HAI OLIATO A FONDO PERCORSI COGNITIVI…

Lezioni condivise 72 – La geografia linguistica

31 Dic 2012 @ 7:41 PM

Reduce dalla visione di un thriller con più rumori e scricchiolii che parole, per dimenticare mi tuffo nei rassicuranti atlanti linguistici, densi di termini e ben oliati… a fondo…

La geografia linguistica – che come si può immaginare è ben diversa da quella politica ed è anche più democratica ed elastica, senza rigidi confini – attraverso gli atlanti fotografa la lingua nello spazio al tempo in cui avviene l’inchiesta, giacché essi si formano in seguito a ricerche sul campo in punti prestabiliti e rappresentativi e consentono di definire in maniera visibile confini dialettali, parentele linguistiche, leggere a vista e confrontare il lessico, ma anche la fonetica o la morfologia di un territorio più o meno vasto, scoprire sostrati, adstrati e superstrati di una lingua.

I questionari, da somministrare ai testimoni oralmente, possono richiedere traduzioni dialettali di un concetto, di una nozione o di una frase, ad esempio, nomi di parentela, di battesimo, dialettali (riportati in grafia e fonetica), il nome degli abitanti di un luogo, dei fiumi, gruppi di parole.

La geografia linguistica rappresenta un’innovazione, ha smosso i linguisti dai tavolini e li fatti scendere nella realtà delle parole e delle cose, dunque rappresenta un’immersione nella cultura materiale di ogni territorio indagato, senza più distacco tra lingua e vita di ogni giorno.

Il linguista che prese atto di questa necessità fu Jules Gilliéron. Egli si avvide degli errori dei neogrammatici, mostrando che i mutamenti fonetici non sono sempre alla base dell’innovazione linguistica. Spesso sono invece dovuti all’etimologia popolare, che crede di riconoscere l’origine di un determinato vocabolo sulla base di assonanze o somiglianze.

Gilliéron fu l’artefice dell’Atlas linguistique de la France all’inizio del Novecento. Da allora si susseguirono diversi progetti, tra cui l’Atlante Italo – Svizzero (1928-40) di Karl Jaberg e Jakob Jud, ove esiste anche il volume dedicato alla Sardegna che ebbe per rilevatore Max Leopold Wagner.

Nel 1924 iniziò la tormentata vicenda dell’ Atlante linguistico italiano (ALI).

Si tratta di un’opera smisurata – pensate a cinque milioni di schede – che al tempo dei miei studi aveva appena iniziato le pubblicazioni e per quanto mi consta non le ha ancora concluse.

La pubblicazione è curata dall’Istituto omonimo che ha sede presso l’Università di Torino, ove Matteo Giulio Bartoli (docente di Gramsci) avviò il progetto, per volontà della Società di filologia friulana, intitolata a Graziadio Isaia Ascoli. Esecutore per eccellenza del progetto fu Ugo Pellis, anch’egli friulano. Nel dopoguerra l’opera fu continuata da Benvenuto Terracini, che ereditò la cattedra di glottologia del Bartoli. Le inchieste furono terminate nel 1965, ma deceduto questi nel 1968, i lavori per la pubblicazione si arenarono fino alla fine degli anni ottanta. Nel frattempo però Terracini nel 1964 riuscì a pubblicare il ‘Saggio di un atlante linguistico della Sardegna’ con Temistocle Franceschi, in due volumi e 59 carte.

Questo che allora fu un primato per la Sardegna, dovuto sia alla vicinanza fisica e di studio di Terracini con il sardo, dipese anche dall’essere isola, pertanto relativamente conservativa rispetto ad altre aree. Le inchieste sarde per la stessa ragione risalivano agli anni trenta del novecento e non furono pubblicate prima per mancanza di finanziamenti.

L’effettiva pubblicazione dell’ALI iniziò nel 1995 per il decisivo interessamento dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello stato ed è così strutturato: volumi I e II sul corpo umano, III su indumenti e abbigliamento, il quarto e quinto volume trattano di casa e arredamento, il sesto di alimentazione, il VII della famiglia e le età dell’uomo, l’ottavo completa le età dell’uomo e il nono volume è dedicato alla società ed è in corso di redazione.

Il primo volume consta di tre carte preliminari che riguardano i ‘nomi ufficiali delle località esplorate’, i ‘nomi dialettali delle località esplorate e degli abitanti’, la ‘topografia delle risposte dialettali’.

Un progetto come l’ALI ha certamente dei limiti, rappresenta però una base che può essere approfondita su basi più specifiche e definite, con intervistatori più affini al territorio indagato e a profonda conoscenza dello stesso. Peraltro un Atlante linguistico dovrà sempre limitarsi a un campione lessicale significativo che ne permetta lo studio e non pretenda di essere universale.

Le inchieste a vasto raggio sono certo dispersive specie in un territorio linguisticamente già in partenza disomogeneo come quello dello stato italiano, certe domande sono applicabili ovunque? Oggi si punta su studi più mirati e circoscritti a territorio e a temi omogenei. Il pallino della prof era ad esempio un Atlante per i paesi rivieraschi del Mar Mediterraneo sulla pesca.

La Sardegna, che nel frattempo era rimasta indietro, ha conseguentemente avviato nel 2008 la realizzazione dell’Atlante Linguistico Multimediale della Sardegna, di fatto il primo atlante linguistico dell’isola, ma che potrà avvalersi delle nuove tecnologie e porsi in qualche modo all’avanguardia, si fa per dire, perché nella linguistica pánta rhêi hōs potamós.

(Linguistica sarda – 14.2.1997) MP

Commenti (3)

Hai oliato a fondo percorsi cognitivi…
3 #
ayda
http://www.thevoiceofawoman.com/
agonr@emhnku.it
91.232.96.11
Inviato il 25/01/2013 alle 13:57
yahul!

Hai oliato a fondo percorsi cognitivi…
2 #
jane
g@alice.it
87.8.246.232
Inviato il 02/01/2013 alle 00:59
No comment… (come mai l’hai usato?)
Buon anno!

Hai oliato a fondo percorsi cognitivi…
1 #
aelia gallia
lopezrita.wordpress.com/
aeliamadrigal@gmail.com
216.151.139.42
Inviato il 27/12/2012 alle 00:19
Your writing style is awesome

COSCE SICURO!

Lezioni condivise 71 – Lucca e naufragi

 30 Nov 2012 @ 11:58 PM

Tra gli ermetici e minimalisti mi è capitato di studiare a fondo Ungaretti, proprio in modo globale; avrei preferito magari un altro autore, pertanto, come davanti a un minestrone dove sono presenti ingredienti indigesti e allora sposti al bordo del piatto, fagiolini, piselli, cavoletti, le bietole troppo invadenti, ho dovuto separare dal poeta, il soldato, il fascista, il lacchè, il pecorone, l’infimo, e non è stato facile. Tuttavia penso che l’arte sia unidirezionale e positiva, altrimenti non è arte. La poesia e la tecnica ungarettiana evidentemente lo sono, anche se occorre indossare i guanti. E’ arte perché vi è la formazione dell’esule, l’esperienza di “Baracca rossa” in Egitto con Enrico Pea, l’avventura di studiare in Francia e incontrare gente come Apollinaire e Mallarmé, ma anche Picasso, De Chirico, Modigliani, e subire l’influenza di Baudelaire, anche se al rientro in Italia non trovò maestri di pari spessore e soprattutto trovò Mussolini e il fascismo. Una sorte sfortunata, un po’ come se, che so, un Badoglio avesse conosciuto e frequentato Marx, Engels, Lenin, Bakunin, Malatesta, Gramsci, poi incontrato il duce, fosse rimasto un Badoglio…

Detto questo, alla fine, non sono scontento di averlo studiato, come è vero che qualsiasi studio arricchisce, ma anche perché in quel minestrone qualcosa si salvava… le patate…

Ungaretti ammise di aver avuto le prime influenze poetiche da Leopardi e Petrarca. Conobbe i primi scrittori italiani su “La Voce”, ove scriveva anche Giovanni Papini, che in seguito lo aiutò a pubblicare i primi lavori sulla rivista “Lacerba” (denominazione ispirata alla poesia omonima di Cecco d’Ascoli). Nel secondo dopoguerra invece intenso fu il carteggio con Carlo Betocchi e la collaborazione con la rivista “L’approdo letterario”.

Da William Blake (1757-1827), poeta e pittore, sorta di profeta visionario, di grande immaginazione, per il tramite di Apollinaire, Ungaretti mutuò la tecnica cinematografica, la poesia visiva, il simbolismo, l’avanguardia.

La commistione tra letteratura e cinema ebbe inizio con film tratti da opere letterarie, finché si pervenne al film poetico, onirico, da cui nacque la poesia visiva, di movimento, con immagini rapide, flash; un intreccio tra immagine e parola, che può venire anche dal sogno, cui in fondo si ispira il cinema surreale. Flusso di immagini come flusso di coscienza, che produce stimoli, argomenti figurativi, simbolici e stilistici; ogni visione ne richiama altre presenti e passate, reali o immaginarie, in una fusione di percezioni e transfert. Il messaggio visuale e non solo cinematografico, condiziona ampiamente la letteratura, lo scrittore è anche sceneggiatore, come in un ciclo permanente, continuo.

Blake influenzò direttamente anche W.B. Yeats, D. Thomas, J. Joyce, A. Ginsberg, A. Gide.

Quello di Ungaretti è lo stesso mistero per cui il futurismo è soggiaciuto al fascismo e più che esso alcuni suoi membri. Debolezze non giustificabili sebbene nei confronti di un potere autoritario, incombente, asfissiante, intimidente…

Nel carteggio con Papini, specie nel 1919, cita spesso i suoi autori preferiti ed è subito evidente la levatura dei francesi – Maurice De Guérin, Rimbaud, Laforgue, Apollinaire – rispetto a quella degli italiani – lo stesso Papini, Soffici, Carrà, Cardarelli, e ci mette pure se stesso, con presunzione malcelata da ironia – .

Al tempo di “Allegria di naufragi”, su “Il popolo d’Italia”, giornale di Mussolini e del fascismo, discettava con Papini di organizzare la poetica, di programmarla.

Questa raccolta in cui confluì “Il porto sepolto”, aderisce al minimalismo e al frammentismo. Nella successiva, “Il sentimento del tempo”, raggiunge il massimo dell’ermetismo, torna alla metrica regolare e a un certo classicismo, si autoregola, si impone scelte d’avanguardia.

Nato in Egitto da genitori lucchesi, vide Lucca per la prima volta a 31 anni, dopo gli studi in Francia e la grande guerra. Proprio allora scrisse “Lucca” e la inserì nella raccolta “L’allegria di naufragi” (1919). Sembra che in origine fosse una lettera, quindi prosa, cui il pathos dà un che di poetico, anzi è considerata uno dei maggiori componimenti del poeta, che vi esprime i concetti con espressioni musicali, minime e attente.

Aver visto Lucca aiuta tanto… Lucca, terra e metaforicamente donna.
A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre
ci parlava di questi posti”
“In queste mura non ci si sta che di passaggio”
“Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie,
ho in vista la morte”.

Precisazioni temporali, indicazioni di possesso e diversi pronomi personali.
A casa mia… mia madre…”, “La mia infanzia…”,
“Mi sono seduto… con della gente
che mi parla… d’un suo podere”
“Mi scopro…”, “Nelle mie vene, il sangue dei miei morti”
“mi scopro a ridere”, “Il mio destino, e la mia origine”
“Non mi rimane”, “mi spingeva”.

Si preoccupa di fissare coordinate spazio/temporali che non c’erano nella prima stesura. E’ un brano borderline tra i diversi drammi della giovinezza e un futuro, arrivato troppo presto, incerto, da esule… Ha 31 anni e parla già di morte.

Lucca richiama in qualche modo il tema di “Jolie Rousse” (1918) di Apollinaire. La guerra che si è portata via la giovinezza e il tempo perduto ci proietta davanti il baratro del non vissuto e il rischio del non vivere. Ma aldilà di questo la poesia rappresenta una frattura con la tradizione dal punto di vista della tecnica poetica, Apollinaire si sgancia da ogni regola e lancia il verso libero, l’invenzione, l’avventura. Ungaretti lo segue nella tecnica, ma non nel contenuto.

“Jolie Rousse” – Giudico questa lunga disputa della tradizione e dell’invenzione,/ dell’Ordine e dell’avventura (…)/
Siate indulgenti nel confrontarci/ a quelli che furono la perfezione dell’ordine/ noi che dovunque cerchiamo l’avventura./

La differenza è tuttavia palese pur nello stesso contesto: al contrario di Apollinaire, Ungaretti preferisce l’ordine all’avventura.

“Lucca” – In queste mura non ci si sta che di passaggio./ Qui la meta è partire./
Mi sono seduto al fresco sulla porta dell’osteria con della gente/ che mi parla di California come d’un suo podere./
Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone./ Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti.
Ho preso anch’io una zappa./ Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere./ Addio desideri, nostalgie./ So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne./ Conosco ormai il mio destino, e la mia origine./ Non mi rimane che rassegnarmi a morire./

In questo dialogo mediante versi, a distanza, il confronto evidenzia comunque l’imitazione. Il tema della sorte.

“Jolie Rousse” – Je sais d’ancien et de nouveau autant qu’un homme seul/ pourrait des deus savoir.
So di vecchio e nuovo, quanto un solo uomo/ potrebbe sapere/.
“Lucca” – So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne/.

Il richiamo alla sessualità in “Lucca” era molto più evidente nella prima stesura, ormai clandestina, visto che è sparita anche dall’apparato critico delle varianti di “Vita di un uomo”.

Qui finirei col riprendere la zappa, col rimescolarmi
ai contadini, col dimenticare le acredini e i miracoli
delle lettere, col lodare, al sole l’alto grano d’oro,
mentre si falcia, e le coscie delle donne sorprese a
fecondarsi di te in una gran perdizione di sguardi e di
morsi bestiali; e non sai più se è una pesca o labbra
quella forma che hai divorato, se non fosse l’odor for-
te della donna; e poi al sole che ti dà un abbandono…

Ungaretti descrive i giorni trascorsi nei luoghi originari come momenti di “sofferenza e voluttà”, in una terra che per il poeta ha l’immagine appunto delle “coscie delle donne sorprese a fecondarsi di te”.

L’apparato critico riporta due varianti non molto dissimili:
Ho preso una falce, e con il grano mi son dato al sole.
Le coscie delle donne in fermento , mi soffocano;
e sono cascato nell’odor forte della mia terra avvinghiato come una belva.
Non so più se una di queste pesche, che pesano
agli alberi, o le tue labbra, ho divorato.

Ma infine resta il verso ermetico, ma anche più sconsolato
Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 14.2.1997) MP

Commenti (5)

Cosce sicuro!
5 #
jahira
xjahirax.wordpress.com
jahira@virgilio.it
87.15.55.152
Inviato il 25/12/2012 alle 23:15
certo! con lo scopo di darlo da mangiare a uno di quelli seduti a tavola rinvigorendo le forze necessarie all’accoppiamento, per poi, assolto il compito, non cagarlo più’ per il resto della sua vita se non per lo stretto necessario (ma ormai nemmeno più’ quello). 🙂 detto questo, vuoi un ovetto?

Cosce sicuro!
4 #
salem
historicalnovelsociety.org/reviews/time-of-the-witches/
salemmccleary@gmx.de
36.224.2.25
Inviato il 23/12/2012 alle 17:13
nice post

Cosce sicuro!
3 #
lorina
blog.konstantinkuzya.de/lorina/
lorina@urqlwi.com
91.232.96.11
Inviato il 13/12/2012 alle 05:05
Get ‘Em Out by Friday!

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2 #
darnell
evilbloggerlady.blogspot.com/
darnell.rigsby@freenet.de
199.19.109.122
Inviato il 11/12/2012 alle 12:24
I am reading very informative articles

Cosce sicuro!
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terrel
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terrellhardy@gmail.com
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Inviato il 05/12/2012 alle 01:00
I’m trying to figure

I PADRINI DELLE “LIBERATION” OF CONVENIENCE

Lezioni condivise 70 – Independencia e crescimento de Portugal

31 Ott 2012 @ 11:49 PM

Il dibattito sul destino dei popoli è sempre stato vivo. Quasi sempre una nazione, che è un popolo per definizione, non è individuabile dai confini di uno stato, ma dall’avere in comune oltre a una certa caratterizzazione geografica ed etnica, cultura, lingua, religione, tradizioni, storia, identità (anche se non è detto che debbano coesistere contemporaneamente tutti questi fattori).

Il dibattito si fa pretestuosa polemica quando qualcuno, preferibilmente “autorevole”, utilizza questa sua prerogativa per spararla grossa e arrampicarsi sugli specchi della presunta ragion di stato, illogica e prepotente. E’ il caso di Claudio Magris, che ho apprezzato tanto a sentirlo dir di Danubio, ma molto meno quando ha elucubrato contro le aspirazioni di autodeterminazione dei Catalani, che poi è come dire dei sardi, corsi, baschi, palestinesi, irlandesi, nativi americani e via dicendo. Le argomentazioni della mia affermazione le trovate espresse ampiamente in questo articolo.

A volte la Storia si è divertita a “privilegiare” alcuni popoli, penso in tempi recenti agli stati ex URSS (anche se vi sono ancora situazioni molto complesse), quelli ex-Jugoslavi, il Kosovo… Ma, a parte la creazione di situazioni peggiori di prima, in certe occasioni queste “liberazioni” hanno avuto come padrini politici quasi sempre gli USA, che lo sono anche della non liberazione di tanti altri popoli.

La storia moderna, nel bailamme della formazione dei grossi stato-nazione, ci ha lasciato in eredità dei popoli minori che sono riusciti a ritagliarsi una loro specialità e indipendenza, tra questi certamente il Portogallo, che peraltro ha avuto per secoli una storia addirittura imperiale. E’ un po’ strano vedere il blocco della penisola iberica interrotto dal Portogallo, viene spontaneo chiedersi come abbiano fatto e perché proprio loro, con tutti i particolarismi esistenti nella penisola, a non cedere alla spinta unificatrice che ha interessato tutti gli altri regni nati durante la Reconquista.

Il Trecento e il Quattrocento furono per la penisola iberica momenti poco tranquilli, sia per lotte dinastiche, sia per contrasti tra i regni formatisi durante il lento recupero del territorio iberico contro i mori. La Castiglia che di fatto aveva un ruolo centrale, alternava contrasti con l’Aragona e il Portogallo, nonché con quel che restava del comune nemico Al Andalus.

Per Castiglia e Aragona, fin dal Duecento, l’Africa era vista come la terra in cui espandersi, per evitare nuove invasioni del Mori.

Nel 1291 il re di Castiglia aveva conquistato Tarifa, all’estremo sud della penisola iberica, sorta di avamposto per l’Africa. Veniva ancora praticata la politica di dare ai soldati la metà dei territori conquistati, norma che si protrasse per molti anni ancora (Lei mental sotto Edoardo I), con importanti variazioni negli anni: le terre non potevano più essere divise (andavano al primogenito) e in mancanza di eredi tornavano alla corona (majorascato). Inoltre (Lei das sesmarias) le terre non coltivate che venivano concesse dovevano essere obbligatoriamente lavorate, pena, nei casi estremi, l’arresto.

Alla fine del Quattrocento furono conquistate di Tripoli e Tunisi da parte degli aragonesi; Marocco e Algeria da parte della Castiglia.

In questo contesto di variazioni geografiche continue si inserisce anche la questione portoghese.

Nel 1139 Alfonso Henriques divenne re del Portogallo con il nome di Alfonso I, dopo la battaglia d’Ourique contro i Mori. Fu riconosciuto da Alfonso VII di Castiglia nel 1143 e dal papa Alessandro III nel 1179, che gli dava l’esclusiva per la conquista delle terre degli arabi.

Ciò provocò una guerra con la Castiglia nel 1295, finché due anni dopo fu siglato il trattato di Alcañices, dove si sancì la pace della durata di quarant’anni con Ferdinando IV.

Dopo un periodo di pace di oltre settanta anni, essendosi i due regni imparentati, nel 1383, alla morte di Ferdinando I di Portogallo, dinastia di Borgogna, si verificò un problema di successione. La nobiltà portoghese non accettò la figlia Beatrice come regina (in quanto imparentata con i regnanti di Castiglia), ne derivò una complessa guerra di successione, vinta dagli oppositori, che portò al trono nel 1385 la dinastia D’Aviz, con Giovanni I (fratellastro del re defunto).

Ciò cambiò anche la politica portoghese che si dedicò alle conquiste atlantiche lungo il litorale africano. Furono prese Ceuta e le Canarie (tornò popolare il mito greco delle Isole Fortunate che Esiodo identificava appunto con le Canarie).

A Giovanni successe nel 1433 il figlio Edoardo il quale mise gli occhi sul Marocco, restando tuttavia sconfitto e ucciso dalla peste. Gli successe nel 1438 il figlio Alfonso V, minore, sostituito prima dalla madre Eleonora, poi dallo zio Pietro di Coimbra.

Pietro proseguì la politica di esplorazione delle coste africane attraverso suo fratello Enrico, il navigatore (entrambi fratelli di re Edoardo), il quale – peraltro templare – oltre a scoprire l’oro in Guinea (che incise sul cambio delle monete europee), avviò la tratta degli schiavi.

Nel 1441 iniziò il commercio degli schiavi neri, prelevati dalle zone interne del Senegal dai loro fratelli costieri, e pagati mediante baratto con beni vari. La vendita veniva esercitata, lungo diversi chilometri di costa della Guinea.

Attraverso vere e proprie deportazioni, prima che esse avessero come destinazione le Americhe, furono popolate con schiavi neri le isole di Madera, Porto Santo e le Azzorre. Per le Canarie si ebbero più difficoltà essendo già abitate e appartenendo alla Castiglia con riconoscimento pontificio.

Alfonso V cominciò a governare direttamente nel 1448 e non mancarono i contrasti familiari, vere e proprie guerre. Era chiamato l’africano, in quanto sotto di lui aumentò decisamente l’esplorazione delle coste continentali, anche perché le vie di terra erano bloccate da Castiglia e Aragona.

Con Vasco de Gama i portoghesi si spinsero fino al capo di Buona Speranza e fu aperta una rotta per l’India, raggiunta solo intorno al 1497.

Nella parte finale del XV secolo, mentre continuavano i conflitti con l’islam (nel 1471 fu riconquistata Tangeri), si compì la costruzione delle nuove caravelle (basate su vele anche di tre alberi e più, con fondo capiente per più provviste e possibilità di lunga navigazione), che sostituirono le galere (funzionanti solo con i remi) di difficile uso nell’Atlantico.

Nel 1481, alla morte del padre Alfonso V, divenne re Giovanni II, mentre lo stato portoghese versava in una condizione di decadenza.

Era il 1492 quando Colombo giunse nel Nuovo Mondo, ancora sconosciuto nel continente europeo. Dopo una serie di questioni, che videro il Portogallo impreparato, concentrato com’era sulle coste africane, si pervenne al trattato di Tordesillas (1495), il quale con la delimitazione delle sfere di influenza sancite da papa Alessandro VI, modificava quelle meno favorevoli del 1493. Il Portogallo poteva agire sulle terre ad est della linea verticale che divideva il mondo da nord a sud, e la Spagna su quelle a Ovest. Ciò penalizzava il Portogallo rispetto alle nuove terre scoperte, ma le difficoltà di misurazione gli permisero di colonizzare il Brasile.

A Giovanni II successe il cugino e cognato Manuele I nel 1495. Sotto il suo regno Vasco de Gama raggiunse l’India e si iniziò l’esplorazione del Brasile. Il re era decisamente imparentato con i regnanti di Castiglia e d’Aragona (sposò due figlie di Isabella I e Ferdinando II e in terze nozze una loro nipote, figlia di Giovanna).

Conclusero la dinastia d’Aviz il figlio Giovanni III, che consolidò la presenza in Brasile e Sebastiano I, suo nipote, che morì a soli 24 anni in battaglia in Marocco (1578), in evenienze misteriose; non se ne rinvenne il corpo.

Lo zio cardinale, Enrico I, regnò solo fino al 1580. Dopo di lui una veloce guerra di successione portò al trono il Re di Spagna Filippo II con il nome di Filippo I. Così il Portogallo tornò sotto l’influenza spagnola.

(Storia moderna – 14.2.1997) MP

Commenti (3)

I padrini delle “liberation” of convenience
3 #
Sarah
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sarahlancaster@gmail.com
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Inviato il 30/11/2012 alle 10:56
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I padrini delle “liberation” of convenience
2 #
margaret
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Inviato il 19/11/2012 alle 14:11
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I padrini delle “liberation” of convenience
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marianne
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marianne_nielsen@arcor.de
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Inviato il 06/11/2012 alle 15:37
Awesome post.

… L’ITALIA S’È SOPITA

Lezioni condivise 69 – Sminuiti dal “risorgimento”

30 Set 2012 @ 7:52 PM

Per un sardo consapevole della propria identità nazionale, pertanto a conoscenza della storia della sua terra e del suo popolo, dunque capace sotto il profilo intellettuale di rimuovere i condizionamenti coloniali di diversa provenienza: scuola, istituzioni, mass media e – per difetto di quel bagaglio culturale -, dalla famiglia stessa, confrontarsi con la storia del risorgimento italiano è comprensibilmente sgradevole per più di una ragione, ad esempio, perché si tratta del “risorgimento” dello stato che ti occupa, ti colonizza, ti discrimina… Perché studiare a scuola, all’università o nella vita, il risorgimento italiano e non poterlo fare con i tentativi, almeno, di un risorgimento sardo? E cos’è il prodotto di questo risorgimento: uno stato prima in mano a dei nobilacci senza scrupoli che ebbero il regno con una squallida politica di alleanze e voltafaccia, di fama feroce nei confronti del popolo sardo, che regalarono vent’anni di fascismo al loro stesso stato arlecchino, unito a forza con violenze e stragi e i cui eredi moderni, borghesi, hanno dilapidato l’unica degna eredità, che è stata la Resistenza e da anni sguazzano tra corruzione e ruberie.

Mi pare ce ne sia abbastanza per non gradire questo insegnamento non solo da parte dei sardi, ma degli stessi italiani. Per quanto mi riguarda non lo inserii nel mio piano di studi, ma dovetti recedere da questa volontà per ragion di stato, ovvero di dipartimento, ma la mia originaria volontà non passò inosservata…

Dopo questa doverosa premessa, noto con piacere che l’argomento è soggetto a importante revisione storica, o meglio a demistificazione, seppur lenta; crollano “eroi” che si rivelano ben altro e “miti” che non erano tali, per la verità non si dovrebbe parlare neppure di risorgimento… cosa, chi risorse?

Si tratta di una serie di eventi storici che riguardano più stati, alla fine uniti a forza; si tratta soprattutto di pochi borghesi, di pochi, se vogliamo, intellettuali, alla guida di manipoli di uomini e soprattutto dell’esercito dei Savoia, mercenario; non si tratta di popolo, le poche eccezioni che lo riguardano furono rivolte contro la fame e l’oppressione.

Molto spesso il “risorgimento” mette insieme fatti che nulla hanno a che vedere tra loro nel tentativo di rendere credibile un corpus unico, un’azione complessivamente unitaria, allora è anche difficile districarsi tra quanto è stato costruito dalla propaganda e la verità.

Penso ai personaggi messi in luce, posti uno accanto all’altro e spesso aventi poco a che fare tra loro (come per l’abusato binomio Mazzini – Garibaldi), alcuni dei quali ampiamente mistificati ad uso dello stato, talmente intrisi di retorica che fatichiamo a riconoscerli nella loro immagine reale emersa di recente, “grazie” a una ricerca più seria e almeno consapevole della metodologia scientifica.

Nel contesto delle cosiddette guerre d’indipendenza, ove in effetti chi aveva in mano l’azione era l’esercito sabaudo comandato dal governo sardo (che di sardo aveva solo il nome), alcuni coltivarono delle illusioni e anche agendo in un contesto europeo più ricco di fermenti rivoluzionari, elaboravano teorie sul futuro di uno stato in mano ai Savoia.

Giuseppe Mazzini, genovese (1805-1872), avvocato, carbonaro, repubblicano, fondatore del movimento “Giovine Italia”, in realtà cospirava per rovesciare i Savoia, che lo incarcerarono e costrinsero alla latitanza e all’esilio per tutta la sua vita. Come possa essere annoverato tra gli “eroi” del “risorgimento” è un mistero.

Per Mazzini la repubblica era l’unica legittima forma di stato che può garantire la libertà – intesa come partecipazione responsabile – ed esprimere un governo democratico. La contrapponeva al regime monarchico allora vigente, che considerava irresponsabile.

Egli era considerato un pericoloso estremista (fonte: manuale ed. Saint Paul – Svizzera), insieme ai suoi compagni, perché vi era grande diffidenza nei confronti dei repubblicani.

Carlo Cattaneo, milanese (1801–1869), di formazione umanistica, si laureò in giurisprudenza e si occupò di politica, guidando il movimento anti austriaco durante la rivolta delle 5 giornate. Rifiutò l’intervento dei Savoia, che considerava tiranni di uno stato reazionario. Da allora, dopo la breve esperienza della “Repubblica romana” visse esule in Svizzera e non rientrò neanche dopo l’Unità, salvo visite sporadiche, benché eletto più volte deputato, per non giurare fedeltà alla monarchia sabauda.

Per Cattaneo valgono le stesse considerazioni fatte per Mazzini. Ci si ostina a voler mettere sullo stesso piano chi lottò contro l’oppressore, chiunque esso fosse, e chi invece fu esclusivamente servo dei Savoia, come ad esempio Garibaldi.

Anche Cattaneo era un repubblicano radicale, ma in più era federalista, gradiva il modello della confederazione svizzera, non amava il centralismo: è il popolo che deve fare le leggi, come fu per la chiesa della prima ora e in polemica con la chiesa-stato di allora.

A differenza di Mazzini, di un romanticismo un po’ logoro, Cattaneo era piuttosto pragmatico, illuminato, positivista, credeva nell’arengo (le assemblee antifeudali di popolo), lasciava al potere centrale solo la difesa (con un esercito popolare) e il conio monetario.

Per Cattaneo una repubblica centralista non era meglio di una monarchia. Nel 1850, prima del golpe di Luigi Napoleone scriveva “La Francia, si chiami repubblica o regno, nulla monta, è composta di ottantasei monarchie che hanno un unico re a Parigi. Si chiami Luigi Filippo o Cavaignac, regni quattro anni o venti, debba scadere per decreto di legge o per tedio di popolo; poco importa: è sempre l’uomo che ha il telegrafo e quattrocentomila schiavi armati”.

Parole che potevano essere rivolte anche allo stato sabaudo.

Cattaneo, rappresenta un esempio di coerenza e onestà politica mantenuto durante tutta la sua vita. Era amico di Crispi, siciliano, del quale non si può dire la stessa cosa, repubblicano, partecipò all’attentato contro Luigi Napoleone (Napoleone III) e mantenne idee antisabaude fin oltre i quarant’anni, poi l’incontro con Garibaldi, lo rese improvvisamente reazionario (nel 1894 sciolse il Partito socialista) e divenne il più grande tiranno d’Italia (represse ovunque le manifestazioni operaie), tanto che i fascisti lo considerarono un precursore.

Cattaneo invece lanciava scomuniche ai Savoia e a chi sacrificava la libertà per aiutare l’esercito regio. Sperava invece che “il principio della nazionalità che l’esercito mira a distruggere, dissolverà i fortuiti imperi dell’Europa orientale e li tramuterà in federazioni di popoli liberi. Avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d’Europa”.

(Storia del risorgimento – 5.2.1997) MP

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… L’italia s’è sopita
4 #
afterhours
https://thefappeningnews.com/
clairehutchings@emailengine.org
199.15.234.86
Inviato il 31/10/2012 alle 09:10
It’s really very difficult in this active life to listen news on TV

… L’italia s’è sopita
3 #
daysy
KaitlynVictoriu
katiasquire@yahoo.com
222.124.178.98
Inviato il 23/10/2012 alle 22:04
I use most recent news.

… L’italia s’è sopita
2 #
Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
paolasixsix@yahoo.it
159.213.40.5
Inviato il 17/10/2012 alle 13:26
…mi sa che sto Cattaneo se tornasse ora si sentirebbe male…:-)

… L’italia s’è sopita
1 #
emily
http://www.emilytarver.com/
emilytarver@gmail.com
199.180.114.145
Inviato il 16/10/2012 alle 22:17
In the UK is an ecstasy.

DIALEKT 11: NON DESIDERARE LA LINGUA D’ALTRI

Lezioni condivise 68Biologia della lingua

31 Ago 2012 @ 11:55 PM

Sono ignorante… Nessuno è esente da un po’ di ignoranza. Anche questo termine, tuttavia, come tanti altri, rischia di essere ambiguo, diversamente interpretabile, offensivo, ingiurioso o semplicemente utile per argomentare un pensiero.

Questo esordio è necessario per affermare, senza che vi siano equivoci, che non ho alcun pregiudizio di sorta nei confronti di chi è carente di informazione, cultura, scienza… di sapere insomma; questa condizione è spesso involontaria, a volte è addirittura una colpa della società, o semplicemente frutto di incapacità o indolenza.

Ma ci sono alcune categorie di ignoranti, e questa volta do alla parola un senso davvero insultante, che sono da disprezzare totalmente.

La prima, in verità, è più ridicola che altro, ma fastidiosa: si tratta di chi non sa, si atteggia a sapiente e blatera assurde insulsaggini che è inutile contraddire; c’è poi chi sa davvero, ma approfitta di questa sua condizione, si sente superiore a chiunque, frappone fra se e gli altri barriere, ostenta il suo sapere in modo disgustoso; ma a mio avviso c’è una categoria ancora più insopportabile delle due citate ed è quella che con buona approssimazione potrei definire dei saccenti, dico così perché un minimo sfoggio di saccenteria può entro certi limiti essere un peccato veniale, ma io mi riferisco a chi, benché colto, si convince di sapere ciò che non sa e sputa sentenze in proposito anche con chi quella competenza la ha davvero, ma in più ha anche una buona dose di umiltà, qualità del tutto assente in quel genere di ignoranti.

Le categorie anzidette e l’ultima in particolare, le si può incrociare intorno a qualsiasi tipo di argomento serio o effimero, a me è capitato ad esempio, neanche troppo sporadicamente sul tema della lezione di oggi, la linguistica, lo studio e l’uso della lingua.

Senza aver paura di incorrere nell’insulto trattato sopra, dobbiamo tuttavia prestare attenzione e cautela quando ci apprestiamo a correggere qualcuno per qualcosa di detto o anche di scritto. A parte i modi, è importante avere contezza della materia su cui andiamo a interferire, perché è vero che molti di noi sono stati istruiti basilarmente da chi non sapeva neppure dove sta di casa la linguistica e la ricerca. Con questo non voglio dire che non sia utile correggere; a volte nel linguaggio standard possono farsi degli errori macroscopici che saltano all’occhio solo dopo alcune riletture, dei più banali non se ne parla neppure.

Nell’affrontare il complesso mondo di una lingua è bene dunque sapere di che si parla – ora mi verrebbe subito voglia di citare l’errore macroscopico apparso in una sentenza della Corte di cassazione, che ha visto l’ispiratore o l’estensore (non si sa), senza averne competenza (lo si capisce dal risultato) mettersi a discettare di lingue e dialetti, ma non lo faccio per non trascendere, conscio tuttavia che trattasi del terzo caso –, conoscere di registri linguistici, gerghi, varietà sociali, dialetti e via discorrendo, ma anche di storia e – come dire – di biologia della lingua.

La tipologia delle varianti linguistiche è solitamente prerogativa di precise categorie, pertanto si tratta di varietà sociali della lingua (diastratia).

La nobiltà cagliaritana parlava in sardo nella variante cittadina, in funzione antiborghese. La borghesia già a metà Ottocento si era italianizzata. In questo caso il cagliaritano fungeva da connotazione sociale. Lo stesso accadeva ad esempio a Venezia.

Una varietà diastratica è l’italiano popolare (da non confondere con l’italiano regionale, avendo questo caratteristiche diatopiche che prescindono dalla classe sociale: l’italiano regionale divide, l’italiano popolare accomuna), relativo alla popolazione che ha più familiarità con le lingue o dialetti locali, anche indirettamente. Questo fenomeno si presenta soprattutto nell’oralità, nei tratti fonetici, nei raddoppi, o a seconda dei territori, nelle lenizioni, o nel ricorso a suoni blesi.

Questa varietà (secondo Michele Cortelazzo dell’università di Padova) è riferibile a situazioni di carenti cultura e scolarizzazione, per cui non si accede ai contesti formali della lingua standard, avendo scarsa confidenza con essa, anche per minori opportunità di usarla; si tratta di parlanti costretti a inventarsi una competenza linguistica che non hanno per ragioni diverse.

Dal canto suo Tullio De Mauro faceva risalire l’italiano popolare a ragioni politiche: guerre, lotte sindacali, emigrazione a nord, e considerava positivamente questa variante, quale conseguente sviluppo naturale della lingua dal basso, non imposta.

Vi sono in proposito autobiografie (museo etnografico del Friuli), lettere (studioso Leo Kreutzer), dove è attestata una forte devianza dalla norma e viene documentato anche un livello scritto, usato nei casi di necessità, non trattandosi di lingua usata solitamente (sostituita dal dialetto).

Un documento importante in proposito è senza dubbio il libro “Dai bressaglieri alla fantaria” di Ines Loi Corvetto.

Principali caratteristiche adottate dai parlanti l’italiano popolare rispetto allo standard:
– Non distinguono tra articolo e sostantivo (concrezione dell’articolo). Esempi: ninferno (un inferno), loppio (l’oppio).
– Sincrezione dell’articolo: l’avello per lavello.
– Pleonasmo: eccesso, ripetizioni. Esempi: ma però, senza il suo consenso della giovane donna, a me mi, ci rimase qui, ti spedisco a te i soldi.
– Prevalenza del pronome relativo (che per “a cui”, “di cui”). Esempio: fui comandato di portare una busta che non so il contenuto.
– Uso di lessemi popolari: cecchino (spara anche quando non c’è combattimento, di nascosto), magna franchi, figli di mammà.
– Storpiatura parole (tecniche ecc.): carta dindindirità, carabinieere con la e lunga (affettivo);
– Concordanza: le cose facile, coppia molto gentili;
– Uso improprio di avere: non ho arrivato a capire.
– Nel ligure: “mi saluti…” – “padena” (padrina) – “padeno” (padrino).
A titolo esemplificativo, alcune tipologie della sociolinguistica:
Sottocodici funzionali:
– situazionale (si tratta della produzione di un messaggio linguistico in una determinata situazione), ad esempio relativo alla cultura materiale nella descrizione di un definito lavoro.
– tecnico: (tra colleghi) “il paziente è affetto da una sindrome ipertensiva”.
variante non tecnica: “il poveretto ha un attacco di pressione alta”.
Il contesto cambia la scelta dei tipi lessicali.
Sottocodici linguistici:
– cacuminale (la produzione di un suono in relazione alla posizione della lingua rispetto al palato).
Registro linguistico:
riguarda la scelta della varietà linguistica adottata in base al rapporto tra i locutori, per ragioni psicologiche, sociali, circostanziali o riguardo al mezzo impiegato.
Può essere relativo a situazioni funzionali e/o contestuali e può essere di varie tipologie:
1. a) elevato: “potrebbe spegnere la radio, per favore”, “il bimbo (registro più elevato di “bambino”) si è assopito.
2. b) basso: “spegni la radio”, “non vedi che il bambino sta dormendo”.
E’ il caso di fare un breve riepilogo delle principali variabili sociolingiustiche:
variabile diatopica, la lingua che muta nello spazio geografico;
diacronica, in rapporto al tempo storico;
diastratica, relativa alla condizione sociale dei parlanti;
diamesica, in rapporto al mezzo usato per esprimersi (scritto, parlato…);
diafasica, in rapporto alla situazione (ufficiale, familiare…).

Mi rendo conto della frammentarietà e tortuosità dell’esposizione, ma basti a rendere idea della complessità della materia.

(Linguistica sarda – 5.2.1997) MP

Commenti (4)

Dialekt 11: non desiderare la lingua d’altri
4 #
maryroth
writethroughthenight.wordpress.com/
Maryroth@gmail.com
206.214.82.137
Inviato il 27/11/2012 alle 13:05
I merely viewed one thing concerning this on tv

Dialekt 11: non desiderare la lingua d’altri
3 #
indian
massimo.pistis@tiscali.it
2.35.140.219
Inviato il 02/09/2012 alle 13:11
@giulia
Ego te absolvo… 🙂 (ho appena visto “L’ultimo inquisitore” di Forman)

Dialekt 11: non desiderare la lingua d’altri
2 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
82.50.161.84
Inviato il 01/09/2012 alle 20:39
Urka, che arrabbiato!
Ti prego, non farmi alcun sermone se trovi qualche errore nei miei scritti.
Perdono, chiedo venia, m’inginocchio, sarò precisa e puntuale per tutta la vita! E tutto in maniera preventiva onde evitare questi tuoi strali.

Dialekt 11: non desiderare la lingua d’altri
1 #
Democrazia Oggi – Palabanda
http://www.democraziaoggi.it
62.149.141.26
Inviato il 28/08/2012 alle 05:03
https://diaryofboard2.home.blog/2020/05/05/chiamala-se-vuoi-emozione/

LUDIKA MIMESIS

Lezioni condivise 67 – A passion play

31 Lug 2012 @ 10:52 PM

Ricostruire le origini certe della Sacra rappresentazione è un po’ come cercare la vera sorgente del Danubio, non per questo si deve evitare il ragionamento, ricercare almeno una base di discussione. D’altra parte il rischio, per questo genere di passeggiate, è che ci portino fino al paradiso terrestre e anche qui avremmo il dubbio se la genesi sia sacra o profana.

Non spingendoci oltre l’antica Roma possiamo tuttavia già isolare dei significativi elementi e affermare che questo genere drammatico, che si sviluppa nel lunghissimo periodo medievale, si forma attraverso la complessa contaminazione con le manifestazioni profane e pagane di epoca romana, iniziate già trecento anni prima di Cristo.

Un elemento fondamentale è certamente la fabula, che fin dal tempo dell’antica Roma designava ogni genere di rappresentazione teatrale di carattere collettivo, popolare, organizzato dallo stato stesso nell’ambito dei ludi pubblici. Gli attori, esclusivamente maschi, erano quasi tutti schiavi o liberti, recitavano anche le parti femminili. Gli autori erano di bassa condizione sociale e nessuno di loro era romano. Le autorità esercitavano sulla fabula una censura preventiva, controllando ciò che si metteva in scena.

Altro elemento è il corteo, curiosamente coinvolto nel discorso sotto i diversi aspetti afferenti il suo significato, piuttosto dinamico se si va dall’etimologia fino agli ancora attuali cortei studenteschi/operai/femministi e via dicendo o alle processioni dei santi, tutte rappresentazioni, manifestazioni.

In realtà il corteo, ha a che fare con la corte, il recinto, le mura che circondavano la rocca su cui si ergeva il palazzo del re, il cui seguito fu anch’esso denominato corte; il corteo è la corte che si muove o sta anche ferma e fa compagnia, accompagna. La fabula si sposta dalla strada o dal teatro a corte, davanti al trono da cui il re vi assiste circondato dal suo gruppo.

Impossibile fotografare tutte le interferenze, diramazioni e intersecazioni che hanno riguardato il fenomeno. Dall’impasse usciamo con una scena posteriore, millenaria, di un corteo che si snoda in pubblico, con le portantine trasportate dalle Confraternite e che è parte di una fabula, ove lo spettatore è anche attore. Questa manifestazione non si svolge a teatro ma a corte. Partiamo da qui con la fusione di tutti gli elementi originari della Sacra rappresentazione: la fabula, il corteo, l’elemento sacro, il luogo ove si svolge.

Ma tutto ciò è complementare, contorno, la Sacra rappresentazione è in realtà un genere letterario di argomento religioso che allo stesso tempo trae ispirazione dal dramma liturgico (la cui etimologia rimanderebbe ancora al popolo, ma il cui uso corrente, religioso, intende che è per Dio) e contiene il dramma liturgico stesso, quello della passione, che si sviluppa agli albori delle letterature nazionali europee e ha aspetti differenti da nazione a nazione.

La prima Sacra rappresentazione viene considerata il Jeu d’Adam ed è precedente al Duecento. Dello stesso genere dei jeux (rappresentazione) sono i miracles e i mystère, che ebbero poi il sopravvento. In Italia il genere è legato alle Laude e paradossalmente per questo meno legata ad ambienti clericali e più popolari.

Nel nostro immaginario la Sacra rappresentazione ha fermato il tempo, eppure la spettacolarizzazione ne ha forzato confini e apportato delle modifiche alla tradizione, nel tentativo di rendere tattile il mistero; anche la liturgia ne viene investita con la frammentazione del Passio, il venerdì santo, non più letto dal solo celebrante, attore, cristo, che esercita l’actio, mentre i chierici e altri (sempre escluse le donne, salvo novità tardive) rappresentano il dramma, passio, narrazione, folla. I chierici vestono in albis come nella Roma antica.

La Sacra rappresentazione entrò dunque nella liturgia o viceversa, non era più un dramma sacro, si era trasformato a tal punto da essere laicizzato. Così, sebbene queste rappresentazioni paraliturgiche avvenissero dentro la chiesa, la chiesa come istituzione proibì ai chierici di parteciparvi. Il secondo passo fu estrometterle. Il pretesto fu che vi partecipava una folla troppo numerosa da non poter essere accolta negli edifici sacri; ma non si trattava di questo, il problema vero fu che la chiesa si accorse di non riuscire più a controllare quella sua creatura.

Così con gli Acta Nodarum, anche i Vescovi sardi impedirono questo drama (comprendendo anche i canti a tenore e i balli sardi). A Cagliari si conserva memoria di una commedia pubblica del 1618, in piazza palazzo, a fianco alla cattedrale.

I divieti attraggono e la rappresentazione del Passio andò diffondendosi tra i trovatori, menestrelli e giullari. Dopo alcuni decenni questo fenomeno diventò adulto e autonomo, venne adottato dalle corporazioni e si trasferì nelle vie del paese, nelle campagne…

All’ora nona di venerdì santo la processione parte, si snoda per le vie del paese, fino a percorrerle tutte. Gli attori sfilano a testa bassa in abiti scuri, qualcuno ha della cenere in testa in segno di penitenza, qualcuno è scalzo. Davanti al corteo sfila la portantina – su cui è disposto il Cristo morto, pallido di grandezza naturale, il volto rigato di sangue e il capo incoronato di spine – retta da is cunfradis salmodianti, vestiti di tuniche con cappuccio munito di buchi per gli occhi… Lungo il percorso i balconi e le finestre sono gremiti di gente che si segna al passaggio…

Tutto il mondo della Sacra rappresentazione si trasferisce nella scena popolare, dopo un percorso movimentato e ai giorni nostri le processioni ripercorrono lo stesso itinerario antico. Il pubblico è sempre anche attore. E’ ora un fatto completamente laico, reale, “concreto”, la città diventa spazio scenico di mimesis, rappresentazione.

(Storia del teatro e dello spettacolo – 5.2.1997) MP

Commenti (3)

Ludika mimesis
3 #
Paola
p.vecchiotti@tiscali.it
93.40.146.130
Inviato il 07/12/2012 alle 10:06
…credo che Ungaretti sia in buona compagnia nel mondo dell’arte. Voglio dire che molti sono stati (e sono) i grandi che eccellono in campo artistico, ma che umanamente sono un pò discutibili. Io tendo a separare le cose, a valutare il prodotto del loro talento, e a valutare l’uomo a parte…

Ludika mimesis
2 #
marta
britishschoolatrome.wordpress.com/
beard@string.com
118.98.35.251
Inviato il 10/08/2012 alle 23:46
Very cool

Ludika mimesis
1 #
genny
redglaze.wordpress.com/
sani@yahoo.com
59.177.2.44
Inviato il 20/07/2012 alle 12:04
Is it possible to lay on these types of planks

LA STORIA È LA MIA STORIA

Lezioni condivise 66 – La Spagna dopo la reconquista

 30 Giu 2012 @ 10:56 PM

 Quando penso alla Reconquista spagnola, è come se in qualche modo mi riguardasse privatamente, e non è detto che non sia così, ma di più non riesco a elaborare, se non ipotesi semplici: il forte legame con la storia, non tanto come materia di studio, o scienza umanistica, ma prevalentemente come vita passata che ha riguardato anche i miei avi, insomma la storia è la mia storia; e più direttamente i quasi cinquecento anni di Sardegna spagnola, vissuta ancora dal mio esavolo Pepi… La reconquista mi si figura come un territorio collinare deserto, una sorta di terra di nessuno ai cui orizzonti stanno i contendenti.

Se si vuole un numero magico, si potrebbe dire che essa è durata 770 anni, qualcosa come venti generazioni, dunque si ha ragione di vedere un’immagine indefinita, una fetta di Meseta. In questo tempo è accaduto di tutto, in bene e in male, un periodo che ha occupato tutto il medio evo, fino agli albori dell’età moderna e le testimonianze concrete le abbiamo nell’arte, dalle Asturie a Cordoba, un’arte stratificata nello spazio e nel tempo, ma anche nel fenomeno plurietnico, nelle differenze somatiche evidenti e curiose, le stesse che anni fa mi facevano domandare ¿Qué hacen las muchachas visigodas de ahora?

In quell’ampio periodo di tempo, nel mondo spagnolo, il re aveva tutti i poteri, sia quello giudiziario che legislativo, sociale, politico e amministrativo… La sua autorità viene sempre più rafforzandosi, finché sarà considerato personale proprietario del regno. La regina Isabella lo lasciò in eredità, come un suo bene, a Giovanna la loca (che loca non era, vittima di una congiura tra il padre e il marito, Ferdinando II e Filippo I).

Prima che si giungesse a questa forma di proprietà personale dei regni, risultato di lotte e guerre, l’elezione del re avveniva per scelta dei nobili, i ricos hombres, che nominavano persone sempre all’interno della stessa famiglia, ciò portò alla nascita di una dinastia e al successivo passaggio diretto ai figli (maschi o femmine).

La monarchia si rafforzò anche grazie alla chiesa. Essa aveva interesse che ci fosse uno stato ordinato. Così quella che era una scelta del popolo divenne monarchia assoluta per diritto divino.

Il re una volta eletto era depositario di tutti i poteri: il primo era fare leggi, era visto come difensore del popolo, in contrapposizione ai feudatari (benché anche questi fossero una sua emanazione). Il re poteva concedere la grazia, in caso di condanna di altri organismi del regno. I delitti contro lo stato erano giudicati direttamente dal re.

Le prime leggi erano consuetudinarie, il sovrano doveva controllare che esse venissero rispettate, poi vennero anche nuove leggi e altre forme giuridiche, come i pregoni (precòn), proclami, bandi.

Il re quale responsabile dello stato, doveva difenderlo, diventa così anche supremo capo militare. Egli era anche il più ricco, proprietario dei territori acquisiti con la reconquista.

Inizialmente si creò confusione tra possessi personali del re e dello stato, che generava questioni sul patrimonio regio. Sotto il profilo amministrativo vi era l’aspetto del controllo della riscossione delle tasse (tesoreria dello stato), delle diverse casistiche sulle proprietà (es. sale, strade reali, miniere, pesca, boschi). Il sovrano esercitava il suo diritto come proprietario mediante tributi (regalie, regalias). Non potendosene occupare personalmente, delegava suoi funzionari concedendo una forma di   appalto, l’arrendament.

Si bandiva una gara e vinceva chi versava la quota più alta per la concessione del servizio, siamo già a forme di leasing… Nasceva in sostanza la borghesia, si pagava per esercitare un servizio e ci si rivaleva sulle persone che dovevano versare il tributo, le moderne esattorie…

Tornando al principio, quando dicevo che la storia è la mia storia, spero sia chiaro che non mi riferivo a questi ultimi sviluppi, il concetto era molto generale e riguardava condivisioni ataviche.

(Storia moderna – 5.2.1997) MP

Commenti (3)

La Storia è la mia storia
3 #
emma
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217.148.121.9
Inviato il 11/07/2012 alle 07:26
E io dovrei fare i conti con gli austriaci? Acc!!
dura è!

La Storia è la mia storia
2 #
berry ketone
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alyciaoreilly@live.de
176.31.7.170
Inviato il 09/07/2012 alle 10:02
Pretty! This was an extremely wonderful post.

La Storia è la mia storia
1 #
Tampa
http://www.scoopblog.it/
ameliawaller@online.de
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Inviato il 30/06/2012 alle 16:59
Very rapidly: good content

SARDOS ETIAM, QUI NON LATII SUNT…

Lezioni condivise 65 – Linguistica sarda

 31 Mag 2012 @ 7:48 AM

E’ noto che i romani, man mano che ampliavano il loro impero, imponevano anche la propria lingua, il latino. Immaginando quella vasta area linguistica, non dobbiamo pensare al radicamento di un idioma perfettamente identico alla lingua di Roma, ma comunque variabilmente uniforme, giacché si sovrapponeva alle lingue originarie, che in qualche modo lo contaminavano, generando territorio per territorio un superstrato linguistico, oltre a costituire un substrato. Un altro elemento di differenziazione – giacché l’impero romano non sorse di colpo con la bacchetta magica, ma si ampliò o si restrinse nell’arco di undici secoli (quello d’occidente) – è costituito dalle differenti ondate linguistiche di un latino mutato rispetto a conquiste precedenti (basta anche un solo secolo perché una lingua subisca dei cambiamenti significativi) e dunque si presentava nel tempo, ai diversi popoli assoggettati, in forme, soprattutto lessicali, nuove.

Un fenomeno molto più rilevante si verificò alla caduta dell’impero, quando con la formazione di nuovi stati o domini, molto più frammentati, sul latino si sovrapposero con modalità differenti da luogo a luogo, nuovi idiomi o in ogni caso, non essendovi più un governo centrale unitario, la lingua prese una strada differente da stato a stato, da territorio a territorio, dando vita alle lingue romanze (o neolatine), imparentate ma diverse, anche questa volta con difformità spazio-temporali, mutazioni e contro mutazioni, fino alla situazione attuale.

Tuttavia, parlare di situazione attuale è più facile da dire che da spiegare, infatti, esagerando, potremmo quasi dire che per ogni linguista vi è una ricostruzione distinta del contesto, sebbene in particolari che possono anche sfuggire a una ricostruzione generale.

Possiamo dunque prudentemente affermare che esistono circa 26 lingue romanze, suddivise in due domini principali, orientale e occidentale, con aree di influenza mista.

Le lingue romanze più note sono lo spagnolo (castigliano), il francese (parigino, d’oil), il rumeno, l’italiano (fiorentino e varianti meridionali), il portoghese, l’occitano (provenzale, lingua d’oc), galloromanzo, franco provenzale, catalano, sardo, guascone, veneto (antico, pressoché estinto), asturiano, corso, friulano, ladino, romancio, istrioto, dalmatico (estinto). 

L’elenco non è completo, essendovi idiomi minori, parlati ancora solo in piccole comunità, tuttavia è redatto secondo le norme della Carta europea per le lingue minoritarie, che riconosce tali quelle “lingue che non sono dialetti della lingua ufficiale dello Stato”.

La lingua sarda è ritenuta da molti studiosi la più conservativa tra le lingue neolatine. Giova ricordare che essa è basata su un sostrato prelatino (che potremmo definire genericamente nuragico), già ampiamente tagliato dai contatti avuti con vari altri popoli, dai fenici ai cartaginesi. Inutile dire, dato che si tratta di epoche remote, che non è ipotizzabile l’esistenza di un idioma unico in tutta la grande isola (un’idea efficace può darla la lettura di Passavamo sulla terra leggeri di Enrico Atzeni), soggetta dalla sua stessa conformazione e storia, a sovrapposizioni linguistiche differenti.

La variabilità areale del sardo è stata una costante anche nelle epoche successive, ne possiamo ancora oggi osservare l’esistenza dovuta ai diversi contatti linguistici da zona a zona.

Dall’introduzione della lingua italiana, il sardo ha agito sulla stessa dando luogo all’italiano regionale di Sardegna, come è avvenuto nell’intero dominio di questa lingua (compreso il fiorentino da cui ha origine) e agisce sulla sintassi, la morfologia, il lessico e tutta una serie di fenomeni di cui do solo un’idea allo scopo di “intuire” il resto.

Una delle interferenze più note del sardo sull’italiano è la posposizione del verbo.
es.: la mela vuoi? risposta: la mela voglio. In Elias Portolu: “Ragione ho. Si o no?”
Vincere sempre vuoi! Vino buono ha zio Portolu (con il complemento in posizione iniziale).
Aggettivo + che + verbo: Antipatica che sei! Che buono che è!
Verbo essere: Andati siamo. Piovendo è. (Regionale di Sicilia: vero è).
L’argomento è piuttosto complesso e rimando a L’italiano regionale della Sardegna della prof. Ines Loi Corvetto (1983).

Un altro aspetto interessante è quello delle varianti di tipo sociale: i gerghi. Vi è ad esempio il gergo della malavita, i gerghi di mestiere (venditori ambulanti), quelli criptici, segni di identità, distintivi anche in pubblico. O l’antico furbesco italiano (sorta di esercizio letterario con tanto di codice manoscritto di un vocabolarietto di voci furbesche. Buiose = finestre; bistolfo = prete, polverosa = via… Il gergo dei muratori, che è in realtà un linguaggio tecnico. Quello studentesco invece è un codice di repertorio, linguaggio giovanile.

In Sardegna è interessante il gergo dei ramai di Isili, noto tra i gremi dei ferrai e tutelato gelosamente, quasi segreto. Per essere accolti nel gremio occorreva dare prove d’arte ed essere incartati (diplomati) presso un artigiano. I ramai erano artigiani e rivenditori, il gergo era la lingua di questi ultimi.

Da studi più accurati si è potuto dedurre che il “gergo”, oggi in via di estinzione a causa dei nuovi usi e abitudini commerciali, era originariamente il romanisku o pavela romaniska o arbareska (in sardo: arromanisca), in quanto i primi ramai erano di origine zingara. La lingua è poi venuta a contatto con il sardo, con il giudeo-spagnolo (judezmo) dei sefarditi – espulsi da Spagna e Portogallo nel 1492 e transitati per la Sardegna – e con altri gerghi: della malavita, del furbesco e vari altri dei calderai. Dalla sua analisi emergono anche termini albanesi e neogreci.

Alcuni esempi:
Rossinu = Oro (concezione del colore legato alla cultura. Il rosso arcaicamente copriva anche il colori bruni – macrorosso -, opposti al bianco).
Allusca (osserva), su trotònniu est ispissau (il caldaio è rotto).
Est iscalli assai vi sa strangedda (è molto rovinato il manico)
Sedici, l’aribari (asiberi/asibari) at allusa (si, io l’ho visto)
Safrongiat l’aribari, voi mucedda (me ne occupo io, tu taci)
Su cabeddari s’in c’est onciau (il padrone se n’è andato)
Su trotonniu cubelle pigedda (non ha preso il caldaio)
Fai fagionnia cun se giantedda ca su daddu est assai cresiau (dati da fare con la figlia perché il padre è molto ubriaco).
Venditori ambulanti più poveri:
Es càllia cubelli fuschieri nemeneu (nemenen) po trotonius de rossinu (E’ bella ma non fa l’amore neanche per un caldaio d’oro)
Chi m’afinat tiaus s’idd’afinu (se mi danno formaggio glielo do)
Po trint’aiustra, sedici afinari (per trenta libbre, sì dallo)
Afrogia po cresia e po sgnenari (sgranari) (tratta in cambio di vino e di grano)
Sedici, ochieri, voi (vai) calandrinu (si, somaro, tu somaro)
Lessico malavita:
Trionfa = carne, rapa = rapina
Suspu (gergo, lingua segreta con meccanismi al contrario, o introducendo sillabe, suffissi o prefissi, come “ma”, per renderlo incomprensibile).

Il tema mi porta a una suggestione tutta mia, a diversi anni fa, quando poltrivo a letto d’estate o in vacanza, e di buon mattino, qualche volta all’anno, si sentiva per la strada un canto struggente di venditori; non ricordo di averli mai visti e quando mi decisi a registrarli, non passarono più. Ne passavano di diversi tipi, verdurai, pescivendoli, l’arrotino, castangiàius, ma solo questi adottavano un canto. Vendevano turras e talleris, insieme a tanto altro, ma i mestoli e i taglieri, la facevano da padroni, insieme a is istrexus de fenu, cioè recipenti di fieno (scateddus – cestini -, cibirus – setacci -, crobis – ceste -, e via dicendo).

Da notare la testimonianza di Giuseppe Concas (www.nominis.net):
Ai primi di settembre, di buon mattino, le strade dei paesi si riempivano di cantilene e nenie melodiose (anche il canto aveva la sua importanza); e tu vedevi quegli uomini carichi di canestri e cesti di vimini e di canne, con le sacche di orbace (is bértulas) piene di mestoli e cucchiai di legno: “E tùrras e talléris e palas de forru… e cullèras. Cullèras bollit, sa mèri? Comporài cilìrus, scartèddus, crobis e canistèddas… dda pigat sa crobèdda…sa mèri”? (…)
Il “canto” dei rivenditori de “su stréxu de fénu e turras e talleris e palas de forru” non si sente più e sembrano passati secoli, anche se in verità sono trascorsi pochi decenni. Ancora oggi, comunque, nelle bancarelle delle sagre paesane è possibile ammirare i “capolavori” di quegli artisti estemporanei.
Documento interessante anche quello di Mario Virdis, nel suo blog http://amicomario.blogspot.com/, post “Turras e Talleris: gli scambi senza danaro nel dopoguerra, il ‘baratto’… di necessità”: “Questo bando era costituito da una nenia, recitata in modo quasi ‘gridato’ che reclamizzava i prodotti in vendita. La ricordo ancora sia nell’intonazione che nelle parole: E si ettada su bandu! Tenimos turras, talleris, pajias de forru e culleras!”

La poesia S’ambulante tonaresu di Peppino Mereu,
Cun d’unu cadditeddu feu e lanzu
sa vida tua a istentu la trazas;
da una ‘idda a s’atera viazas,
faghes Pasca e Nadale in logu istranzu.
A caldu e fritu girende t’iscazas
pro chimbe o ses iscudos de ‘alanzu,
dae s’incassu de set’oto sonazas
chi malamente pagant’ unu pranzu.
Sempre ramingu senza tenner pasu,
de una ‘idda a s’atera t’iferis
aboghinende inue totu colas:
«Discos nobos pro fagher su casu
e chie leat truddas e tazeris?
e palias de forru e de arzolas!

Il poeta conclude con quello che verosimilmente era parte del canto “Recipienti nuovi per fare il formaggio;/ chi compra scodelle e taglieri?/ pale per il forno e per l’aia!”

Lo scioglimento dell’enigma è ancora da venire o è già risolto negli studi dei grandi antropologi che hanno agito in Sardegna in passato? Per una nuova ricerca l’appello è lanciato.

(Linguistica sarda – 31.1.1997) MP

Commenti (3)

Sardos etiam, qui non Latii sunt…
3 #
emma
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Inviato il 04/06/2012 alle 15:41
Direi piuttosto russo 🙂
vado a vedere!

Sardos etiam, qui non Latii sunt…
2 #
giulia
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Inviato il 03/06/2012 alle 20:57
urka, te manche el ciosoto!

Sardos etiam, qui non Latii sunt…
1 #
sandra
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Inviato il 03/06/2012 alle 17:19
I’d care to find out more details.

 

QUELLI CHE POSSEDEVANO IL CAVALLO, OH YES…

Lezioni condivise 64 – Nobiltà e società spagnola postgotica

30 Apr 2012 @ 10:56 PM

La nobiltà spagnola, erede della Visigota e figlia della reconquista, ne è stata in qualche modo protagonista, in quanto strumento utilizzato dai Re per quel preciso scopo.

Non si tratta, almeno nel periodo in esame, di quella categoria di cui si diffida per essersi fatta durante la storia passata o recente una cattiva nomea (come per i politicanti, militari, polizia, preti, economisti, capitalisti, amerikani, e via dicendo): la nobiltà spagnola durante la reconquista, va considerata con alcuni distinguo. Essa non fu fine a se stessa, ebbe un ruolo storico, il cui alone leggendario limita l’iniquità della sua essenza sociale non egualitaria, che tuttavia osserviamo con il dovuto distacco espositivo.

Nei primi secoli delle monarchie iberiche il titolo nobiliare più elevato era quello del rico ombre (in portoghese rico-homem). Ne Las Siete Partidas di Alfonso X si legge che “Secondo il costume spagnolo, sono chiamati ricos-hombres coloro che in altri territori si dicono conti o baroni” e il re li chiamava cugini.

Si chiamavano ricoshombres per il fatto che avevano molti vassalli e possedimenti che i re concedevano loro, secondo i meriti nel sostenerlo nella reconquista e ripopolazione delle terre.

Las Siete Partidas era, come diremmo oggi, un testo unico, cioè un tentativo di raccogliere tutte le leggi e le consuetudini locali, vigenti nel decaduto regno visigoto, di cui Alfonso X rivendicava la continuità.

Il testo era sommariamente così concepito:
A l servicio de Dios … (Per il servizio di Dio …)
L un FFE Catholica … (La fede cattolica …)
F Izo Nuestro Sennor Dios … (Il Signore Dio ha fatto …)
O ANR sennaladas … (Riti speciali …)
N Ascen entre los ommmes … (Tra gli uomini non nascono …)
S esudamente dixeron … (Gli antichi saggi saggiamente dissero …)
O luidança et atreuimiento … (L’oblio e l’audacia …).
Una sorta di acrostico forzato con all’interno contenuti più documentali.

Con il regno visigoto di Spagna ormai diventato Al Andalus in seguito all’occupazione arabo/megrebina, quel che rimaneva dell’antico popolo venuto dalle pianure danubiane, organizzava la propria riscossa con l’hidalguìa, una investitura d’onore, senza feudo, ma con l’onere di andare in guerra nel momento in cui il Re lo avesse chiesto, mantenendo un proprio cavallo e proprie armi, esercitandosi militarmente, con l’idea di respingere gli occupanti.

Etimologicamente hidalgo viene da hijo de algo o hijo de alguien (lett. “figlio di qualcuno”, cioè qualcuno che conta), dunque ricco, si rifà quindi al concetto di rico homem; una via di mezzo tra i ricohombre e caballero. Ma le denominazioni si confondono nel tempo, così che nel XII sec. queste differenziazioni sostanzialmente cadono.

Gli hidalgos nascono quindi come soldati della reconquista, nobili del nord o senza titolo. Hidalgo è ancora oggi sinonimo di nobile nei paesi di lingua spagnola e portoghese, ma nasce come termine che sta ad indicare la nobiltà originariamente non titolata.

I titoli venivano allora trasferiti al primogenito (majorascato), l’erede (affinché il patrimonio non si smembrasse), mentre gli altri diventavano conquistadores, che dovevano cioè conquistare sul campo la propria ricchezza.

La hidalguìa dava diritto a una serie di privilegi e distinzioni sociali, talché gli hidalgos erano esentati dal pagare le tasse, ma non necessariamente possedevano beni immobili. Questi privilegi erano i fueros. anch’essi uniformati ne Las Siete Partidas.

I fueros raccolgono il diritto locale fin dall’XI secolo, si distinguono tra breves (consuetudini) ed extensos (leggi).

Tra i più importanti c’è il Fuero Juzgo del XIII secolo (1241), una versione in lingua castigliana del Liber Iudiciorum (654 d.c.), una compilazione di leggi territoriali che derivano dalle norme consuetudinarie importate dall’esperienza dei Visigoti nella Spagna del V e VI secolo.

In un contesto più ristretto il “fuero” rappresentava il riconoscimento scritto che il signore feudale faceva nei confronti di realtà più piccole ed aveva generalmente ad oggetto il patrimonio. Per questa ragione diventò presto sinonimo di privilegio accordato dal Signore.

Tra i testi più importanti in questo senso si possono citare la carta di Aviles (1085) e la Competenza di Oviedo, in leonese, nonchè la Carta dei Caldelas Castro (1228), il più antico documento scritto in galiziano.

Nelle Asturie, gli hidalgos arrivarono ad essere quasi l’80% della popolazione, e nel caso della Cantabria questa percentuale fu addirittura maggiore, arrivando all’83% nel XVI secolo e superando il 90% intorno al 1740. Nella signoria di Biscaglia, esisteva anche il cosiddetto diritto di hidalguía universal, in virtù del quale i biscaglini erano hidalgos per nascita.

Questa inflazione portò a delle distinzioni tra hidalgo de sangre e hidalgo de ejecutoria, fino alla completa abolizione dei privilegi in seguito all’avvento del liberalismo all’inizio del XIX secolo, senza comportare l’abolizione della nobiltà.

Il prototipo di hidalgo nella letteratura romanzesca è Don Chisciotte, a cui viene dato il nomignolo di “hidalgo genial” da Miguel de Cervantes. Nel romanzo viene rappresentato satiricamente come un hidalgo de sangre.

A reconquista ormai compiuta, nei regni cristiani del nord della penisola iberica, appaiono i nobiles de segnario (signorie), possessori del maniero (señorio), che ricalcava il feudo dell’impero carolingio. Si diffusero, in termini di rifeudalizzazione, quali doni per meriti e servizi resi al sovrano. Il titolo maggiore era quello del Señor. Egli governava, legiferava, coniava moneta, riscuoteva le tasse e organizzava la leva, ma sotto il controllo del Re (Señor per eccellenza), di cui era vassallo. Non vi era ancora il contratto feudale, che garantiva più indipendenza. Il señorio resistette fino al XIX secolo, abolito dalla Costituzione del 1812.

Nella scala sociale spagnola vi era poi il Terzo ordine (sempre con riferimento alle Siete partidas) cioè il popolo, ma riferito più precisamente a chi lavorava per i Señores. Mentre all’inizio della reconquista il popolo erano i contadini, gli uomini liberi (di città), agricoltori, lavoratori alle dipendenze dei conventi o di signori.

Gli abitanti delle città, i vecinos (cioè i nativi) acquisirono privilegi, in particolare i commercianti e gli artigiani. Nelle città agivano i probiviri o probos hombres, mentre si creava il concetto di fuero, come diritto.

In realtà raccapezzarsi nella giungla nobiliare del feudalesimo spagnolo non è un’impresa semplicissima e lineare. Che dire dei signori della forca e di coltello o dello ius utendi et abutendi, nonchè della ius prime noctis o jus primae noctis…?

(Storia moderna – 31.1.1997) MP

Commenti (9)

Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
9 #
mara
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Inviato il 12/11/2012 alle 11:19
Your writing taste has been surprised me.

Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
8 #
Simona
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Inviato il 06/11/2012 alle 22:02
e certo che ti leggo sempre, ma vedi che su myblog ho lasciato sempre una traccia di me…… ps: associo la betti alla santacroce perchè a mio parere gli scatti più sensuali e trasgressivi sono quelli fatti a lei!!!!
bacio tesoro.

Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
7 #
Esther
https://qlorgnette.wordpress.com/
estherbays@inbox.com
78.157.221.170
Inviato il 02/11/2012 alle 18:36
Hi there very nice website!

Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
6 #
stany
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Inviato il 22/10/2012 alle 09:59
Bridge the small space

Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
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giulia
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Inviato il 01/08/2012 alle 09:12
Lupus in fabula!

Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
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andreapac
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Inviato il 19/07/2012 alle 14:58
Ciao e buon caldo che giovi.
Ricordo un film di anni fa credo “padre padrone” che racconta la vita dei pastori sardi e la disputa in quei giorni fra la storia sarda e dei pastori spagnoli che reclamavano la solita tradizione. Mai dimenticato quando i padre strappa dall’aula di scuola il figlio giunto all’età di andare a guardare i greggi. Ogni passato ha da non dimenticare la fatica e i sacrifici e i dolori.
Speriamo in un presente sia nostro che spagnolo più ricco di ottimismo e risultati gratificanti.

Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
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literature
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Inviato il 26/05/2012 alle 18:17
How can I find out more?

Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
2 #
giulia
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Inviato il 30/04/2012 alle 23:47
Aspetto il seguito alla jannacci.

Quelli che possedevano il cavallo, oh yes…
1 #
andreapac
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Inviato il 29/04/2012 alle 09:37
Buona domenica, grazie della visita e la dritta.
Picasso raccontava di non aver mai conosciuto il tuo citato. Stiamo attententi a menzionare certi episodi. Se ne racconta tante post morte. Rimane un grande anche se per noi ominidi la carne è debole.

ERMETISMO E UN CERTO FRAMMENTISMO

Lezioni condivise 62 – Il porto sepolto

 31 Mar 2012 @ 10:57 PM

Ricordate il discorso fatto per Machiavelli, sul mistero di occuparsi di qualcuno abbastanza estraneo ai nostri interessi peculiari? Potrei ripeterlo per Ungaretti, su cui inizio una serie di condivisioni. Ci sono evidentemente delle differenze sostanziali tra la loro tipologia di scrittura, le tematiche di cui si occupano, il tempo in cui scrivono… Ma è indubbio che il segretario fiorentino, cui va riconosciuta l’attenuante di aver scritto nel Cinquecento, mi ha aperto gli occhi (contro la sua volontà o meno non è dato sapere) nei confronti del malaffare politico, non solo dei suoi giorni, giacché il machiavellismo in certi ambienti non è mai passato di moda; e non è poco. Ungaretti invece, rispetto alle cui scelte e non scelte, nutro delle profonde riserve, credo abbia inciso con l’ermetismo e con un certo frammentismo, sullo stile di parte dei versi da me prodotti dopo il 1996. Lo annoto per me stesso e chiedo scusa se uso questo articolo come memo.

Quanto appena esposto testimonia l’utilità dello studio a prescindere dall’oggetto (e dal soggetto), perché (quasi) ovunque c’è da cogliere, almeno per rielaborare, sicuramente per conoscere.

In Ungaretti c’è dunque questa luce comunicativa, che stride con alcuni suoi comportamenti pubblici e privati, tra l’ambiguo, il calcolo subdolo e il menefreghismo. E se debolezze private – che emergono dal nutrito epistolario -, alcuni errori – anche per certe disgrazie occorsegli -, sono classificabili ai confini tra le leggerezze e le miserie umane, il trasformismo conservatore e reazionario – fino alla compromissione ideologica con il fascismo -, sono incomprensibili in una persona con le sue vicende e la sua formazione, e tali restano.

E’ utile precisare che la sua adesione al fascismo (che ha riguardato anche intellettuali oggi apprezzati, ma che hanno fatto ampia ammenda ed erano, al tempo, più o meno adolescenti; non per giustificare, ma per quantificare almeno il livello di responsabilità personale), non ha avuto effetti pratici di rilievo, ma morali sì, se non altro perché da parte sua non c’è stata alcuna reazione alle nefandezze della dittatura; intrattenne invece costanti rapporti con Mussolini, che gli aprì la strada per l’Università di Roma; non si ha notizia di alcun ripensamento rispetto all’adesione al regime neppure dopo la liberazione.

In questo contesto non certamente plausibile, stridente è la contraddizione con la natura che emerge dai suoi versi, al punto tale che il rapporto tra la sua vita pubblica e la poesia resta incompatibile e irrisolto, si pensi solo alle poesie contro la guerra.

Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d’Egitto l’8 febbraio 1888 da genitori lucchesi, anarchici. Ebbe una formazione multiculturale, sebbene in parte occasionale. In età giovanile ebbe modo di leggere e apprezzare i poeti francesi, tra cui Baudelaire. Nel 1906 fece l’esperienza di Baracca rossa, deposito adibito a riunioni di socialisti e anarchici, sempre in Egitto.
Nel 1912 si trasferì a Parigi per gli studi universitari. Là ebbe modo di frequentare diversi artisti, tra cui Apollinaire, Picasso, De Chirico, Modigliani e italiani come Palazzeschi (futurista). Pubblicò i suoi primi versi sulla rivista “La voce” di Firenze, fondata da Prezzolini.
Allo scoppio della Grande guerra, interventista, si arruolò in fanteria e combatté sul Carso. Sul fronte scrisse “Il porto sepolto”, pubblicato a Udine nel 1916. Finita la guerra si stabilì in Francia. Nel 1919 pubblicò Allegria di naufragi, contenente Il porto sepolto e La guerre.
Nel 1920 sposò Jeanne Dupoix dalla quale ebbe due figli.
Nel 1921 si traferì a Roma (Marino), dove ebbe inizio il periodo buio di commistione con il fascismo. Svolse l’attività giornalistica come inviato della Gazzetta del popolo. Nel 1928 abbracciò la religione cattolica. In questo periodo maturarono le poesie raccolte ne Il sentimento del tempo.
Nel 1936, raggiunta la massima fama, durante un viaggio in Argentina, accettò un incarico presso l’Università di San Paolo in Brasile, dove si trasferì con la famiglia fino al 1942. Nel 1939 morì il figlio Antonietto, 9 anni, se ne trovano tracce ne Il dolore (1947) e Un grido e paesaggi (1952).
Al ritorno in Italia nel 1942 ebbe l’incarico presso l’Università di Roma, da cui fu sospeso al momento della Liberazione e reintegrato nel 1946 per l’intervento di Natalino Sapegno – parte della lunga schiera di ex-fascisti, poi imboscati anche nei partiti di sinistra, nonostante il passato liberale. Sono quelli che magari hanno disprezzato gli esiliati, che rifiutarono ogni compromesso con il regime, penso a Silone.
La sua opera omnia è stata pubblicata ne La vita di un uomo. Morì a Milano il 2 giugno 1970.

Il porto sepolto è il titolo della sua prima raccolta (1916) poi confluita come parte in “Allegria di naufragi”:
Vi arriva il poeta/ E poi torna alla luce con i suoi canti/ E li disperde/ Di questa poesia/ Mi resta/ Quel nulla/ Di inesauribile segreto.

L’ermetismo e il frammentismo danno certamente lo spunto per una riflessione diffusa sul mondo della poesia; se sia importante penetrarla per scoprirne i segreti dunque il messaggio del poeta, anche intimo e inconfessabile, o se ognuno deve coglierne quello che riceve.

Potrei dire che una cosa non esclude l’altra, se si considera la poesia come qualcosa di plurale, le più cose che è, estetica, sensazione, messaggio, enigma, gioco… Dico certamente che la poesia non può essere spogliata di nessuna delle sue caratteristiche e sarebbe velleitario farsi dei flash sul Porto sepolto, senza capirne la storia, il contesto, la ragione. Su questo ci si può esprimere.

La poesia è del poeta ed è inutile, sempre che non si tratti di sperimentazione mirata, trovarvi qualcosa che non ha voluto dire, dare un senso compiuto per un altro, due letture; e ciò è ancora più vero nel caso dell’ermetismo, dove l’arte dell’allegoria è capovolta, nel senso che ci si esprime in modo diretto, ma celato dalle parole.

L’ermetismo si legge studiando il poeta, la sua vita, le cose che ha scritto, solo così la poesia da fantastica diventa realtà, scoperta, espressione artistica, pittura tangibile.

Il porto sepolto (quasi una terapia di autocoscienza sul fronte in Friuli, dove pare abbia maturato la consapevolezza dell’assurdità delle guerre, giacché sull’altro fronte c’è gente come lui: Fratelli) richiama l’esilio in Egitto; testimonierebbe l’esistenza di una città prima di Alessandria, un porto sommerso di cui ebbe notizia dai f.lli Thuile, ingegneri, a sedici anni e che per lui ha rappresentato un segreto indecifrabile, un “nulla” eterno persistente nell’animo. Qualcosa di cui si conosce l’esistenza, ma irraggiungibile. Un mistero che indica una verità appena percettibile, ma inesauribile: la poesia.

Dannazione, esprime in tre versi la presenza di Dio percepita sul fronte:
Chiuso fra cose mortali/ (anche il cielo stellato finirà)/ Perché bramo Dio?
In una condizione borderline è spontaneo interrogarsi sull’esistenza, sono evidenti i limiti dell’uomo, la sua impotenza, ma allora da dove viene questa capacità di percepire oltre, questa intelligenza, perché non si abbattono questi limiti? Pensare che anche il cielo stellato immenso e misterioso un giorno finirà è quasi una consolazione?

Risvegli, si condensa nella domanda Ma Dio cos’è? come una sorta di appiglio disperato.
Torna il tema del Porto sepolto, il mistero impercettibile, che dà forza:
Ogni mio momento/ io l’ho vissuto/ un’altra volta/ in un’epoca fonda/ fuori di me/
e mi rammento/ di qualche amico/ morto/ Ma Dio cos’è?/…
E si sente/ riavere.

I fiumi è autobiografica, ripercorre la sua vita attraverso i fiumi della sua esistenza. Evidente la drammaticità della guerra e la fuga nell’immensità della natura; qualcosa di più grande, consolante come un grembo materno; nell’Isonzo allora vede i fiumi pacifici dell’infanzia, più rassicuranti:
Ma quelle occulte/ mani/ che mi intridono/ mi regalano/ la rara/ felicità.
Le mani eterne che forgiano il destino di ogni essere e la brevità della vita contrapposta all’assurdità di una guerra.

C’era una volta (1 agosto 1916):
Bosco Cappuccio/ ha un declivio/ di velluto verde/ come una dolce/ poltrona./
Appisolarmi là/ solo/ in un caffè remoto/ con una luce fievole/ come questa/ di questa luna.
Urlo tenue, ma drammatico, rifiuto ribadito della guerra; fiaba metropolitana surreale vissuta in una trincea. Fame e sete di normalità che trova solo nella natura, perché là non c’è umanità; desideri semplici di vita banale che assurgono a felicità.

Lind’oro di deserto è poesia del ricordo, di ricupero di temi della propria vita, scritta sul Carso, al fronte, un flash e un trip, risolto con questi versi:
Il sole spegne il pianto/ Mi copro di un tiepido manto/ di lind’oro/ Da questa terrazza di desolazione/ in braccio mi sporgo/ al buon tempo.
Il sole che sorge dà un po’ di speranza. Nel deserto della trincea la luce mette in risalto un lindo e tiepido manto con cui si copre e trova sollievo.

In Pellegrinaggio è ancora evidente la dicotomia mentale sullo stare al fronte, strisciare sul fango, e pensare ai giardini di Alessandria d’Egitto in cui prospera il biancospino (spinalba) e conferma con i versi:
Ungaretti/ uomo di pena/ ti basta un’illusione/ per farti coraggio.

Trasferire i ricordi biografici nelle opere e rivivere la realtà mescolandola nell’arte, fa parte della sua cultura poetica. Torna continuamente sui suoi testi, vive come un tormento poetico, il lavoro non lo soddisfa mai.

Porto Sepolto segna la conclusione della sua corrispondenza con Marone, direttore della rivista La Diana di Napoli, intorno alla quale ruotavano tutti i poeti che conosceva. La rivista era abbastanza selettiva, i poeti venivano accolti dopo un attento dibattito.
Quello di Napoli (1916) è un periodo riferibile all’approccio leopardiano (Leopardi morì a Napoli). Là incontrò Benedetto Croce e Salvatore di Giacomo.
A Napoli scrisse Natale, in casa di Marone (in Naufragi).
Non ho voglia/ di tuffarmi/ in un gomitolo/ di strade/…/ Lasciatemi così/ come una/ cosa/ posata/ in un/ angolo/ e dimenticata/…/ Sto/ con le quattro/ capriole/ di fumo/ del focolare.
Richiama la tecnica del Porto sepolto. Esprime volontà di isolamento con versi di poche sillabe (decasillabi spezzati).

Notte, tra le poesie disperse, fu scartata delle prime edizioni, forse perché troppo tecnica, (distici) o perché non in tono con le altre.
Io vorrei con le mie mani fare un festone di stelle/ e legarlo con le mie vene/
Io vorrei strappare una stoffa a questa notte bella/ e distenderci sopra la mia creatura.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 17.1.1997) MP

Commenti (3)

Ermetismo e un certo frammentismo
3 #
Paola
p.vecchiotti@tiscali.it
159.213.40.5
Inviato il 20/04/2012 alle 12:14
anche io non ricordavo l’adesione al fascismo di Ungaretti… non so se nessuno me lo ha detto o se l’ho dimenticato io…

Ermetismo e un certo frammentismo
2 #
Ginevra
https://unavaligiariccadisogni.wordpress.com/
ginevrabertrand@gmail.com
62.253.95.154
Inviato il 14/04/2012 alle 09:07
I enjoyed this blog post.

Ermetismo e un certo frammentismo
1 #
Muriel
http://mformodels.blogspot.com/
muriel4848@googlemail.com
62.253.95.154
Inviato il 01/04/2012 alle 04:15
I have sharing your thoughts.

ZÎZNASE

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Falcerossa - Comuniste e comunisti

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