni da F. Braudel, Storia, misura del mondo, Il Mulino, Bologna, 1998).

La linguistica è dunque funzionale alla storia e la storia alla linguistica e a tutto il resto, essa con le altre scienze contribuisce a illuminare la conoscenza.

Quanto accade per la formazione delle persone avviene anche per la lingua, che varia in base alle culture con le quali interferisce ed esse si esprimono attraverso la lingua locale, sia essa alloglotta, dialetto o vernacolo. Questo principio sostanziale è soggetto tuttavia a molte variabili, pensiamo all’imposizione di un dominio, di una cultura e di una lingua, dunque alle vicende storiche più disparate di alcuni popoli; ci sono situazioni estreme in cui delle lingue si sono estinte nel silenzio o nell’impotenza, nella negligenza o nell’ignoranza.

E’ la cultura popolare a modellare la lingua, la massa di persone che parlano e comunicano; il volgare alla fine prevale sulla lingua curiale e burocratica. E’ vero, oggi c’è la scuola, ci sono i mass media, ma hanno un po’ perso la loro “spinta propulsiva”, oggi che va ancora tanto lo slang brianzolo e i giornalisti parlano romanesco, con modalità più kitsch che culturali. E’ arduo districarsi in questa caotica babele ove sovente si confonde il genuino con il verosimile.

I bisogni del popolo modellano l’idioma, ne costituiscono i tipi, generano le differenziazioni semantiche, rendendo impossibili le traduzioni letterali con idiomi di culture materiali differenti.

Le pluralità lessicali sono indicative dell’importanza in quella cultura dell’oggetto da designare, gli atlanti linguistici sono un buono strumento anche per rilevare ciò, hanno dunque una valenza anche antropologica, storica e culturale.

Il pane è certamente un elemento fondamentale dell’alimentazione e della tradizione cultuale della Sardegna, infatti le varietà di pane e dunque le rispettive denominazioni, non hanno eguali nel mondo romanzo.

Uno stesso termine può designare diverse tipologie in diversi territori e viceversa una voce diversa può indicare lo stesso oggetto.

Alla Carta da musica, dell’italiano regionale di Sardegna, corrispondono su pani carasau, carasatu, sa pillonca, su pistoccu, su pan’e fresa, su póddine, fino al pani gutiau.

In ogni famiglia in passato aveva luogo almeno una panificazione settimanale. Il prodotto circolava a livello parentale e non c’era problema di varietà di linguaggio. Ora, con la piccola produzione industriale, vi è invece l’esigenza della denominazione unica che identifichi le diverse tipologie di pane, anche se potremo facilmente osservare che non è proprio così e non accade solo in Sardegna, visto che ad esempio il “cornetto” romano a Bologna lo chiamano “brioche” (!), la rosetta, michetta e via dicendo.

Il civraxu (pani de Seddori) in italiano regionale in su Cab’ e susu, viene chiamato spianata e ha, stante la diffusione regionale, un’infinità di varianti: chiàgliu, chiàlgiu, chiarju, chiarzu, chivalzu, chivarju, chivarzu, civàrgiu, crivalzu, crivaxu, crivazu, colacola, fruferedhu. Un riferimento italiano può essere il cruschèllo, ma solo riguardo alla qualità del grano, non per lavorazione e forma.

Sulla lavorazione del grano e la produzione del pane si potrebbe fare poesia, scrivere romanzi di alta letteratura, dovrò limitarmi invece ad essere il più possibile sintetico.

Dalla macinazione de su trigu (grano) si separano quattro parti di crusca/farina mediante setacciatura: prima si separa su póddini (crusca) più grosso dalla farina, successivamente si ottengono con sadatzus (setacci) più fini, su sceti, farina talmente leggera che vola (con la quale si fa il pane fine omonimo) e sa sìmbula (semola) che dà origine al cocoi, pane croccante; quel che rimane sul setaccio è su civraxu ed è una farra (farina) meno pregiata che dà origine al pane omonimo.

La fama del civraxu in Campidano ha ormai superato quello della farina che gli dà il nome, pertanto indica una forma di pane tondeggiante, non piatta, largo in media 30 cm, la cui farina non viene lavorata e pesa fino anche a tre kg.

Mentre il civraxu ha la sua tipica forma di costone collinare, su cocoi (pasta dura) cambia spesso forma ed è caratterizzato dai pitzicorrus croccanti (protuberanze puntute) di ampiezza variabile. Questo tipo di pane ispira la fantasia dei panificatori e se ne fanno di diverse tipologie e per varie occasioni: a tzichi (a forma di pulcino), a lóriga (circolare), cun ou (con uovo), a folla de fa (a fava), pintau, froriu, cocòi de Pasca, cocoiedhu afollitau (tutto pitzicorrus), stampau in mesu, de pitzus, in figura de pipia o àngiulu. Talvolta il cocoi, contiene il corpo in sceti, specie a Pasqua, ma Sceti viene definito un altro tipo di pane fine, di farina di prima scelta, che solitamente ha la forma di una grossa farfalla, lungo intorno a 25 cm e alto circa 10 cm., morbido. A volte le denominazioni si confondono con il cocoi e altri nomi, boledu, isete, in riferimento al fatto che si tratta della farina che vola mentre si setaccia o macina.

Un altro tipo di pane piuttosto diffuso in Sardegna è sa lada, pane morbido e fine, lavorato come il civraxu, stesso tipo di farina e lavorazione, la forma è quella di una baguette tondeggiante: si trovano sa lada a corpo unico, piuda, lúcida, stampada, lada cun casu, cun ollu, cun gerdas, ladixedha de parada, mustatzolu, costedha, agliola.

Vengono fatte anche con la forma del panino per antonomasia, ma piuttosto consistenti o anche con pezzature piccole farcite in vario modo.

Il gran numero di varianti deriva dalla vita agro/pastorale prevalentemente praticata in Sardegna fino a tempi ancora vicini a noi, sia per la grande consumazione di pane, sia per le scarse vie di comunicazione e dunque di interazione tra la gran massa di gente, alla conformazione del territorio che rende meno accessibili alcune zone, alle conseguenti diverse ondate e tipo di latinizzazione, alla presenza di diversi sostrati nelle varianti del sardo, al fenomeno di risardizzazione dei prestiti, una serie di variabili incalcolabili che hanno prodotto la lingua sarda di oggi, che in una situazione socio-economica mutata fa dei passi da gigante verso una koinè, tra le due o quattro varianti principali, con la missione per tutti della salvaguardia dei particolarismi grammaticali e lessicali.

Simile al discorso fatto per il pane è quello per i colori, anche più semplice: occorre considerare che il pane è un elemento vitale.

I colori non sono distinti allo stesso modo da tutti i popoli, che “tagliano” in modo diverso il continuum rappresentato, allo stato naturale, dalla gamma dell’iride. Per gli Antichi Romani caeruleus valeva per i colori che vanno dal verde-azzurro fino al blu e quasi al nero; purpureus indicava i colori dal rosso al viola e perfino l’azzurro. Dunque macrocolori che in antichità si rifletterono anche sul sardo. Il rosso nel sardo antico era un macrorosso che spaziava dal rosa all’arancione La gran parte dei colori in sardo è riferito a qualche elemento esistente in natura, un fiore, un frutto (cabori de arrosa, cabori de aràngiu, cabori de cinixu, de castàngia).

In passato vi era una scala cromatica diversa, più dettagliata e comunque variabile da cultura a cultura anche nella stessa Sardegna.

Tento uno schema della possibile differenza percettiva, accusata dalla lingua, tra intuitività dei colori nel sardo e nell’italiano, partendo dalla base dei colori dell’iride:

Per gli uccelli il discorso torna farsi complesso per lo stesso motivo suddetto, la diffusione della caccia e la necessità di stabilire delle denominazioni, che sono talmente variegate, anche per l’incisività in questo caso dell’idioletto, riscontrabile negli atlanti linguistici, frutto di interviste personali.

Dati che andranno poi elaborati dal linguista per dare valore ai vari termini.

La denominazione degli uccelli in parte si fonde con il nome dei colori.

Pettirosso = scrax(i)u grogu; fenicottero = ghente arrùbia; merlo = meurra, bicu aràngiu

Le pluralità lessicali ci sono quando la cosa da designare è importante in quella cultura, gli atlanti linguistici sono un buono strumento anche per rilevare ciò, hanno dunque un’importante valenza antropologica, storica e culturale.

(Linguistica sarda – 21.2.1997) MP

Commenti (3)

Caboris, prexoris…
3 #
vitty
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84.223.32.203
Inviato il 12/08/2013 alle 14:43
Quante notizie interessanti sul pane! A pensarci qualcuno le potrebbe usare per scriverci una bella tesi sulla nutrizione. Complimenti,bravo come sempre!!! 😉

Caboris, prexoris…
2 #
giulia
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82.60.188.164
Inviato il 05/08/2013 alle 00:20
magna un toco de pan e stà sito… che co tutti sti pani non capiso pì niente!
Ti sfido a fare un racconto sul pane. Di 10 pagine… 🙂
alla decima pagina sono già cotta…
(tutta colpa del forno che con questo caldo mi fa abbandonare ogni mia volontà)

Caboris, prexoris…
1 #
jahira
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79.25.17.189
Inviato il 25/07/2013 alle 15:06
la bibbia? E perche’ no 🙂 l’ho letta anche io, un po’ pallosetta in alcuni punti 🙂 ma sicuramente non pallosa come il corano 🙂

È QUI CHE SI PRENDE IL BATTELLO, È QUI CHE SI VENDEMMIA

Lezioni condivise 78 – Baudelaire e Ungaretti

30 Giu 2013 @ 11:54 PM

Osservo come the estate (lo status) – nel senso di possesso di un’immagine – di una persona possa mutare decisamente in base al luogo dove si forma e vive, e mi riferisco non tanto alla visione che ciascuno ha di se stesso, oggettiva o ideale, ma piuttosto a quella che ne fa o ne farà la società di destinazione (connazionale, letteraria, critica…), il marchio che volenti o nolenti ci viene cucito addosso. Come dire, non saremmo così simili a noi stessi se avessimo vissuto da un’altra parte. E’ abbastanza scontato, ma mi trovo a rifletterci su pensando all’immagine letteraria di Baudelaire e Ungaretti.

Tanto Baudelaire è icona persistente della ribellione, dell’anticonformismo, della poesia maledetta – e ciò trova riscontro nella sua stessa vita di bohemienne, scapigliato e censurato – quanto Ungaretti lo è di un certo conformismo e piattume, che sa di stantio, un grigiore tutto italiano che fu anche dei suoi predecessori, da Foscolo a D’Annunzio. E appunto Baudelaire è francese, Ungaretti italiano, la differenza è evidente già dal confronto tra La Marseillaise e Fratelli d’Italia, tant’è che due menti geniali come i Fratelli Taviani, nel fare un film sul risorgimento lo hanno intitolato Allonsanfan.

Questioni iconografiche, che non ci costringono a beatificare Baudelaire, né alla damnatio memoriae nei confronti di Ungaretti, ma che registro, certo del fatto che dal parisien tengo prudentemente le distanze e non perché bevesse troppo assenzio…

Questa divagazione è necessaria per restituire la giusta misura alla supposta relazione tra la poesia del lucchese e quella del poeta maledetto. L’incontro letterario tra i due avvenne quando Ungaretti, in età giovanile e ancora in Egitto, dalla sua lettura come da quella di Mallarmè e Apollinaire, imparò il simbolismo: versi sintetici su immagini emblematiche e termini allusivi che in seguito integrerà con il futurismo; due avanguardie anticlassiche che privilegiano da una parte la musicalità, dall’altra il segno grafico, il rumore; e in seguito vedrà con sospetto il ritorno all’ordine dei “rondisti”, cui si avvicinò per ragioni ideologiche.

L’influenza di Baudelaire è evidente in alcuni brani, nella tematica del viaggio visto come allontanamento da una società o da una condizione di disagio non solo fisico, il mito di Ulisse, il concetto di viaggio come conoscenza: “Mais les vrais voyageurs sont ceux-là seuls qui partent/ Pour partir; cœurs légers, semblables aux ballons,/ De leur fatalité jamais ils ne s’écartent,/ Et sans savoir pourquoi, disent toujours: Allons !/” (da “Le Voyage” di Charles Baudelaire).

Ma è difficile pensare che la poesia non sia in ogni caso viaggio, anche solo metaforico, pertanto è un po’ banale scegliere questo elemento come comunanza, peraltro in Ungaretti il viaggio è la vita stessa, conoscenza, ma soprattutto esilio, mondo esterno ed interiore insieme, necessità di conoscenza del mistero dell’uomo: la nascita in Egitto, gli studi in Francia, la guerra in Italia, l’emigrazione in Brasile e il ritorno; non riesco a vedere degli elementi così comuni, in certi versi forse, ma non nel corpus poetico, i due seguono strade diverse, come se la stessa sceneggiatura l’avessero tradotta in film John Wayne e Luis Buñuel.

E subito riprende/ il viaggio/ come/ dopo il naufragio/ un superstite/ lupo di mare” (Allegria di naufragi, 1917), ma il viaggio è la guerra, la guerra in cui si va volontari per poi maledirla, come se non se ne fossero fatte abbastanza per averne esperienza, da prima di Maratona a Caporetto e oltre.

Gli esempi si possono sprecare fino alla Terra promessa: “Erto più su più mi legava il sonno,/ dietro allo scafo a pezzi della pace/ struggeva gli occhi crudeltà mortale;/ piloto vinto d’un disperso emblema,/ vanità per riaverlo emulai d’onde;/ ma nelle vene già impietriva furia/ crescente d’ultimo e più arcano sonno,/ e più su d’onde e emblema della pace/ così divenni furia non mortale”. (Recitativo di Palinuro, 1932), viaggio reale nei luoghi di Enea (possiamo immaginare una comparazione con il viaggio di Ulisse baudelairiano?).

Certo la lettura di Baudelaire induce echi e suggestioni in Ungaretti, inseriti in due culture e contesti differenti: “O Morte, vecchio capitano, è tempo! Sù l’ancora!/ Ci tedia questa terra, o Morte! Verso l’alto, a piene vele!” (Le voyage, 1859), non ha nulla a che fare con Il capitano (1917) di Ungaretti, persona fisica (Nazzareno Cremona) caduta in guerra, come si rileva da una dedica autografa del poeta ai genitori dello stesso, che poi si riferisse anche a se stesso è un altro discorso.

Ci sono attinenze rielaborate in un contesto differente; ma accostare Ungaretti a Baudelaire è una forzatura, forse per induzione tramite Rimbaud e Apollinaire.

Ricorrente è in Ungaretti il tema della luce, del sole che illumina con i suoi raggi, fin dal contesto della grande guerra, con “Cielo e mare”, poi “Mattino”, M’illumino d’immenso… Qui il sole che irradia la luce al mattino, attrae, guida, rinfranca, ti fa sapere che sei ancora vivo e parte del creato, restituisce la memoria, fortifica, seppure in un contesto drammatico. Il mondo lasciato alle spalle porta in ogni caso a un nuovo mondo.

Anche “Le stagioni” è piena di luce: O leggiadri e giulivi coloriti/ che la struggente calma alleva,/ e addolcirà,/ dall’astro desioso adorni,/ torniti da soavità,/ o seni appena germogliati,/ già sospirosi,/ colmi e trepidi alle furtive mire,/ v’ho/ adocchiati./ Iridi libere/ sulla tua strada alata/ l’arcano dialogo scandivano./

E’ mutevole il vento,/ illusa adolescenza./ Eccoti domita e turbata./ E’ già oscura e fonda/ L’ora d’estate che disanima./ Già verso un’alta, lucida/ Sepoltura, si salpa.

Situazione tetra nella luce dell’estate, secca, nera, poesia paradossale, ossimorica, drammatica, come di una morte presente nei vivi, concetto che torna in Di Luglio: È l’estate e nei secoli/ con i suoi occhi calcinanti/ va della terra spogliando lo scheletro.

Un processo analogo di personificazione della natura lo troviamo in “Illuminazioni” di Rimbaud, la cascata di raggi del sole che scompiglia i capelli correndo nel bosco:

Io risi alla cascata bionda che si scarmigliò attraverso gli abeti: sulla cima argentea riconobbi la dea.

E Baudelaire: Il godimento dà al desiderio più forza./ Desiderio, vecchio albero che il piacere concima,/ mentre s’ingrossa e s’indurisce la tua scorza,/ verso il sole si tendono i rami della tua cima!

Durante il periodo militare, Ungaretti, in alcune lettere a Papini parla dei suoi antenati letterari (le citazioni variano): Villon, Maurice de Guérin, Mallarmé, Papini stesso, Dostoevskij, Cellini; ci mette anche sua madre e il romanzo realista Bel Ami di Guy de Maupassant (1885).

Ungaretti visto sotto un profilo tecnico è un’altra cosa, le influenze possono essere osservate in modo più neutro. Con Papini discorreva della sua recherche metrico-stilistica, della necessità di sperimentare termini nuovi e abbandonare quelli abusati, ovvero restituirgli un senso, in un contesto di versificazione moderno, frantumando endecasillabo e settenario. Tuttavia i suoi punti di riferimento restano Dante e Leopardi e spezzare il verso è solo il pretesto per mettere in evidenza le parole che gli interessano.

In questo contesto critica Poliziano (fa pillole) e Manzoni (fa confetti), ritenuti roba scolastica, anche se il giudizio è ben più articolato e non scevro di notazioni positive. Nei poeti cerca il ritmo e la musicalità (Verlaine) – caratteristiche per la ricerca di unità nella poesia italiana – più che il messaggio.

Aspra è anche la polemica di Ungaretti intentata contro la religione, che persegue il bene a parole e nella pratica fa del male. Altri modelli sono indicati in san Giovanni evangelista, Verlaine, Rasputin (visti come figure “maledette” forse, ma dal difficile accostamento tra loro, specie relativamente a Verlaine).

L’opera di Ungaretti è stata soggetta a studio filologico e pubblicata in edizione critica, “Vita di un uomo”, dove emergono tutte le problematiche testuali e la varianti, numerose, specie nella silloge “Allegria di naufragi”. E visto che siamo in tema qualche filologa mi illumini sul titolo del post…

(Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea – 21.2.1997) MP

Commenti (4)

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
4 #
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Inviato il 20/07/2013 alle 12:08
ancora in viaggio?

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
3 #
noti
notimetolose.myblog.it
notimetolose@virgilio.it
151.41.167.130
Inviato il 04/07/2013 alle 22:04
Sono come l’ebreo errante ma sono mortale. E fin che posso girerò il mondo per conoscere, vedere, parlare, captare, sentire, ascoltare. E che Baudelaire si fotta come la sua Emma.

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
2 #
giulia
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87.5.246.20
Inviato il 01/07/2013 alle 21:59
baudelaire… se conosci la sua storia non puoi amare la sua poesia e quella sfattezza e mollezza si vede tutta nei suoi versi, a cui cerca di dar forza con il lirismo, ma poi cade e cade quando cade nella realtà, nell’inconcludenza dei suoi gesti, tipica dei poeti molli.

E’ qui che si prende il battello, è qui che si vendemmia!
1 #
andreapac
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213.198.132.189
Inviato il 30/06/2013 alle 22:08
Grazie della visita e del commento lasciatomi, non sono campanule ma fiori aperti pentapalmari, come le margherite e pelargoni.
Molto bello e istruttivo quello che scrivi, buona settimana

SIAMO IN FASCIA PROTETTA

Lezioni condivise 77 – Isabella di Castiglia

31 Mag 2013 @ 3:05 PM

Non so a quanti possa essere capitato, ai tempi della scuola elementare, una sorta di apprendimento “random”, c’est a dire, percepire ogni tanto una parola o una frase mentre si era intenti a navigare con la fantasia per lidi più stimolanti e trasformare quanto captato in un concetto creativo, ma completamente avulso dalla sostanza della lezione.

La casistica potrebbe essere composita. Un esempio memorabile riguarda l’associazione di una parola, che infranse il fantastico viaggio, a un’altra omofona già conosciuta.

Resistenza per me era quell’aggeggio vagamente a forma di tempio a pozzo o di tomba egizia (da qualche parte devo aver raccontato delle decine di film di antichi egizi che mi son sorbito da bambino) che mio padre frequentemente sostituiva nel ferro da stiro, dicendo dopo averlo controllato “Est sa resistenza”.

Dopo le difficoltà ad accettare un’altra realtà e l’imbarazzo per il qui pro quo, mi chiesi certamente se fossi stato il solo ad andare in quella direzione così elettrica

L’altro aneddoto, più pertinente a questa lezione, riguarda un curioso scambio di persona.

C’è da premettere che tanti adulti persistono nel credere assolutamente ingenui i bambini, pur essendolo stati anche loro. Si comportano come se non ci fossero anche quando non sarebbe opportuno. Anche in TV ripetono continuamente “siamo in fascia protetta”, espressione molto “educativa” che non cadrà nel vuoto. Non ci si stupisca allora di veder stracciate le proprie convinzioni moralistiche di adulti, dimenticando che da bambini capitava di leggere fumetti come Isabella, Lucrezia e Messalina.

Ciò detto, per molto tempo fui convinto che le gesta della duchessa De Frissac, francese, del seicento e personaggio di fantasia, fossero quelle di Isabella di Castiglia da adolescente.

Alcuni storici immagino non abbiano avuto il mio stesso misunderstanding per avanzare dubbi sulla figura morale della Regina più famosa dell’età moderna, peraltro gli antagonisti, come in ogni conflitto radicale che si rispetti, la vorrebbero santa.

Isabella di Castiglia è una figura mitica della storia europea e non solo. Erede del casato di Trastàmara e d’Aviz, ma con un surplus di parentela nobiliare labirintica. Figlia del re Giovanni II, sorellastra del di lui successore Enrico IV, cui a sua volta successe nel 1474 – sebbene il regno rimase in bilico per la complicata guerra di successione intentata dai sostenitori di sua “nipote” Giovanna, indicata erede al trono quando si seppe delle nozze segrete tra lei e Ferdinando D’Aragona, celebrate nel 1469, che violavano il trattato che la designava regina con la clausola di sposare il re di Portogallo Alfonso V. Egli stesso avviò la guerra giacché diventato nel frattempo marito di Giovanna.

La figura di Isabella ha in parte oscurato quella del consorte, “cugino” d’adozione. Con il loro matrimonio si deve, de facto, la nascita dello stato moderno di Spagna, sancito dall’unione tra le corone di Castiglia e Aragona. Detta “la Cattolica”, a lei viene attribuita a torto o a ragione, in quanto regina dello Stato che finanziò il viaggio, la scoperta dell’America. Da lei e dal consorte fu accolto Colombo a Barcellona, e quando questi scoprì il nuovo mondo lo “donò” a Castiglia e Leon.

Le si attribuisce anche l’avvento dell’inquisizione in Spagna (fu forse più colpa di Ferdinando), ma è stata anche la regina del completamento della reconquista, conclusa nel 1492 con la presa di Granada.

L’ascesa al trono di Aragona di Ferdinando II non fu meno intricata, specie per le trame della madre Giovanna Enriquez; era lei che aspirava al matrimonio del figlio con Isabella, celebrato poi in segreto per l’opposizione dei nobili di Castiglia. Ferdinando era allora re di Sicilia. Successe al padre Giovanni II, re d’Aragona, solo nel 1479 e da questo momento operò di fatto come sovrano di uno stato unitario, sebbene legalmente i due regni fossero ancora distinti. Fu attivo soprattutto nella politica estera e militare, per la chiusura della faccenda di Granada, ultimo avamposto musulmano in Spagna e per la contesa con il Portogallo per la conquista del nuovo mondo, culminato con il trattato di Tordesillas del 1494, che in buona sostanza favorì la Spagna, rispetto alle bolle papali che lo precedettero.

In generale in quel periodo le monarchie venivano concepite come proprietà privata del sovrano, tale era la Castiglia per Isabella. Più complesso il discorso per l’Aragona, il cui territorio più importante, la Contea di Catalogna, con la città di Barcellona che godeva di particolari privilegi, era governato dalle Cortes (Generalitat), che diedero parecchio filo da torcere a Ferdinando.

Questi costituì il Consiglio d’Aragona nel 1494; ne facevano parte anche i castigliani, per la reciproca informazione e rappresentanti di tutti gli stati della corona (per la Sardegna, in un primo tempo parteciparono gli stessi catalano-aragonesi di stanza nell’isola, solo dopo il 1600 furono nominati realmente dei sardi).

Benché i due regni fossero uniti di fatto nella figura dei sovrani, le loro istituzioni rimasero separate. La Castiglia in quanto regno più ricco, fu quello in cui i sovrani stabilirono la loro residenza (per Aragona e Catalogna fu nominato un viceré). Tuttavia si trattò di una sorta di regno itinerante con continui spostamenti, specie da parte di Ferdinando.

La capitale era allora Toledo, ma la politica veniva esercitata prevalentemente a Valladolid e le questioni economiche a Burgos.

Un problema spinoso per i reali di Castiglia era la prepotenza nobiliare nel territorio e i numerosi privilegi concessi alle città. L’imposizione del Tribunale della “santa” inquisizione, nel 1478 fu dunque anche uno strumento politico per il controllo del dissenso e degli abusi.

I re cattolici fin dal 1482, per la loro fedeltà alla chiesa, ottennero il privilegio di designare i vescovi spagnoli al papa per la successiva nomina; questa presentazione avveniva sotto forma di supplica. Essi sfruttarono questo privilegio organizzando le terre della reconquista anche sotto il profilo religioso fin dal 1486.

Non tutto il potere fu concentrato nel Consiglio Reale. Isabella organizzò lo stato con i tre rami: nobiliare, clericale e reale (città regie) nelle cortes (il parlamento), rispettò le autonomie regionali e i fueros (consuetudini) e questo, insieme al suo senso di giustizia e clemenza, le procurò il consenso popolare.

Promulgò un codice valido per tutto il regno, che venne pubblicato nel 1484 con il titolo di Ordenanzas Reales de Castilla. Ella presiedeva quasi settimanalmente le sedute dei tribunali e dava pubblica udienza a chiunque ne facesse richiesta.

Creò i tribunali locali, le audencias; in Sardegna la “Reale udienza”, che essendo lontana dal potere centrale, godeva di ampi poteri. C’era anche un tribunale di ultima istanza, con la sola possibilità di grazia da parte della Regina.

Costituì inoltre delle commissioni o consigli (auxilium et consilium) su guerra, stato e ogni altro aspetto di governo, garantendosi un più efficace controllo della nobiltà.

In funzione di legare la corte con le città fu istituita la figura del Corregidor (sorta di commissario); non doveva essere del luogo in cui operava, né avervi parentele o interessi. La funzione era a tempo determinato e prima di lasciare l’incarico il suo operato era soggetto a controllo.

La guerra per la conquista del sultanato di Granada non fu semplice, durò undici anni, dal 1481 al 1492 e la capitolazione degli arabi fu dovuta a loro controversie interne e tradimenti, peraltro familiari, su cui si raccontano storie degne dei festini arcoresi.

Insomma ci fu una parte che vendette Granada e diede pure una mano a sbarazzarsi dell’altra. Nel trattato che ne conseguì del 1491, gli spagnoli si impegnavano a garantire la libertà religiosa ai musulmani. Solo pochi mesi dopo, sciolto il Sultanato, questi diritti vennero revocati con il decreto di Alhambra (che nella sostanza riguardava l’espulsione degli ebrei non convertiti al cristianesimo) e l’iniziò della campagna per la limpieza de sangre, che coinvolse anche i musulmani (moriscos) e gli ebrei (conversos o marrani) convertiti, discendenti compresi, giacché ben presto si cominciò a sospettare che le conversioni fossero solo fittizie e si continuassero a praticare le religioni di provenienza in privato, solo per non essere espulsi; ma a moriscos e conversos, fu destinato anche di peggio, accusati di eresia, furono le vittime primarie dell’inquisizione.

(Storia moderna – 21.2.1997) MP

Commenti (1)

“Siamo in fascia protetta”
1 #
giulia
g@alice.it
87.4.24.132
Inviato il 29/05/2013 alle 00:31
Dinnanzi alla storia non si favella… o sì?

IL PECCATO ORIGINALE

Lezioni condivise 76 – Stato artificiale and the masses

30 Apr 2013 @ 11:54 PM

Un riesame della politica italiana tra ottocento e novecento mostra diverse analogie con quella odierna; non solo episodi, ma anche metodi e soprattutto corruzione, clientelismo, trasformismo. Oltre ad osservare che la storia ha insegnato poco alla maggioranza degli spregiudicati politici italiani, ne dedurrei che non si tratta di corsi e ricorsi storici, ma prevalentemente del peccato originale di una classe dirigente perennemente corrotta, salvo forse quando si tocca il fondo ed è necessario risorgere dalle rovine, come dopo la Liberazione e la nascita della Repubblica. Anche allora non servirono tanti anni per tornare alle cattive abitudini, con picchi diversi, da Tambroni all’affare Lockheed, dallo stragismo a gladio/P2, da mani pulite al berlusconismo. Il vizio della casta è più forte dell’indignazione della gente, in gran parte assuefatta o addirittura arruolata nel malaffare dei partiti azienda.

La politica onesta è sempre esistita, come i veri Cristiani, ma è in netta minoranza, ha pochi mezzi; la gente è restia al cambiamento perché pensa sia più conveniente stare col più forte, il più ricco, il più cazzone, che riesce a fare una politica antisociale quando sta al governo per poi attaccarla durante la campagna elettorale, prendendo i voti dello stesso popolo che ha appena danneggiato.

Non vi è dubbio che questo peccato, così solido e irriducibile, si sia formato e radicato con le caratteristiche dei fondatori dello stato italiano, la famiglia Savoia, e basta andare a vedere con che genere di politica questi aristocratici provinciali sono arrivati a prendere e mantenere il Regno di Sardegna, la politica delle alleanze, dei voltafaccia, di strategie, di fortuna, di colpevoli aiuti; e dopo l’unità, con la politica dei privilegi, dello sfruttamento di un popolo tenuto alla stregua delle tirannie medievali, specie in quella parte “liberata”, a sud.

Da tale origine hanno avuto luogo i mali con cui ancora ci confrontiamo: mafie, mezzogiorno, corruzione e che ciò sia attuale lo dimostra il governo che si è insediato or ora, che mantiene una tassazione generale insostenibile per le classi meno abbienti, ma si accinge a tagliare l’IMU a tutti, favorendo sostanzialmente i ricchi, è la solita minestra: leggi ad personam dall’impero all’orinale…

Il risorgimento ebbe diverse anime, in un primo tempo divise tra romantici e positivisti e quelle più rivoluzionarie, come Carlo Pisacane, rimasero inascoltate, prevalsero le posizioni più moderate, il resto fu solo scapigliatura.

La storia post unitaria, culminata con la crisi di fine secolo, fu regolata dallo Statuto albertino, Costituzione dello stato sardo, poi italiano, dal 1848 fino alla caduta del fascismo. Nonostante esso non potesse essere emendato, subì delle modifiche consuetudinarie con l’avvento al governo di Cavour, che in qualche modo lo rese elastico, ad esempio nella prassi per cui la fiducia al governo veniva data dal parlamento e non più dal re. Durante il fascismo fu accantonato anche quello, ma non abrogato, scavalcato dalle leggi liberticide della dittatura.

I primi anni post unitari lo stato italiano fu governato dalla cosiddetta destra storica legata ai proprietari terrieri settentrionali e agli interessi del mondo finanziario. I suoi esponenti appartenevano al ceto aristocratico-borghese. La loro politica conservatrice si traduceva nel contenimento della spesa pubblica (ogni fatto sociale era ritenuto privato, compresa ad esempio l’istruzione) e nella tassazione dei sudditi, vedasi la nefanda tassa sul macinato.

Complessivamente, destra e sinistra storica erano in realtà destra liberale di classe più o meno moderata, il cui spessore può misurarsi dagli aventi diritto al voto, poche centinaia di migliaia su 30 milioni di abitanti.

Quando la sinistra, con appena maggiore senso dello stato, subentrò con continuità alla destra, non furono certo avvertiti dal popolo dei benefici, semmai dagli stessi proprietari terrieri e dalla borghesia. Con l’andar del tempo le due compagini si mescolarono. Non vi era sensibilità per i bisogni sociali delle classi povere, si badava di più a migliorare il “funzionamento” delle istituzioni. Ciò fu più evidente dopo il 1870 (prese anche Roma e Venezia) con l’affermarsi del Quarto Stato, che si organizzava politicamente e sindacalmente; le differenze tra i partiti storici si appiattirono, ciò che rimaneva di risorgimentale non era più innovativo, semmai governativo.

Venivano dirette rivolte contro i proprietari, che sfruttavano i braccianti, fenomeno che in Sardegna iniziò già nel 1820 dopo la legge delle chiudende, con il moto de Su connotu. Il governo rispondeva con programmi velleitari e inutili alle masse popolari.

La sinistra storica, ebbe stabilmente il governo dal 1876 per oltre un decennio, leader ne era Agostino Depretis, esponente della Sinistra giovane costituzionale. Era costituita prevalentemente dagli eredi di Mazzini (molto più moderati del loro leader, abiurarono perfino il simbolo) e garibaldini, dal nascente ceto industriale e commerciale. Lungi dal segnare il passaggio dall’immobilismo al dinamismo politico, fu in realtà molto lenta e parziale, favorì la media borghesia. L’equità fu come oggi un miraggio, scarsi segnali, come l’allargamento del suffragio (condizionato) e dell’istruzione.

Depretis ebbe cura di escludere l’estrema sinistra, coinvolse invece la destra (Minghetti, suo predecessore), galleggiava nel centrismo moderato e trasformista, nell’inciucio che porta sempre corruzione e ricatti. La tassa sul macinato fu tolta solo nel 1884. L’industrializzazione e i progressi negli scambi commerciali (navigazione) causarono la crisi agraria e il ritorno del deficit pubblico. Depretis diede origine al trasformismo e propagandò la necessità di confondersi con la destra (PD).

Nel 1887 salì alla ribalta del governo Francesco Crispi, forte di una fama che non onorò, anzi disonorò, nonostante il suo ministro Zanardelli riuscisse ad abolire la pena di morte, a togliere il divieto di sciopero e ampliare il diritto di voto. La sua politica fu presto spiccatamente autoritaria e di polizia, invisa perfino alla destra storica.

Un po’ di tregua fu rappresentata dal primo governo Giolitti (1892), liberale, che tendeva a distinguere i problemi di ordine pubblico dalle proteste di natura sociale su salari e condizioni di lavoro. Travolto tuttavia dallo scandalo della banca di Roma, nel 1893 gli subentrò lo stesso Crispi e immediatamente si tornò alle leggi liberticide. Nel 1982 era nato il Partito dei Lavoratori Italiani che nel 1893 divenne il Partito Socialista Italiano, la data coincide significativamente con l’avvio della repressione delle classi subalterne, dei “fasci siciliani” e lo stesso partito socialista fu sciolto. Crispi affondava sul fronte colonialista, tuttavia il suo successore, Di Rudinì, nel 1898 realizzò la più feroce repressione contro i tumulti per il rincaro del pane, diventati poi insurrezione popolare; in questo contesto si consumò in maggio, a Milano, la strage del generale Bava Beccaris, che fece sparare sulla folla anche con i cannoni, lasciando a terra oltre 100 morti. Ebbe quindi seguito la repressione giudiziaria, appoggiata anche dai liberali e dalla stampa, contro socialisti, anarchici e democratici in genere, ne fece le spese tra gli altri Filippo Turati, condannato a 12 anni di carcere. Il generale ottenne invece onorificenze e premi da Umberto I, che subì la vendetta popolare il 29 luglio 1900 a Monza per mano dell’anarchico Bresci, tornato appositamente dagli Stati Uniti.

Nel giugno successivo alla strage il governo passò in mani militari, quelle del generale Pelloux e la repressione proseguì. Nelle elezioni del giugno 1900 il successo della sinistra socialista e democratica provocò le dimissioni del governo.

Nel 1901, Giolitti, diventato ministro dell’interno nel governo Zanardelli, poi presidente del consiglio per circa un decennio, riportò un clima di tolleranza, la libertà di sciopero, di riunione, associazione e stampa. Dichiarò la neutralità del Governo nei conflitti tra capitale e lavoro, in buona sostanza se ne lavò le mani. Intanto nel PSI si impose il cosiddetto “massimalismo”.

Nel 1913 si svolse la prima elezione a suffragio universale maschile. Nel 1914 con Salandra, venuta meno la mediazione giolittiana, scoppiarono una serie di disordini (Settimana Rossa) che interessarono tutta l’Italia.

Dopo la grande guerra del Capitale, combattuta dai proletari, le cose migliorano con Francesco Nitti (1919), che eliminò le vecchie clientele Giolittiane e introdusse il prezzo politico sui generi di prima necessità, come il pane, ma era politicamente debole. Siamo ormai alla vigilia del fascismo.

Nel 1919, dalla fusione tra i Fasci Italiani di Combattimento e i Nazionalisti, nasce il Partito Fascista di Mussolini. Nitti è costretto a dimettersi mentre infuriano i disordini fomentati dagli squadristi. Tornò un Giolitti meno “illuminato” che nel 1921 decise la graduale abolizione del prezzo politico del pane, mentre i fasci di combattimento agivano in funzione antisocialista, con vere e proprie azioni militari contro le fabbriche occupate, mentre Giolitti stava a guardare.

Nasce il Partito Comunista, ma anche il PNF. Ormai è Mussolini che comanda, gli si prostra la chiesa, poi il Partito popolare, lo stesso re, che invece di opporsi alla marcia su Roma fa dimettere Facta e nomina presidente del consiglio il duce. Ha inizio un ventennio d’inferno e vergogna.

(Storia del risorgimento – 19.2.1997) MP

Commenti (6)

Il peccato originale
6 #
Tatjana
linda@pwlcpa.com
62.220.166.58
Inviato il 17/05/2013 alle 22:51
Braquo su Rai4, duro noir di un commissariato di polizia marsigliese corrotto che fa squadra a se. Il Made in Usa non lo reggo da Lehman Bros in poi a parte qualche eccezione che per l’appunto non conosco, tu quale mi suggeriresti?

Il peccato originale
5 #
Simona
ics74.altervista.org
duestelle74@yahoo.it
95.235.35.171
Inviato il 06/05/2013 alle 12:44
ma il blog fenila e`chiuso da secoli e poi flygirl e`un altra persona……..mi fa piacere che ti piaccciono i miei post, non ho tempo per il blog ma a volte si!!! baciiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii

Il peccato originale
4 #
noti
notimetolose@virgilio.it
151.41.179.131
Inviato il 05/05/2013 alle 16:32
Analisi oltre che interessante oltremodo avvilente. per quanto vorremmo credere che si possa, si voglia, cambiare, la nostra storia ci insegna che la politica si deve autoalimentare fino all’obesità.

Il peccato originale
3 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.54.254.191
Inviato il 04/05/2013 alle 22:14
quindi non sono l’unica matta che pensa che la statua di Garibaldi su tutte le piazze d’Italia è un’oltraggio e che Susanna Agnelli si è data alla beneficenza per compensare la farabbutteria del fratello che nello specifico consiste nell’essersi messo i soldi in tasca mentre lo Stato italiano pagava la cassa integrazione dei suoi operai, non contento è riuscito a farsi regalare un’altra fabbrica di auto, la Lancia, alimentando così il monopolio dell’auto in Italia. ma il massimo è stto farsi nominare senatore a vita e dare il buon esempio andando a farsi operare al cuore all’estero: grande fiducia della sanità italiana. A questo grande esempio di imprenditoria italiana non vogliamo dedicare, chessò…una sala d’aspetto in una grande stazione?

Il peccato originale
2 #
vitty
vitty.n@tiscali.it
84.223.35.91
Inviato il 04/05/2013 alle 08:41
Complimenti,questa ri-lettura della Storia,mi ha insegnato più cose di quante ne abbia imparate sui banchi di scuola! 🙂

Il peccato originale
1 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.54.253.158
Inviato il 23/04/2013 alle 20:54
@giampaolo
giampaolo, che dire, ricambio…

LAPSUS CALAMI, LAPSUS LINGUAE… LAPSUS AURIS, LAPSUS OCULI

Lezioni condivise 75 – La ricerca linguistica sul campo

31 Mar 2013 @ 9:30 AM

Riflettevo contingentemente sull’interdisciplinarità culturale ad ampio raggio, ma soprattutto sul rapporto fra scienza e cultura, in particolare la letteratura. Gli esempi, anche non contemporanei potrebbero sprecarsi, mi viene in mente A Tale of Two Cities di Charles Dickens, scritto a metà ottocento; ma il romanzo storico è un classico, tuttavia fa testo eccome nell’argomento, non solo rende più approcciabili i crudi avvenimenti, ma rappresenta senza dubbio la premessa alla Labor history, alla cultura materiale, insomma la Cultural History. Ma davvero non sono mancati esperimenti di vario tipo del connubio tra scienza e cultura.

Avendo pensato a ciò mentre ragionavo di ricerca sul campo linguistica, potrete immaginare forse… Lo scopo non è solo quello di far passare un argomento altrimenti impegnativo, ma anche di renderlo gradevole, coniugare scienza e bellezza, come tendenza, come aspirazione. Pensieri…

Lo studioso seguì nella sua facoltà durante i mesi invernali un corso di preparazione alla ricerca sul campo, al termine del quale avrebbe potuto avviare le sue rilevazioni per il nuovissimo atlante linguistico sardo (NALS). Fu in quell’occasione che incontrò Rosa, non la vedeva da dieci anni. Entrambi ebbero difficoltà a riconoscersi, come quando si ha bisogno di focalizzare qualcosa, poi lui si fece avanti, prudente, come raccomandava il passato. Talvolta accade che il tempo sistemi alcune cose, limi e modelli. Lei sembrava tornata la ragazza di quelle prime ore che si conobbero e come allora lo stupiva.

Durante il corso ebbero modo di raccontarsi l’un l’altro le loro vicende personali, che si erano come capovolte, lui ora era libero, lei si barcamenava in uno di quei rapporti che si sogliono definire “complicati”. Questa volta il feeling sembrava promettente e non ci furono contrattempi di sorta. Paolo si domandava perché temporeggiasse, quell’episodio di tanti anni prima lo condizionava e non voleva rovinare il bel rapporto che stava nascendo.

La primavera successiva riuscirono a farsi assegnare il lavoro nella stessa zona, coprivano insieme un vasto territorio della Sardegna centrale, zona di montagna e altopiano, con una viabilità a tratti fatiscente.

Il lavoro durò parecchi mesi, non era necessariamente quotidiano e continuativo, era suddiviso in diverse fasi, e contemporaneamente svolgevano anche altri incarichi.

Lo schema metodologico che dovevano seguire era a grandi linee questo:

Paolo e Rosa, per ogni punto di indagine stabilito, attraverso alcuni colloqui nella piazza o nei punti di ritrovo, individuarono progressivamente quali potevano essere i loro informatori, verificando che possedessero le caratteristiche necessarie; doveva trattarsi di persone lucide, senza di difetti di pronuncia, che fossero bene accette alla comunità paesana, che fossero del posto.

Entrambi si erano dotati di un questionario strutturato, con un numero corrispondente a ogni domanda, suddiviso in terminologie semantiche omogenee.

Ogni parola oggetto di indagine era inserita in una frase, onde scongiurare risposte affrettate ed erronee e non condizionare l’informatore con domande dirette. Ciò consentiva peraltro lo studio più articolato della lingua, rilevandone anche la struttura. L’intervista doveva apparire libera, benché in realtà fosse guidata. Se l’informatore si scostava dal discorso, tuttavia, non bisogna intervenire bruscamente, ma tornarci in modo naturale, per evitare una chiusura o risposte non spontanee.

Quando lo ritenevano necessario e inevitabile per individuare immediatamente le variazioni lessicali da una comunità a un’altra, potevano ricorrere all’esibizione di disegni o fotografie, senza interferire minimamente. Tutto dipende da ciò che si vuole ottenere; in certi casi ad esempio, quando l’informatore è dello spirito giusto lo si può far parlare liberamente dopo un semplice imput, per far emergere le parole cercate nel contesto di un discorso spontaneo, interferendo il meno possibile.

In questo modo Rosa e Paolo andarono avanti per mesi, in un lavoro molto impegnativo, con diverse pause, ma per loro fu una favola, lavorare insieme a un lavoro che amavano, che ogni giorno si arricchiva di scoperte e aneddoti curiosi e interessanti.

Man mano che il lavoro procedeva, lo stesso veniva elaborato con la trascrizione fonetica delle forme linguistiche previste, della descrizione e della riproduzione fotografica degli oggetti legati al lavoro, sia sotto il profilo linguistico, sia etnografico.

Rosa tenne anche un diario sopra il quale annotò le vicissitudini della ricerca sul campo: gli incontri, gli spostamenti, i problemi nel rapporto con la figura dell’informatore. Per un lavoro così minuzioso e certosino non potevano esserci che future soddisfazioni.

Ma il diario di Rosa trattava anche di episodi meno paesani, legati agli spostamenti tra una località e l’altra, distanze a volte superiori ai 30 km., tra strade piene di curve che si arrampicavano sulla montagna, poi scendevano e tornavano a salire, tra il bosco da entrambi i lati… Bosco che fin dall’inizio fu galeotto: invito e tentazione.

Quel giorno, che sia stata la fame, o il non voler interrompere giungendo a destinazione una interessante conversazione che avevano intrapreso, con una complicità non palesata, si trovarono fermi all’interno del bosco, a una ragionevole distanza dalla strada principale, non c’era anima viva a parte loro, almeno così sembrava…

Paolo diceva “Ritengo che i fenomeni di anomalia linguistica debbano trovare spazio nella didattica elementare, non parlarne accentua solo luoghi comuni e una certa ignoranza generica e contagiosa”

e Rosa “In realtà a volte è antipatico sentire certe lezioncine, castronerie, cui è troppo imbarazzante replicare”… Il dialogo proseguiva regolare e se entrambi erano d’accordo a giudicare eccessiva l’importanza che Freud dava ai lapsus verbali, non sarebbe stato onesto fare altrettanto riguardo all’evoluzione della loro posizione fisica, man mano che il “trattatello didattico” si sviluppava.

“A volte ci si fanno assurde seghe mentali psico-accademiche per spiegare fenomeni elementari, frutto semplicemente di stress o di quella idiodislessia che ciascuno possiede e che è frutto dell’unicità di ciascuno di noi e soprattutto dell’unicità della formazione, anche linguistica, di ciascuno di noi”.

“Ci-a-scu-no di no-i…” lo sguardo intenso che emanò dagli occhi di Rosa mentre sillabava sarcasticamente, produsse una non preventivamente dichiarata fusione dei due corpi, un’esplosione sorprendente di passione linguistica, che avrebbe reso problematico continuare il dialogo.

Fu una buona ora di dislessia pura, mormorii, lamenti, sussurri, sospiri, fonemi… cui corrispose una più completa fusione corporea, innesti, intrecci… Incredulo lo stesso dio Pan.

(Linguistica sarda – 19.2.1997) MP

Commenti (5)

Lapsus calami, lapsus linguae… Lapsus auris, lapsus oculi!
5 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.54.253.158
Inviato il 23/04/2013 alle 20:54
non ho parole… ma a conferma della non “intenzionalità” e non “causalità” del linguaggio? ole/.)

Lapsus calami, lapsus linguae… Lapsus auris, lapsus oculi!
4 #
giampaolo
bresciani.giampaolo@tiscali.it
84.223.91.241
Inviato il 06/04/2013 alle 08:45
Passo per lasciarti un mio saluto ed un abbraccio.giampaolo

Lapsus calami, lapsus linguae… Lapsus auris, lapsus oculi!
3 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
82.58.222.230
Inviato il 01/04/2013 alle 21:20
si vede che non hai mai letto Possessione: http://www.einaudi.it/libro/scheda/(isbn)/978880613615/

Lapsus calami, lapsus linguae… Lapsus auris, lapsus oculi!
2 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
82.58.170.182
Inviato il 01/04/2013 alle 00:47
Buona Pasqua

Lapsus calami, lapsus linguae… Lapsus auris, lapsus oculi!
1 #
noti
notimetolose.myblog.it
notimetolose@virgilio.it
151.41.172.190
Inviato il 30/03/2013 alle 01:46
Tu parli di teatro. Con me sfondi una porta aperta. Amo il teatro, faccio teatro, vivo di teatro.

VERDADERA HISTORIA DE LA INVENCION DE LOS CUERPOS SANTOS…

Lezioni condivise 74 – Alle origini della drammatizzazione

28 Feb 2013 @ 11:50 PM

Una buona motivazione per cercare di inquadrare, oggi, le origini del teatro, è che la vita stessa, sociale o privata, si manifesta sempre di più come una clamorosa farsa, al punto che si è persa una buona dose del senso del ridicolo e a certi livelli si fa una grande confusione. Abbiamo appena assistito a una campagna elettorale nella quale sono scesi in campo guitti anche di infimo ordine, che tuttavia hanno catturato la seria attenzione di importanti percentuali di popolazione ormai priva di spirito.

Il resto del mondo, forse più serioso, ma che ha anche smesso di credere prima di noi alla Befana, ci guarda attonito vedendo, ad esempio, che siamo riusciti a trascinarci fino al 2013 la storia che “i comunisti mangiano i bambini”, cosa che ha sempre fatto ridere tutti, ma che Berlusconov, grande amico di Wolandevič, è riuscito in questa neo bassa età di mezzo a far credere vera e a far studiare a memoria in qualche scuola privata brianzola.

Se è vero dunque che il teatro è stato fin dalle origini rappresentazione della vita, è meno ragionevole che la vita si trasformi in teatro tout court.

Per tagliare la testa al toro sulla data di nascita del teatro potremmo dire che esso sia nato con l’uomo, che affondi le sue radici nel passato remoto, alle origini della storia. Un semplice atteggiamento può rappresentare un comportamento teatrale, un istinto religioso o successivamente un culto, con i suoi riti e le sue scenografie, che costituiranno in seguito gli elementi basilari della drammaturgia delle origini, ma che l’antropologia culturale e più specificamente teatrale, continua a individuare ancora oggi.

All’origine, al di là di azioni individuali e spontanee, vi sono i riti propiziatori di ogni genere, più di tutti quelli legati al ciclo delle stagioni, dunque all’attività agricola e ai fenomeni atmosferici; in società appena più evolute subentrano anche i riti sociali legati al ciclo della vita, agli avvenimenti, i riti iniziatici. Una lenta evoluzione introduce la mimica, la danza, la musica, il trucco, il costume, le maschere. Elemento fondamentale in questa fase primitiva è la partecipazione del pubblico, ovvero il pubblico è anche attore. Circostanza recuperata dal teatro contemporaneo sperimentale e d’avanguardia, ivi comprese tante compagnie attente alla ricostruzione del passato.

Il primo salto di qualità vero avvenne nella Grecia del V secolo a.C., ove cominciò a distinguersi tra la tragedia (emanazione dei culti dionisiaci) di natura appunto tragica, drammatica, e la commedia (non sacra) con contenuti comici, spesso a lieto fine.

Un’evoluzione decisiva per il teatro è rappresentata dalla Poetica di Aristotele (III sec. a.C.), dove l’arte viene analizzata in tutti i suoi aspetti, compreso il teatro. Il testo diventa una sorta di vangelo dell’arte e terrà banco fino alla nascita del teatro moderno.

In Grecia con il teatro nasce anche l’edificio ove esso viene rappresentato, che prende la forma delle sistemazioni primitive: il pubblico in circolo su un pendio e gli attori ai piedi dello stesso, in piano; in seguito su queste colline sorgeranno le gradinate, fino alla costruzione degli anfiteatri. Dalle rappresentazioni sacre con il coro narrante, piuttosto statiche, si arriva ai dialoghi con la tragedia, mentre in seguito con la diffusione del teatro popolare (nei mercati, nelle feste), nascerà la commedia.

Durante l’impero romano il teatro veniva rappresentato in edifici di legno, gli attori usavano delle maschere, efficaci anche per l’acustica. L’uso che se ne faceva era spesso politico.

Con il crollo politico di Roma scomparve il teatro classico, che riuscirà a riemergere grazie al mantenimento delle sacre rappresentazioni, questa volta cristiane, che la chiesa usava anche a fini liturgici e didattici per il popolo.

Nel basso medioevo, si ripartirà dalle comunità che celebrano se stesse, dalla loro vita, dall’amore come necessità di scambio, dalla festa come necessità di socializzare, comunicare, manifestare, mostrarsi, offrire. Il teatro è dunque lo specchio della vita, è un bisogno primitivo di rappresentarsi senza necessità di codifiche o normative, che verranno molto dopo con la professionalizzazione del mestiere dell’attore.

Fatti salvi i testi teatrali degli autori classici (i greci Eschilo, Sofocle ed Euripide, il romano Seneca, tragediografi; i greci Aristofane, Menandro e i romani Livio Andronico, Plauto e Terenzio, commediografi), la scrittura di testi di teatro tornerà con semplici canovacci (annotazione delle improvvisazioni degli attori in scena), tra trecento e cinquecento, quando nasce il genio di Shakespeare e la commedia dell’arte e compaiono anche i primi anfiteatri al chiuso e autori come Goldoni, Ariosto, Machiavelli…

In Sardegna, grazie all’opera di Serafino Esquirro, autore de Santuario de Caller, y verdadera Historia de la invencion de los cuerpos Santos hallados en la dicha Ciudad y su Arobispado, compuesta por el R. F. Seraffin Esquirro Teologo y Predicador de la Orden de Padres Capuchinos de san Francisco de la Provincia de Serdeña y natural de Caller, 1624, abbiamo il documento di una eccezionale sacra rappresentazione, particolarmente movimentata. Il testo originale è riportato ne “L’effimero meraviglioso” di Sergio Bullegas, Cagliari 1995.

Quella raccontata da Esquirro, in piena Sardegna “spagnola”, è la processione drammatica, coreografica, fastosa e festosa delle reliquie di santi martiri rinvenute in Cagliari nel 1614 nell’antica basilica di S. Saturnino, e della traslazione di esse nel santuario fatto costruire appositamente.

Nel testo viene raccontata minuziosamente la storia della Basilica e del ritrovamento di reliquie e santi, che, secondo molti cronisti, in gran parte furono inventati di sana pianta dall’Esquirro.

Il racconto della festa è comunque di notevole importanza storico-culturale in senso ampio.

Il 26 novembre del 1618, vigilia della traslazione, si tenne dunque questa manifestazione in testa alla quale stavano gli aristocratici, dotti o meno, i preti, frati, ma anche tutto il popolo, campane a festa in tutte le chiese cittadine, concerti in Cattedrale e di sera l’encamisada (fiaccolata) per le vie di Cagliari, guidata da cavalieri e suonatori, tra i bagliori dei fuochi d’artificio.

Questo fu solo il prologo, perché il giorno successivo i festeggiamenti iniziarono fin dal mattino con la partecipazione di corporazioni e confraternite, le autorità civili, la nobiltà e i religiosi di tutta l’isola. La processione partì festosa dalla chiesa di San Lucifero colorata dai più disparati stendardi, di cui Esquirro descrive anche l’ordine occupato nella processione. Nel bel mezzo i simulacri dei santi, di cui viene riportato il nome preciso e accanto a loro come per tenergli compagnia le statue di tanti altri… “Per ultimi venivano il corpo di San Giuliano martire e conte cagliaritano… trasportati dalla Confraternita del Monte di Pietà.”, riporta l’Esquirro (in spagnolo), “Sulla portantina su cui era il corpo di San Giuliano c’erano cinque monti, che costituiscono l’insegna di questa Confraternita, ornati meravigliosamente di moltissimi e svariati fiori di seta e d’oro. Sulla sommità del monte centrale si trovava un albero di palma, con una corona su ciascun ramo… Alcuni raggi dorati partivano dagli angoli dell’urna su cui poggiava un grande e prezioso astore tempestato di diamanti, perle e altre pietre preziose finissime, il cui valore era di tremila ducati. L’astore aveva nel becco una palma e una corona nel mezzo, in una zampa sosteneva una scritta di lettere argentate in campo incarnato che diceva:
Con le vittorie della terra
ho guadagnato quella eterna del Cielo.
Tale astore alludeva… alla vittoria che conseguì questo santo con il Martirio, essendo l’astore simbolo di vittoria…

La descrizione continua con l’itinerario percorso fino alla Cattedrale e perfino con la descrizione del tempo atmosferico, miracolosamente generoso, pioveva solo di notte!

La festa proseguì ancora per quattro giorni, il I dicembre si svolse un torneo tradizionale e complesso descritto con estrema meticolosità.

Per completezza è necessario segnalare altri due testi di contemporanei dell’Esquirro sullo stesso argomento, uno di Giovanni Francesco Carmona,   Alabanças de los Santos de Sardeña, l’altro, sebbene lacunoso, di Antonio Sortes, Relacion del 1648.

Predicatori senza grande cultura, ma capaci di comunicarla.

(Storia del teatro e dello spettacolo – 19.2.1997) MP

Commenti (4)

Verdadera historia de la invencion de los cuerpos santos…
4 #
diamanta
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95.230.91.103
Inviato il 18/03/2013 alle 11:11
(un passaggio veloce e fuori tema per dirti che son stata anche io contenta di “vederti” da me)

Verdadera historia de la invencion de los cuerpos santos…
3 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.54.243.244
Inviato il 08/03/2013 alle 19:15
la parola “rappresentazione” mi ha sempre affascinata: la rappresentazione della giustizia, la rappresentazione della realtà, la rappresentazione del dolore, la rappresentazione della storia…c’è di mezzo una sorta di mediazione necessitata, c’è di mezzo un limite insormontabile, un non poter andare direttamente al punto senza restarci secchi: anche la politica, se ci pensi, è piena di giri contorti, necessita di un palcoscenico a separare i piani, e i politici parlano degli italiani come se fossero altro da loro e dalle loro bocche escono sempre parole che sembrano di un altro mondo…./.)
(ps: grazie per avermi ricordato che sto trascurando il blog!)

Verdadera historia de la invencion de los cuerpos santos…
2 #
emma
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.8.244.253
Inviato il 03/03/2013 alle 23:35
Una mia collega di lavoro che ora si trova in sardegna mi narra delle processioni religiose che lì nella vostra terra sembrano essere particolarmente sentite (come in sicilia).
Dici che la rappresentazioni teatrali e quelle religiose hanno la stessa origine. Bé, sì. Tieni presente che la tragedia greca aveva anch’essa una funzione catartica come la processione religiosa. E d’altra parte era anche poco democratica visto che le donne non potevano partecipare e gli uomini facevano le parti da donna. Quest’allontanamento delle donne dalle processioni l’hai potuto notare? Fatte salve le eccezioni in cui si porti in processione una donna.

Verdadera historia de la invencion de los cuerpos santos…
1 #
jahira
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jahira@virgilio.it
87.2.20.133
Inviato il 26/02/2013 alle 22:21
una sola ne e’ rimasta, quella più’ vecchia e più’ stanca. Basta combattere 🙂

ADIANTE PEREIRA!

Lezioni condivise 73 – L’espansione coloniale portoghese

 31 Gen 2013 @ 8:00 AM

Non c’è espressione più ambigua di “popolo americano”. Esiste un popolo americano? e se esiste qual è? chi legittimamente può definirsi “americano”? i popoli nativi al limite, non i coloni, un coacervo di genti provenienti prevalentemente dall’Europa e di origine ancora distinguibile.

La “democrazia” amerikana per ogni diritto che concede, un altro legittimo ne nega. Gli USA (…e getta) ad esempio, concedono cittadinanza ai nati sul loro suolo, ma la negano da sempre ai popoli nativi, sono uno stato fondato sull’illegalità, sulla violazione dei trattati da essi stessi imposti.

Agli albori dell’Alto medioevo gli spostamenti di interi popoli hanno dato luogo nel mondo antico a nuove nazioni, pressoché omogenee sotto il profilo culturale ed etnico. Non si può dire la stessa cosa per i diversi flussi di migrazione nelle Americhe – il massimo dell’eterogeneità – che iniziano un millennio dopo, in terre ove sono stanziati altri popoli, altre nazioni, con la loro civiltà e la loro cultura, che verranno emarginati, rimossi, sterminati, cancellati.

Nelle Americhe, pertanto, insieme a quel che rimane dei popoli nativi, vivono porzioni di popolo inglese, spagnolo, portoghese, tedesco, italiano, francese, cinese, giapponese e via dicendo. Non si tratta di radici così solide da permettere che si parli di un’altra nazione, siamo di fronte a poche generazioni di immigrati europei. La storia è testimone del genere di persone che furono mandate via dall’Europa per popolare gli USA e cacciare nelle riserve le nazioni indigene. Un’eredità riconoscibile nella violenza ancora imperante, nella disuguaglianza sociale estrema, nel razzismo, nella la facilità con cui anche i ragazzi possono armarsi e compiere stragi degne della più dissoluta barbarie, altro che democrazia!

Ancora oggi si discute tanto sulle modalità della scoperta del nuovo mondo, sull’identità di Colombo, sulla falsificazione di molti documenti per ragion di stato.

Il Portogallo fu il primo stato europeo ad avere mire coloniali fuori dal Mediterraneo. Affacciato sull’Atlantico, chiuso dalla Spagna, trovò naturale spingersi verso l’Africa occidentale e le terre costiere dell’oceano indiano.

Il primo impulso venne dalla dinastia di Aviz (1385) che successe alla decaduta casa di Borgogna, ma anche tutta una serie di coincidenze favorì il Portogallo. L’espansione, almeno per i governanti, obbediva a ragioni di tipo commerciale. La strategia era quella di occupare territori poco abitati che venivano dati in feudo al comandante della nave che li scopriva.

Le terre occupate, considerate res nullius (terra di nessuno), appartenevano a chi le abitava, non vi era organizzazione statale, gli indigeni non avevano leggi scritte.

Veniva adottato lo stesso criterio degli spagnoli durante la Reconquista, le terre redente venivano concesse come diritto di conquista a chi le liberava e analogo principio fu applicato nei regni della corona riconosciuti dal papa. Chi si opponeva a questa legge veniva fatto schiavo e perdeva ogni diritto.

Quando si conquistava un territorio si procedeva ad organizzare le vilas dal punto di vista politico, ma anche religioso, l“evangelizzazione” era una missione imposta dalle bolle papali; la Guinea, ad esempio divenne cattolica (con quali mezzi? è lecito chiedersi).

Si era formata una popolazione di meticci in prevalenza di lingua portoghese che garantiva i contatti con i nativi dell’interno destinati alla schiavitù. Questa prevedeva anche il metodo della gradazione di colore, distinguendo tra neri, mori, moreni e via dicendo.

Le truppe portoghesi presero Ceuta nel 1415 con una poderosa squadra navale, agli ordini del re Giovanni I di Portogallo. L’avanzata fu portata avanti dal principe Enrico il Navigatore.

Nel 1434 il primo gruppo di schiavi venne portato a Lisbona, il loro commercio divenne presto l’affare più importante del Portogallo e riguardò intorno alla metà del Quattrocento principalmente Guinea, Senegal, Capo Verde, Sierra Leone.

Con le bolle Dum Diversas del 1452 e Romanus Pontifex del 1454, il papa Niccolò V (questa è bella! ma abbiamo già visto per il regno di Sardegna e Corsica) riconobbe al re portoghese il diritto ai territori conquistati in Africa e Asia e lo autorizzava ad attaccare, conquistare e soggiogare i Saraceni, i pagani e gli altri nemici della fede; a catturare i loro beni e le loro terre; a ridurre gli indigeni in schiavitù perpetua. Con la bolla Inter caetera, Callisto III (1456) sancì il diritto di cristianizzare i territori, di nominare vescovi e parroci.

Dopo il 1492, scoperto il “nuovo mondo”, Alessandro VI (Rodrigo Borgia) ritenne necessaria una revisione delle sfere di influenza di Spagna e Portogallo, emanò così diverse bolle, tra cui le due Inter Caetera del 3 e 4 maggio 1493, sulla navigazione, la sovranità sulle terre scoperte, i diritti sui sudditi. Egli spagnolo, favorì notevolmente la Spagna. In particolare nella seconda bolla tracciò una linea retta (raja) al largo di Capo Verde che collegava il Polo artico al Polo antartico e in qualche modo divideva la sfera d’influenza dei due stati, l’ovest del meridiano spettava alla Spagna e l’est al Portogallo, escluso di fatto in questo modo dalla conquista di terre nel nuovo mondo.

Per evitare una guerra tra i due stati cattolici si raggiunse un compromesso con il Trattato di Tordesillas del 7 giugno 1495, che modificava le delimitazioni autorizzate dal Papa, spostando la raja in modo che al Portogallo spettasse almeno la conquista del Brasile.

Tutto ciò naturalmente all’insaputa delle civiltà là insediate dei Maya, Aztechi e Incas, per citare le maggiori a noi note e candidate allo sterminio.

            Chi ne è capace si ponga nel loro tempo.

Uno studente ebbe un moto di disgusto verso la barbarie dimostrata dai colonizzatori e lo esplicitò; la prof fece presente forse in maniera troppo sbrigativa che si era a lezione di storia e non di etica. Tuttavia non condivisi. Se l’osservazione dello studente poteva apparire ingenua – le crudeltà di certe epoche storiche sono note – non per questo vanno giustificate per il fatto che siano accadute in tempi remoti. Sarebbe come se nel 2500 o nel 3000 si arrivasse a giustificare il nazifascismo. Se poi si fa attenzione, in tutte le epoche passate, antica, medievale, moderna, accanto alle crudeltà più efferate, c’è sempre stato chi le ha combattute e chi avrebbe voluto farlo, ma non ne ebbe il coraggio, la forza o gli strumenti. Ancora oggi prendiamo lezioni di morale dai filosofi greci e latini; Gesù Cristo è vissuto 2000 anni fa e ancora non abbiamo assimilato il suo messaggio di pace, carità e uguaglianza; Cesare Beccaria scriveva a metà settecento per l’abolizione della pena di morte e ancora oggi in stati che si ritengono esempio di democrazia persiste questa barbarie; la Rivoluzione francese è avvenuta nel settecento e abbiamo perso tanti dei suoi valori, registrando un regresso su molti aspetti…

Il problema della razza tuttavia non era molto sentito allora, i contatti erano stati molto rari prima. Il termine razza aveva un significato culturale, più che come è inteso oggi. D’altra parte ogni popolo si considerava migliore dell’altro, anche tra i bianchi vi era un certo odio.

Il mondo moderno considerava barbari coloro che non avevano leggi, consuetudini, ordinamenti simili ai propri. Musulmani ed ebrei in particolare, erano odiati per la loro religione, non per la razza, soprattutto perché conobbero il cristianesimo e lo rifiutarono. Quando i musulmani si convertivano veniva dato loro un nome cristiano. La conversione affrancava dalla schiavitù, rendeva “liberi”.

I neri, che non avevano conosciuto il cristianesimo, erano più tollerati. “Benché” fossero considerati una razza inferiore. Quando rifiutavano di convertirsi, diventavano schiavi, come accadeva ai prigionieri di guerra, che tuttavia erano considerati vinti, i neri no.

All’inizio del cinquecento dunque Spagna e Portogallo avevano il monopolio legale dei traffici con l’Occidente atlantico.

Per la Spagna l’operazione fu portata avanti da stinchi di santo come Cortes e Pizzarro, con patenti di spietatezza proverbiali; loro omologo portoghese era Pedro Álvares Cabral.

Il Brasile venne scoperto da questi nel 1500, e la colonizzazione vera e propria iniziò intorno al 1530. Benché all’inizio fosse considerato meno importante dei territori asiatici, il Brasile, divenne poi la colonia più importante dell’impero, dalla quale i portoghesi potevano esportare oro, gemme preziose, zucchero, caffè e altri prodotti agricoli e così si intensificò la tratta degli schiavi dalle colonie africane.

Tra il 1575 e il 1583 questo monopolio venne attaccato da inglesi e olandesi in una vera “guerra di corsa” (da cui i corsari, cioè coloro che agivano autorizzati da lettere di corsa emesse da governi nazionali) condotta nelle colonie da mercanti-pirati, che miravano a sottrarre alla Spagna il monopolio delle importazioni di metallo prezioso: il motto era “contro i papisti per Eldorado”, il paese dorato, la regione ricchissima di oro di cui si favoleggiava l’esistenza in America Latina.

Dal 1580 al 1640 il Portogallo cadde in mano agli Asburgo di Spagna, questi non si curavano delle colonie portoghesi facendo il gioco di Inghilterra e Olanda che in poco tempo ridussero notevolmente l’impero portoghese. Riuscì a salvarsi il Brasile e nel Pacifico Macao e Timor Est. Nel 1661 persero anche l’India, conservando solo piccole basi.

Dall’Europa iniziò la migrazione volontaria verso il Brasile che si popolò notevolmente e raggiunse l’indipendenza nel 1822 ad opera di Pedro I, principe portoghese.

L’attacco portato dai filibustieri può essere letto come l’inizio di una fase violentemente competitiva nel commercio a lunga distanza e gli olandesi invocavano la libertà di navigazione, il “mare liberum”. Un concetto molto amerikano: si è sempre molto liberali per ottenere le proprie libertà, prescindendo dal fatto che esse per altri siano causa di schiavitù, oppressione, tirannia.

(Storia moderna – 19.2.1997) MP

Commenti (3)

Adiante Pereira!
3 #
Anaïs de Lonval
anaisdelonval.blog.tiscali.it
nadiranais@tiscali.it
87.19.220.102
Inviato il 22/02/2013 alle 23:47
sempre molto nutriti questi interventi che mi fanno sentire molto ignorante… ma alla luce di quanto sta avvenendo in tempi odierni, in prossimità delle elezioni posso dire che la storia tende a ripetersi… non si ripete uguale a se stessa, certo, ma determinati fenomeni portano a delle conseguenze molto simili. Però noi umani abbiamo la memoria corta e forse anche uno spirito critico alquanto poverello: la storia non è un insieme di nozioni messe in ordine cronologico, la storia è anche etica, la storia è presa di coscienza dei fatti per non ripetere gli stessi errori e cambiare il corso di una determinata vicenda. Ma pochi lo capiscono. Forse anche io stessa stento a comprendere pienamente il valore della storia: bisognerebbe che noi tutti prendessimo periodicamente un libro di storia e ripassassimo la lezione, di tanto in tanto, per non dimenticare. Tu certo saresti un bravo Prof!

Adiante Pereira!
2 #
andreapac
andreapac.blog.tiscali.it
andreapac@tiscali.it
83.211.200.161
Inviato il 18/02/2013 alle 10:09
La figura del pastore che è sicurezza e appartenenza non ha nome è il pontefice di Roma.
Spero tu capiti in quel del Portogallo e allora tra Statue di Botero e monumenti a grandi conquistatori, esploratori e colonizzatori ripercorrerai tutto il tuo scrivere

Adiante Pereira!
1 #
andreapac
andreapac.blog.tiscali.it
andreapac@tiscali.it
213.198.142.7
Inviato il 25/01/2013 alle 21:22
Grazie del passaggio da me.
Ricambio.
bello sapere certe cose, apprenderle che esistono pure.
La matematica e le scienze mi prendono da quando avevo 11 anni e non le ho mai abbandonate, trascurando il resto ingiustamente, ma come fare …
Quanto è complesso il nostro mondo e si continua a sbagliare il verbo avere con quella benedetta H.

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