NEFANDO BONIFAX

Lezioni condivise 41 – Nos e sa gherra de s’Éspuru

 30 Apr 2010 @ 10:56 PM

La storia è un labirinto infinito di vicende che a volte si intersecano e ti sorprendono con i loro sviluppi; ne è esempio quella che mi accingo a raccontare, già vista, ma di cui tratterò aspetti differenti, limitandomi naturalmente a seguire solo alcuni percorsi.

Ritorno ai Vespri siciliani. Essi non sono un accidenti, ma la conseguenza storica di un susseguirsi di accadimenti, uno dei casi del conflitto infinito tra potenti, cui ogni tanto, marginalmente, partecipava anche il popolo, ma non ancora con la coscienza di un riscatto.

Scomodiamo Federico Barbarossa (Federico III Hohenstaufen, duca di Svevia, che è anche Federico I, imperatore del Sacro Romano Impero di Germania [eredità dell’impero carolingio privato della Francia, noto anche come Primo Reich]), che combinò nel 1186 il matrimonio tra il figlio Enrico e Costanza d’Altavilla, normanna, o se preferite vichinga, unica erede del regno di Sicilia (che allora si estendeva fino a territori della Grecia e dell’Africa), di cui la sua famiglia si era impadronita sostituendosi agli arabi oltre un secolo prima.

Grazie a questo matrimonio, nel 1194, Enrico VI Hohenstaufen poté insediarsi stabilmente sul trono siciliano. Egli però morì improvvisamente, lasciando erede un bimbo di tre anni, quello che diventerà Federico II (era anche Federico VII di Svevia e Federico I di Sicilia), imperatore poeta. Nel 1250, quando egli morì, gli successe in Sicilia il figlio Manfredi, essendo impedito prima l’erede legittimo, il fratello Corrado, poi il nipote Corradino, infante.

Il regno di Sicilia era dunque saldamente in mano agli Hohenstaufen.

Stante l’annoso conflitto tra papato e impero (guelfi e ghibellini), gli svevi erano mal tollerati. Papa Clemente IV cercò qualcuno che si opponesse a Manfredi e alla fine lo trovò in Carlo d’Angiò (anonimo conte di una regione del nord-ovest della Francia). Questi avuta l’investitura papale, mosse verso sud e nel 1266, nella rocambolesca battaglia di Benevento, sconfisse Manfredi, che morì in battaglia, e poté occupare la Sicilia.

La discesa di Corradino fu inutile; egli sconfitto, fu decapitato a Napoli nel 1268.

Al momento dell’esecuzione era presente nella piazza, in incognito, Giovanni da Procida; si dice che egli raccolse il guanto di sfida che il giustiziato lanciò tra la folla poco prima di morire.

E’ lui ritenuto sia storicamente, sia dalla tradizione il fomentatore della guerra del vespro, dunque della rivolta anti-angioina, ed è diventato personaggio leggendario. Medico salernitano, nobile, legato alla dinastia tedesca, fu consigliere di Federico II, precettore del giovane Manfredi, col quale era presente alla disfatta di Benevento, ove fu costretto alla fuga. Visitò le corti di tutta Europa onde favorire il ritorno della dinastia sveva sui troni di Napoli e Sicilia.

Stette in Aragona al servizio del re Giacomo I e in seguito di suo figlio Pietro III che, avendo sposato Costanza di Hohenstaufen, era tra l’altro anche genero di Manfredi.

Il giudizio storico sulla sua figura è spesso controverso, inviso in particolare alla parte guelfa.

Avrebbe organizzato l’incidente fra l’angioino Drouet e la nobildonna Imelda (sua figlia), affinché scattasse la prima scintilla della guerra del Vespro, il 31 marzo 1282, lunedì di Pasqua, sul sagrato della Chiesa del Santo Spirito, a Palermo. Ella era giunta appositamente da Napoli.

La Sicilia fu liberata dai francesi e Pietro III d’Aragona poté occuparla.

In pochi anni, per guerre mosse più o meno arbitrariamente, matrimoni dinastici studiati a tavolino o altre evenienze, la geografia politica medievale fu costantemente in movimento e le forme di stato variegate.

Il Regno d’Aragona insieme ad altri costituiva un’aggregazione di stati, quella “Corona” di cui avrebbe fatto parte anche il Regno di Sardegna, che continuò tuttavia ad essere giuridicamente sovrano, anche se non in modo perfetto. E’ il caso di molte entità statuali di quel periodo. Con l’avvento di Pietro III fu il caso anche della Sicilia. Un unico capo di stato, in questo caso un Re, ma diverse sovranità giuridiche.

Nel caso della Corona d’Aragona, unione personale di stati, il Re aveva il possesso privato di ciascuno stato, ma ognuno continuava ad esistere come entità a se stante. In molti casi gli stati della Corona mantenevano proprie leggi, è il caso della Carta de Logu in Sardegna.

Lo stesso accadeva per il Regno di Sicilia e di Napoli, che pur sotto lo stesso Re, restavano due entità statuali distinte.

I vari regni della corona erano considerati un bene personale del Re e come tali venivano ceduti in eredità alla nascita di un erede, anche in seguito ai matrimoni combinati.

Il concetto di Corona dal punto di vista giuridico è qualcosa che sta tra l’odierna Federazione (es. USA, cittadini soggetti alle leggi federali) e Confederazione di stati (es. Comunità stati indipendenti [CSI], sorta sulle ceneri dell’URSS; ogni stato conserva la statualità perfetta; aggregazione di stati che continuano ad essere indipendenti).

Quando la morte di uno stato avviene per cessione forzata del potere, si parla di debellatio. E’ il caso degli stati creati in medio oriente in seguito alle Crociate o quelli creati in seguito a Jiad (guerra santa) dei musulmani, ma anche la fine dei Giudicati sardi.

Paradossalmente un sardo non dovrebbe avere a cuore più di tanto il Regno di Sardegna; per spiegarlo occorre fare sottili distinzioni di tempi storici e situazioni. In primo luogo occorre ribadire che il Regno di Sardegna fu un’invenzione, un arbitrio perpetrato da Bonifacio VIII, che ne investì (comprendendovi anche la Corsica) i Re aragonesi, incurante dei legittimi e attestati governi dell’isola. In questo senso non fu altro che l’usurpazione del diritto dei sardi al governo della propria terra. Precisato questo, occorre osservare che gli aragonesi e in seguito gli spagnoli ebbero un rispetto relativo dell’entità statuale autonoma sarda, estesero dei diritti alle città regie, facendo peraltro anche cose orribili… Eppure quando il Regno passò ai Savoia fu molto peggio, i sardi persero anche i diritti concessi dagli spagnoli, non si riunì più il parlamento, fatte salve le   autoconvocazioni rivoluzionarie. Benché la statualità sarda continuasse ad esistere sulla carta (altrimenti i Savoia non sarebbero stati re), l’isola era trattata come la peggior colonia, super tassata, sfruttata, e proprio in quel clima maturarono le rivolte e l’odio per quei re; tanto più quando Napoleone occupò il Piemonte e il re fu costretto a risiedere nell’isola per quindici anni e si dovette pagare anche al suo sostentamento.

Come si arrivò alla fine dei Giudicati, i quattro regni sardi che garantirono alla Sardegna l’indipendenza per oltre cinque secoli (e molto di più nel caso dell’Arborea)? La fine dell’indipendenza della Sardegna è direttamente legata all’epilogo della guerra del Vespro siciliana.

L’eredità degli Hohenstaufen in Sicilia fu dilapidata da Giacomo II di Aragona, detto il Giusto (appellativo che lascia il tempo che trova), il quale con il trattato di Anagni del 12 giugno 1295, stipulato con Carlo II d’Angiò, restituì almeno sulla carta la Sicilia ai francesi (dunque alla chiesa), rinunciando ai Vespri, in cambio del ritiro della scomunica e della papale (!) licenza invadendi di Sardegna e Corsica, da cui ebbe origine appunto l’omonimo Regno.

Il trattato prevedeva anche l’unione di Giacomo II con Bianca d’Angiò figlia di Carlo II e sorella di Roberto d’Angiò ed il matrimonio di quest’ultimo con Iolanda d’Aragona, figlia di Pietro III e sorella di Giacomo stesso.

L’infeudazione del regno di Sardegna e Corsica avvenne nella Basilica di San Pietro a Roma il 4 aprile 1297. Giacomo II ricevette dalle mani di Bonifax la simbolica coppa d’oro che lo faceva, di nome, Dei gratia rex Sardiniae et Corsicae. L’atto era di tipo ligio, e specificava che il regno – non le isole fisiche – apparteneva alla chiesa che l’aveva istituito, ed era dato in perpetuo ai re della Corona di Aragona in cambio del giuramento di vassallaggio (che non intaccava minimamente le forme statuali, era solo un contratto).

Tra le altre condizioni si stabiliva che il regno non potesse essere mai diviso (regnum ipsum Sardiniae et Corsicae nullatenus dividatis) e che i suoi re fossero sempre gli stessi che regnavano in Aragona (quod unus et idem sit rex regni Aragonum et regni Sardiniae et Corsicae).

Il vicerè di Sicilia, Federico, fratello minore di Giacomo, amareggiato perché questi non aveva ottemperato al testamento di Alfonso III, rifiutò la pace e si schierò con i siciliani che, sentendosi traditi dal nuovo re Aragonese, lo dichiararono decaduto ed elessero Federico al trono di Sicilia nel 1295.

A questo punto Giacomo intervenne, a fianco degli Angioini, contro il fratello, con la sua flotta aragonese affiancata da quella napoletana, a Capo d’Orlando, nel luglio del 1299, Federico fu sconfitto, ma riuscì a salvarsi e continuò a resistere.

La guerra del Vespro terminò con la pace di Caltabellotta il 31 agosto del 1302. Essa salomonicamente prevedeva che Federico III mantenesse il potere in Sicilia, ma con il titolo di Re di Trinacria (quello di re di Sicilia era lasciato pro forma al re di Napoli) fino alla sua morte, dopo l’isola sarebbe dovuta tornare agli Angiò. Sanciva inoltre l’impegno che Federico sposasse Eleonora, sorella di Roberto d’Angiò e figlia di Carlo II.

I catalano-aragonesi sbarcarono in Sardegna nel 1323 non per occuparla, ma chiamati in aiuto dall’Arborea contro le colonie pisane nell’isola, così dopo 27 anni dall’istituzione del Regno di Sardegna, rimasto fino ad allora mero titolo onorario, la corona aragonese ebbe modo, grazie all’incauta richiesta arborense, di attuare la licenza invadendi della Sardegna.

Quelle che erano semplici colonie pisane vennero trasformate in stato dagli aragonesi, prima fra tutte Castel di Cagliari.

Nel 1347 salì al potere, nel Giudicato di Arborea, Mariano IV, in breve i buoni rapporti tra il giudice e il regno aragonese si deteriorarono. La continua espansione di questi causò la guerra, continuata nel 1376 da Ugone III e soprattutto da Eleonora, infine da Leonardo De Alagon, che resistette fino al 1478, dopodiché l’intera isola entrò a far parte del Regno di Sardegna e della Corona aragonese, perdendo la sua indipendenza, diventando un’altra entità statuale che manterrà la sua specialità fino al 1847 e il nome fino al 1861.

(Storia medioevale – 19.4.1996) MP

Commenti (18) persi 10, forse spam

Nefando Bonifax
8 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.0.242.15
Inviato il 11/12/2012 alle 19:18 (riferito a lezione 71, ndt)
Dinnanzi a versi come questi si dimentica l’uomo e si ritrova la poesia, più che il poeta.
E questa poesia mi ha fatto venire in mente un poeta brasiliano, Heleno Oliveira, dinnanzi alla bellezza di firenze.
E il muro, la terra che ricorre, ora come sabbia ora come cosce fumanti di donna.
Mi piace, molto, come il futurismo che pure riprende Majacovskij che non è fascista.

Nefando Bonifax
7 #
ivy phoenix
edera.fenice@tiscali.it
109.115.146.129
Inviato il 08/07/2011 alle 05:52
certo che ho fatto anche studi in criminologia… vinsi una borsa di studio là 😉

Nefando Bonifax
6 #
Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
paolasixsix@yahoo.it
159.213.40.5
Inviato il 28/05/2010 alle 09:28
mhi che intrighi!!!
ecco da chi hanno imparato i nostri…;-D
eppure non mi pare che abbiano studiato molto…:-D

Nefando Bonifax
5 #
giampaolo
bresciani.giampaolo@tiscali.it
88.51.210.128
Inviato il 26/05/2010 alle 12:11
Ciao angel,ti lascio un salutino.giampaolo.

Nefando Bonifax
4 #
notimetolose
notimetolose.myblog.it
notimetolose1@gmail.com
151.51.43.126
Inviato il 03/05/2010 alle 14:57
Sono proprio curiosa di leggere della guerra santa e delle crociate. Troppo attuale per perdersi un simile post.

Nefando Bonifax
3 #
brunetta
metal@pesant.it
87.5.245.24
Inviato il 02/05/2010 alle 11:52
pentole? Secondo lavoro?
Guarda che chiamo Brunetta.
La Brunetta dei ricchi e poveri.

Nefando Bonifax
2 #
metal
metal@pesant.it
87.8.241.157
Inviato il 01/05/2010 alle 13:24
E scoprirai che anche gli altri nove principi saranno poco applicati…
Bella questa…, sembri una presentatrice televisiva che presenta il palinsesto… 😉

Nefando Bonifax
1 #
Blog Admin
bresciani.giampaolo@tiscali.it
88.51.210.128
Inviato il 23/04/2010 alle 08:45
Mi e’ venuto un mal di testa…ciao.giampaolo.

ESTIQAATSI!

Lezioni condivise 40 – Dell’archetipo

30 Mar 2010 @ 6:14 PM

Trovarsi in presenza di un archetipo… è quasi impossibile poter essere al cospetto di un tale misterioso volume… forse in un museo o tra i testi antichi di una importante biblioteca? macché! parliamo davvero d’altro giacché l’archetipo è solo un’ipotesi cui teoricamente si risale per mezzo di copie esistenti e successive ad esso.

Sarebbe peraltro insensato, una forzatura, riferire il termine alla produzione letteraria odierna… e comunque arduo e del tutto convenzionale, volerlo individuare.

Tale rompicapo eserciterebbe il suo fascino nel suo spazio naturale, forse un vecchio convento, una situazione che possiamo evocare solo con la fantasia.

Peraltro ognuno di noi ha i suoi piccoli o grandi manoscritti – anche se oggi l’abbandono quasi totale della penna per pc e note book, rende tutto più asettico. Qualche giorno fa mi emozionavo nel rivedere alcuni testi adolescenziali e constatavo di avere difficoltà a decifrare qualche termine… ma siamo all’emulazione.

Lungi dalle banalizzazioni, la parola archetipo spalanca al nostro immaginario un mondo ancestrale, ove su leggii, scaffali o tavoli di legno, si intravedono manoscritti precedenti all’invenzione della stampa, e non si tratta di archetipi o non si può provare che lo siano, saranno solo antiche copie che incutono rispetto e soggezione e che quasi si teme sfiorare, come se altrimenti ci si caricasse tutto un passato sulle spalle.

Convenzionalmente l’archetipo è quel manoscritto da cui discendono tutte le altre copie (non è detto coincida con l’originale e quasi mai esiste fisicamente), denominate testimoni, a loro volta legate da rapporti di parentela. Tutti i testimoni devono avere almeno un errore comune, che dà la possibilità di redigere lo stemma codicum, i vari rami di fratellanza tra i codici.

Esempio di stemma codicum (o albero genealogico) (q):

Tra diversi rami, i codici, oltre all’errore in comune, avranno un errore separativo. Nello schema c’è ad esempio almeno un errore in comune tra le copie C e D e separativo con il ramo A, ma anche C e D avranno tra loro un errore separativo.

Partendo dai testimoni si delinea l’albero genealogico – come se si operasse per delle persone in base al DNA – riconoscendo dunque le copie di una stessa famiglia, le collateralità (rapporti orizzontali) o verticali (discendenza diretta, senza errori separativi), sotto famiglie…

Altro esempio:

L 1- L2: hanno un errore in comune, fanno parte di una stessa famiglia;

P 1-3-5: sottofamiglia, errore comune con il ramo beta, comune e separativo con L.

I codici P ed M sono collaterali a L, ed M rappresenta una ulteriore sottofamiglia; né vi è rapporto verticale (diretto) tra P ed M, perché tra loro vi è un errore separativo.

E’ importante chiarire che disegnare uno stemma non serve a trovare i rapporti tra i codici, in quanto lo stemma stesso rappresenta i rapporti tra i codici.

Lo stemma codicum, per quanto e fin dove serve, è utile per la scelta delle varianti nella stesura dell’edizione critica di un testo.

Occorre precisare che la variante non è un errore, esso infatti si discosta dalla volontà dell’autore; tra le varianti invece occorre trovare quella che ne rappresenta la volontà, eliminando dunque gli errori.

La scelta tra le varianti non è immediata… ci si arriva lavorando sullo stemma, individuando gli errori (alcuni dei quali si auto eliminano evidenziando le varianti).

In questo stemma è più probabile che sia giusto monte, per il semplice fatto che è meno probabile che A e C (collaterali) abbiano coinciso nell’errore.

La preponderanza di copie recanti una stessa dizione non è un indizio che possa valere nella ricostruzione filologica di un testo, conta di più la probabilistica, la possibilità, ma non la discrezionalità.

Estiqaatsi! Fatta salva la suggestione con cui ho cercato di introdurre l’argomento, benché molto assonnato, a questo punto sentirei volentieri il parere dell’illustre grande capo Estiqaatsi…

(Filologia romanza – 19.4.1996) MP

Commenti (4)

Estiqaatsi!
4 #
Paola
p.vecchiotti@tiscali.it
159.213.40.5
Inviato il 15/04/2010 alle 08:40
…chiaro come sempre…logicamente ineccepibile…:-)

Estiqaatsi!
3 #
baby
baby@alice.it
82.60.183.178
Inviato il 13/04/2010 alle 13:32
…mmmhhmm…mi sembra un neologismo… 😉
Qui l’errore dov’è? O è una variante?
ciao da baby

Estiqaatsi!
2 #
alpha
alpha@alice.it
87.8.244.45
Inviato il 11/04/2010 alle 13:46
Ho interpellato il grande capo Estiqaatsi (a dir la verità, quando l’ho evocato ad alta voce, parecchi si sono girati verso di me…: forse ho evocato qualcos’altro?)
Bel post, difficile da commentare.
Forse dovresti spiegare meglio i rapporti di parentela, ma in quello io non c’ho mai capito niente.
buona domenica
alpha

Estiqaatsi!
1 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
giuliapenzo@alice.it
82.61.36.150
Inviato il 03/04/2010 alle 22:13
Un bacione di buona pasqua
giulia

SCHINITZUS PO SARDIGNA

Lezioni condivise 39 – Francesco d’Austria d’Este

28 Feb 2010 @ 7:39 PM

Un importante documento di storia della Sardegna del primo ottocento è certamente da la Descrizione della Sardegna, relativa al 1811/12 di Francesco d’Austria Este, ritrovata e pubblicata da Giorgio Bardanzellu nel 1934.

E’ un testo d’impatto un po’ esotico e prezioso, di autore illustre – il futuro duca di Modena, capitato in Sardegna in circostanze particolari – che si degnò almeno di scrivere qualcosa e di una certa utilità storica… meglio di altri che passati dalle nostre parti in anni precedenti e successivi non ci hanno degnato di parola.

Francesco d’Austria d’Este, figlio di Maria Beatrice d’Este e dell’arciduca Ferdinando d’Austria, governatore della Lombardia, prima di diventare Francesco IV, duca di Modena nel 1815, fece, nel 1811, un breve viaggio in Sardegna, aveva allora 32 anni ed era esiliato dalle sue terre, sotto il dominio napoleonico.

Lo scopo del suo viaggio era di natura politica, un tentativo di congiura contro il Bonaparte per il quale intendeva avere l’appoggio di Vittorio Emanuele I, ma soprattutto politica matrimoniale… Infatti dopo aver tentato di sposare Paolina Bonaparte e l’arciduchessa Maria Luisa d’Austria (poi sposa di Napoleone) – che lo rifiutò in quanto violento – le sue attenzioni dinastiche si spostarono sulla primogenita del re di Sardegna, la nipote Maria Beatrice, figlia di sua sorella, l’arciduchessa e regina Maria Vittoria Teresa.

Questo matrimonio poteva avere un grande rilievo politico, perché in Sardegna, a differenza del Piemonte, non vigeva la legge Salica e, in mancanza di figli maschi sia del re, sia di Carlo Felice, Maria Beatrice era candidata alla successione.

In realtà la legge Salica era stata estesa alla Sardegna dai patti di famiglia sabaudi, ma senza il consenso del parlamento sardo (gli Stamenti o Cortes); il che consentiva, all’occorrenza, di invalidare un eventuale trasferimento della successione al ramo collaterale della dinastia, cioè al principe di Carignano Carlo Alberto, peraltro in quel periodo lontano dal Regno, ma anche in considerazione degli atteggiamenti filo-francesi della sua famiglia.

Il giudizio storico su Francesco IV Granduca di Modena è controverso, giudicato nemico acerrimo dai liberali, per alcuni fu invece un eccellente amministratore del ducato. Pare protesse le classi povere, favorì l’agricoltura e si atteggiò a mecenate verso ogni tipo di ricerca, specie quella scientifica.

Nel 1812 dunque Francesco sposò la principessa Maria Beatrice Vittoria di Savoia (1792-1840), lui morì il 21 gennaio 1846 all’età di 66 anni.

Giunto in Sardegna per i motivi anzidetti, egli fece un viaggio nell’isola, la cui vita (non solo quella di corte) commentò in un diario quotidiano di oltre ottanta pagine, trattando anche la posizione strategica, la vita, le tradizioni, i cibi, la musica, i balli, la sanità, la politica, in modo molto formale, ma efficace sotto il profilo storico.

Attraverso questo importante documento – che riguarda peraltro un anno cruciale della storia sarda, s’annu doxi, drammaticamente entrato nei modi di dire popolari come riferimento a sventure, senza che molti si rendano conto che il riferimento è al lontano 1812 – scritto in modo minuzioso, ricco di particolari, una sorta di inventario dello stato dell’isola del tempo, abbiamo importanti notizie anche sulla carestia e la conseguente peste che colpì la Sardegna in quegli anni, riversando gli effetti soprattutto su Cagliari.

La Sardegna fino al 1806 ebbe come viceré Carlo Felice, in quell’anno Vittorio Emanuele tornò in Sardegna (i reali facevano la spola con la penisola in funzione delle vicende napoleoniche).

Erano anni in cui si discuteva di misure agrarie, la prima illuminazione pubblica a Cagliari (1815)… ma quell’anno, il 1812, quello de “su famini de s’annu doxi”, si assistette all’invasione della città da parte dei contadini dei villaggi, il cui raccolto era andato male e cercavano lavoro in città, era l’anno della schedatura dei mariuoli (contadini che per studiare all’università facevano i servetti), dell’epidemia pestifera.

Il futuro granduca descrive i membri della corte presenti in Sardegna, i loro palazzi, le giornate. E’ ostile verso Carlo Felice e verso la sua vita monotona.

Il manoscritto è tuttavia disordinato, probabilmente scritto per uso personale.

Descrive i quartieri di Cagliari: la lodata Marina (Lapola), allora il quartiere più attivo. Cita la Chiesa sant’Agostino, nel largo, incuneata in un palazzo, la presenza dei gatti, la malaria – con descrizioni drammatiche che ricordano pagine manzoniane – i morti per strada, il lazzaretto… Ci dà anche notizie particolari come quella che si poteva accedere a un titolo nobiliare mettendo a dimora quattromila ulivi.

Riguardo al resto della Sardegna, è minuziosa la descrizione di Alghero, definita “L’unica fortezza vera in Sardegna. Tutta la città, e fortezza è al piano al Mare. Da una parte il mare bagna le mura della fortificazione… Poi vi è dalla parte di terra verso Mezzogiorno un bastione grande con una grande torre, grossa, rotonda, i cui muri sono grossi due tese, e dodici tese di circuito, ove sono i prigionieri di Stato…”

Fosse quello che fosse il d’Austria d’Este, apprezziamo e condividiamo il suo modo di valorizzare un viaggio, di essere stato un attento osservatore e di averci tramandato la sua particolare visione della Sardegna del tempo.

Descrizione della Sardegna (1812) – Francesco d’Austria-Este (a cura di Giorgio Bardanzellu), introduzione alla edizione anastatica di Carlino Sole. Edizioni della Torre, Cagliari, 1993.

(Storia della Sardegna – 19.4.1996) MP

Commenti (6)

Schinítzus po Sardigna
6 #
gabbia nella
gabbianella@alice.it
82.58.217.169
Inviato il 02/04/2010 alle 00:18
Vedi? Pensi subito a tenermi a pane e acqua!
Povera nella gabbia!

Schinítzus po Sardigna
5 #
ivy phoenix
edera.fenice@tiscali.it
109.113.28.150
Inviato il 28/03/2010 alle 22:52
urka… che commento emma…
beh sembra una lingua straniera…
ciao.. sempre le tue lezioni che arricchiscono la nostra cultura..

Schinítzus po Sardigna
4 #
tertium non datur
giuliapenzo@alice.it
87.0.32.1
Inviato il 22/03/2010 alle 23:42
tertium non datur,
ma un terzo commento sì… 🙂 )

Schinítzus po Sardigna
3 #
g
giuliapenzo@alice.it
87.8.244.241
Inviato il 20/03/2010 alle 19:39
Sì, per il titolo, mi ero accorta ed è un’escamotage simpatico per attirare alla lettura.
Sulla legge salica, certo, concordo per l’ingiustizia sottostante e sulla discriminazione crudele.
Dicevo che per assurdo in questo modo molte donne si sottraevano a matrimoni che potevano essere utilizzati per secondi fini. In realtà mi era balenato proprio come pensiero assurdo, conoscendo poi i matrimoni combinati all’epoca.

Schinítzus po Sardigna
2 #
emma
giuliapenzo@alice.it
82.60.161.36
Inviato il 19/03/2010 alle 23:42
schinítzu, nm: ischinitzu, schinnitzu, sciníciu, scinitzu, sfinítziu, sfinitzu zenia de idea chi no lassat istare in pasu, coment\’e pidinu pro cosa chi si timet o chi si tiat cherrer a presse, chi no s\’idet s\’ora de aer o de fàghere / s. de brenti = afinamentu, isanimamentu afródhiu, arreolu, fazellu, finitzu, frenédiga, furighedha, pestighinzu, pidinu, pistu su spédhiu ponit scinitzu ¸ fillus mius, candu no seis in domu tèngiu unu schinitzu!… ¸ allodhu torrau, no tenit assébiu: a ndi tenit de scinitzu! ¸ dh\’anti portada a su spidali ma teniat giai su scinitzu de sa morti, e difatis s\’est morta una pariga de oras apustis 2. ti biu a bisur\’e fàmini: ita tenis, schinnitzedhu?! irrequietézza, smània
Ho imbroccato il termine giusto? Mi pare strano, mi verrebbe da capire piuttosto: descrizione…
Povera Maria Beatrice! A quanto pare era veramente violento: è morta a 48 anni, mentre lui a 66…
La legge salica qualche volta salvaguardava le donne da cattive mire. A quanto pare in Sardegna non funzionava così.
Menomale che siamo ancora nell’anno 10.
Buona notte
emma

Schinítzus po Sardigna
1 #
lori
processoallaparola.splinder.com
diotima47@hotmail.it
93.46.71.142
Inviato il 18/03/2010 alle 20:59
ma…come hai fatto a mettere la musica? io…io…ho voglia di chiuderlo il mio esautorato anemico blog. Meglio venir qui a studiare la Storia.

T’IS KAL’I, FEDELI ALLA LINEA

Lezioni condivise 38 – “Sulla tirannide”

31 Gen 2010 @ 10:47 PM

Il giudizio sul Machiavelli (che tratto quale oggetto di studio e non da entusiasta del soggetto) nel corso del tempo è stato piuttosto controverso. Dai detrattori più estremi, con accuse di immoralità, crudeltà, disumanità, fino a coloro che hanno addirittura visto il “Principe” come un’opera, che mostrando la spietatezza della dittatura, in realtà la disprezza e ne rappresenta addirittura una visione satirica.

Proviamo a conoscere il personaggio, il suo ambiente, la sua storia, per quello che è, oggettivamente.

Firenze, dopo la scomparsa di Lorenzo il Magnifico (1492) e la breve successione del figlio Piero, visse la cacciata dei Medici (1494) e l’instaurarsi di un nuovo ordinamento repubblicano con la chiamata del carismatico fra Gerolamo Savonarola, autore del libro “Sulla tirannide” contro il potere mediceo. Egli, ben voluto dal popolo cui aveva dato voce, cadde soprattutto per volere del papa Alessandro VI (Borgia), che lo scomunicò e ne favorì la condanna al rogo.

Caduto il frate, Firenze mantenne tuttavia gli ordinamenti da lui voluti, la sua tradizione comunale e repubblicana, una sorta di   umanesimo civile, che non si sviluppò a corte, ma nella società.

Machiavelli divenne segretario della Repubblica fiorentina solo qualche giorno dopo la caduta del Savonarola, del quale, a lungo andare, dovette riconoscere alcuni meriti, anche se per conclusioni completamente opposte.

Nel cap. 18, libro primo dei “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio”, interrotti per iniziare “Il Principe”, egli tratta “In che modo nelle città corrotte si potesse mantenere uno stato libero, essendovi; o, non vi essendo, ordinarvelo” e conclude che non è possibile senza il ricorso a un “principe”.

I Medici stessi – sostiene – dovettero tenere un regime fintamente repubblicano, con la signoria, il consiglio dei settanta e via dicendo, ma sotto il loro controllo. Il sistema di elezione, sorteggio dei candidati prevalentemente scelti per censo, avveniva in modo pilotato. Inoltre, la veloce rotazione delle cariche (non più di un paio di mesi) non consentiva che alcun cittadino potesse acquisire alcun potere, che restava tutto in mano ai Medici.

La signoria di Lorenzo funzionò per il suo prestigio e per la sua abilità (si comportava come primus inter pares), non fu così per il figlio Piero, troppo arrogante e impreparato. Quando nel 1494 scese Carlo VIII, egli si arrese senza condizioni, mettendogli praticamente in mano l’intera Toscana, causando la reazione delle città e della stessa Firenze, fino alla cacciata dei Medici a furor di popolo.

Nella nuova situazione gli Ottimati (nobili, benestanti) cercarono di prendere il sopravvento. Essi proposero un consiglio di 500 persone. Si sviluppò un largo dibattito sul modello di governo da adottare. Ci fu perfino un principio di guerra civile. Infine entrò in gioco Savonarola, che si giovava del sostegno popolare e di qualche intellettuale (es.: Pico della Mirandola).

Savonarola accostò la figura del buon cristiano a quella del buon cittadino, insieme a una concezione pauperistica, contro peccato, lusso, ricchezze. Spinse Firenze verso la moralizzazione come se stesse attuando una missione. Partendo da principi comunemente ritenuti conservatori (San Tommaso), pervenne a risultati rivoluzionari, che allarmarono sia il papato, sia la nobiltà fiorentina. Benché, come Dante, ritenesse che il miglior governo fosse quello monarchico, in quanto rispecchiava quello del regno dei cieli (reductio ad unum) e a condizione che il sovrano non fosse un tiranno, pensava anche che la monarchia fosse congeniale ai popoli servili e non a quelli maturi; così blandiva Firenze, che riteneva matura per la repubblica, per l’uguaglianza, per la partecipazione e non avesse ad esempio bisogno della difesa mercenaria delle compagnie di ventura; dalla partecipazione sarebbe scaturita anche la difesa diretta.

In seguito alla predica del 18 dicembre 1494 – “Pertanto ti bisogna fare legge, che nessuno possa più farsi capo in Firenze, né dominare gli altri” – scrisse la nuova costituzione fiorentina, ma non la vide applicata perché fu arso vivo prima. Eppure Guicciardini, storico anticlericale, ha sostenuto che fu grazie alle riforme di Savonarola se Firenze poté resistere per ben dieci mesi, con il proprio esercito guidato da Francesco Ferrucci, contro l’assedio portato nel 1529 da Carlo V. Anche Machiavelli dovette riconoscere a Savonarola di aver introdotto ordini nuovi (repubblica, antimercenariato…), tant’è che le sue riforme gli sopravvissero.

A Savonarola è dovuto il Consiglio maggiore (1494), ordinamento mutuato della Repubblica veneziana (doge – presidente – consiglio minore [signoria] e consiglio maggiore [popolo]), un governo misto basato su reciproci controlli, per porre fine agli abusi del potere familiare di cui i Medici furono un esempio. Veniva superata la vecchia distinzione comunale tra popolo minuto, popolo grasso e magnati.

Il Consiglio maggiore era costituito dai cittadini contribuenti maggiori di 29 anni. Quando il numero dei beneficiati era eccessivo (sopra i 1500), essi si alternavano in tre tornate (sterzati). Nel 1495 i beneficiati superarono le 3000 unità.

Il sistema era comunque complesso. I poveri non facevano parte del governo, la dizione popolare si riferiva unicamente al terzo stato; tuttavia vi erano 60 eletti senza beneficio e un certo numero sotto i 29 anni.

Il consiglio maggiore votava le leggi, specie quelle tributarie e per l’elezione dei membri dell’esecutivo. La Signoria proponeva le leggi e il consiglio maggiore le approvava o le rigettava, non le discuteva. Solo se venivano ripresentate, un membro della Signoria e uno del Consiglio maggiore potevano parlare a favore o contro, e si rivotava.

Vi erano anche delle incompatibilità relative al cumulo delle cariche. Si procedeva per sorteggio dei designati in quanto il voto privilegiava le persone note e/o dello stesso rione; vi era un certo numero di rappresentanti per ogni quartiere.

Il Gonfaloniere era il rappresentante della repubblica. Esistevano poi delle particolari magistrature come quella dei dieci di Balia (o della Guerra), una sorta di ministero degli esteri che curava alleanze, assoldava mercenari, decideva sulle guerre. Anch’essi erano inseriti in un sistema di controllo. Gli otto di guardia sovrintendevano invece alle cause criminali e di polizia. Gli Ufficiali del monte (di pietà) si occupavano dell’amministrazione tributaria… e via dicendo.

Le rotazione delle cariche (di solito due mesi) venne mantenuta, perché ci fosse più partecipazione, per consentire ai cittadini di accudire anche ai propri interessi (in quanto erano gratuite), per evitare scompensi al sistema, cioè che qualcuno prendesse il soppravvento.

Nelle sue analisi e teorizzazioni sui governi, Machiavelli si rifà all’esperienza antica, soprattutto romana, che esalta l’ instrumentum regni. Egli assimila attraverso la lettura questa esperienza, facendola propria. La trova in Livio, ma anche nel libro sesto di Polibio [la monarchia produce tirannia, da cui attraverso la rivolta si giunge al governo popolare che infine sconfina nella demagogia e nell’oligarchia – ottimati – ove infine si afferma un leader, quindi si ha di nuovo la monarchia o la dittatura], nel quale la formulazione apertamente strumentale dell’uso politico della religione come forte ed efficace regolatore sociale è netta; adottata dallo stesso Cesare, che si fece eleggere pontefice massimo.

Nel 1502, Soderini, amico di Machiavelli e del popolo, in contrasto con gli aristocratici, venne nominato gonfaloniere a vita; ciò rappresentò una sorta di compromesso, tra il governo di uno solo e la democrazia.

Fu un periodo in cui nei vari quartieri si indicevano assemblee, dette pratiche o consulte (strette se realizzate con dei delegati, larghe se aperte a tutti), per discutere dei problemi esistenti. Di esse venivano stesi i verbali, alcuni dei quali firmati dallo stesso Machiavelli. Si tratta di importanti documenti perché da essi emergono le idee dei fiorentini sulla politica del tempo.

Insomma in qualche modo Savonarola continuò a incidere, al di là delle teorie.

(Letteratura italiana I – 19.4.1996) MP

Commenti (8)

T’is kal’i, fedeli alla linea
8 #
ivy phoenix
edera.fenice@tiscali.it
109.115.40.162
Inviato il 15/03/2010 alle 18:23
beh, ti aspettavo… vabbè…

T’is kal’i, fedeli alla linea
7 #
ivy phoenix
edera.fenice@tiscali.it
79.31.234.123
Inviato il 07/03/2010 alle 14:46
a me invece serve un commento saggio ed erudito… passi a leggermi?

T’is kal’i, fedeli alla linea
6 #
Nadir
mailbox_@tiscali.it
87.20.33.97
Inviato il 06/03/2010 alle 13:15
Ciao! ho trascurato il blog e quant’altro come puoi capire dalla mia presenza ad intermittenza!E’ che anche le mie idee sono ad intermittenza ultimamente… peccato mi sono lasciata sfuggire l’editore… ma noto che hai aperto un altro blog… o mi sono confusa con i commenti? Il bello è che chiedi a me istruzioni su come funziona questa nuova piattaforma… mi sta facendo impazzire non ci capisco niente!
p.s: ahò finchè non sento parlà di Rosa io non riesco a leggere questi post eruditi!!! VOGLIO GLI SPETTEGULESSSSSS

T’is kal’i, fedeli alla linea
5 #
ivy phoenix
edera.fenice@tiscali.it
79.31.234.123
Inviato il 01/03/2010 alle 20:19
mi ci vuole tempo per rimettermi il blog a post decisamente…
bella la musica in sottofondo, vero…
wordpress è meglio della piattaforma precedende, non ci piove, solo che serve tempo per imparare a gestirla e accidenti, quello non c’è…

T’is kal’i, fedeli alla linea
4 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
giuliapenzo@alice.it
82.60.159.96
Inviato il 28/02/2010 alle 01:11
giulia :
Vedi, ci si incanta con la musica qui dentro…
Citazione la tua da…?
Un tempo era impossibile il cumulo delle cariche, adesso sono magari consiglieri comunali (e anche) provinciali ecc…, solo per rimanere in tema di consiglio maggiore, senza citare i nostri deputati o senatori.
Buona domenica…

T’is kal’i, fedeli alla linea
3 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
giuliapenzo@alice.it
82.60.159.96
Inviato il 28/02/2010 alle 01:09
Vedi, ci si incanta con la musica qui dentro…
Citazione la tua da…?
Un tempo era impossibile il cumulo delle cariche, adesso sono magari consiglieri comunali, provinciali ecc…, solo per rimanere in tema di consiglio maggiore, senza citare i nostri deputati o senatori.
Buona domenica…

T’is kal’i, fedeli alla linea
2 #
ET
pippo@sup.it
82.58.221.130
Inviato il 18/02/2010 alle 21:18
Bellissimo questo post. E me lo devo leggere con attenzione perché parla anche dell\\\’ordinamento della mia città 🙂
Davvero interessante anche la motivazione del passaggio dalla monarchia alla tirannia, e dalla tirannia al governo popolare… Un materialismo dialettico ante litteram.
Sì, desidero uno sherry…

T’is kal’i, fedeli alla linea
1 #
g
giuliapenzo@alice.it
82.60.161.114
Inviato il 13/02/2010 alle 11:18
Quel pacchetto è finito giustamente tra le mani di chi crede nel futuro e nell’amore… e nella tua grande capacità di amare.

BON’ANNU E FELICIDADE

Lezioni condivise 37 –   Il tempo di Savonarola

31 Dic 2009 @ 9:38 PM

Forse Machiavelli non è il personaggio adatto a celebrare l’inizio di un nuovo anno, ma vi dirò, mi hanno sempre stupito quelli che eroicamente celebrano in qualche modo le persone più distanti da loro, scoprendo in esse, disperatamente, qualcosa di positivo. E’ quello che è accaduto a me in questo caso, un po’ come quando Marco, dal suo punto di vista, scriveva ai compagni delle Brigate Rosse, con i dovuti distinguo…

Machiavelli trascorse a Firenze gli ultimi trent’anni del quattrocento. Là fornì agli intellettuali un osservatorio politico. Nonostante potesse sembrare un piccolo centro, Firenze divenne la patria delle dottrine politiche e della rappresentazione storica, nel senso moderno del termine.

Il nostro visse e maturò in un ambiente colto e spregiudicato, ai tempi di Lorenzo il magnifico, artefice dell’equilibrio della politica italiana. Machiavelli fu tra i pochi a criticare questa politica. Eppure quel periodo permise una fase di crescita e civiltà, una pace continua, sebbene questa stabilità celasse i contrasti esistenti tra i vari stati. Firenze tuttavia era la città più attiva nello scacchiere italiano dal punto di vista culturale e politico, il cuore dell’Italia del tempo, in cui si consumarono eventi importanti come la calata di Carlo VIII, la caduta e cacciata di Piero de Medici, l’avventura del Savonarola.

La visione machiavelliana della realtà è di respiro europeo. Il primo documento in cui Machiavelli ci appare in politica è del 1497.

In quel tempo a Firenze, nel convento di san Marco, si era soffermato un frate ferrarese, che, diventato priore, divenne l’anima del rinnovamento della città, un rinnovamento morale.

Per spiegare l’avventura del Savonarola dobbiamo pensare che siamo alla fine di un secolo colorato da paure apocalittiche, bisogni di rinnovamento, paura della fine del mondo. Anche sul piano europeo c’era stato un tentativo di rinnovamento e non poteva essere che una rivoluzione religiosa, da intendersi in senso astronomico, un “ritornare all’origine”.

Savonarola si era accorto che in città, al di là della bellezza di Firenze e del tenore di vita elevatissimo, vigeva la corruzione dei costumi e un lusso sfrenato… tema ripreso da Machiavelli ne “L’arte della guerra”: “Credevano i nostri principi italiani, prima ch’egli assaggiassero i colpi delle oltramontane guerre, che a uno principe bastasse sapere negli scrittoi pensare una acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne’ detti e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d’oro, dormire e mangiare con maggiore splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno, governarsi co’ sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nello ozio, dare i gradi della milizia per grazia, disprezzare se alcuno avesse loro dimostro alcuna lodevole via, volere che le parole loro fussero responsi di oraculi; né si accorgevano i meschini che si preparavano ad essere preda di qualunque gli assaltava.” Egli coglie il tarlo segreto che mina una società profondamente edonistica e che crede il vivere sia un’affermazione individuale, si preparava invece a diventare preda dell’invasore.

Non che egli avesse alcun problema sulla lussuria, ma proprio per questo, quando accusa l’edonismo, la sua condanna diventa più forte in quanto fatta da un laico.

Nella Mandragola, storia di un adulterio, considerata una delle commedie più pessimiste del cinquecento, il protagonista agisce con l’inganno, convince il marito dell’amata che ella sia sterile e possa guarire con un’erba mandragola, ma che il primo a fare l’amore con lei morirà e farà in modo che questi sia egli stesso… un bel “morire”.

Non si tratta tanto di una storia a lieto fine, come potrebbe sembrare. Al di là del grottesco, l’autore rappresenta il suo turbamento: perché altrove non have dove voltare el viso. Rappresenta in questo modo il degrado dei costumi.

Quello che sa di fetore nella Mandragola è che non c’è un’azione superflua, tutto corre filatissimo, tutti i personaggi hanno un fine veramente edonistico.

Il Savonarola capì quanto di precario vi fosse dentro la facciata linda di Firenze, promosse una crociata, fece tante profezie e progetti: “Far partire da Firenze il rinnovamento dell’Italia”; naturalmente ebbe per avversari coloro che vivevano negli agi. Patrocinò la riforma della politica in città, basata sul governo popolare con il Consiglio Maggiore. La sua avventura terminò però sul rogo, le sue ceneri furono gettate nell’Arno.

Machiavelli nel periodo della sua formazione assistette a questi avvenimenti. Pochi mesi dopo la caduta di Savonarola fu eletto Segretario fiorentino, incarico che cessò nel 1512.

Il sistema politico nella penisola italiana era allora basato su cinque grandi stati: Ducato di Milano, Repubblica di Venezia, Stato fiorentino, Stato della chiesa, Stato di Napoli. Questi stati vivevano e prosperavano, mentre in Europa, Spagna, Francia e Inghilterra si stavano indebolendo, essendo agglomerati di realtà preesistenti che ogni tanto proponevano i loro specifici problemi. L’allargamento di questi stati era avvenuto con la conquista, erano minati all’interno dalla lotta per il potere, con un personale intellettuale restio ad affrontare i problemi quotidiani.

L’Italia peraltro era debole per un sistema economico usurato dall’avanzata dei turchi in oriente, che bloccavano il commercio veneziano; per lo spostamento del baricentro economico con la scoperta dell’America; l’usura del sistema politico; la crisi dell’egemonia religiosa della chiesa…

Scava scava, la storia ha delle variabili, ma soprattutto degli elementi che non mutano mai. Continuo a breve, così per un po’ mi tolgo il pensiero…

(Letteratura italiana I – 18.4.1996) MP

Commenti (14)

bon’annu e felicidade
14 #
flyss
flyss-somethingchanged.blogspot.com/
82.61.167.90
Inviato il 10/02/2010 alle 11:33
desapparecido torna con le tue lezioni!!!
ciauuuu

bon’annu e felicidade
13 #
trudy
87.9.239.196
Inviato il 06/02/2010 alle 19:54
Ciao,
ho visto che hai rielaborato il testo, inserendo la tua osservazione nel contesto più che nell’opera del Macchiavelli o nelle gesta del Savonarola. Lettura interessante che potrebbe essere riproposta nei nostri gesti, non in nome di una morale, ma in nome della giustizia, dell’eguaglianza.
La foto machiavellica, potresti spiegarcela?
trudymorbidosa

bon’annu e felicidade
12 #
Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
78.13.145.144
Inviato il 31/01/2010 alle 10:15
il 31 gennaio sono giusto in tempo per augurarti buon anno anche io!!!!!
Che personaggio interessante Macchiavelli…una testina da esplorare secondo me…:-)

bon’annu e felicidade
11 #
manta
87.4.242.43
Inviato il 30/01/2010 alle 00:09
Avevo letto la mandragola a scuola, era divertente e non si conciliava con Il principe.
Ma dici che le categorie di motivi per la crisi dell’Italia siano ancora valide?

bon’annu e felicidade
10 #
giampaolo
riflessioniallospecchio.blog.tiscali.it
95.225.25.53
Inviato il 25/01/2010 alle 18:01
A questo punto ti dico “buon proseguimento”!ciao.giampaolo.

bon’annu e felicidade
9 #
Timo
130.89.210.35
Inviato il 24/01/2010 alle 17:55
Cos’è sta storia della radio?????voglio sapere tuttoooo,auguroni intanto,e..ehi, finalmetne hai cambiato canzone 😛

bon’annu e felicidade
8 #
lori
diotima47.blog.tiscali.it
93.46.66.171
Inviato il 20/01/2010 alle 23:04
radio? come? cosa?
ehm, auguri, sì…auguri…certo…io…beh…bella la musica…commossa…sgrunt

bon’annu e felicidade
7 #
cleide
62.10.210.159
Inviato il 19/01/2010 alle 15:26
Ti seguirò stasera in radio. Buon inizio Angel!!

bon’annu e felicidade
6 #
celia
78.15.205.68
Inviato il 19/01/2010 alle 10:14
In questo nuovo anno non avevo ancora lasciato un commento.
Un saluto Angel, ci sono, sono viva, sono senza ispirazione e quando posso vengo a trovarti.
Unu basu.

bon’annu e felicidade
5 #
notimetolose
notimetolose.myblog.it
151.51.35.60
Inviato il 11/01/2010 alle 19:32
Bon ann nov. E’ così che si dice nel mio dialetto. Ma è la cadenza che fa. Ci vorrebbe il sonoro. Abbraccio.

bon’annu e felicidade
4 #
Grazia
lafontedeglidei.it
88.35.39.73
Inviato il 04/01/2010 alle 09:59
Buon Anno…ti auguro tanti giorni felici e magari …un nuovo libro 🙂

bon’annu e felicidade
3 #
Graphic Emotions
graphicemotions.blog.tiscali.it//
79.1.200.30
Inviato il 01/01/2010 alle 00:45
Buon Anno a te

bon’annu e felicidade
2 #
faraluna
speranzadivita.blog.tiscali.it
78.15.223.89
Inviato il 31/12/2009 alle 22:54
Buon Anno e tanti auguri di felicità e gioia.
Un grande abbraccio.:-) faraluna

bon’annu e felicidade
1 #
signora
87.0.240.72
Inviato il 29/12/2009 alle 17:09
Bellissima sta canzone, struggente, ma non la capisco… nel testo intendo.

CHE COSA SEI…!

Lezioni condivise 36 – Tecnica del testo

30 Nov 2009 @ 2:20 PM

Mi chiedo, mentre mi accingo a scrivere una lezione un po’ insipida, a quanto fischino le orecchie a Rosa, che non vedo da anni e di cui non ho notizie da tempo e che devo citare per lusingare i discenti, manco fossi una sirena… Certo, capisco che il gossip d’ateneo sia irresistibile, ma almeno per ora dovrei davvero lavorare di fantasia o come minimo cambiare protagonista, ma so che lei è nel cuore di alcune allieve, manco fossi diventato Marìo De Filippi. Chissà se è sufficiente questo pistolettino per catalizzare l’attenzione anche sul seguito, posso ulteriormente aggiungere che lei era presente, dunque navigate con l’immaginazione e chiedetevi come mai questa lezione è così breve… Com’è quella canzone di Mina? “Lumate, lumate, lumate…”

Parole, parole, parole… quelle che gli amanuensi erano costretti a copiare ogni giorno e chissà le risate che si faceva qualche copista burlone ad inserire contaminazioni ad arte per fare impazzire i posteri nell’operazione di tradire un testo per ricavarne l’edizione critica.

Ovviamente è una boutade, non sono certo gli scherzi da frate ad aver reso necessario lo studio filologico di un testo, ma la necessità di recuperare importanti libri da pochi testimoni rimasti, spesso lacunosi e recanti diverse lezioni.

Prima dell’invenzione della stampa, l’operazione di copia di un testo a mano da parte di diverse persone rendeva scontata la presenza di errori di diverso genere e inoltre il tempo e l’usura di molti manoscritti ha fatto il resto. L’avvento della stampa dunque è una data importante per la filologia, segna un discrimine. Il numero delle copie aumenta, sono tutte uguali e presumibilmente tutte corrette e conformi alla volontà dell’autore, che invece non poteva controllare i manoscritti, soggetti a sviste che potevano accumularsi da copia a copia.

Per un autore è meglio l’errore del copista che una revisione del testo in base a qualcosa di esclusivamente sensato, ma solo verosimile e lontano dalla sua volontà. La lettura critica, ovvero la filologia, la critica del testo, cerca appunto di ridare il giusto senso all’opera e alla volontà dell’autore.

Nel Medio Evo non esisteva il concetto attuale di autore. Venivano apportate variazioni di diverso tipo, ad esempio dialettali. Quando un testo viene trascritto in un’altra parlata è soggetto a una qualche corruzione. Per evitare ciò si ricorreva alle rime, chi modificava le rime, infatti, doveva modificare anche le successive, perciò l’operazione diventava troppo laboriosa.

La restituzione del testo a quella che era la volontà dell’autore è ardua. I testimoni manoscritti possono essere unici o a centinaia. Quando si ha una sola copia, senza la possibilità di raffronti, si può comunque studiare la lingua, per vedere se si è davanti ad un testo affidabile. Con più di un testo, il problema è vedere dove le copie divergono e stabilire quale è la copia fedele.

Karl Lachmann con il suo metodo di indagine dà una svolta alla ricerca filologica, tanto che il discrimine viene definito prima o dopo Lachmann.

Prima di lui si adottava un metodo meramente empirico, ad esempio se tre testimoni (sta per copisti o copie) contro uno recavano la stessa lezione, si dava preferenza alla concordanza, o, se si trattava di esaminare una discordanza si dava preferenza al testimone più antico.

Con Lachmann, questi criteri empirici vengono sottoposti a giudizio, ovvero vengono ristabiliti i rapporti che intercorrono tra i testimoni diversi, si procede a formare un albero genealogico (stemma codicum) mediante il recupero di tutti i testi che è possibile trovare (recensio), stabilendo la provenienza e da chi sono stati copiati, onde procedere poi attraverso gli errori evidenti e significativi, escludendo le mere probabilità.

Le fasi della recensio (o censimento) sono: l’individuazione delle fonti (tradizione diretta dell’autore, tradizione indiretta [versioni, ricostruzioni, citazioni, commenti, imitazioni o parodie, allusioni]); l’eliminatio codicum descriptorum (eliminazione delle copie di un originale); la determinazione delle relazioni tra i testimoni.

Lo stemma codicum (albero genealogico della tradizione manoscritta) individua così un archetipo (cioè il capostipite dell’intera tradizione posseduta, indicato con lettera greca Ω) caratterizzato dalla presenza di almeno un errore congiuntivo comune a tutta la tradizione; o anche uno o più codices interposti, cioè testimoni inseriti tra l’archetipo e i manoscritti posseduti (solitamente indicati con lettere dell’alfabeto latino). L’ultimo atto è l’emendatio, cioè la correzione che viene apportata nell’edizione critica.

Il metodo Lachmann venne ulteriormente riveduto da Joseph Bédier, il quale baserà il suo sul criterio del codex optimus (o bon manuscript), che stabilisce a priori quale testo sia più affidabile e vicino all’originale.

(Filologia romanza – 17.4.1996) MP

Commenti (9)

Che cosa sei…!
9 #
Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
159.213.40.5
Inviato il 29/12/2009 alle 14:53
Ciao Angel!!! passo per contracambiare gli auguri, per le feste passate e per quelle che devono sempre arrivare…:-)

Che cosa sei…!
8 #
giampaolo
riflessioniallospecchio.blog.tiscali.it
95.225.25.53
Inviato il 28/12/2009 alle 16:03
Ciao angel,buon anno nuovo!ciao.giampaolo.

Che cosa sei…!
7 #
cleide
62.10.190.175
Inviato il 27/12/2009 alle 10:52
Il “pistolettino” ha funzionato, ma il seguito stavolta, almeno per me, è stato davvero interessante rileggerlo. proprio qualche giorno fa cercavo degli appunti al proposito e ho scoperto di averli persi durante un recente trasloco. Quindi questo post lo salvo. 🙂 )
Ti rinnovo gli auguri per il nuovo anno e..no, non ho trasformato il mio blog in una chat ma, se non mi rimetto a piombo, il rischio è reale.))

Che cosa sei…!
6 #
giulia
87.4.246.148
Inviato il 23/12/2009 alle 23:47
Buon Natale e un abbraccio da Giulia

Che cosa sei…!
5 #
ivy
donotpanichereiam.blog.tiscali.it
79.21.31.240
Inviato il 21/12/2009 alle 23:05
buon natale e buone feste a te

Che cosa sei…!
4 #
fanta
fantaghiro.blog.tiscali.it//
151.33.191.119
Inviato il 18/12/2009 alle 14:24
rosa..la tua ex??

Che cosa sei…!
3 #
ivy
donotpanichereiam.blog.tiscali.it
79.21.31.240
Inviato il 11/12/2009 alle 10:45
letto.. mi chiedo cosa mai mi servirà nella vita sapere queste cose, ma, in effetti, non si sa mai..
ciao max!

Che cosa sei…!
2 #
lori
diotima47.blog.tiscali.it
93.46.67.232
Inviato il 10/12/2009 alle 13:33
qua c’è da rimboccarsi le maniche per commentare adeguatamente…
Vado a studiare e torno.
lori

Che cosa sei…!
1 #
ivy
79.21.31.240
Inviato il 03/12/2009 alle 11:45
uelà!

ASSORTITE PERSONE A-FISICHE

Lezioni condivise 35 – Leggi fascistissime e disfatta

31 Ott 2009 @ 5:19 PM

All’università ogni insegnamento dava luogo ad atmosfere diverse che ho ancora presenti; naturalmente esse erano determinate da tante variabili, il docente, l’aula, la materia di studio stessa, ma soprattutto il gruppo studentesco, sempre in buona parte differente.

Il ricordo di ogni lezione è anche legata al percorso e agli incontri possibili nei corridoi nello spostarsi da un’aula ad un’altra, al sapere già che avrei potuto vedere Rosa o Viola, Melissa o Jasmine.

La lezione che precedeva Storia contemporanea si prolungava sempre fino a mangiarsi il quarto d’ora accademico, stante anche il percorso dalle vecchie aule di Magistero al nuovo Corpo aggiunto, per cui arrivavo in aula a lezione già iniziata, occupavo uno dei pochi posti a sedere rimasti, scarsa socializzazione… lezioni diverse dalle altre per questo, ma anche per quelle rapide galoppate nella histoire événementielle.

Il prof sembrava di sinistra per come marcava gli aspetti più aberranti del fascismo, altri ne traevano deduzioni opposte, in realtà si trattava di un moderato. Peraltro il fascismo non può essere preso a metro di misura per valutazioni di questo genere.

Negli anni 1925 e 1926 si assistette alla completa liquidazione dello stato liberale attraverso le leggi cosiddette fascistissime. Il parlamento diventò semplicemente notaio delle decisioni di Mussolini. Venne abolita la libertà sindacale, di stampa, di espressione, molte libertà personali, istituito il confino, soppressi i partiti politici e dichiarata la decadenza dei deputati aventiniani (quelli che abbandonarono i lavori parlamentari per protestare contro l’assassinio di Matteotti).

La sinistra parlamentare fu schiacciata dagli arresti e dalla paura del regime: il duce potè permettersi di dichiararsi responsabile dell’assassinio e di chiedere per questo un atto d’accusa nei suoi confronti, senza che nulla avvenisse.

Elementi simili, seppur grotteschi, troviamo oggi nell’azione dell’attuale premier, terrore delle escort…

Nel 1927 ebbe inizio il processo di normalizzazione. Lo stato fascistizzato si impose nella vita italiana. Lo stato stesso era ormai subordinato al fascismo, ma in realtà erano la stessa cosa, difficile distinguere ciò che formalmente erano due strutture piramidali, verticizzate, parallele: stato e partito fascista.

Il potere esecutivo del duce aveva scavalcato il potere legislativo, nonostante persistesse una sorta di impalcatura liberale: re – capo governo – prefetti – podestà, in realtà tutto il potere era in mano ad uno solo, il capo del PNF: duce – segretario pnf – segretari federali – sezioni (gerarchi).

Il raccordo tra le due strutture era il Gran consiglio del fascismo, investito dei compiti istituzionali e costituzionali. Mussolini era allo stesso tempo capo del governo e duce del fascismo, un po’ come il nanerottolo oggi… che domina il governo, stampa TV, economia, giustizia, cessi e fogne…

Membri del Gran Consiglio del fascismo erano: i quadrumviri della marcia su Roma (che è tutto dire), la segreteria e il direttorio PNF, i presidenti di senato e camera fasci, i ministri in carica, i membri del direttorio del PNF, il comandante generale della milizia, le confederazioni sindacali fasciste, il presidente della reale accademia d’italia e altri a gusto del dux.

Esso aveva poteri deliberativi – sugli statuti, gli ordinamenti e le direttive politiche del P.N.F. – e consultivi – su questioni politiche, economiche e sociali di interesse nazionale, questioni di carattere costituzionale (anche riguardo la successione al Trono), i rapporti fra lo Stato e la Chiesa e altri. Tra questi il parere sulla nomina del capo del governo e duce del fascismo. Fu avvalendosi di questo parere che il 25 luglio 1943, alle 3 del mattino, venne approvato l’ordine del giorno Grandi (con 19 voti su 28), ove “si invita il capo del governo a pregare la Maestà del Re… affinché egli voglia…assumere, con l’effettivo comando delle forze armate…, secondo l’articolo 5 dello statuto del regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono”.

La mattina del 25 luglio il duce accettò di recarsi dal re alle 17, per il consueto colloquio settimanale, duecento carabinieri circondavano l’edificio per arrestarlo, un’ambulanza della Croce Rossa era in attesa di portarlo via.

Questi fatti non mi inducono, contrariamente ad altri, a considerare Grandi, Ciano, lo stesso re, degli eroi, giammai, sono stati corresponsabili del fascismo e lo stesso Badoglio, messo dal re al posto di Mussolini, era uno sporco fascista, altro che bestia nera del fascismo!

Il regime fetente era durato più di vent’anni e nel momento della disgrazia qualcuno voleva tirarsi fuori. Fin dal dicembre 1939 il duce aveva fiutato il dissenso nel gran consiglio, infatti non lo convocò più. Nel giugno del 1940 entra in guerra di testa sua. Stabilisce una dittatura personale, è così che caduto lui, cade il fascismo.

Alcuni storici parlano di regime totalitario imperfetto, sia nel confronto con il nazismo (ove Hitler dominava con il partito), sia per il fatto che Mussolini (sbruffone quasi quanto il Berlusca) era talmente sicuro del suo potere che non si premurò di demolire del tutto l’ex ordinamento liberale, tanto è vero che Grandi potè chiedere il ripristino delle prerogative istituzionali, che consentivano al re di estromettere il duce.

Mussolini finì per non fidarsi più del suo stesso partito e fece prevalere lo stato: ministero dell’interno, prefetti e podestà diventarono i più fedeli esecutori della sua volontà. Il prefetto prevaleva dunque sui segretari provinciali del PNF e su quelli sindacali e ne aveva il controllo. Anche nei confronti degli oppositori al regime il duce si servì, in pieno regime, più dei rapporti dei prefetti che di quelli del partito. La repressione veniva esercitata attraverso carabinieri e polizia.

Impedimenti, ma solo formali, alla perfezione totalitaria del fascismo furono la presenza della monarchia e della chiesa cattolica, peraltro passive, tolleranti e accomodanti nei suoi confronti.

Il re promulgava le leggi, il re era capo dello stato, al re giurava fedeltà l’esercito, al re era sottomesso lo stato, ma tutto ciò per vent’anni fu solo forma al servizio della dittatura.

Anche la chiesa non utilizzò il suo potere di intervento capillare, che poteva vantare anche in periferia, con i parroci. Al duce fu necessario, ma sufficiente organizzare l’incontro tra chiesa e fascismo e risolvere la questione romana, aperta dal 1870 con la presa di Roma.

I patti lateranensi (1929), che comprendevano trattato, convenzione finanziaria e concordato, chiusero la questione e anche la chiesa ufficiale si accodò ai fasci, tollerandone ogni malefatta.

(Storia contemporanea – 17.4.1996) MP

Commenti (5)

Assortite persone a-fisiche
5 #
lori
diotima47.blog.tiscali.it
93.46.65.203
Inviato il 01/12/2009 alle 20:29
ho avuto un professore di Storia fantastico: Franco Gaeta, bravissimo, buono, sexy e di sinistra…
Era il 1969

Assortite persone a-fisiche
4 #
notimetolose
notimetolose.myblog.it
151.51.28.89
Inviato il 01/12/2009 alle 01:25
Hai tenuto un blog su tiscali e ce lo hai sempre tenuto nascosto?!?!? Vergogna!

Assortite persone a-fisiche
3 #
ivy
donotpanichereiam.blog.tiscali.it
79.21.31.240
Inviato il 22/11/2009 alle 14:45
sono apolitica.. non amo né quel che ha fatto l’estrema destre né l’estrema sinistra.. né la stella sul petto per riconoscere a vista “gli inferiori” né i gulag.. neanche del centro mi fido.. a volte sono solo compromessi e tiepidume. so solo che bene e male esistono ed è scegliere l’uno o l’altro che fa la persona..

Assortite persone a-fisiche
2 #
Anais anais
thepromisedland.blog.tiscali.it
87.19.226.67
Inviato il 21/11/2009 alle 19:20
uff.. qui si parla poco di Rosa e troppo di storia…ma lo sai che io preferisco gli spetteguless, Henry!!!

Assortite persone a-fisiche
1 #
lori
diotima47.blog.tiscali.it
93.46.68.224
Inviato il 15/11/2009 alle 15:26
hai notizie di Celia?
baci, lori

MARRAZZO-BERLUSCONI, CHE BIPARTISAN!

Lezioni condivise 34 – Dai monti frumentari all’economia coloniale

01 Set 2009 @ 12:03 AM

Lezione pizzosa questa, economia sarda del settecento, e non c’era neanche Rosa a render tutto più edulcorato. Render il tutto meno indigesto sarà un’impresa, tanto il premier, in forte vena filantropa (chi l’ha detto che non collabora con l’opposizione! Visto come ha subito avvertito Marrazzo dei video?), ha detto che abolirà l’IRAP… a voglia imprese!!!

Scomparso l’ultimo giudicato, quello d’Arborea nel XIII sec., scomparve in sostanza anche l’economia sarda, in quanto prima Catalano-Aragonesi e Spagnoli, poi in modo anche peggiore i Savoia e gli Italiani, hanno sempre considerato la Sardegna come terra in cui far cassa, imponendo tasse di ogni sorta e spogliando il luogo delle poche risorse che in ogni tempo resistevano ai precedenti ladrocini.

Tentativi isolati di stabilirvi una qualche attività economica sono risultati sempre inadeguati, sperimentali e poco competenti, in quanto provenivano da colonizzatori piemontesi, come il gesuita Gemelli, il quale, professore di retorica all’Università di Sassari, poco esperto di economia, volle imporre le sue tesi agricole che facevano riferimento alla pianura padana. La sua opera, da considerarsi dunque mero esercizio letterario, fu criticata in quanto dispersiva e perché non poteva avere effetti pratici nell’isola. Non teneva conto nemmeno del sistema feudale radicato ormai da alcuni secoli.

Gli interventi più efficaci in agricoltura (non che ci fosse tanta scelta) furono apportati dunque da sardi, da chi conosceva il territorio e poteva agire a ragion veduta. Se molti tentativi fallirono ciò è dovuto allo scarso appoggio del “regnanti” e dei loro apparati, che anzi si guardavano bene dall’appoggiare i successi dei sardi, come fece il Bogino con il Cossu.

Giuseppe Cossu, cagliaritano (1739-1837 o 1811), di Giovanni Battista e Anna Fulgheri, laureatosi in diritto canonico, si occupò poi di leggi e si dedicò allo studio dell’agronomia acquistando grande esperienza. Nel 1770 fu nominato dal Bogino segretario della giunta generale dei Monti Nummari e Frumentari della Sardegna. Per le sue opere agrarie ricevette diverse onorificenze. Fu socio di varie accademie italiane e fu tra i fondatori della Reale Società Agraria ed Economica di Cagliari. Nel pieno della sua attività fu appunto messo a riposo, si dedicò allora ai viaggi e a Firenze venne accolto nell’Accademia dei Georgofili.

Egli ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione civile dei Monti granatici, nato come strumento della chiesa per aiutare le famiglie più deboli ed incentivare la coltivazione del grano da parte di ogni famiglia. Purtroppo, una volta in mano allo stato, questa istituzione umanitaria si trasformò in un’ulteriore gabella per il popolo e i fondi dei monti finirono per essere usati per altri scopi. A metà ottocento cominciarono ad essere chiusi. Giorgio Asproni e Giovanni Battista Tuveri si occuparono nel 1849 di proporre il riordinamento dei Monti di soccorso in Sardegna, in qualità di deputati al parlamento sabaudo, senza ottenere granchè. Infatti essi vennero pian piano trasformati in casse di credito agrario, specie in epoca fascista. Nacquero il Banco di Cagliari e altri, e i monti pian piano si estinsero. Nel 1944 nacque il Banco di Sardegna.

Secondo Cossu i problemi dell’economia sarda non dipendevano solo dalla crisi della cerealicoltura. Vi era il vizio di fondo di insistere su attività sviluppate in Piemonte, sulla moriografia, la coltura del gelso, ad esempio, solo perché alimentava il baco da seta o l’incrocio delle “razze” agricole sarda e piemontese.

Il settecento ebbe una discreta presenza di intellettuali in Sardegna, dall’Angioy al Sulis.

L’Angioy cercò di introdurre la coltivazione del cotone. Importò dei semi dall’Egitto. Il clima mediterraneo poteva essere adatto, ma la sua attività non ebbe il necessario sostegno.

Il Tola ritenne che anche l’analbabetismo fosse un deterrente allo sviluppo dell’economia sarda, fece dunque una proposta per ridurlo e individuò i parroci quali veicoli culturali per lo scopo.

Nel 1804, sotto il viceregno di Carlo Felice, sorse la Reale società agraria.

Infrastrutture dovevano essere lasciate agli agricoltori, dovevano sorgere fattorie nelle campagne, ove dovevano spostarsi per dieci anni gli abitanti dei paesi, per rendere produttive le terre; i terreni recintati, come anche i pascoli (pastorizia stanziale).

Senza pascolo brado, però, occorreva procurare l’erba. La riforma del Bogino lo previde, ma in Sardegna era problematico.

Si preferiva affittare i terreni ai pastori, piuttosto che coltivarli. Dopo il moto de “su connottu”, che si opponeva alla impossibilità per i pastori privi di terra del pascolo a valle, con le chiusure dei terreni, con le tanke, essi furono costretti a salire in montagna. Così iniziò l’annosa rivalità tra contadini e pastori.

(Storia della Sardegna – 17.4.1996) MP

Commenti (14) persi 5

Marrazzo-Berlusconi, che bipartisan!
9 #
Timo
192.87.16.130
Inviato il 14/11/2009 alle 18:24
Cuiao! Interessantissimo! sapevo pezzi della storia ma ora il quadro “quadra” 🙂
E quindi con queste tancas fattas a muru, e ita fadeus? ma soprattutto con l’analfabetismo? perchè i secoli son passati ma purtroppo l’ignoranza regna ancora.
Bacioni, son di nuovo in Europa da quasi un mese ma senza ispirazione! sovraccarico di esperienze non so da dove cominciare…il blog intanto appassisce. ma a presto (speriamo)
parola da inserire: girano (beh si mi girano se ripenso a ciò che subisce e ha subito la Sardegna)

Marrazzo-Berlusconi, che bipartisan!
8 #
ivy
donotpanichereiam.blog.tiscali.it
79.31.23.16
Inviato il 14/11/2009 alle 15:33
davvero credo che saranno in pochi in grado di commentare questo tuo post.. io me ne levo fuori, qui non ho le competenze davvero

Marrazzo-Berlusconi, che bipartisan!
7 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
87.4.242.115
Inviato il 11/11/2009 alle 18:02
Oh, vuoi anche la panna?

Marrazzo-Berlusconi, che bipartisan!
6 #
flyss
flyss-somethingchanged.blogspot.com/
88.59.227.2
Inviato il 09/11/2009 alle 19:55
ecco!!!
meno male che continuo a sbirciare anche il vecchio blogghino!!!
ho sistemato le impostazioni…ora i commenti sn disponibili da tutti gli utenti 😉 basta mettere “utente anonimo”
thanks per avermelo fatto notare!!! xxxx

Marrazzo-Berlusconi, che bipartisan!
5 #
flyss
flyss-somethingchanged.blogspot.com/
88.59.227.2
Inviato il 07/11/2009 alle 22:40
ciao angel..cambio piattaforma
migro su google
http://flyss-somethingchanged.blogspot.com/
tiscali e la mia rete nn vanno d’accordo

Marrazzo-Berlusconi, che bipartisan!
4 #
emma
87.5.246.166
Inviato il 04/11/2009 alle 00:15
Sì, mi prenderò sicuramente il tuo libro…La Sardegna per me è proprio terra sconosciuta.

Marrazzo-Berlusconi, che bipartisan!
3 #
emma
82.58.221.166
Inviato il 03/11/2009 alle 16:46
Diciamo che cassa veniva fatta da qualunque parte su tutto il paese da parte della cosiddetta nobiltà.
Alla fine vincono i pastori o i contadini?

Marrazzo-Berlusconi, che bipartisan!
2 #
faraluna
speranadivita.blog.tiscali.it
78.15.225.78
Inviato il 01/11/2009 alle 10:51
Un abbraccio.:-)faraluna

Marrazzo-Berlusconi, che bipartisan!
1 #
lori
diotima47.blog.tiscali.it
93.46.70.174
Inviato il 28/10/2009 alle 14:26
abbisogno di ripetizioni, devo aver perso qualche lezione importante.

RIVOLUZIONARI IN SOTTANA

Lezioni condivise sticazziLe sventure della virtù…

19 Ago 2009 @ 11:47 PM

Mi ricollego ai commenti delle amate (non sono genovese…) Celia e Cleide del precedente post, per raccontare in breve le sventure della virtù di un blogger…

… Finirò per credere che le ferie stressino più del lavoro? Non lo credo, ma è pur vero che il blogger virtuoso cerca di barcamenarsi tra un viaggio culturale, la frescura dei monti, un bagno in mare… e al tramonto una bella multa, perché solo nottetempo il Comune ha piazzato il cartello di divieto di sosta per fare cassa e tu paghi per non avere rogne maggiori…

Oltre a questo, tra una partenza e l’altra devi pensare ai blog e all’altra miriade di social network in cui sei incasinato, per cui ceni alle tre di notte… e ti alzi a mezzogiorno… così, quando cerchi di rimediare freneticamente ai buchi lasciati nei mesi precedenti, può anche succederti di perdere il tuo tempo prezioso, sbagliando “lezione condivisa” e scrivendone una già scritta oltre un anno fa… e stava venendo pure bene, ma essendo complessina (vedi lezione 18 – aprile 2008) e cercando aiuto in quelle precedenti, ho scoperto l’inghippo…

Ecco cosa succede al blogger virtuoso… così magari domani mi alzo tardi e preparo male anche the baggage (no est unu fueddu malu!)…

Ragazze da qualche parte ho già suggerito la data (? – risposte a commenti, ndt), forse da Lory stessa… l’anniversario della Rivoluzione d’ottobre, giusto per saggiare le nostre intenzioni.

Ultimamente più che pedagogia, studio lingue, Celly… non ho neanche avuto tempo di parlarvi del libro… se ne parla a settembre, ma potete leggere tutto su uno degli ultimi post di Nenet (che non potrò mai ringraziare abbastanza, insieme ad Otto ed altre/i) e su Google… e magari continuate il tam tam…

Vi lascio il post abbozzato per non far torto a Sì… buone vacanze e medas basidus!

(Post d’emergenza, ndt.)

Commenti (8)

Rivoluzionari in sottana
8 #
Paola
lamiavitabellaebrutta.blog.tiscali.it
159.213.40.5
Inviato il 27/10/2009 alle 12:54
…wow…tutto un correre sta vita…:-)

Rivoluzionari in sottana
7 #
salem
94.38.74.45
Inviato il 15/10/2009 alle 17:54
non mi hai lasciato una mail tua e qui non vedo il “contattami” per cui ti lascio un commento: penso di poter venire martedì, i numeri di tel che hai sono ancora quelli, quindi ci aggiorniamo, o meglio mi aggiorni 🙂
Ciao Angel

Rivoluzionari in sottana
6 #
giampaolo
riflessioniallospecchio.blog.tiscali.it
95.225.25.53
Inviato il 07/10/2009 alle 15:27
Ciao angel,e scrivi qualcosa,dai!!

Rivoluzionari in sottana
5 #
cleide
62.10.192.169
Inviato il 26/08/2009 alle 23:10
Angel..Celly nun se po’ sentì.)) Del saggio ti ho già scritto e ti dirò dopo averlo letto. Buone vacanze in terramanna.))

Rivoluzionari in sottana
4 #
emma
82.58.222.67
Inviato il 26/08/2009 alle 00:48
sai come parola cosa devo inserire? “frate”…, te pare?
gentile fratello, certe volte più che i post mi imbarazzano le tue foto… non so che pensare…

Rivoluzionari in sottana
3 #
Celly
78.15.198.216
Inviato il 25/08/2009 alle 16:37
Innanzitutto sei genovese perchè o ami me o ami Cleide anche se visto che si tratta di Cleide posso dividere l’amore a meta’. 🙂
Ma dico? Devo sapere che hai scritto un libro leggendo questo post? E scusa prima di andare a letto verso le tre del mattino non potresti magari scrivermi una mail e dirmi della cosa? Hai perso almeno 1000 punti ma ti perdono solo perchè sei sardo 🙂 E visto che ti perdono compro pure il tuo libro che sicuramente deve essere molto interessante. In bocca al lupo davvero.
E invitami a qualche presentazione. E’ il minimo.
BA SI TT E DD U
La tua Celly 🙂

Rivoluzionari in sottana
2 #
Timo
192.87.16.130
Inviato il 22/08/2009 alle 12:00
eh si complessina la lezione (son andata quel d’aprile, se mi e’ concesso dir cosi’).
spero che il baggage sia stato completato per bene, have rest
simo

Rivoluzionari in sottana
1 #
cleide
62.10.195.23
Inviato il 19/08/2009 alle 10:59
Faccio l’eco a Celia? dove sei?
Ho letto per puro caso dell’uscita del tuo libro. Complimenti vivissimi.In verità cercavo in rete se ci fosse un calendario delle presentazioni. Se arrivi dalle mie parti me lo fai sapere? 🙂

SOLLAZZARSI CON “L’ARTE DI AMARE”!

Lezioni condivise 33 –  Il Sade italiano ante litteram

31 Lug 2009 @ 11:23 PM

L’idea di dover partecipare a un seminario sul Machiavelli non mi andava tanto a genio, da anni mi capitava di citarlo come esempio nefasto da evitare, con l’ausilio di aggettivi non gratificanti. Dopo il seminario non cambiai certo idea, anzi arricchii la mia conoscenza per consolidare il mio pensiero negativo, tuttavia ebbi la conferma che non bisogna essere prevenuti su alcun tipo di cultura perché comunque sarà sempre un ulteriore bagaglio utile sotto i più vari punti di vista.

Insomma, quasi nessuno è cane al cento per cento.

Il docente, autore di una famosa antologia per la scuola superiore, con fama di donnaiolo, dopo aver civettato con le studentesse dei primi banchi e averci spiegato che, ahiloro, studenti di un tempo, costretti a sollazzarsi con “L’arte di amare” di Ovidio, espose linearmente le vicende del Nostro.

A quel punto scoprii che l’unica simpatia per Machiavelli poteva essere la non osticità delle sue teorie, insomma aberranti si, ma semplici, insieme a qualche altro aspetto secondario della sua vita di intellettuale, l’esposizione, lo studio. Forse per questa immagine tranquilla e remissiva, molto in contrasto con la sua politica, alcuni letterati hanno inteso dare in determinati periodi storici interpretazioni assolutamente singolari, fino ad affermare che “Il principe” non è altro che una invettiva contro il potere assoluto e la dittatura, forse deducendolo dalle simpatie da egli mostrate per il Savonarola.

Quella del Machiavelli è una vita per la politica, tutta la sua opera è volta a dare una risoluzione al problema della ruina dell’Italia.

I suoi discorsi sono degli interventi politici, “Il principe” è una sorta di manifesto scritto di getto tra luglio e dicembre del 1513… Proprio il 10 Dicembre, in una lettera al suo amico Francesco Vettori è annunciata la pubblicazione del piccolo trattato.

Per Machiavelli lo studio del passato serve per capire meglio il presente. “Il principe” è al centro della sua opera, gli altri testi fanno da complemento. Nel “Ritratto delle cose di Francia” (politica estera), percepisce la creazione degli stati nazionali, con forme anche istituzionalmente nuove. L’italia invece è divisa in molti staterelli, anche male organizzati: o l’Italia avvierà la creazione di uno stato forte come Spagna e Francia, o l’Italia non sarà mai…

“Il modo tenuto dal duca Valentino…” analizza l’azione di un signore che secondo Machiavelli aveva capito che in Italia occorreva un principe e forme istituzionali nuove. La stessa “Mandragola” è un’opera politica. A Machiavelli si attribuisce anche il merito di aver elaborato un discorso politico-linguistico, diverso da quello filosofico.

Possiamo suddividere al sua vita in quattro parti. Il primo periodo (1469-1497) è quello della giovinezza e della libera osservazione del mondo. Esprime giudizi su Savonarola. Lo ammira, con qualche perplessità.

Il II periodo (1498-1512) è di intensa e partecipata attività politica al servizio della prima repubblica fiorentina (nata da Gerolamo Savonarola dopo la prima cacciata dei Medici). Si dedica al suo compito di segretario, partecipa, si fa coinvolgere completamente e viene ripreso dai politici perché trae conclusioni dal suo lavoro, entra nel merito. Predomina in questo periodo un’attività pratica.

III periodo (1512-1520), quondam segretarius, post res perditas (dopo che le cose sono state perdute). Cacciato dalla cancelleria, sospettato di partecipazione alla congiura antimedicea. Viene carcerato e condannato, torturato poi esiliato a San Casciano. Acquista rilievo la lezione delle cose antiche, che si innestano con le cose moderne. E’ il periodo delle grandi opere: Discorsi, Principe, Mandragola, Arte della guerra. Elabora una sorta di “empirismo applicato”.

La lettera al Vettori, considerata molto importante dai critici, è incentrata su come il Machiavelli trascorreva la sua giornata nell’esilio di San Casciano, essa è pervasa di pessimismo antropologico, di osservazioni sulla fortuna e la sua condizione. Egli divide la sua giornata in due parti, la prima è condivisa con la plebe del luogo (caccia, osteria, osservazione del traffico locale, apprendimento di notizie), di cui assume anche la rozzezza, “venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio…

Nel quarto periodo (1520-1527) vi è un graduale tentativo di rientrare nell’ambito della politica, più o meno fallito, scrive le “Istorie fiorentine”, ottiene ambascerie minori, funge da mediatore in un litigio tra correnti, sviluppa il carteggio con Guicciardini.

La sua famiglia era di piccola nobiltà, decaduta, ma viveva dignitosamente. I genitori scrivevano. Il padre era legato alla cancelleria fiorentina cui avviò il figlio. Della cancelleria faceva parte anche Coluccio Salutati, in genere chi ne faceva parte aveva una formazione umanistica, anche se al di fuori della cultura ufficiale medicea (neoplatonismo di Ficino).

Il neoplatonismo era una cultura di evasione favorita da Lorenzo il magnifico: figura della donna di perfetta bellezza; studio dell’assoluto e banalizzazione del quotidiano, contingente. Sorta di astrazione per letterati (la politica la faceva lui).

Machiavelli possedeva un libro di Lucrezio, ateo, che ci fa pensare al realismo di Machiavelli (militante e non contemplativo). Il suo realismo gli impedisce di sottomettere la realtà alle idee precostituite.

Guicciardini lo definisce stravagante, inventore di cose nuove e insolite. Attento non a come si dovrebbe vivere, ma a come si vive, essere e dover essere. Egli sembra non credere in una forza esterna che possa mutare la realtà. Visione opposta a quella di Dante: caduta uomo – Cristo – nuova caduta – veltro o un DVX (“nel quale un cinquecento diece e cinque,/ messo di Dio, anciderà la fuia/ con quel gigante che con lei delinque“).

(Letteratura italiana – 17.4.1996) MP

Commenti (3)

Sollazzarsi con “L’arte di amare”
3 #
ivy
donotpanichereiam.blog.tiscali.it
79.40.238.178
Inviato il 07/10/2009 alle 10:27
prometto che torno a leggerti con calma.
volevo dirti che mi fa piacere trovare un altro post..
e scritto con la tua solita grinta..
a presto, stai bene max

Sollazzarsi con “L’arte di amare”
2 #
pharmakon
87.9.241.83
Inviato il 04/10/2009 alle 23:07
ah, ti va di bere qualcosa?
Attento a cosa ci metto dentro…
Ti piace giocare in maniera macchiavellica, vedo.

Sollazzarsi con “L’arte di amare”
1 #
Do
cotidievivere.blog.tiscali.it
87.21.219.160
Inviato il 27/09/2009 alle 13:33
ma… tutte ste donnine succinte che ci stanno a fare????

ZÎZNASE

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