IL REALISMO È COMUNQUE UN’IDEA

Lezioni condivise 60 – Laude e vituperio del Principe.

30 Dic 2011 @ 7:45 AM

Quello che meraviglia nel Principe è l’eccesso di cinismo, a volte gratuito, fino a far sospettare che sia solo grottesco sarcasmo; probabilmente non è così e questa è solo una mera speranza, ma certamente lì emerge una figura molto differente da quello che è il Machiavelli delle lettere e della scrittura. Ma se anche fosse mera satira, ciò non ha esonerato, nei cinque secoli che ci separano dal segretario fiorentino, diversi dux a ispirarsi al suo saggio.

Ci sono esempi svariati, alcuni ridicoli, benché distruttivi, come quello del Berluscon; altri forse ancora più pericolosi come quello dell’attuale premier, che si erge a Caesar e a “ora vi faccio vedere io come si fa”, ma in realtà ha solo fatto peggio di Padoa Schioppa e Tremonti e il fatto che riesca a farlo più signorilmente, gabbando la gente, è solo più inquietante.

Per fortuna in democrazia ci sono i rimedi, anche se spesso non colti, pressoché sconosciuti ai tempi del Nostro. Questi era fissato con gli armamenti, anche se ha certo più attenuanti degli amerikani contemporanei, di un nostalgico La Russa e di coloro che ancora oggi insistono a voler acquistare aerei militari dal nome preoccupante, Lockheed; mica si può fare a meno degli scandali anche se c’è un governo tecnico!

L’arte, ovvero, il mestiere della guerra, per Machiavelli, deve essere l’unico pensiero del Principe, perché coloro che hanno pensato più alle delicatezze che alle armi, hanno perso lo stato. Francesco Sforza divenne duca di Milano con le armi, i figli per sfuggire ad esse tornarono ad essere dei comuni privati.

Ciò naturalmente vale anche in tempo di pace, occorre tenersi pronti, sia con le esercitazioni, che con l’elaborazione di strategie, come faceva Filopemene, principe delli Achei, che a ciò pensava in ogni situazione.

Il Principe deve conoscere anche la storia, onde poter fuggire gli esempi di disfatta e imitare, invece, gli uomini vittoriosi, in quanto Alessandro Magno imitava Achille; Cesare Alessandro; Scipione Ciro.

Per questo il Principe e il Cortigiano del Castiglione, benché ci si arrampichi sugli specchi per trovare analogie, sono come gli opposti estremismi, ma mentre di solito uno di essi è positivo e l’altro negativo, come buono/cattivo, qui la dicotomia è come quella tra fascisti e monarchici, per intenderci, con in mezzo Guicciardini, per il quale la realtà è compromesso.

Secondo il De Sanctis, il Castiglione cura la forma per esprimere un pensiero sterile, esteriore e poco reale, da mestierante, utilizzando una “forma letteraria” che allontana lo scrittore dall’uomo del suo tempo. Per altri le due opere sono solo due facce della stessa medaglia, il Rinascimento, realismo e idealismo, ma in sostanza anche il realismo è in fin dei conti “idea”.

Per Machiavelli, il Principe deve assolutamente mettere da parte il galateo, non deve essere buono, anzi imparare ad essere cattivo con i sudditi (considerato che lui era in esilio e se ne lamentava pure, secondo il suo cinismo forse, che so, avrebbero dovuto impiccarlo); non erano certo buoni auspici per se stesso visto che dedicava ai Medici, gli stessi con cui era caduto in disgrazia.

Nel cap. XV esamina le ragioni per cui i principi, sono laudati o vituperati. Attacca gli idealisti di forme di stato mai realizzate (Platone, lo stesso Savonarola; non so se conobbe Thomas Moore ed Erasmo, suoi contemporanei), che trascurano quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, e vanno verso la ruina, piuttosto che verso il mantenimento dello stato. E’ necessario che si parli del vero, non dell’immaginazione (non sarebbe mai stato un sessantottino! E sappiamo quando dobbiamo al ’68… malgrado le varie cornacchie).

I principi sono notati per le loro qualità, alcuno è tenuto liberale, alcuno misero (usando uno termine toscano, perché avaro in nostra lingua è ancora colui che per rapina desidera di avere, misero chiamiamo noi quello che si astiene troppo di usare il suo); alcuno è tenuto donatore, alcuno rapace; alcuno crudele, alcuno pietoso; l’uno fedifrago, l’altro fedele; l’uno effeminato e pusillanime, l’altro feroce et animoso; l’uno umano, l’altro superbo; l’uno lascivo, l’altro casto; l’uno intero, l’altro astuto; l’uno duro, l’altro facile; l’uno grave l’altro leggieri; l’uno relligioso, l’altro incredulo…

Il principe deve sapersi destreggiare tra queste qualità, tenendo quelle che gli fanno mantenere lo stato e al contempo non si curi di incorrere nella infamia di quelli vizii sanza quali possa difficilmente salvare lo stato, giacché alcune virtù potrebbero rovinarlo e certi vizi salvarlo.

Vade retro!

(Letteratura italiana – 16.5.1996) MP

Commenti (13), sette spam

Il realismo è comunque un’idea
6 #
luana
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ugp@krubrm.com
91.232.96.11
Inviato il 25/01/2013 alle 13:09
you give your noze…

Il realismo è comunque un’idea
5 #
vita agra
rebecca.com/
biux@dj.com
91.232.96.4
Inviato il 16/01/2013 alle 12:16
sardigna soberana!

Il realismo è comunque un’idea
4 #
emma
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82.61.36.10
Inviato il 25/03/2012 alle 20:23
Aiuto! Come fai! Sei meglio di un libro di storia.
buona domenica

Il realismo è comunque un’idea
3 #
giulia
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82.60.182.11
Inviato il 31/12/2011 alle 13:27
Auguri di Felice Anno Nuovo! giulia

Il realismo è comunque un’idea
2 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.63.214.133
Inviato il 31/12/2011 alle 13:19
facciamoceli lo stesso gli auguri…./.)

Il realismo è comunque un’idea
1 #
notimetolose
notimetolose.myblog.it
notimetolose1@gmail.com
151.41.181.39
Inviato il 27/12/2011 alle 16:28
Credo che di fronte ai Canti di Ossian anche Olsen capisca la priorità. Bene hai fatto, qui a parlare di un periodo storico di cui non ci si può vantare spesso, specie la chiesa. Spero accetterai i miei auguri di buon Natale in ritardo come certi treni di pendolari.

UN FIGLIO DI PAPA

Lezioni condivise 59 – Fortuna e disfatta del Principe

30 Nov 2011 @ 12:30 PM

La figura di Cesare Borgia è davvero singolare e fa il paio con quella del padre Rodrigo, papa; ma è sbalorditivo il riguardo di Machiavelli nei suoi confronti in rapporto ai crimini commessi, stando almeno alla cruda lettura del Principe; quanto alla posizione della chiesa sui suddetti, non se ne parli! fosse solo Alessandro VI lo scheletro nell’armadio che si porta dietro… (omissis et re omissis).

Figlio del papa (espressione sufficiente a smascherare secoli di ipocrisia), seminarista in gioventù, pur non avendo mai ricevuto la consecratio, fu nominato Vescovo di Valencia e poco più tardi pure cardinale. Alcuni anni dopo uccise suo fratello Juan e depose la porpora cardinalizia, ma solo per darsi alla politica, non per indegnità.

Luigi XII di Francia, in cambio dello scioglimento del proprio matrimonio, gli concesse la mano di Carlotta d’Aragona, scorciatoia verso il Regno di Napoli, ma lei rifiutò e per accontentare il re si addivenne a un compromesso. Cesare dovette ripiegare su Charlotte d’Albret, sorella del re di Navarra, ottenendo anche il titolo di Duca del Valentinois.

Nel 1499, il Valentino, seguì il re francese nella spedizione in Italia (per molti versi analoga a quella di soli cinque anni prima del suo predecessore Carlo VIII); approfittando di ciò, Alessandro VI, papa e papà Borgia, affaccendato per sistemare il figlio, destabilizzò i suoi stati feudali dell’Italia centrale, dichiarandone i principi decaduti per mancato pagamento del censo, in modo che Cesare, visto che era di passaggio, potesse occuparli con l’esercito di Svizzeri messogli a disposizione dal re di Francia. Conquistò così la Romagna e parte delle Marche.

Ad operazioni in corso, però, il re richiamò l’armata del Valentino che, facendo buon viso a cattivo gioco, fece ingresso trionfale a Roma. Qui aggregò un esercito ancora più numeroso, aiutato dagli Orsini e altri signori (truppe ausiliarie e mercenarie). Conquistò Pesaro, Rimini e con enorme difficoltà Faenza. Gesta, ovviamente, piene di inganni e crudeltà. Volse poi le sue mire a Bologna e alla Toscana. In Emilia lo fece desistere Luigi XII stesso, in Toscana pose condizioni a Firenze, Pisa e attaccò Piombino e le isole. Solo in seguito si unì ai Francesi per la conquista del Regno di Napoli.

Nel 1500 Luigi XII e Ferdinando I di Spagna conclusero un accordo segreto per spartirsi quel regno e con relativa facilità posero fine alla dinastia aragonese. Il papa intanto si vendicò dei Colonna e dei Savelli che avevano appoggiato Federico I di Napoli.

Valentino proseguiva nelle sue conquiste: nel 1502 prese il ducato d’Urbino in modo fraudolento (chiese truppe in prestito a Guidobaldo da Montefeltro per dar battaglia a Camerino e una volta disarmatolo attaccò Urbino, di cui quello era signore). Si creò dunque una situazione di egemonia del Borgia su tutto il territorio della Chiesa, non solo in Romagna e nelle Marche, ma anche in Umbria.

L’espediente di Urbino mise in allarme gli alleati, proprio quando il Borgia intendeva attaccare nuovamente a Bologna. Essi, ed in primo luogo i nemici giurati, gli Orsini, da Siena a Perugia, da Bologna a Fermo, promossero un’impresa aventiniana, passata alla storia come congiura della Magione (dalla località omonima presso Perugia). Si accordarono per allestire un esercito che avrebbe dovuto muover guerra contro il Borgia; fomentarono rivolte a Urbino e in Romagna ottenendo che venissero restaurati i vecchi duchi. A Imola il Valentino ebbe il soccorso di Luigi XII mentre era allo sbando; tuttavia si riorganizzò e i suoi nemici, avendone paura, tentennarono. Firenze gli mandò il Machiavelli a dire che erano suoi amici. Anche gli Orsini si riconciliarono promettendogli la ripresa di Urbino e Camerino… Guidobaldo e gli altri minacciati scapparono e il Borgia ebbe gioco facile, come a Senigallia, dove la città gli fu ceduta e fu festeggiato dai vecchi alleati/nemici.

Proprio durante questi festeggiamenti, il Borgia, attuò la tecnica che Dante rimproverò a Guido da Montefeltro (promessa lunga con l’attender corto)… A tre mesi dalla Magione, due congiurati vennero strangolati immediatamente; gli Orsini, arrestati, fecero la stessa fine a Città della Pieve, solo per dare il tempo al padre di arrestare a Roma tutti gli altri componenti della famiglia, per una sorta di pulizia etnica.

Gli si arresero anche Città di Castello e Perugia, non attaccò Siena solo perché protetta dai francesi, anche se cercò di ottenere il permesso in cambio dell’aiuto contro la Spagna, che nel frattempo aveva occupato l’intero regno di Napoli. La Francia voleva parte del napoletano, ma la Spagna non gliela cedette. Luigi XII scese nuovamente in Italia, chiese aiuto al Valentino, intiepiditosi col re, infatti di nascosto trattava con entrambi i contendenti.

Passarono solo alcuni mesi e Alessandro VI morì, la fortuna del Valentino si rovesciò. Si ammalò, forse colpito come il padre dal veleno che loro stessi avevano destinato ad altri.

Lo sfacelo del suo stato fu velocissimo, tutti i suoi nemici ripresero il loro posto e Venezia prese la Romagna. Divenne papa un suo nemico, Giuliano della Rovere (Giulio II) di cui, ormai malato, si fidò, ma venne arrestato e solo nel 1504 riuscì a scappare per Napoli, dove fu incarcerato dagli spagnoli, vincitori sui francesi, e spedito in Spagna nelle galere di Ferdinando. Riuscì a evadere, si rifugiò in Navarra dal re, suo cognato, per difendere il quale dai ribelli, morì banalmente nel 1507.

La vicenda di Cesare Borgia, anche in un’ottica cinica come quella del Principe, avrebbe consigliato di non essere presa come esempio da proporre ai Medici, appena rientrati a Firenze. Esercizio inutile, giacché il Principe preso in considerazione commise diversi errori che il Machiavelli stesso stigmatizza, ciò che salva sono paradossalmente la crudeltà e gli inganni… per uno che stava in esilio forzato non c’è male! E’ pertanto legittimo dubitare del reale scopo dell’opera, sebbene anche optando per una lettura alternativa restino tante domande irrisolte.

Con sullo sfondo sempre il Valentino, dopo aver discusso delle varie tipologie di stato, nel cap. XII del Principe, Machiavelli discetta di armi, ovvero della forza militare di uno stato, di come reclutarle. A questo tema dedicherà anche i capp. XIII (ove propone diversi esempi della pericolosità delle armi ausiliarie e mercenarie) e XIV (dove in sostanza suggerisce di guardare ai grandi della storia, che anche in pace pensavano alla guerra. Auguri!).

A suo avviso, i buoni fondamenti dello Stato sono due: avere buone leggi e buone armi. Non ci possono essere buone leggi dove non ci sono buone armi e dove sono buone arme conviene sieno buone legge, in quanto strumenti per applicarle.

Le milizie possono essere: mercenarie, ausiliarie, miste, proprie.

Esclude l’uso delle armi mercenarie e di quelle ausiliarie, in quanto lungi dal dar sicurezza, sono pure infedeli e pericolose per lo stato, gagliarde fra gli amici, tra e nimici vile (…) e nella pace se’ spogliato da loro, nella guerra da’ nimici, in quanto aspirano alla grandezza propria.

Il principe invece dovrebbe essere il conduttore di un proprio esercito, giacché è più facile guidare armi proprie che armi esterne. Ne sono state esempio Roma e Sparta in positivo e al contrario Cartagine, Filippo Macedone coi Tebani, Francesco Sforza coi milanesi, Sforza padre con Giovanna di Napoli.

Firenze, sostiene Niccolò, non finì in mano ai mercenari perché Giovanni Aucut (John Hawkwood, Jean de l’Aiguille, Giovanni Acuto) fu sconfitto; lo Sforza a Milano, invece, vinse e poté realizzare le sue ambizioni, mentre i veneziani a Vailà (Agnadello), il 14 maggio del 1509, guidati dalle truppe mercenarie di Bartolomeo d’Alviano, in una giornata perderono quello che in ottocento anni con tanta fatica aveva acquistato.

Secondo Machiavelli, l’origine delle armi mercenarie è italiana e fu iniziata dalla chiesa: El primo che dette reputazione a questa milizia fu Alberigo da Conio, romagnolo (…) Il risultato è stato, che quella (l’Italia) è stata corsa da Carlo, predata da Luigi, forzata da Ferrando e vituperata da’ Svizzeri (…)

Avevano, oltre a questo, usato ogni industria per levar via a sè, e a’ soldati la fatica e la paura, non s’ammazzando nelle zuffe, ma pigliandosi prigioni e senza taglia. Non traevano di notte alle terre, quelli delle terre non traevano di notte alle tende, non facevano intorno al campo né steccato né fossa, non campeggiavano il verno. E tutte queste cose erano permesse ne’ loro ordini militari, e trovate da loro per fuggire, come è detto, e la fatica ed i pericoli; tantoché essi hanno condotta Italia schiava e vituperata.

Nella sua intenzione di teorizzare uno stato comunque forte, sicuro e funzionale, Machiavelli si barcamena in tutt’altre questioni. La sua ricetta è un minestrone dove anche i buoni ingredienti diventano indigesti: la necessità per uno stato di credere in qualcosa, di avere una propria identità, cosa che a Firenze (ma non solo) difettava, svilisce in soluzioni per niente originali, in una società in cui l’umanesimo era una brigata di pericolosi estremisti, come l’uso della religione per tenere a bada il popolo.

(Letteratura italiana – 15.5.1996) MP

Commenti (10)

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Ti auguro un Felice Natale ed uno splendido anno nuovo.ciao.giampaolo

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Paola
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Inviato il 20/12/2011 alle 16:06
…o com’è che tornano di moda i Borgia e il Machiavelli?…sarà mica per (l’orgia)Borgia che hanno dato in tv?…
a me pare che cambiano i nomi, cambiano le cifre che identificano gli anni…cambiano gli strumenti, ma alla fine il succo della questione non cambia…:-(

Un figlio di papa
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jane
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Inviato il 18/12/2011 alle 00:22
A suo avviso, i buoni fondamenti dello Stato sono due: avere buone leggi e buone armi.
E perché allora tu sei contrario a questo? Vuoi che l’Italia si trovi indifesa davanti al nemico?
Vorresti che la manovra togliesse soldi alla difesa per buttarli via (sprecati) per qualche miserrimo? Ascolta il Macchiavelli!!!!

Un figlio di papa
2 #
giulia
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Inviato il 17/12/2011 alle 01:04
Bella questa dell’invenzione tutta italiana dei mercenari!
Brrr… comincia a far freddo…. giulia

Un figlio di papa
1 #
gipsy
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Inviato il 27/11/2011 alle 01:01
Quest’ultima bisogna che me la spieghi meglio.
17 anni di fortuna. Che poi tutte le sfighe all’italia e agli amici, durante il suo regno. Basta pensare a Mubarak, gheddafi, … putin adesso 🙂 smack!

DAI BORGIA AL GIOVIN VECCHIO SOMARO SCALCIANTE

Lezioni condivise 58 – Le armi e fortuna di altri

31 Ott 2011 @ 7:15 PM

Rifletto su quanto sia mero esercizio letterario, e solo in parte storico, trattare oggi di Machiavelli, almeno per chi ha il senso dello scorrere tempo e conoscenza del divenire dello spazio, conseguentemente dell’evolversi del pensiero e dell’incidenza della natura, tuttavia molti politici, analogamente a studentelli formati sui Bignami o peggio sui sommari, per cui somari, pensano di diventare grandi statisti applicando il Principe, allo stesso modo in cui utilizzerebbero le istruzioni per montare uno scaffale o le avvertenze di dosaggio di un medicinale. Non si spiega altrimenti la mediocrità con cui sono governati oggi gli stati, anche a volersi porre sul piano del capitalismo, o addirittura di regimi autoritari meno sofisticati: su tontimi si segat a fitas!

Lo stato italiano in questo primeggia. In soli 150 anni di vita si è concesso già due ventenni niente male. Esisterà qualche studio sociologico e/o psicologico sulla inclinazione degli italiani a darsi periodicamente la zappa sui piedi, ad essere autolesionisti? Le domande si sprecherebbero, ma certo non è chiaro, ad esempio, se mister berluscon sia epigono delle sue televisioni o se viceversa il livello di esse sia da ricondurre a lui. Non è neppure chiaro in quali testi abbia studiato da statista per essere così straordinariamente scarso, ma certamente è un primato il fatto che anche chi gli confeziona i discorsi sia quasi alla sua “altezza”.

Insomma, è così… L’unico modo per spazzar via questi ladruncoli di stato probabilmente è una rivoluzione, ma non è chiaro se e quando ci sarà; per il momento sono più motivati loro, continuano nel loro intento di mantenere le loro ricchezze sottratte alla società, mentre i poveracci continuano a gridare nel deserto.

Non ho riflettuto abbastanza su una casistica del De Principatibus in cui inserire l’attuale premier, ma è già abbastanza tronfio di suo, né merita un tale spasso. Mi occupo invece di Cesare Borgia, uno dei sette figli di papa Alessandro VI, la cui più nota è Lucrezia. Machiavelli lo classifica tra chi ha conquistato lo stato con le armi e fortuna di altri, e ne ha un’ammirazione esagerata, stanti evidenti ragioni oggettive e la sua ferocia (che però, pur trovando poco riscontro nella vita del fiorentino, sembra gli fosse congeniale).

Secondo il nostro, coloro che ottengono il potere con la sola fortuna, non fanno fatica ad averlo, ma tanta a mantenerlo. Essi diventano principi con il danaro o per il volere di altri e saranno sempre in balia di chi ha dato loro il potere, dunque per mantenerlo dovranno possedere proprie virtù.

Francesco Sforza fu un principe dotato di grande virtù, divenne duca di Milano con molta fatica, ma poi tenne il potere con altrettanta facilità; Cesare Borgia (il Valentino) invece, ottenne lo stato dalla fortuna del padre e quando il padre perse la fortuna, perdette lo stato, nonostante lo avesse retto con virtù.

Rodrigo Borgia, dal cognome profetico, non trovò altri principati per il figlio se non territori della chiesa, gli equilibri erano tali che mosse sbagliate avrebbero potuto rivelarsi dei boomerang. Tentò di disordinare gli stati che gli impedivano di fare grande Cesare e in qualche modo cercò di approfittare della discesa di Carlo VIII di Francia del 1494, ma questi impedì al Valentino l’occupazione della Toscana… Da ciò, secondo Machiavelli, questi trasse l’insegnamento di non dover più servirsi delle armi e della fortuna altrui, ma in realtà la sua azione successiva non fece che costruire la sua fine, visto che si tenne i nemici e si fece tali anche i supposti amici, con una serie di voltafaccia e crudeltà.

Secondo Machiavelli il Valentino fallì perché le sue nuove conquiste nell’Italia centrale non erano ancora consolidate quando il padre morì e per di più anche lui era malato.

Ma, se nella morte di Alessandro fussi stato sano, ogni cosa li era facile. E lui mi disse, ne’ dí che fu creato Iulio II, che aveva pensato a ciò che potessi nascere, morendo el padre, et a tutto aveva trovato remedio, eccetto che non pensò mai, in su la sua morte, di stare ancora lui per morire.”

Per essere un buon esempio quello del Borgia, nella sua proposta immorale (anche se allora in quegli ambienti, come suol dirsi, il più sano aveva la rogna), sembra alquanto paradossale e quasi iettatorio nei confronti dei Medici. E ancor più lo è perché alla fine lo accusa di non essere stato abbastanza crudele da eliminare Giuliano della Rovere (Giulio II), suo nemico, prima che diventasse papa, invece di credere di esserselo fatto “amico”.

E chi crede che ne’ personaggi grandi è benefizii nuovi faccino dimenticare le iniurie vecchie, s’inganna. Errò, adunque, el duca in questa elezione; e fu cagione dell’ultima ruina sua.”

Bell’esempio da seguire!!! Per questo dico: o il segretario fiorentino era del tutto rincoglionito o la sua era una sottilissima provocazione.

(Letteratura italiana – 10.5.1996) MP

Commenti (4)

Dai Borgia al giovin vecchio somaro scalciante
4 #
Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
paolasixsix@yahoo.it
159.213.40.5
Inviato il 15/11/2011 alle 10:45
…thò… ho seguito i Borgia in televisione in questi giorni…e qualche paragone lo avevo fatto anche io…:-)

Dai Borgia al giovin vecchio somaro scalciante
3 #
notimetolose
notimetolose.myblog.it
notimetolose1@gmail.com
151.41.160.221
Inviato il 14/11/2011 alle 19:41
La storia non solo insegna ma a volte si ripresenta per riscuotere

Dai Borgia al giovin vecchio somaro scalciante
2 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.63.212.103
Inviato il 03/11/2011 alle 13:04
provocazione… provocazione fu…/:)

Dai Borgia al giovin vecchio somaro scalciante
1 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.63.213.170
Inviato il 29/10/2011 alle 19:00
i giochi di potere e con il potere sono sempre giochi pericolosi… pensa, mi sto occupando della dinastia dei tudor! ole/.)

ACHTUNG! GIOCO PERICOLOSO

Lezioni condivise 57 – De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquiruntur

30 Set 2011 @ 10:58 PM

Non ripeterò le riserve già espresse sui saggi politici di Machiavelli, ma per confermarne la pericolosità giova ricordare che uno degli estimatori de “Il principe” è, pensate un po’, l’italico premier, che nel 1992 si è cimentato addirittura in una prefazione al libro, con per illustri predecessori nientemeno che Craxi e Mussolini. E’ anche emerso che egli caldeggiasse l’avvento di un uomo forte al governo dell’Italia… dunque giudicate voi se l’esperimento bellusconian-machiavellico è riuscito. Da parte mia vorrei umilmente invitare i politici, veri o presunti, a non giocare mai al “principe”… i precedenti non sono incoraggianti.

Nel post su Ritratto delle cose di Francia, abbiamo visto come Machiavelli ammirasse tanto quello stato, anche sotto aspetti perlomeno discutibili. Egli osservava che vi era una grande produzione agricola e che il popolo non aveva un gran bisogno di denaro, quasi tutto in mano al re e ai nobili, che erano molto ricchi; il re (non fa mai il nome di Luigi XII) aveva un potere sconfinato e questo secondo il segretario fiorentino dava stabilità e potenza allo stato.

Questa situazione, a suo avviso, impediva lo sviluppo del “consumismo” e infatti i francesi vivevano sobriamente, non avendo vizi e tentazioni edonistiche; in questo modo anche la religione si sviluppava misticamente, senza la corruzione dei costumi italiani.

Machiavelli desiderava una tale situazione per lo stato fiorentino, facendo suo il desiderio quasi utopico dell’esule Dante, che rimpiangeva la città al tempo del trisavolo, quando essa viveva in pace e moralità, mentre quella del suo tempo era dilaniata e corrotta. Cacciaguida nel Paradiso ricorda i sani costumi dei Fiorentini antichi, la loro serena vita familiare, il culto delle memorie del passato. Una città non traviata dal denaro e dalla politica.

Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.

Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.

Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, ché ‘l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.

Non avea case di famiglia vòte;
non v’era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che ‘n camera si puote.

Non era vinto ancora Montemalo
dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto
nel montar sù, così sarà nel calo.

Bellincion Berti vid’ io andar cinto
di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza ‘l viso dipinto;

e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e al pennecchio.

Oh fortunate! ciascuna era certa
de la sua sepultura, e ancor nulla
era per Francia nel letto diserta.

L’una vegghiava a studio de la culla,
e, consolando, usava l’idïoma
che prima i padri e le madri trastulla;

l’altra, traendo a la rocca la chioma,
favoleggiava con la sua famiglia
d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.

Saria tenuta allor tal maraviglia
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e Corniglia.

A così riposato, a così bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,

Maria mi diè, chiamata in alte grida;
e ne l’antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida.
(Paradiso XV, 97 – 135)

Machiavelli accosta questo discorso a quello di Savonarola, cui riconosce l’opporsi alla corruzione di Firenze. Conosciuti i nuovi tempi evidentemente fece ammenda, infatti nella lettera a Ricciardo Becchi (scrittore apostolico presso la santa sede, che ebbe per qualche tempo degli incarichi dai Dieci di Balìa – sorta di ministero degli esteri fiorentino – per curare i rapporti con il papa) del 9 marzo 1498, si scagliò apertamente contro l’attività del frate.

Anche il discorso sulla Francia funge da premessa al vero scopo de “Il principe”, cioè consigliare (con tutta una serie di condizionamenti dovuti alla sua situazione di esilio) ai Medici rientrati a Firenze, i modi per fare proprio il principato e soprattutto come mantenerlo.

Ma proprio la sua condizione, a mio avviso, distolse Machiavelli dal suo vero scopo e lascia anche aperto uno spiraglio per poter sperare che in fondo non la pensasse proprio così come scriveva.

Le argomentazioni che propone nel cap. VI del Principe (De’ Principati nuovi che s’acquistano con l’arme proprie e virtuosamente), hanno più il sapore della letteratura che della politica.

Egli sostiene che i nuovi principati debbano prendere a modello i grandi esempi della storia, perché camminano li uomini quasi sempre per le vie battute da altri, specie dei grandi, appunto.

Il successo di un nuovo principato dipende tutto dalle capacità del principe che lo prende in mano e le difficoltà a reggerlo saranno minori quanta più virtù e fortuna esso avrà. E sarà meglio se vi risiede e non ha altri stati a cui pensare.

Ma c’è un altro elemento fondamentale che occorre avere e ci sono esempi eccellenti nella storia di principi che non hanno avuto né virtù, né fortuna, ma ebbero solo l’occasione, come fu per Mosè, Ciro, Romolo e Teseo. E le occasioni furono trovare il popolo di Israele schiavo in Egitto affinché si predisponesse a seguire Mosè; che Romolo fosse stato abbandonato alla nascita e così fondasse Roma; che Ciro trovasse i Persiani malcontenti dell’impero dei Medi, e i Medi fiacchi per la lunga pace; che Teseo trovasse gli ateniesi dispersi per poterli unificare.

Chi ottiene un principato per virtù proprie inizialmente avrà difficoltà a introdurre nuovi ordinamenti, a causa dei conservatori e dei pregiudizi, ma poi saprà mantenerli bene se potrà imporli con la forza. Perché se si impongono con le preghiere cascano. Tutti i profeti armati vincono, e i disarmati rovinano, come Savonarola. La natura de’ populi è varia; et è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione.

Un altro esempio di occasione è quello di Ierone (Gerone II, 308 a.C. – 215 a.C), tiranno siracusano: la città essendo oppressa lo nominò capitano, lui cambiò la milizia e le amicizie, ebbe difficoltà a prendere il potere ma poi governò senza difficoltà per molto tempo. Ebbe occasione, virtù e fortuna, di lui Giustino (scrittore latino del II sec. d.C.): quod nihil illi deerat ad regnandum praeter regnum / nulla gli mancava per essere re fuorché il regno.

Sappiamo che il Machiavelli come esempio da imitare aveva in mente il Valentino, Cesare Borgia, suo contemporaneo, ucciso nel 1507 in un’imboscata, già cardinale e assassino del fratello, rivale nella scalata al potere. Esempio alquanto inquietante sia come figura, sia per l’azione e anche per i risultati. I Medici si saranno di certo toccati… ma in esso l’ex segretario vedeva il principe nuovo per un principato nuovo, che condensava in se, virtù (capacità d’azione e di comprensione), fortuna (tenerla da conto) e occasione (situazione storica che permette l’esercizio delle altre virtù).

Lo scopo di essere reintegrato nella corte medicea fallì, e per quanto anche i Medici non mi siano tanto simpatici, diciamo che se l’era proprio cercata.

(Letteratura italiana – 9.5.1996) MP

Qualche importante link: Indipendenza per le nazioni degli Indiani d’America American indian nations AID Cosa è successo a Wounded Knee Global pacific revolution Rivoluzionari in sottana Il sito italiano dei nativi americani Sentiero rosso – cultura nazioni native americane

Commenti (5)

Achtung! Gioco pericoloso
5 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
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87.4.247.184
Inviato il 18/10/2012 alle 19:41
L’Italia s’è sopita… 🙂
dell’elmo di carta s’è cinta la testa…
Ha ha… visto che intelligggente ssonooo? 🙂
Sì, rifondiamo gli Stati Disuniti d’Europa!

Achtung! Gioco pericoloso
4 #
j
g@alice.it
82.58.222.44
Inviato il 25/02/2012 alle 09:08
Insomma, questo Monti non ti piace granché.
Chissà perché.

Achtung! Gioco pericoloso
3 #
j
g@alice.it
87.8.244.153
Inviato il 23/10/2011 alle 00:11
Stanotte sono qui…

Achtung! Gioco pericoloso
2 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.63.214.131
Inviato il 09/10/2011 alle 11:03
indipendenza e risarcimenti…magari ole/.)

Achtung! Gioco pericoloso
1 #
demoskaidemos
frondeverdi.myblog.it
ariosto2000@tiscali.it
87.0.169.158
Inviato il 18/09/2011 alle 21:21
Caro Indian, penso che tu abbia pubblicato questo passo del Vangelo di Luca (vedi post precedente, n.d.r.) per farci capire quanto è diverso il comportamento e l’atteggiamento dei governanti italiani da ciò che dovrebbe essere. Il paese al loro servizio, non loro a servizio del paese. Un esempio (ma se ne possono fare a migliaia): 30 prostitute sull’areo presidenziale, su un areo di Stato che dovrebbe essere utlizzato solo per il servizio della comunità dei cittadini, per soddisfare le demenziali follie sessuali di un vecchio rincoglionito in disfacimento fisico e mentale.
Capisco molto bene anche il tuo post precedente in cui ti chiedi se servirà un’ altra Piazzale Loreto.
Per me che sono cattolico c’è un motivo di tristezza profonda in più e di indignazione pensando che questo governo ha potuto affermarsi e durare così a lungo anche perché appoggiato e sostenuto da Vaticano e da una parte molto influente della gerarchia ecclesiatica. Purtroppo nulla di nuovo sotto il sole: l’appoggio che a suo tempo la chiesa gerarchica diede a Mussolini, ora lo rinnova per Berlusconi. Eppure è proprio essa che insegna: Errare humanum est, perseverare diabolicum.
Buona notte e buona settimana. Antonio.

OFFICIUM IN FESTIS

Lezioni condivise 56 – Complessità dei testi traditi.

27 Ago 2011 @ 1:14 PM

Nove anni per riprendere in mano e concludere questa lezione non sono pochi, ma è già un segnale di ripresa, peraltro gratuito. Non chiedo, come confindustria, finanziamenti a fondo perduto per coprire profitti da loro sempre realizzati sfruttando la manodopera dei lavoratori, i quali peraltro si genuflettono al padrone, mentre dovrebbero mettere le cose in chiaro: il profitto a chi lavora!

Questa lezione avrebbe dovuto trovare spazio in Diary nell’agosto 2011, al suo posto fu pubblicato questo:

Officium in festis
27 Ago 2011 @ 1:14 PM
Ille autem dixit eis: «Reges gentium dominantur eorum; et, qui potestatem habent super eos, benefici vocantur.
Vos autem non sic, sed qui maior est in vobis, fiat sicut iunior; et, qui praecessor est, sicut ministrator. Quis enim maior est: qui recumbit, an qui ministrat? Nonne qui recumbit? Ego autem in medio vestrum sum, sicut qui ministrat.

… Ma ora vorrei porre rimedio. E’ evidente pertanto che la lezione è inedita, sebbene programmata e giacente per tutto questo tempo in forma di bozza.

Siamo al termine delle lezioni di Filologia Romanza… Presenze altre, o meglio altra, mi hanno distolto talvolta dal poter riferire ciò che avrebbe maggiormente giovato alla conoscenza, confondendo scienze affatto similari: l’erudizione e l’analisi con l’azione e la contemplazione. Demordere giammai, tuttavia; così, grazie al solo orecchio teso all’eloquio del docente riporto elementi men che d’estremo interesse.

Obscura in fundo. E’ in realtà una delle lezioni più complesse, in quanto va oltre apparentemente la vicenda del “Guillaume d’Angleterre” per aspetti molto tecnici, che pure nella loro farraginosità e contraddittorietà, mirano a restituirci il senso originario del romanzo.

Per un riepilogo potrete giovarvi delle lezioni precedenti. Tuttavia ricordiamo che il romanzo è sostanzialmente una fusione tra un tipo di narrazione agiografica e la tradizione greco-bizantina.

I testimoni diretti pervenuti a noi sono due: il manoscritto P (Parigi, Bibliothèque Nationale) del Duecento, in piccardo e il C (Cambridge, St. John’s College) del Trecento, in un misto di varianti francesi dell’est.

Il nostro testo segue il ms. P nell’edizione Wilmotte 1927, rilevando le varianti principali di C, applicando l’esigenza di giungere a un’edizione critica tra i due testimoni pervenuti.

Da segnalare in questo senso gli studi di Patrizia Serra dell’Università di Cagliari, in “La parola del testo” vol. XIV/2 (2010).

Si tratta dunque di compiere un’analisi scientifico filologica dei due testimoni nelle lezioni in cui divergono, per pervenire a proposte di emendatio che rendano il senso del testo affidabile.

Non è un’operazione semplice e non possiamo certo farla qui, peraltro non sarà possibile trovare l’unanime consenso degli studiosi considerato che potrà sempre esserci più di una soluzione accettabile a seconda della logica e del procedimento adottato.

Possiamo solo fare degli esempi per comprendere qualche difformità tra i due codici e il senso delle ipotesi di emendatio, tenuto conto che le divergenze sono notevoli.

Esaminiamo la versione P e C dei versi 912 e segg.

En tel torment est covoiteus                              901
k’en abondance est souffraiteus,
tout ausi comme Tantalus,
qui en infer soeffre mal us ;
moult i use mal et endure,
car la pume douce et meüre
li pent si pres c’au nes li touce
et s’a l’eve dusqu’a la bouce,
s’estaint de soif et de fain muert;
si se debat et se detuert
et s’estent por la pume prendre
n’onques tant ne se pot estendre                       912
que la pume autant ne li fuie
por cou que plus li face anvie.                 enuie in C (v con u o non c’è rima)
En tel torment, en tel justice                    anvie > anuie – enui – ennuie
sont li plusor pa covoitise
qui ont a muis et a sestiers
plus que ne lor seroit mestiers.
Trop a, qui rien n’onour ne sert,            versi che mancano in C (singolare!)
ja tant n’ara que noiens ert;
n’a pas l’avoir qui l’enprisone,
mais cil qui le despent et done:                           922
cil l’a et si le doit avoir,
amis et honour et avoir.

Al di là dei casi, come detto, assai complessi, specie nei ragionamenti che portano a prediligere una versione o l’altra, riportiamo quelli che ricorrono, sia dal punto di vista tecnico, sia dal conseguente impatto sul significato del testo.

Una considerazione che si tiene presente è la mancata semplificazione del testo in fase di copiatura, ovviamente in riferimento a una lezione poco attendibile (come nel caso del verso 914).; se il testo sia troppo conservativo (C), a rischio di banalizzazione, o troppo prudente (P, rimaneggiato ove vi sono parti difformi); alcune lacune o sostituzioni connesse a motivazioni morali, come il caso di misoginia (vv. 326-333), sostituiti in C da

bien est vois che temme derise
tant ce que l’on li contscrise (contscrit, cuotscrit).

Nei versi sopra citati si scontrano due visioni: quella di testi similari contro il peccato di avarizia (brama di possesso) e l’etica del “dare per Dio”, come rinuncia per la salvezza (del Guillaume).

Dubbio è se questa visione fosse nel testo originale o sia stata indotta, specie in P, come glossa moralistica.

(Filologia romanza – 8.5.1996) MP

Commenti (15), 12 persi o spam

Officium in festis
3 #
jane
g@alice.it
82.61.16.77
Inviato il 12/09/2011 alle 20:21
La virtù non sta nel mezzo, ma in mezzo, dentro, insieme a noi. (?) j

Officium in festis
2 #
sally brown
innellama@tiscali.it
79.8.92.181
Inviato il 30/08/2011 alle 19:23
la virtù sta nel mezzo? ole/.)

Officium in festis
1 #
notimetolose
notimetolose.myblog.it
notimetolose1@gmail.com
151.41.151.24
Inviato il 26/08/2011 alle 14:05
Dove sono i giovani che un tempo scendevano in piazza? Ad un happy hour o in un villaggio vacanze o su FB?. Che pena quando vedo in tv pensionati con cartelli che inneggiano all’occupazione. Anche la rivoluzione stanca?

SERVIRÀ UN’ALTRA PIAZZALE LORETO…

Lezioni condivise 55 – La Resistenza al fascismo

31 Lug 2011 @ 10:08 PM

A parlare oggi di Resistenza si prova tutta una serie di sensazioni contrastanti, tra le quali poi prevale la rabbia. Ci sono stati anni in cui il solo pensiero della Resistenza ha rappresentato una sicurezza per i democratici e un monito per i neofascisti e il loro universo, lo stesso (universo) che permise al fascismo di nascere e di prendere il potere. Ha ragione Gianni Simoni, e lo sanno tutti, ma è necessario che qualcuno ogni tanto ce lo ricordi: oggi il capo del governo italiano è un esponente della P2 di Licio Gelli, oggi le logge massoniche deviate si moltiplicano, i loro esponenti fanno parte del principale partito di governo; sono coinvolti ministri, lo stesso premier, e la si butta sul ridere; non succede nulla e tutta questa organizzazione che agisce ancora quasi alla luce del sole – P4, struttura delta, mafia, agganci impensabili (complice la RAI occupata e mediaset), con i loro giornaletti (la sera ed è grottesco, cartaccia come “Chi?” e similare, passa nella rassegna stampa del TG5 e compari) – vorrebbe farci credere che la magistratura stia facendo chissà che cosa, mentre se la facesse davvero sarebbero tutti già in galera.

E mentre nel dopoguerra, fino ai controversi anni ottanta, la mobilitazione popolare, sebbene a caro prezzo, difendeva i diritti e le libertà faticosamente conquistati, la presa del potere da parte degli scampati a mani pulite, passo dopo passo, sta demolendo la Repubblica nata dalla Resistenza e la sua Costituzione, tant’è che a poco più di un mese dalla loro sconfitta elettorale e sui referendum, si permettono di approvare una legge che gli garantisce l’impunità, senza che l’indignazione popolare li travolga una volta per tutte.

L’indignazione che si è levata non è davvero proporzionale alla gravità di quanto sta accadendo, sia a livello economico, sia a livello di democrazia. Si fa un gran parlare di Magistratura attiva, di Napolitano attento, di condanne in parlamento, e intanto l’ometto se ne frega, trama nell’ombra e continua a fare i suoi interessi, mentre la gente comune è alla fame e continua a pagare al posto della casta.

Tanta rabbia per questa stasi, questa impotenza, nonostante il vaso trabocchi da tempo. Cosa deve accadere perché la gente dica basta davvero e li cacci via a pedate? Probabilmente si aspetta che la situazione diventi di non ritorno. Che si debba tornare davvero a Piazzale Loreto, ma quando?

Questa sorta di regime anomalo in cui viviamo, per cui dentro un sistema costituzionale democratico si è instaurata una sorta di dittatura mediatica, per quanto a tratti surreale e ridicola, sta purtroppo producendo danni enormi anche sotto il profilo culturale: istruzione, università, cultura, informazione sono da tempo sotto attacco e da tempo se ne avvertono le conseguenze; non è un caso che costantemente venga presa di mira con particolare veemenza la Storia contemporanea, si vorrebbe togliere dai libri di scuola la parola Resistenza e anche Liberazione. I nostalgici borghesi vorrebbero farci credere che la guerra di Liberazione, dunque anche Partigiana, sia stata una “guerra civile”, cercando di imporre un colossale falso storico: in realtà i fascisti erano ormai un numero esiguo, Mussolini era tenuto su dai tedeschi e la guerra fu sostanzialmente contro l’occupante, appunto di liberazione.

La Resistenza al fascismo si sviluppò nell’Italia del nord, al di là degli Appennini. La creazione della repubblica di Salò, dopo la fuga di Mussolini dagli arresti di Campo imperatore (L’Aquila), comportò l’inasprimento della guerra contro l’occupazione nazista e i residui del fascismo.

La Resistenza coinvolse oltre 200.000 combattenti partigiani, di tutte le classi sociali, ma appartenenti soprattutto agli strati proletari; lo scopo era di raggiungere un ampio rinnovamento sociale e politico. A nord i partigiani godevano di un vasto appoggio popolare. La lotta non si sviluppò esclusivamente con attacchi armati, ma vi era anche la componente resistenziale passiva (la rete degli informatori, dell’accoglienza: chi ospitava e nascondeva i partigiani, chi gli forniva il cibo).

E’ vero che una buona parte della popolazione fu attendista, non si schierò per paura degli uni e degli altri. Molti avevano sostenuto il fascismo e non volevano esporsi prima che si capisse chi sarebbe stato il vincitore. Questi non parteggiavano per la resistenza, ma non si esprimevano nemmeno in favore del regime. In questo clima poterono avvenire l’eccidio di Boves (Cuneo) del 19 settembre 1943, la strage di Marzabotto e Monte Sole (Bologna) dell’autunno del 1944, e tante altre rappresaglie nazi-fasciste.

Lo sciopero generale di otto giorni del Marzo del 1944, che dal nord ovest si estese in tutto il territorio ancora occupato dai nazisti, fu il segno dell’appoggio crescente alla lotta partigiana da parte della classe operaia e rappresentò un colpo decisivo per il regime.

Subito dopo la caduta di Mussolini, l’8 settembre 1943, i rappresentanti di tutti i partiti fino ad allora clandestini, si costituirono in Comitato di liberazione nazionale, pochi mesi dopo si sentì l’esigenza di un coordinamento dell’attività partigiana anche al nord e nacque il CLNAI (CLN Alta Italia) che funzionò come governo provvisorio in accordo con il CNL, con il riconoscimento degli alleati e del governo centrale (Bonomi).

I partigiani, in sostanza, vennero coordinati come il resto dell’esercito e chiamati Volontari di libertà, sotto il controllo e il comando del generale Cadorna, ma in sostanza le formazioni partigiane più organizzate continuarono ad agire in modo autonomo o sotto il comando di Luigi Longo e Ferruccio Parri, sulla carta vice comandanti.

L’operazione garantì ai partigiani il riconoscimento ufficiale, dovendo solo in teoria limitare le azioni e subordinarsi alle decisioni degli alleati.

La guerra di liberazione si protrasse fino all’Aprile del 1945, l’epilogo fu rappresentato dallo sfondamento della Linea gotica (retta ideale e irregolare che va da La Spezia a Rimini – o da Massa a Pesaro – che costituiva la linea difensiva dei tedeschi) da parte degli alleati sul lato orientale, sull’Adriatico. Fu di fatto un segnale per i partigiani, che precedendoli occuparono le principali città del nord, scendendo dalle montagne. Il 25 aprile vennero liberate Milano, Torino e Genova e questo giorno è stato scelto per rappresentare la Liberazione dal nazifascismo.

Mussolini alcuni giorni prima aveva abbandonato Salò e si trovava a Milano; lo stesso giorno con una colonna di mezzi e la presenza di tedeschi, ripiegò per Como, dove cercò di concentrare le forze fasciste residue, ma ormai sentendosi braccato fuggì a nord costeggiando il lago fino a Menaggio. L’idea di espatriare in Svizzera fu scartata perché era certo non sarebbe stato accolto, tanto è vero che alla frontiera fu respinta anche la moglie; vi è notizia tuttavia di un suo tentativo di espatrio clandestino con Claretta Petacci non andato a buon fine. La mattina del 27 si accodò a una colonna tedesca diretta a Merano, travestito da soldato; il convoglio venne intercettato dai partigiani e scortato fino a Dongo, dove durante la perquisizione, il dittatore venne riconosciuto dai partigiani e arrestato con gli altri gerarchi.

La notte del 28 aprile Mussolini venne trasferito con la Petacci a Mezzegra (allora Tremezzina), poco più a sud, e là fucilato; in circostanze non ancora chiarite del tutto restò uccisa anche la Petacci, sulla quale non pendeva condanna.

Quasi contemporaneamente a Dongo vennero fucilati anche gli altri gerarchi fascisti arrestati, trasportati poi a Milano con il duce e la Petacci ed esposti a piazzale Loreto per vendicare la strage fascista del 10 agosto 1944, quando nella stessa piazza vennero trucidati quindici partigiani.

Il persistente dubbio sull’esatto svolgersi dei fatti è dovuto alla testimonianza più tardiva della presenza sul posto di almeno un agente servizi segreti inglesi, che avevano interesse a far sparire un carteggio evidentemente compromettente detenuto da Mussolini, tra lui e Churchill. Da qualche anno viene infatti accreditata una versione dei fatti che vorrebbe Mussolini eliminato dai servizi segreti inglesi, e alla conoscenza di ciò sarebbe da ricondurre l’uccisione di decine di partigiani nelle settimane successive.

In tempi recenti, l’avvento al potere della destra e i tentativi di revisione e oscuramento della Resistenza, hanno prodotto diversi interventi sull’argomento da parte di diversi storici. Ne cito alcuni significativi.

Pietro Scoppola, cattolico, nel suo libro 25 aprile. Liberazione (Einaudi, Torino 1995), sostiene che ha senso celebrare il 25 aprile, sia perché è la giornata simbolo della resistenza, sia perché segna la fine del fascismo, ma soprattutto perché è da lì che è nata la Repubblica. Alcuni storici contemporanei, revisionisti, a volte ex fascisti, criticano il concetto di guerra partigiana e vorrebbero contrapporgli quello di guerra civile, ma sabbiamo bene che il popolo era tutto da una parte.

ll 25 aprile è dunque una data fondamentale per lo stato, che da lì è nato con la sua Costituzione, frutto dell’accordo tra le forze politiche antifasciste, che facevano parte del CNL. Come festa nazionale è dunque spoglia da faccende di parte; in questo senso, sempre secondo Scoppola, non è giustificabile l’utilizzazione politica della resistenza, anche se è comprensibile che chi l’ha vissuta abbia mitizzato quel giorno, perché non bisogna dimenticare che la gente ha subito il fascismo e se ne è liberata grazie alla guerra partigiana.

L’intento di Scoppola è dunque recuperare gli elementi unitari, contro una consuetudine storiografica che spesso mette in luce maggiormente gli aspetti di divisione.

Gian Enrico Rusconi, storico e intellettuale laico, in Resistenza e postfascismo (Einaudi, Torino 1998), sostiene che una democrazia vitale mantiene viva la memoria della propria origine. Non importa quanto dolorosa e controversa sia, purché alla fine tramite essa si generi tra i cittadini un sentimento di reciproca appartenenza.

Gran parte degli italiani vedono la Resistenza come un episodio genericamente positivo, ma remoto, qualcosa di rituale, che non è diventato solida memoria collettiva dei suoi cittadini. Il persistere di reticenze e cautele, impediscono che la Resistenza sia riconosciuta come l’evento fondante della democrazia italiana, come un momento importante di una storia comune.

Renzo De Felice, ex comunista, le cui tesi sul fascismo sono state contestatissime e accusate di revisionismo, benché con pareri contrastanti anche a sinistra, ritiene che il consenso al fascismo non mancò neanche all’inizio del conflitto mondiale. La popolazione voleva soprattutto uscire dalla guerra, prima sperando in una vittoria del fascismo, poi comunque anche in una vittoria degli alleati: purché si uscisse dalla guerra.

Egli ritiene che l’antifascismo non incise in maniera sostanziale sulla visione della vita inculcata dal fascismo. Infatti ci fu subito una sorta di riciclaggio e peggio, la nascita di partiti sostanzialmente neofascisti. Si parlò quasi subito di restaurazione.

Molte cose che scrive De Felice sono vere e verificabili, tranne alcune ambiguità che hanno dato spazio alla strumentalizzazione della stessa destra. In realtà il primo trentennio post fascista ha visto uno stato in libertà vigilata ed esposto a pericoli golpisti, nonostante il sessantotto e gli anni settanta, grazie ai quali la democrazia si è salvata, benché non siano mai stati sconfitti del tutto i settori deviati dello stato, che anzi continuano a tramare.

I partiti dell’arco costituzionale furono soggetti a infiltrazioni di stampo reazionario e lo stesso PCI mutuava la realpolitik di un PCUS che non era certo più quello della rivoluzione di ottobre.

I duri e puri della resistenza sparirono, sotto la voce “indipendenti di sinistra” e si dovette aspettare il 68 per avere sulla scena una sinistra, ma extraparlamentare, degna di essere chiamata tale. Il partito d’azione denunciò il venir meno dello spirito della resistenza da parte del PCI, che per salvaguardare il governo e l’unità antifascista, tradì appunto lo spirito partigiano, le riforme economiche promesse.

La partecipazione al governo del PCI durò poco, solo fino al 1957. A ciò il PCI addebitò il dissolversi dell’antifascismo. In buona sostanza vi furono errori strategici da parte della sinistra, che si divise, ma anche di condizionamenti reazionari dettati dagli pseudo marxisti stalinisti o neostalinisti del PCUS.

Le sinistre si dissero allora le uniche rappresentanti della resistenza. Ciò provocò un atteggiamento di ridimensionamento della Resistenza da parte dei cattolici moderati, i quali misero più l’accento sulla lotta contro l’invasore tedesco e che sulla lotta antifascista, mettendo sullo stesso piano nazisti e stalinisti (che al di là della figura di Stalin, furono decisivi per sconfiggere il nazismo). In questo giudizio senza distinguo includevano anche il PCI, ed era già guerra fredda.

Alcuni storici attribuiscono a questi contrasti la mancata nascita di una chiara identità nazionale. Resta per fortuna il baluardo della Costituzione, attaccata dai postfascisti e difesa dagli eredi della resistenza.

E’ doveroso chiosare questa lezione osservando che sono passati quindici anni, volati, e il baluardo anzidetto resiste ad assedi sempre più pesanti portati da gente che parla con ignoranza – per citare una spassosa battuta di qualche tempo fa – e anche gli storici sono parecchio disorientati da variabili impazzite… proprio ieri uno cantava “Berlusconi no, non lo avevo considerato…”.

(Storia contemporanea – 8.5.1996) MP

Commenti (29), di cui 23 tra spam e persi

Servira’ un’altra piazzale Loreto…
6 #
quick
ansbba.co.uk/
fml@viy.com
91.232.96.10
Inviato il 16/12/2012 alle 03:54
muxi

Servira’ un’altra piazzale Loreto…
5 #
day
miracle.co.uk/
lizzie_briones@freenet.de
176.31.7.170
Inviato il 27/09/2012 alle 08:40
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Servira’ un’altra piazzale Loreto…
4 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.8.240.165
Inviato il 02/04/2012 alle 22:05
Quest’argomento mi piace di più del precedente, per mia incompetenza storica 🙂
Uh, Ungaretti fascista non si direbbe dalle sue poesie.
Questo mi fa pensare che la poesia è proprio falsità.

Servira’ un’altra piazzale Loreto…
3 #
sally brown
innellama@tiscali.it
79.8.76.178
Inviato il 17/08/2011 alle 21:57
be’ a piazzale loreto io spero che non ci si torni mai. la storia ne è piena anche negli ultimi tempi, di accanimento verso il tiranno e non mi sembra segno di civiltà. del resto in momenti come questo è facile fare dietrologia, ma continuo ad essere convinta che le attuali manifestazioni di governo siano di gran lunga peggiori ( dal punto di vista politico) del governo di mussolini (sempre dal punto di vista politico) di cui non vorrei che si dimenticassero( come sempre) i natali socialisti e la politica sociale, al stabilità di governo e il benessere ritrovato dopo la prima guerra mondiale. Poi venne il nazismo, e questa è un’altra storia. Forse per capire come uscire da tutto questo dovremmo capire come ne siamo entrati a far parte, come mai siamo capaci di indignarci ma non di organizzarci.
ole/.)

Servira’ un’altra piazzale Loreto…
2 #
kala
kala@lib.it
82.61.16.195
Inviato il 01/08/2011 alle 22:22
Come non essere d’accordo con te? Il capo del governo italiano è un esponente della P2 di Licio Gelli: come dici tu, questo, forse, spiega tutto.
Il problema è come uscire da tutto questo.

Servira’ un’altra piazzale Loreto…
1 #
sally brown
innellama@tiscali.it
95.239.77.209
Inviato il 20/07/2011 alle 18:28
ivy…sei impazzita?
http://www.avaaz.org/it/it_internet_bavaglio_2nd_action/?copy
tutto per voi
ole/.)

DALLA TIRANNIA DEI NOBILI ALLA PREPOTENZA DEGLI IGNOBILI

Lezioni condivise 54 – La nobiltà sarda

30 Giu 2011 @ 10:57 PM

Anche questo come ogni argomento storico non è privo di interesse in quanto avvenuto, ma il pensiero va immediato a tutti i braccianti, un tempo semplicemente “servi”, a quel quarto stato descritto stupendamente in Novecento di Bertolucci, a tutti coloro che sono stati sfruttati, dai fattori, dai podatari, dai printzipales al servizio dei signori, dei feudatari, della nobiltà, dei regni, insomma dello stato, quello stato che ancora oggi che la nobiltà scarseggia anche come semplice sostantivo, si riempie di privilegi a danno dei comuni cittadini e soprattutto dei lavoratori.

Storicamente dunque la nobiltà è stata un tempo la classe dominante, la casta, quella che deteneva i privilegi per se e li faceva pagare al popolo; da questo punto di vista nulla di nuovo, questo genere di “nobiltà” ha solo cambiato nome.

Anche in questi mesi chi ha in mano lo stato ci sta dimostrando quanto è nobile: ha diramato per mezzo della stampa di proprietà la supposta volontà di non aumentare le tasse, anzi di volerle diminuire e soprattutto voler tagliare i privilegi della casta, tassare i più ricchi e via dicendo. I risultati li abbiamo visti, ma siccome (volendo) si possono ascoltare anche le poche voci non compiacenti, sapevamo già tutto: le loro tasche se la caveranno con una finzione di austerità, con qualche ritocchino irrilevante; la crisi invece la pagheremo sempre noi, con ticket, con l’aumento della benzina, con il blocco delle assunzioni e degli stipendi dei ceti meno abbienti, mentre i loro se li sono aumentati di recente e non li toccheranno di sicuro: più che elezioni qui serve una rivoluzione, forse l’unico modo per rimettere i conti a posto in modo equo. Diciamo che stanno superando il livello di guardia della pazienza popolare… e si permettono pure di alzare la voce… vedi TAV e altre emergenze, troppe…

Tornando al tema storico, cito due libri che danno un’idea efficace del marciume della “nobiltà”: “I vicerè” di Federico De Roberto e “Il gattopardo” di Giuseppe Tomasi Di Lampedusa, ancora più efficace perché la tratta da un punto di vista interno.

Quanto al mio parere, posso citare dei versi di alcuni anni fa, “Arrexinas nobilis”, dove esordivo così: “…E custa/ po si fai sciri/ ca sa nobilesa/ est prus parenti/ a terra e traballu/ chi a sa richesa./ De reis e printzipis/ mira sa mata (…E questa/ per farvi sapere/ che la nobiltà/ è più affine/ alla terra e al lavoro/ che alla ricchezza./ Di re e principi/ ecco l’albero genealogico)… e a seguire un elenco di titoli nobiliari d.o.c.: muratori, falegnami, pastori, manovali, scalpellini…

Il concetto di nobiltà per censo è sempre esistito anche in Sardegna, sarebbe complesso risalire all’origine, si parlava di Rex (che in origine era al servizio del popolo, governava la cosa pubblica nell’interesse della sua gente, poi con il tempo tutto si è capovolto) già nel periodo nuragico, poi attraverso lunghe dominazioni straniere, si pervenne ai Giudicati, con una nobiltà tradizionale e stratificata vicina a quella tradizionale, con in cima il Re Judike e sotto i donnos, donnikos, donnikellos, curadores, majorales, fino all’appellativo di rispetto deddu dei signorotti.

Quando si parla di nobiltà sarda tout court, ci si riferisce però a quella introdotta dagli aragonesi con il feudalesimo, mai esistito in Sardegna prima di loro. De “jure” la nascita si può ricondurre all’invenzione di Bonifax del Regno di Sardegna, nel 1297, de facto al 1323, quando inizia la conquista. Allo stesso modo, si parla di fine della nobiltà sarda con l’abolizione del feudalesimo, circa 450 anni dopo, esattamente nel 1843.

Oggi della nobiltà sarda è rimasto solo un atteggiamento, un titolo da scrivere nei biglietti da visita e per chi non si è impoverito e si è pure dimenticato della nobile origine, una condizione sociale da esibire o meno discretamente a seconda delle personalità e sensibilità interessate.

L’antica nobiltà giudicale fu spazzata via dagli aragonesi, a testimonianza che rappresentava solo uno strumento del potere di turno. Essi concessero inizialmente i feudi e titoli nobiliari a coloro che li avevano aiutati a combattere contro i Doria nel sassarese. I benefici vennero concessi more italico (secondo il costume d’Italia, che prevedeva solo la successione maschile a partire dai primogeniti, che potevano trasmetterla agli eredi maschi, in mancanza dei quali il feudo tornava in possesso del re). Bisognava risiedere nel feudo, cosa che la nobiltà spagnola, eccetto alcuni casi, disattese, mettendo in capo ai feudi dei delegati, i cosiddetti podatari.

Le prime investiture ebbero il privilegio nobiliare della “generosità”, che cadde poi in disuso per essere sostanzialmente smembrato in quelli del cavalierato e della nobiltà sarda (con i titoli di Don e di Donna). L’ultima generosità fu concessa nel 1498, in seguito si adottarono riconoscimenti feudali minori, in quanto la Spagna fu attenta a non creare in Sardegna nobiltà superiori a quelle dei propri hidalgos e ricos hombres.

La materia è abbastanza complessa, con tanti distinguo; venivano tramandati titoli non ereditabili o ereditabili solo in linea retta; altri titoli a volte risultano superiori, talvolta no. Insomma pare fosse tutto piuttosto flessibile, tanto è vero che alla fine per dirimere le controversie fu necessario che il Tribunale della Reale Udienza esaminasse caso per caso.

La concessione del feudo era prerogativa del re, perché riguardava la terra del regno; sostanzialmente il regno era considerato una sorta di grande allodio reale, una proprietà privata della quale il Re poteva disporre a proprio piacimento. E i feudatari sardi, così lontani dal centro del potere reale, e dunque più liberi, si comportavano nel feudo come si trattasse di terreni propri.

L’allodio in quanto tale peraltro era largamente presente in Sardegna, come proprietà privata esente da vincoli feudali e anzi rappresentava un ostacolo per il feudi.

L’introduzione del feudalesimo in Sardegna in un periodo così tardo, comportò delle fasi di instaurazione dello stesso con la forza. La prima fase fu infatti militare, cui ne seguì una mercantile, che cessò nel cinquecento, quando venne impedito il possesso del feudo a chi non era nobile. La diminuzione della concessione di titoli nobiliari nella fase di unione tra regno castigliano e aragonese, è dunque dovuta anche all’arroccamento della vecchia nobiltà in difesa dei propri privilegi.

Al parlamento sardo (cortes o stamenti), relativamente al braccio militare, poteva partecipare solo la nobiltà sarda, occorreva essere naturali sardi, nativi, o sposare una donna sarda. Vi erano poi anche i bracci ecclesiastico e reale (sindaci delle città, rappresentanza civile, laica).

Il nobile in Sardegna era anche un cavaliere (generoso), ma il cavaliere sardo (di spada) pur essendo nobile, non ne poteva portare il titolo. I semplici cavalieri spesso venivano definiti con il titolo di “donzel” (donzello), ma in realtà questa dovrebbe essere la qualifica per l’erede non armato del cavaliere. Questi, ottenuto il titolo, doveva pagare una certa somma alla corona, “volontariamente”. Il re rilasciava i privilegi, le cosiddette patenti. Ricevute le quali, il sigillo veniva messo dappertutto. I diplomi di cavalierato e nobiltà, una volta ottenuti, dovevano essere presentati alla Reale Udienza per la registrazione, pena la decadenza. La cerimonia di investitura era simile a quelle del medioevo.

Insomma per molti versi le regole della nobiltà sarda furono molto particolari e diversificate rispetto a quelle di altri territori, basti l’esempio della possibilità di unire cavalierato a nobiltà, anche se non si può garantire più di tanto, perché le eccezioni, anche non codificate, sono tante sia per epoca storica, sia per località geografica.

L’argomento è una babele pure per gli addetti ai lavori, gli eredi dei nobili, peraltro divisi anche nell’interpretazione storica dei titoli disponibili, a volte con semplificazioni, altre con complicazioni. In tempi recenti l’ associazione della nobiltà sarda ha abbandonato quella italiana proprio per punti di vista divergenti sulle attribuzioni. Non è chiaro perché fossero associate, cosa avessero da spartire storicamente.

Non rimpiangiamo quella realtà, accanto a questi riti suggestivi e lontani, che possono stimolare la nostra fantasia, la nostra cultura letteraria, con i cicli dei romanzi cavallereschi, vi era gente che viveva nella miseria, nello sfruttamento e faceva la fame; anche per rispetto a questi nostri avi, oggi non dobbiamo tollerare alcuna ingiustizia sociale, palese o mascherata che sia. Il Guillaume d’Angleterre è solo un romanzo.

(Storia della Sardegna – 8.5.1996) MP

Commenti (5)

Dalla tirannia dei nobili alla prepotenza degli ignobili
5 #
BoyerKarla18
bestblog.com
saraward@mail333.com
188.143.232.199
Inviato il 15/07/2011 alle 00:39
Really useful.

Dalla tirannia dei nobili alla prepotenza degli ignobili
4 #
emma
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.0.242.50
Inviato il 07/07/2011 alle 23:00
Sei sicuro che la vera nobiltà sta in chi lavora la terra e lavora?
Il lavoro nobilita l’uomo?
Diciamolo che è la più grande fesseria!
Chi lavora pensa poco, si nobilita poco in realtà.

Dalla tirannia dei nobili alla prepotenza degli ignobili
3 #
sally brown
innellama@tiscali.it
79.10.34.34
Inviato il 02/07/2011 alle 10:21
di privilegi, appunto parliamo e di privilegiati in nuove classi
questo invece
http://www.avaaz.org/it/it_internet_bavaglio/?vl
è un’altra cosa?
ole/.)

Dalla tirannia dei nobili alla prepotenza degli ignobili
2 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
82.58.170.200
Inviato il 01/07/2011 alle 22:14
Stasera nn ho voglia di leggere. Leggi tu e poi riassumi, thanks 🙂
http://www.tesoro.it/doc-finanza-pubblica/mf/2011/index.asp
(176 + 16 pagg.)

Dalla tirannia dei nobili alla prepotenza degli ignobili
1 #
Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
paolasixsix@yahoo.it
159.213.40.5
Inviato il 28/06/2011 alle 14:47
…oh come mai gli italiani non facevano paura a nessuno??
meno male che oggi siamo il faro della civiltà!!!!

AI CONFINI DI UNA DITTATURA DEI GIUDICI DI SINISTRA

Lezioni condivise 53 – Ritratto di cose di Francia

31 Mag 2011 @ 10:26 PM

Dai suoi primi tre viaggi in Francia, Machiavelli trasse un’ampia relazione, a tratti schematica, che contiene informazioni utili dal punto di vista storico, anche riguardo alla vita quotidiana di un Re assoluto, il cui regno era sostanzialmente privato.

La datazione del documento non è certa, ma si presume sia del 1510, forse integrata in diversi momenti. A tratti il testo appare come una raccolta di appunti, forse per questo sembra incompleto e disomogeneo. Certamente non era destinato alla divulgazione, ma riservato ai colleghi della cancelleria fiorentina.

Lo stesso titolo, Ritratto di cose di Francia, dà l’idea dell’abbozzo veloce, del flash, di uno sprazzo essenziale sulla situazione francese.

La relazione tratta cinque temi:

1) le origini della potenza della monarchia francese (da “La corona” a “venire a tal grado”)

Analisi sistematica della grandezza politica delle cose di Francia. Sviluppa l’argomento nel rapporto causa–effetto, strutturandolo secondo il climax (elevazione del discorso). Ne fa un’analisi sincronica (la situazione mentre scriveva) e diacronica (come si era pervenuti a quella condizione).

Emergono due ragioni che resero importante la corona di Francia:

a) la gran quantità di beni derivanti da eredità (che iniziarono a incrinare il concetto feudale di possesso privato del regno);

b) la fedeltà al sovrano della nobiltà francese (al contrario che in Italia, ove i feudatari si consideravano sovrani nei loro possedimenti e spesso si mettevano contro il “principe”).

Esordisce così il segretario fiorentino:

La corona et gli re di Francia sono oggi più gagliardi, richi et più potenti che mai fussino per le infrascripte ragioni. La corona, andando per successione del sangue, è diventata rica, giacchè per una serie di ragioni fortuite, in mancanza di eredi, gli erano rimasti beni importanti (ducati Angiò, Orléans, Milano). Inoltre i baroni che prima muovevano guerra al re (duchi di Ghienna e Borbone), erano diventati tutti obsequentissimi, mentre un tempo i nemici della Francia trovavano sempre un duca che li appoggiava contro il re (i già detti, ma anche quelli di Bretagna, Borgogna, Fiandra), successivamente essi si erano invece alleati al re, indebolendo i nemici della Francia, che così non osavano più aggredirla.

Il Segretario fiorentino notò che i più potenti baroni francesi del suo tempo, erano tutti parenti del re e aspiravano in qualche modo (per se stessi o per i discendenti) di pervenire al trono, pertanto se ne stavano buoni… Lo stesso Luigi XII era incorso in errore quando intervenne in favore del duca di Bretagna contro il re, fatto che gli creò problemi al momento della sua successione al cugino Carlo VIII. Gli andò bene perché non c’erano altri pretendenti.

In Francia l’erede al trono era il primogenito, pertanto lo stato non veniva frazionato come ad esempio in Germania e gli altri figli accettavano di buon grado, dandosi alla vita militare. E questo era uno dei motivi della presenza di un forte esercito in Francia.

2) Il valore militare dei francesi (da “Le fanterie” a “meno che femine”)

Le fanterie che si fanno in Francia non possono essere molto buone, perché gli è gran tempo che non hanno avuto guerra, et per questo non hanno experientia alcuna. Et dipoi sono per le terre tutti ignobili et gente di mestiero; e stanno tanto sottoposti a’ nobili et tanto sono in ogni actione depressi che sono vili.

Ecco l’animo cinico del Machiavelli. Il concetto è aberrante: per avere un buon esercito sarebbe necessario fare spesso la guerra, avere meno gente che lavora e più nobiltà; per di più, il popolo, essendo asservito ai nobili, era vile.

L’analisi è spietata, quanto a mio parere superficiale: benché vi sieno li guasconi, di chi il re si serve, che sono un poco meglio che gl’altri; et nasce perché sono vicini a’ confini di Spagna, che vengono a tenere un poco dello spagnuolo, ma sarebbero ladri e cattivi lavoratori, al contrario degli svizzeri e tedeschi, spesso arruolati dal re, perché non si fidava dei guasconi.

E’ franzesi sono per natura più fieri che gagliardi o dextri, se si resiste al loro primo impeto si perdono d’animo, non sopportano i disagi et incommodi e divengono vili, come disse Cesare, e’ franzesi essere in principio più che uomini et in fine meno che femine.

3) Le risorse naturali e tributarie (da “La Francia” a “electo da loro”)

La Francia era ricca, anche grazie ai suoi grandi fiumi, al punto che tutto valeva poco, perché tutti avevano beni materiali e poco danaro, ma questo non serviva perché tutti avevano roba da vendere e nessuno necessità di comprare et però come quegli populi hanno uno fiorino li pare essere richi.

Secondo Machiavelli la chiesa francese possedeva i 2/5 delle ricchezze della Francia, introitava e non spendeva nulla.

Nel consultare et governare le cose della corona et stato di Francia, sempre intervengono in magiore parte prelati, e nessuno se ne curava.

La chiesa inoltre per antica prammatica eleggeva da sola i vescovi e gli abati, e il re avrebbe potuto interferire solo con la forza.

4) Organizzazione amministrativa e militare del regno (da “Li vescovadi” a “secondo e’ sospecti”).

La Francia aveva allora 106 vescovadi, di cui 18 arcivescovadi, le parrochie uno milione et septecento, computate 740 badie, senza contare le priorie.

Il re disponeva a suo piacimento delle entrate e delle uscite in denaro e quando aveva necessità, provvedeva con lettere regie «Il re nostro sire si raccomanda ad voi, et perché ha faulta d’argento, vi prega li prestiate la somma che contiene la lettera». Et questa si paga in mano del ricevitore del luogo.

I baroni non avevano tanto potere l’entrata loro è pane, vino, carne, ut supra, et tanto per fuoco lo anno; ma non passa 6 o 8 soldi per fuoco, di tre mesi in tre mesi, non potevano imporre altro absque consensu regis. E a loro il re tassava solo la produzione di sale.

Le spese straordinarie della corona riguardavano i soldati. I pensionarii et gentili uomini vanno a’ generali et si fanno dare la discarica, cioè la poliza del pagamento loro, di mese in mese; i pagamenti venivano fatti dal ricevitore della provincia dove abitano et sono subito pagati.

Li gentili uomini del re sono 200; il soldo loro è 20 scudi il mese…ogni cento ha uno capo, che soleva essere Ravel et Vidames.

De’ pensionarii non vi è numero, et hanno chi poco et chi assai come piace al re.

L’ofitio de’ generali di Francia e pigliare tanto per fuoco e tanto per taglia, de consensu regis, e fare in modo che i pagamenti fossero puntuali.

L’ofitio del Gran Cancelliere è merum imperium, et può gratiare et condannare a suo libito, etiam in capitalibus sine consensu regis. El salario suo è 10 mila franchi l’anno et 2 mila franchi per tenere tavola, cioè per il vitto del suo entourage.

Non vi è in Francia che un Gran Siniscal e comandava le genti d’arme che erano obbligate a obbedirlo.

E’ governatori delle provincie sono quanti el re vuole et pagati come al re pare e duravano quanto il re voleva. Tutti gli uffici del regno dipendevano dal re

Il modo del fare li stati si è ciascuno anno di agosto, quando d’octobre quando di gennaio, come vuole il re.

Vi era una Camera de’ conti, una sorta di corte dei conti, ma per certi atti decideva il re.

Vi erano cinque parlamenti Parigi, Roano, Tolosa, Burdeos et Delphinato, et di nessuno si apella. Li studi primi sono quattro: Parigi, Orliens, Borges et Poctieres; et dipoi Torsi et Angieri; ma vagliano poco.

Il re decideva sulle guarnigioni, le artiglierie, tenute a spese delle terre ove avevano sede. Ordinariamente erano quattro in Ghienna, Piccardia, Borgogna et Provenza e aumentavano secondo e’ sospecti.

5) La corte (da “Ho facto diligentia” a “Parigi”).

Le assegnazioni in denaro per il re non erano stabilite, aveva quanto chiedeva per le spese personali e per la casa. Quattrocento arcieri gli facevano da guardia di cui 100 scozzesi a 300 franchi l’anno, 29 stavano a fianco del re e ne prendevano 400, vi erano poi tutta una serie di guardie a corte.

Il preposto dello Ostello è uno uomo che seguita sempre la persona del re e aveva poteri speciali, nonché seimila franchi di salario ordinario.

Maestri di Casa del re sono octo, con un gran mastro che li sovrintendeva tutti a duemila franchi.

L’Admiraglio di Francia è sopra tutte le armate di mare, et ha cura di quelle et di tutti e’ porti del regno… et ha di salario 10 mila franchi.

Cavalieri de l’Ordine non hanno numero, giuravano di difendere e non contrastare mai la corona. La pensione loro poteva arrivare anche a 4 mila franchi.

L’oficio de’ ciamberlani è contractenere el re, erano i suoi consiglieri, hanno grande pensione: 6, 8, 10 mila franchi, ma qualcuno era solo onorario, la loro tavola era seconda solo a quella del re.

Il Grande Scudiere sta sempre apresso del re, sovrintendeva i 12 scudieri che curavano i cavalli del re. E’ signori del Consiglio hanno tutti pensione di 6 in 8 mila franchi.

A testimonianza del fatto che si tratta di appunti, il testo reca delle parti staccate rispetto all’ordine rilevato, la prima si riallaccia al discorso militare, l’altra ad quello economico-finanziario, vi è inoltre qualche notizia “vagante” inserita disordinatamente, forse il testo era da rivedere.

Le integrazioni a proposito della sicurezza della Francia analizzano la situazione riguardo agli stati confinanti e il segretario fiorentino conclude che la Francia non ha più pericoli.

Gli inglesi, un tempo acerrimi nemici erano da tempo tranquilli e in più non potevano più contare sull’appoggio di Bretagna e Borgogna, ormai fedeli alla corona francese.

Gli spagnoli, benché sagaci e vigili, avrebbero avuto molti disagi ad attaccare la Francia attraverso i Pirenei, peraltro ben difesi sia a Perpignano che a Ghienna.

I fiamminghi non costituivano un problema, anzi avevano necessità di commerciare con la Francia, importando carni e vini di Borgogna e Piccardia ed esportando le loro produzioni artigiane.

Gli svizzeri, noti per le loro scorrerie, potevano solo depredare ai confini, non avevano un esercito in grado di impensierire i francesi ed erano più adatti alla campagna che alla guerra.

Gli stati italiani disuniti e poveri non spaventavano di sicuro, né c’erano da temere attacchi dal mare, dato che erano presenti la flotta e le guarnigioni.

Vi sono infine una serie di notizie un po’ avulse dai contesti principali:

la ragione delle pretese di Luigi XII sullo stato di Milano, derivavano dal fatto che suo nonno Lodovico d’Orliens ebbe in moglie madama Valentina, figlia del duca di Milano Gian Galeazzo, cui successe il figlio Filippo che morì senza figli maschi. Lo stato sarebbe stato poi preso dagli Sforza in modo illegittimo. A questa parentela risalirebbe la biscia nello stemma milanese, insieme ai tre gigli preesistenti.

Le pretese degli inglesi sulla Francia deriverebbero invece dal fatto che Caterina, figlia di Carlo VI di Francia, sposò Enrico, figlio di Enrigo re d’inghilterra, perché nel contratto matrimoniale Enrico o i suoi figli maschi, venivano designati eredi alla corona francese. La clausola fu dichiarata illegittima e successore divenne invece Carlo VII, che gli inglesi dicevano essere nato ex incestuoso concubitu.

In ciascuna parrocchia francese vi era un franco arciere con compiti di vigilanza e difesa da attacchi esterni. Chi viaggiava per conto della corte del re aveva diritto a vitto e alloggio.

Machiavelli annota anche che i francesi vestivano in modo grossolano, sia donne che uomini, anche per non far notare eventuali agi che dessero nell’occhio agli esattori.

In generale il giudizio di Machiavelli sulla Francia appare positivo, tanto da indicarlo come esempio per alcuni stati italiani che operavano in maniera opposta, ad esempio, riguardo alla tassazione dei sudditi… Ora non mi sembra il caso di polemizzare con il fiorentino sugli albori del Cinquecento francese, osservo solo che Luigi XII, quanto a rapporti bilaterali con gli stati italiani, fu più fortunato di Sarkozy…

(Letteratura italiana – 8.5.1996) MP

Commenti (8)

Ai confini di una dittatura dei giudici di sinistra
8 #
Ros4
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crisalys.id@tiscali.it
151.26.122.224
Inviato il 23/06/2011 alle 08:27
…già analisi spietata e superficiale….
…ciao 🙂

Ai confini di una dittatura dei giudici di sinistra
7 #
ivy
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109.113.72.148
Inviato il 19/06/2011 alle 13:28
salutino

Ai confini di una dittatura dei giudici di sinistra
6 #
sally brown
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79.12.5.176
Inviato il 12/06/2011 alle 19:40
bè certo..avere una carlà nel letto…
ole/.)

Ai confini di una dittatura dei giudici di sinistra
5 #
giulia
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87.8.240.80
Inviato il 11/06/2011 alle 21:41
Tu sei per le catastrofi e i complotti, molto machiavellici. Ma io sono un’anima semplice… 😉

Ai confini di una dittatura dei giudici di sinistra
4 #
j
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87.8.240.22
Inviato il 03/06/2011 alle 23:37
I francesi vestivano in modo grossolano… oh, my dior!

Ai confini di una dittatura dei giudici di sinistra
3 #
demoskaidemos
frondeverdi.myblog.it
ariosto2000@tiscali.it
87.0.214.247
Inviato il 03/06/2011 alle 18:09
Caro Indian, non è la prima volta che ci esponi il pensiero del Machiavelli: penso che l’uomo ti affascina o, almeno, ti interessa, anche se lo definisci un cinico.
Dalla lettura del tuo post (con titolo e foto finale sorprendenti e magistralmente ironici) mi sembra evidente che questo scritto di Machiavelli si presenta, come dici, a livello di appunti, o come testo da rivedere.
Certo se è vera la notizia del “segretario fiorentino” che la chiesa francese possedeva i 2/5 delle ricchezze della Francia, anche da ciò ben si comprende perché è scoppiata la rivoluzione francese.
Del Machiavelli ho letto, a suo tempo, solo “Il Principe” e mi era piaciuto molto sia come pensiero sia come prosa letteraria.
Ciao, buon w.e.

Ai confini di una dittatura dei giudici di sinistra
2 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
82.58.221.7
Inviato il 01/06/2011 alle 23:44
Scommetto che ti sei inczzto quando hai sentito grillo chiamarlo Pisapippa, e così hai fatto sto post.
Grande ossequio al re! Ma… sic transit gloria mundi!
buona nottata

Ai confini di una dittatura dei giudici di sinistra
1 #
emma
g@alice.it
87.4.247.70
Inviato il 22/05/2011 alle 21:37
Hai visto il movimento dei ragazzi spagnoli?
Grandi!!!

QUANDO IL BUNGA BUNGA NON PERDONAVA…

Lezioni condivise 52 – La bella di Sanluri

 30 Apr 2011 @ 21:39

Sgoccioli di anno accademico, aula magna del Corpo aggiunto, mezzogiorno, siamo una ventina sparsi nell’anfiteatro di oltre duecento posti, il prof ci parla al microfono, è a disposizione per rispondere alle nostre domande.

La situazione è vagamente surreale, si divaga su vari temi, tra cui la perdita della statualità da parte della Sardegna e le conseguenze negative attuali (colgo l’occasione per ricordare che l’insegnamento di Storia della Sardegna – e il prof afferma che la dizione esatta dovrebbe essere Storia di Sardegna, dunque non storia di un territorio, di un’isola, ma dello stato che fu – ha dovuto cambiare denominazione in Storia di una regione italiana per disposizione ministeriale, fatto davvero grottesco).

Si finisce a parlare anche di lingua sarda, tema che anche in ambito universitario talvolta non sfugge ai luoghi comuni. Il sardo è una lingua neolatina, studiata in molti paesi europei ed extraeuropei, tra le eccezioni c’è proprio l’Italia. Il fenomeno che ha interessato la lingua sarda è normalissimo in linguistica, si sono formate tante varianti e sottovarianti o dialetti, per cause diatopiche e diacroniche, non essendovi una lingua ufficiale ed evolvendosi la stessa nelle singole comunità.

Per il prof ciò avvenne già nel trecento, fase decisiva della volgarizzazione linguistica in Sardegna, quando si erano già formate le quattro varianti principali: arborense (limba de mesania), nuorese (barbaricino), logudorese e campidanese, ognuna con i propri dialetti.

Anche le ragioni per cui il sardo ha conservato più di altre lingue neolatine la grammatica della lingua madre, nelle varie fasi in cui di volta in volta i territori ne sono venuti a contatto, sono evidenti nell’insularità e nel processo storico che ha interessato la Sardegna. Nel Trecento il lessico, non ancora contaminato come oggi da castigliano, catalano e fiorentino, era pressoché intatto (se ne lamentava – dal suo punto di vista – anche Dante nel De vulgari): ad esempio su mandau era un ordine e osculas erano i baci…….

Dopodiché la lezione ha trovato la sua ragione nientepopodimeno nel gossip storico, quanto drammatico: la morte di Martino il giovane, re di Sicilia, avvenuta a Cagliari il 25 luglio 1409.

Oramai ognun sa che Bonifax istituì e infeudò, motu proprio, il Regno di Sardegna (e Corsica, bontà sua!) agli Aragonesi nel 1297.

Tale assurdità restò sulla carta fino al 1323, quando Ugone II d’Arborea fece l’errore di chiamare in Sardegna, in proprio aiuto, i catalano-aragonesi, i quali colsero l’occasione per fondare de facto quel Regno su cui il papa aveva dato diritto di conquista (che cristiano che era il papie!).

Gli iberici estesero man mano il territorio occupato, partendo dall’iglesiente e dal cagliaritano,   muovendo in seguito guerra al Giudicato d’Arborea. Questo tuttavia nel 1354 ebbe in mano la Sardegna unita, tranne Cagliari, ancora in mano agli Aragonesi. Questa situazione persistette sostanzialmente fino al 1408, quando sbarcò a Cagliari Martino il Giovane, Re di Sicilia e infante d’Aragona. La guerra riprese e gli aragonesi riguadagnarono il terreno perduto negli anni addietro. Vinsero una battaglia decisiva a Sanluri, era Domenica 30 Giugno 1409, e per il regno (o Giudicato) d’Arborea fu l’inizio della fine; la guerra tuttavia si trascinò per altri dieci anni.

Fu una disfatta, fu presa anche la villa fortificata, vecchi e bambini trucidati, gli abili al lavoro ridotti in schiavitù e deportati in Catalogna.

Martino era al comando delle truppe, si soffermò in villa qualche giorno, poi rientrò a Cagliari in preda alla “febre pestilencial”, tant’è che vi morì il 25 luglio 1409.

Malaria, giusta punizione per la violenza spietata messa in campo contro la popolazione inerme. Non stupisce pertanto che gli aragonesi si fossero scatenati in violenze contro le donne e che al re fosse stata riservata la più ambita, con la quale si accompagno più volte, “in diversi amplessi”. Fu lei che in sostanza vendicò l’eccidio indebolendo il re in modo decisivo.

La tradizione popolare è ricca di particolari.

Sanluri, 1409, primo di luglio, la battaglia degli Arborea è persa, i catalani hanno fatto strage anche in paese, senza pietà; le donne violentate e ridotte in schiavitù. E’ forte il sentimento di vendetta.

Martino, infante d’Aragona occupa il castello, a lui viene portata la più avvenente tra le ragazze del borgo, che ancora oggi viene ricordata come la Bella di Sanluri. Lui è già febbricitante, ma giace con lei in numerosi e sfibranti amplessi e quanto fa rientro a Cagliari, ormai in preda alla malaria, non la deporta in Catalogna con le altre, ma la porta via con se.

La ragazza è animata da spirito di vendetta e non ha altre armi, se non quella cui il re la costringe. Nei rapporti lo sfinisce e lui già indebolito dalla malattia il 25 luglio muore.

Nel castello di Sanluri è stata individuata una stanza ove si consumarono i fatti, a Cagliari ne fu teatro il palazzo reale.

Si dice che lei rimase incinta e insieme alla madre, condotta ad Alghero, dove erano radunati altri schiavi sardi. Qui fu trattenuta ed accudita per volere di Martino il Vecchio da Gerardo De Doni, mercante barcellonese. Ciò non deve stupire per l’importanza straordinaria che avevano nel medioevo i cosidetti bastardi del re. Tuttavia il 21 novembre il mercante lamentava in una lettera al re, che esse vivevano in indigenza, in quanto la somma dal lui stabilita non fu mai recapitata. E’ l’ultima notizia della ragazza. A lei forse si deve l’origine dell’augurio “Chi ti potzast cojai in Saddori” (che ti possa sposare a Sanluri), che allude al fatto che là ci sono belle donne.

Della vicenda hanno parlato anche alcuni storici dell’epoca; altri, come si usa quando sono coinvolti potenti (chissà come sarà scritta la storia della nipote di Mubarak?!), misero a tacere o negarono questo fatto sgradevole.

Martì d’Alpartil (1380-1441) nella sua Chronica Actitatorum sostiene che il re (di cui era ambasciatore), infettato dalla malaria, fosse stato finito dalla lussuria consumata con una prigioniera bellissima (donnicellam Sarda de Santa Luria) che gli fu condotta, conoscendo la sua attitudine alla lussuria, e con la quale si sollazzò fino alla morte.

“…et cum crediderium quod convaluiesset cum vicio luxurie captus esset ut complacerent duxerunt sibi quandam (donnicellam sardam de Sant Luri) hermosissima speciosissimam valdecum qua tamtum solacium recepit quod ad interitum finale ipsum duxit.

Jeronimo Zurita (1512-1580), cronista catalano, racconta il fatto negli Anales de Aragòn.

Egli commenta e fa propria la tradizione popolare della bella di Sanluri, questa semplice ma avvenente fanciulla sarda, più efficace di Agatuccia Pesci e Tarsia Rizzari, le due concubine siciliane del giovane sovrano, con ripetuti e sfibranti amplessi sfinì fatalmente l’impetuoso Martino.

Giuseppe Manno (1786-1868), in Storia di Sardegna, vol. III, scrive:

“Il giovanetto principe con le virtù degli eroi avea eziandio alcune delle ordinarie loro fiacchezze. Le di lui passioni erano talmente smodate che famose erano diventate in Sicilia le sue dissolutezze. E più famose restar doveano in Sardegna; poiché non era pienamente riscosso da una infermità sopportata nel suo ritorno a Cagliari, una donzella del luogo debellato di Sanluri, di forme leggiadrissime, tanto perdutamente in lei si invaghì, che egli trovò nell’abuso il termine dei piaceri. Morì pertanto re Martino…”

Nel corso dell’Ottocento, storici isolani, quali Pasquale Tola, ma anche molti altri studiosi catalani, la descrissero come “la nuova Giuditta del popolo sardo”.

Intorno alla metà del secolo scorso lo storico Antonino Caldarella trovò notizia nell’archivio di Stato di Palermo, di una giovane esclava sarda dal nome sconosciuto, detta appunto la Bella di Sanluri, la quale si appartò con il re di Sicilia, che già estenuato dalla guerra e in preda alle febbri malariche sarebbe morto per troppo sesso. Alcuni cavalieri del seguito di Martino, creyendo que habia convalecido, portarono al giovane re, por complacerle, una donçela Sarda de Sant Luri, dotada de gran belesa que era hermosissima y siendo el rey rendido a aquel vicio le acabo sa vida“.

Alberto Boscolo (1920-1987), ispanista sardo nelle sue ricerche del 1954 scoprì che circa 600 uomini e circa 300 donne si rinchiusero nel castello di Sanluri, cercando scampo ai famigerati soldati aragonesi. Gli uomini, uno dopo l’altro, furono passati a fil di spada, mentre le donne vennero schiavizzate.

Documenti reperiti presso l’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona non citano il fatto, ma in qualche modo lo sottintendono. In alcune lettere di Martino il Vecchio, re d’Aragona, indirizzate al figlio, si deduce che Martino il giovane era di salute cagionevole. In una missiva del 22 luglio 1409, il vecchio sovrano, riteneva opportuno che si vigilasse sul comportamento del figlio…

Francesco Cesare Casula in Breve storia di Sardegna riporta la notizia affermando:

“Nell’euforia della vittoria, nel palazzo regio della capitale, Martino il Giovane s’intrattenne con una bella prigioniera sanlurese di cui non si conosce il nome, indebolendosi a tal punto da non opporre, poi, alcuna resistenza alle perniciose febbri malariche della terzana maligna che avevano preso a scuoterlo di li a poco. Morì nel giro di dieci giorni, il 25 luglio, e fu seppellito nel transetto sinistro del duomo di Cagliari, rifatto nel Seicento come si può vedere ancora oggi.”

Egli fu l’ultimo infante del casato dei conti di Barcellona, con lui si estinse la catalanità dei re d’Aragona e meno di un secolo dopo la corona aragonese diventava un’entità subordinata della corona di Spagna.

Molto tempo prima, il 17 agosto 1420, Gugliemo III di Narbona, giudice d’Arborea, sconfitto sul campo, alienò ogni diritto sul giudicato agli aragonesi per 100.000 fiorini d’oro. Nacque il Marchesato di Oristano che coltivò il fervore indipendentista fino al 1478, anno in cui fu sconfitto Leonardo de Alagòn.

(Storia medievale – 3.5.1996) MP

Commenti (12)

Quando il bunga-bunga non perdonava…
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Inviato il 18/05/2011 alle 21:00
davvero niente di nuovo sotto il sole… cambiano i tempi ma gli usi dei potenti restano…

Quando il bunga-bunga non perdonava…
6 #
lori
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Inviato il 11/05/2011 alle 20:42
non voglio essere storicizzata, almeno per una trentina d’anni ancora :p
Chretien de Troyes e l’alone magico al sèguito….

Quando il bunga-bunga non perdonava…
5 #
Paola
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Inviato il 04/05/2011 alle 11:09
…pensa te che ho finito da poco ‘la Cattedrale del mare’ e si fa riferimento ad Arborea… i Sardi hanno dato filo da torcere mi pare…:-)
aspetto ora la storia…:-)

Quando il bunga-bunga non perdonava…
4 #
demoskaidemos
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Inviato il 01/05/2011 alle 21:24
Caro Indian, ora sono in attesa della continuazione.
Buona settimana

Quando il bunga-bunga non perdonava…
3 #
emma
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Inviato il 01/05/2011 alle 00:30
Bastava aspettare un po’… magari farlo continuare alacremente… adesso è troppo sotto controllo e si tiene… 😦

Quando il bunga-bunga non perdonava…
2 #
emma
g@alice.it
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Inviato il 30/04/2011 alle 22:49
Ma nn puoi lasciare a metà… mi tocca cercare su wikipedia 🙂
BUON 1° MAGGIO! W LA FESTA DEI LAVORATORI!

Quando il bunga-bunga non perdonava…
1 #
sally brown
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Inviato il 24/04/2011 alle 21:11
ohhh…la piccionaia!!!!
auguri ole/.)

LECTIO DIFFICILIOR!

Lezioni condivise 51 – Filologia goes on

31 Mar 2011 @ 8:57 PM

Maggio, primi caldi, aula 5, vagamente ad anfiteatro, affollata, vocio indistinto… Filologia romanza… Guillaume… Mi piazzo in alto in favore di Rosa… A fine lezione il bottino di appunti è di ben due righe, tuttavia ho quasi una scusa: si è lavorato su un volantino… del confronto tra i due testimoni a noi pervenuti del Guillaume D’Angleterre dello pseudo Chretien de Troyes, ma della questione mi pare di aver ampiamente parlato la volta scorsa in una sorta di fuga in avanti… Si è come il bravo presentatore quando accade l’imprevisto e tutta quella scioltezza stupefacente fin lì dimostrata crolla improvvisamente e noi ci si chiede, ma come mai-i?

Potrei descrivervi l’aula, ma trattasi di un ampio banale parallelepipedo o per dirla con il prof “paesaggio di stupida bellezza” e l’argomento sarebbe presto esaurito; anche il panorama, specie dall’alto, è piuttosto piatto, nonostante l’ampia vetrata mi mostra unicamente qualche aiuola incolta e il viottolo di acceso al parcheggio… che avrebbe pure una storia, ma non si può partire per parlare di pesce di Pontis (pisci ‘e Pontis) e finire a trattar di cavolini di Bruxelles.

Il brusio nella parte alta persiste, non si sente una mazza torta… che ci son salito a fa’ in piccionaia!

Il prof non se ne cura e va avanti come un treno, mica come a Letteratura latina: “Loro lassù per cortesia!!!”…

Quello di Filologia romanza è proprio un popolo, circa cinquecento studenti a lezione, ma nella compattezza di un’aula che ha fatto il ’68, con i banchi graffitati e le pareti ornate da murales eloquenti…

Quanto a noi, anche l’accatiemmelle ormai sa che la lectio difficilior o in romanesco “cattiva”, talvolta è quella vera, e questo è anche molto educativo: il cattivo che si fa buono… mi vengono in mente i Giancattivi proprio ora che non ci pensavo, per questo son cattivi, quando ti scervelli a ricordarti il loro nome non ti vengono in mente mancu a picu

Insomma, noi Michel, basato sul manoscritto P, ce lo siam filato ben poco; di più Föester, basato su C e parzialmente P; la scelta è stata Wilmotte del 1927, basato su P; Holden riprende Föester in tempi non lontani, ma intanto la ricerca è già oltre…

Patrizia Serra per i tipi della Cuec, propone una nuova edizione critica del Guillaume che si basa sul confronto tra i due codici pervenuti, nell’ipotesi di verificare se esiste un archetipo comune, nonché eventuali rimaneggiamenti da parte del copista di P (Parigi, Biblioteca Nazionale, fr. 375).

Prosegue anche il dibattito sull’attribuzione del manoscritto. Sappiamo che Holden rifiuta del tutto l’attribuzione a Chretien de Troyes; Wilmotte da parte sua ha adottato il beneficio del dubbio con il punto interrogativo.

Nella recente edizione a cura di Christine Ferlampin-Acher, il nome di Chretien de Troyes è posto su due linee, onde significare che l’autore è un Chretien, con quanto se ne può dedurre (sarebbe Cristiano… non è barese, ‘gnurant!) e il dubbio (?) è solo su De Troyes…

La posizione della prof tuttavia è nota ed esclude che l’autore possa essere il chierico champenois, osservando l’alterità del romanzo rispetto alla sua normale produzione, come stile e come genere. Ella nel suo lavoro si spinge anche a interpretazioni audaci rispetto alle simbologie sessuali che presenterebbe il romanzo.

Andrea Fassò la pensa esattamente al contrario e attribuisce il romanzo a Chretien de Troyes, sostenendo che tutta la sua produzione diverge, in quanto è nel suo stile usare modelli completamente differenti per ogni lavoro.

La lezione è finita, l’attenzione dei cinquecento è ora tutta sulla porta dell’aula, 80 cm… e un corridoio affollato, il deflusso è complesso e mi son perso pure Rosa…

(Filologia romanza – 3.5.1996) MP

Commenti (4)

Lectio difficilior!
4 #
indian, quondam angel
diaryofboard.blog.tiscali.it
aaaz@tiscali.it
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Inviato il 11/05/2011 alle 12:47
@Giovanni P.
grazie per il commento, non c’è link e non trovo il blog…

Lectio difficilior!
3 #
Simo
cine_simo@yahoo.it
78.14.102.47
Inviato il 09/04/2011 alle 16:36
Ciao Angel!sempre un piacere leggerti,anche se ultimamente non seguo più tanto i vari blogs.
ahah immagino l’orda dei 500 passare per la porta,aiut!che angoscioso ricordo.salutoni

Lectio difficilior!
2 #
giulia
g@alice.it
82.58.172.127
Inviato il 08/04/2011 alle 15:48
Ho capito, di filologia non hai seguito granché… la posizione in alto, nell’aula distoglieva assai…
E d’altra parte è proprio importante definire l’attribuzione del manoscritto? Naturalmente sì. La prof diceva che si distoglie completamente dal genere composto da Cristiano.
Ma il povero Cristiano non potrebbe averlo composto proprio distaccandosi dalla sua produzione e creando qualcosa di suo, originale e diverso dalle sue opere consuete? D’altra parte sarà stato pure Cristiano, ma anche… de troyes… 😉

Lectio difficilior!
1 #
demoskaidemos
frondeverdi.myblog.it
ariosto2000@tiscali.it
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Inviato il 12/03/2011 alle 21:15
Aspetto anch’io, Indian, la traduzione della poesia e il tuo nuovo post. E intanto buona domenica

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