SOVVERSIVI INSEGNAMENTI

31 Dic 2016 @ 9:45 PM

Lezioni condivise 119 – Geo “alla cerca” di uno spazio.

Lo studio della geografia, già di per se complesso, è reso sorprendente, non da oggi, ma anche oggi, dall’essere scienza alla ricerca di spazi, già di per se paradossale per la disciplina dello spazio, della terra. Riesce perfino difficile credere che discipline così popolari, per quanto digeste o indigeste, a seconda dei gusti, possano trovarsi nelle condizioni di trovare nuovi spazi, non li hanno? Il cammino della scienza è appunto un movimento, esso smembra, crea nuove discipline che finiscono per prendere il sopravvento su altre, ti tolgono lo spazio, lo fanno proprio, ti svuotano…

Pare un discorso piuttosto inverosimile, lo è per noi gente comune, non lo è dove si consumano le “battaglie” scientifiche o pseudo tali… E ci sarà una ragione se qualche anno fa divenne quasi di pubblico dominio che l’insegnamento della geografia sarebbe dovuto sparire dalle scuole di grado inferiore, per essere accorpato probabilmente in qualche altra materia o smembrato in più di una.

Mi rendo conto che tra storia, economia, geologia, scienze umane e fisiche, antropologia, linguistica e via dicendo, gli spazi si siano ristretti, ma direi in riferimento a studi superiori, non alla scuola dell’obbligo.

Che fa allora la geografia, o meglio i geografi, se ancora così li possiamo chiamare; invadono a loro volta spazi? e non è che così si possa fare chiarezza. Già possiamo osservare che in differenti insegnamenti universitari si studiano argomenti simili, questo non è di per se negativo, anzi, studiare uno stesso argomento da diversi punti di vista, con approfondimenti differenti, può essere altamente formativo e specializzante.

E fin qui parliamo della scienza in se; nella politica delle scienze la situazione diventa cronaca, gli atenei esibiscono neppure troppo velatamente guerre tra dipartimenti e interdipartimenti, fino allo scontro personale, fino a contendersi gli studenti e adottare conflitti che potremmo immaginarci tra bancari o in una redazione giornalistica, piuttosto che in una università.

Eppure meditare di eliminare la geografia sembra impensabile, la scienza della terra, dello spazio in cui viviamo, se proprio fosse necessario ci sarebbero studi molto più vaghi e generici, non riesco a pensare che sia la geografia a dover cercare spazi. La scienza deve inseguire un po’ di logica: storia e geografia, tempo e spazio, che spesso si intersecano, ma sono l’elementare primitiva distinzione.

La Storia come totalità della vita umana, la geografia come sede in cui essa si svolge. Non è tutto così semplice in realtà, né si può tornare all’errore della divisione netta tra le scienze, la scienza moderna “predica” l’interazione, l’epistemologia, la cui applicazione distorta porta poi agli effetti anzidetti. Il sorgere di un problema non dovrebbe mai essere risolto moltiplicando i problemi all’infinito, fino al caos.

Così una inventiva, una visione anche eccezionale dello spazio e del tempo, quasi inimitabile, come quella di Fernand Braudel, riaccende la polemica: era storico o geografo? Entrambe le cose, perché solo storico e non anche poeta… Siamo alla banalizzazione dolosa delle discipline di studio.

Quando arriveremo a discernere di Geografia storica (tra complessità, interesse e assestamenti sottili), potremo anche scoprire che è più importante l’oggetto di studio del nome in cui viene racchiuso.

In realtà in questi anni c’è stato perfino qualcunƏ che ha tentato di mettere sotto attacco la Storia, gente inconsistente per fortuna, quellƏ che imaginano tunnel infiniti ove passano gli elettroni o roba simile, specie di micro-gasodotti scavati all’insaputa di chiunque… La Storia non è nemica di nessuno, riporta i fatti del tempo vissuto dall’uomo, ma la Storia a volte è percepita come il tuo avversario, scienza che ti opprime e che autorevolmente si pone in una posizione di disturbo rispetto alle scienze umane e anche rispetto a quelle fisico naturalistiche. E questo non è detto da gente qualsiasi, si mettono in moto filosofi per giudicare le scienze e chi le muove, il confine tra soggettività e oggettività è sempre vago, come il giudizio su tesi interessanti e non.

L’ambito di ricerca della storia è stato lo stesso di altre scienze dello spirito (filosofia e altre), questo sotto certi aspetti è naturale, tuttavia gli storicisti si posero il problema della necessità di differenziarsi, di centrare un particolare, anzi essere la scienza del particolare, lasciando alle altre scienze umane un ruolo più generale, delle ripetitività. Questa dicotomia è passata nel mondo scientifico: Storia come particolarità, totalità della vita umana, dell’azione e del pensiero; le altre scienze umane e fisiche, relative alla generalità. L’evento storico allora viene definito da tre caratteri peculiari: unicità (irrepeatability): ogni evento storico è definito nello spazio e nel tempo perciò è irripetibile; correlazione: ogni evento storico è correlato con un altro fatto o evento storico, dunque i fatti storici sono correlati tra loro; significato: capacità di apportare modificazioni, dunque, senso dell’evento. Gli storicisti devono distinguere anche per opportunità pratica, per la contrapposizione che c’è tra scienze umane e scienze fisiche per avere maggiore potere contrattuale da parte dei docenti, borse di studio e via dicendo, dunque necessità anche pratiche.

Wilhelm Windelband (1848-1915) e Wilhelm Dilthey (1833-1911), filosofi, sono tra i maggiori esponenti della scuola storicista di Heidelberg (detta anche scuola del Baden). I due storicisti fanno la migliore teorizzazione della differenza tra le scienze naturali e dello spirito. Nelle scienze naturali, il soggetto della conoscenza è esterno (diverso) dall’oggetto della conoscenza. L’uomo si pone in relazione con qualcosa di diverso da lui che apprende per conoscenza causale: metodo induttivo o empirico. Nelle scienze storiche il rapporto con la storia da parte dell’uomo e nello stesso tempo anche oggetto della conoscenza; l’uomo è compreso nella realtà storica, che deve essere studiata dall’uomo stesso.

La comprensione della realtà storica per Dilthey avveniva attraverso un’analisi dell’uomo come individuo (psicologia). Prima occorre partire da una base psicologica, conoscenza dell’uomo, poi dal suo ruolo di animale sociale.

Dilthey, fondatore dello storicismo tedesco, nell’Introduzione alle scienze dello spirito delineò le differenze dell’oggetto di indagine delle scienze dello spirito rispetto a quello delle scienze naturali.

Riaffermò l’importanza della storicità nella scoperta dell’influenza delle cause sociali sulla formazione dell’uomo e del mondo, e sostenne il primato e l’autonomia dei fatti nella storia.

Mentre le scienze naturali tendono a rivelare le uniformità del mondo grazie al loro oggetto che è esterno all’uomo e viene compreso attraverso la spiegazione di un fenomeno, le scienze dello spirito tendono a vedere l’universale nel particolare indagando all’interno dell’uomo e sono capaci di comprendere un fenomeno.

Nell’opera Il contributo allo studio dell’individualità, Dilthey afferma che l’oggetto del comprendere è l’individualità. Negli Studi per la fondazione delle scienze dello spirito e nella Costruzione del mondo storico lo stesso Dilthey afferma: “Il comprendere è il ritrovamento dell’io nel tu”.

Per Dilthey il processo della comprensione risiede all’interno delle scienze dello spirito, e il comprendere non è un comportamento teorico, ma il rapporto che l’uomo intrattiene con sé stesso. Spiegare e comprendere sono solo due diverse direzioni della coscienza che giungono a costituire due differenti categorie di oggetti (agli oggetti dello spiegare corrispondono le scienze empiriche; agli oggetti del comprendere, le scienze storico-sociali). L’ermeneutica.

Windelband è più preciso di Dilthey: egli pone una differenza tra scienze nomotetiche (nomos e regola, legge), generalizzanti, che tendono a scoprire il funzionamento del mondo fisico, causalmente (secondo il rapporto di causa ed effetto) e scienze idiografiche (idios, individuo), individualizzanti, che puntano a cogliere il particolare, l’irripetibile, unico, originale, circoscritto nello spazio e nel tempo, che deve essere compreso e non spiegato causalmente.

Questa distinzione la fa in Storia e scienza della natura (1894), le nomotetiche (dal greco nómos e thetikós: «che stabilisce leggi») e le idiografiche (dal greco ídios e graphikós: «che descrive il particolare»: le prime sono le scienze della natura che, descrivendo fenomeni che si ripetono esattamente nelle stesse condizioni, possono formulare «leggi» generali, mentre le seconde sono le scienze storiche che, studiando fenomeni che accadono una volta sola, unici, non ripetibili e particolari, non formulano leggi generali, ma esprimono «figure» individuate dal loro «valore» (ad esempio, immagine idiografica), perché «solo ciò che è unico ha valore». Storia di valori, dunque.

La filosofia in quanto scienza critica della storia esprime giudizi di valore, o critici, ovvero esprime le relazioni tra i fatti e la coscienza giudicante, acquisendo validità oggettiva. Il suo compito è stabilire le «norme» sulle quali si fondano i tre giudizi critici fondamentali (valori universali): il giudizio logico, il giudizio etico e il giudizio estetico, ovvero della “coscienza normale” o normativa.

Le idee dei due entrano nella riflessione geografica grazie a Alfred Hettner. Egli ha una visione moderna della geografia che condivide in pieno le tesi storiciste, ma non ha trovato seguito. Per Hettner la geografia è un modo per osservare la realtà. Tutta la storia produce variazioni nello spazio e nel territorio. E’ la storia che produce spazio (Kant: non esiste nè spazio nè tempo, se non quello che noi viviamo – viriamo, dalla nostra mente). L’elaborazione concettuale geografica, nel tentativo di fare ordine, diventa piuttosto oscura ed è una posizione pericolosa perché condividendo le tesi storiciste mette in pericolo l’esistenza della geografia stessa, in favore della storia (in ambito accademico) che si fa forte del rischio di suo stesso smembramento.

Siamo a concezioni sostanzialmente filosofiche. Hettner, in uno dei tentativi di salvataggio, opta per il regionalismo (benché non fosse una novità), in senso di spazio, di definire l’irripetibile, l’unico, l’originale. Egli riteneva lo spazio un prodotto della storia, che nel presente veniva esercitato dall’uomo nel suo spazio vitale. Egli si è occupato intensamente di geografia del paesaggio. Ramo dell’insegnamento fondato nel 1919 da Siegfried Passarge, perché ci fosse uno sviluppo rispetto all’approccio meramente morfologico, verso orografia, geologia, geomorfologia, climatologia, della flora e della fauna. Egli ha valutato i precedenti Länderkunde (studi nazionali) più che sufficienti, benché contraddicano Passarge per una coreografica visione del paesaggio: corrispondente a una scala compartimentazione di Erdräume (spazi terrestri), divisioni dimensionali tra continente, paese, paesaggio e, infine, località, la più piccola unità di classificazione dimensionale, intendendo come tale un limitato spazio territoriale, ove avvengono modifiche temporali (per lo storico), nello spazio (per il geografo), ad esempio la viticoltura, soggetta a nuove tecniche e modifiche nel tempo e nello spazio.

Hettner ha aggiornato molto questi concetti, specie quello corologico, lo studio dei luoghi e delle regioni, un concetto che ha influenzato sia Carl O. Sauer che Richard Hartshorne.  Lo stesso Alfred Hettner ha pubblicato nel 1907 il libro L’Europa, ove sostiene che la geografia è una scienza corologica (studio della distribuzione geografica di organismi viventi) e si basa sullo studio di regioni. Ha respinto l’idea che la geografia può essere o generale o regionale. Anche la Geografia come gli altri campi del sapere, deve fare i conti con la relazione tra unico e universale, regionale e generale, ma lo studio delle regioni è il campo principale della geografia.

(Geografia – 21.1.1998) MP

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ashlyn
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How come all the cool girls are…?

UNGAREXIT

27 Giu 2016 @ 10:05 AM

Lezioni condivise 113 – Last but not least. Critica.

Lo stato italiano fatica a condannare in pieno il fascismo, nonostante la sua Costituzione, che in qualche modo da tanti anni delegittima favorendo, di fatto, la nascita e la proliferazione di organizzazioni fasciste. Gli esempi sono tanti e si ripetono quotidianamente, non solo da parte di fascisti dichiarati, ma anche di fascisti di fatto, sia nei mass-media sia nella vita di ogni giorno.

E’ una storia lontana, paradossalmente precedente alla caduta del fascismo, che probabilmente va a toccare le radici illiberali e antidemocratiche dello stato italiano. Ma cosa è successo dopo la Liberazione?

Sappiamo che gli artefici della Liberazione sono tanti, ma in essa ha avuto un ruolo determinante la Resistenza partigiana e in questa prevalentemente, quella di sinistra: comunista, socialista e azionista.

Eppure Togliatti, già nel 1946, da ministro della giustizia, portò all’approvazione un’amnistia che estingueva le pene per i reati commessi dai fascisti anche durante il periodo repubblichino. Il risultato fu la scarcerazione di massa di tutti coloro che erano stati coinvolti criminalmente con il fascismo,  e ciò accadde nonostante le proteste partigiane e popolari.

Questo provvedimento evitò che in italia venissero processati e condannati i responsabili maggiori della dittatura fascista (come invece accadde in Germania), ma comportò addirittura che molti venissero reintegrati nelle loro funzioni… In breve la Repubblica si ritrovò un apparato burocratico e di controllo di tante funzioni basilari – tra cui l’istruzione – fascista.

I fascisti, senza alcun percorso di pentimento, né di educazione alla democrazia, fecero a gara a intrufolarsi nei partiti costituzionali e ovunque venivano accolti. Non solo li riabiliti, ma gli dai pure nuovo potere! Tutto ciò non è spiegabile con la fase di emergenza, ove si ebbero più perdite tra i Partigiani, presi di mira da un esercito ancora fascista.

Non sostengo affatto che i fascisti dovessero essere sterminati adottando il loro stesso metodo, ma questo modo di agire ha creato danni per decenni… fino alla ricaduta attuale.

Così fu lo stesso Togliatti e l’URSS di Stalin, ormai zero sovietica e interamente dittatura di un solo uomo, a bloccare la giustizia partigiana, non solo rispetto al blocco di ogni rigurgito fascista, ma anche relativamente al farsi giustizia da sé. Fu impedito ai partigiani di organizzare un processo simile a quello di Norimberga, cioè in sostanza di superare il fascismo; non solo: fu ricostituito sotto altro nome il partito fascista e si fece finta di niente, in spregio a quanto scritto nella stessa Costituzione.

Il governo Bonomi e il CLN avevano predisposto il necessario per spazzar via quanto rimaneva del fascismo, ma all’indomani della Liberazione, anche i fascisti condannati lo erano a pene lievi e in breve si verificò un liberi tutti scandaloso che salvò quasi interamente anche tutta la magistratura fascista. Questo fu favorito soprattutto dall’avvento della DC al potere, in essa si rifugiarono la maggior parte dei fascisti per sfuggire a qualsiasi tipo di condanna e ciò culminò con il decreto Togliatti del 22 giugno 1946, che di fatto superò il senso di giustizia partigiano anche al di là del Decreto stesso. In qualche modo l’amnistia fu concessa anche a militari della RSI che avevano compiuto gravi reati e omicidi; i reati fascisti furono amnistiati ai gerarchi, mentre la magistratura si inaspriva contro i partigiani e più che con i maggiori responsabili del regime, trascinava i processi con i pesci piccoli, alla fine assolti pure loro. I fascisti in carcere alla metà degli anni ‘50 sono stati stimati in poche decine. Furono bloccate le epurazioni dall’Amministrazione pubblica e abolito l’Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo. Questo comportamento nei confronti del fascismo ha riguardato esclusivamente l’Italia.

Questa interpretazione estensiva del decreto provocò proteste anche tra la popolazione comune. Già condannati a morte, poi all’ergastolo, gli assassini fascisti si ritrovarono in poco tempo liberi come le loro vittime, che invece subirono il carcere e la tortura, e i loro figli e le loro madri costretti spesso a camminare al fianco degli assassini dei loro congiunti.

Si ebbe pertanto lo scollamento del Partito socialista e della base PCI dal suo segretario, mentre DC e gerarchia vaticana apparvero tolleranti. Con i partigiani, invece, specie nel cuneese, si rischiò lo scontro, non mancarono azioni partigiane e delle popolazioni ai danni dei fascisti.

Nel 1948 un decreto proposto da Andreotti – sottosegretario alla presidenza del consiglio – estingueva completamente tutti i reati fascisti ancora pendenti.

Si spiega così perché l’Italia restò ideologicamente fascista soprattutto negli apparati militari, burocratici e governativi e peggio nella Pubblica Istruzione di qualsiasi grado. Di questo stato di cose subiamo ancora oggi effetti nell’opinione pubblica e nella politica, giacché la dottrina fascista riuscì a sopravvivere anche al decennio sessantottesco.

Gli storici hanno ormai accertato che Togliatti ebbe le sue responsabilità personali nella cancellazione della giustizia sui reati dei fascisti: non avvertì il suo partito e sottovalutò il ruolo della magistratura ancora nostalgica, al punto che si può affermare che l’Italia repubblicana ereditò l’apparato amministrativo fascista. Alcuni cercarono di giustificarlo debolmente, in realtà era abbastanza dentro il modus operandi e i suggerimenti dello stalinismo, anch’esso scollato dalla rivoluzione comunista sovietica e più simile a una dittatura liberticida, per cui paradossalmente molti fascisti aderirono al PCI.

Insomma il fascismo e i suoi crimini furono archiviati e i responsabili premiati, lo stesso accadde per i reati dei cosiddetti “alleati” (specie USA) responsabili di crimini inenarrabili contro i civili, senza contare l’occupazione militare del territorio che ancora persiste.

Per questo è inutile vantarsi di avere una bellissima Costituzione se essa non viene applicata e più di tutto il reato di ricostituzione e apologia del partito fascista, visto che il paese è pieno di fascisti e organizzazioni fasciste, anche criminali. Per non parlare della stampa fascista, già in attività dal 1945. Tutte le attuali posizioni tolleranti nei confronti del fascismo nascono dalla propaganda di questa stampa e sono state assorbite in modo più o meno estremo anche in opinioni cosiddette democratiche. I crimini del fascismo sono stati accantonati del tutto, dallo squadrismo, agli assassinii, all’abolizione dei partiti, all’arresto degli oppositori, dal confino alle leggi razziali, l’attacco a paesi sovrani in Africa e in Europa, la guerra al fianco di Hitler e via dicendo, mettendo in evidenza aneddoti ridicoli: Mussolini che zappa, bonifica, fa ruvide carezze, l’alibi anticomunista e cazzate varie.

La stampa fascista dopo la Liberazione (Il borghese, L’uomo qualunque, Candido) arrivò perfino a difendere l’organizzatore dell’assassinio Matteotti o a chiedere l’eliminazione del 25 aprile come memoria della Liberazione dal fascismo, giustificare la shoah come crimine di guerra, delegittimare il tribunale di Norimberga.

Un’osservazione che va tenuta presente per chi cerca alibi a Hitler, Mussolini e co., assimilandoli a Stalin, conseguentemente nazifascismo a “comunismo”, spesso anche persone universalmente considerate democratiche, è che occorre avere il senso delle proporzioni della crudeltà, della ferocia e dell’orrore. Stalin è da sempre l’alibi per gli anticomunisti per denigrare l’ideale comunista, che è un ideale umanitario che nulla ha a che fare con il totalitarismo e lo stalinismo. Stalin lungi da essere considerabile comunista, ha distrutto la rivoluzione sovietica, al punto che è stato condannato da ciò che ne rimaneva dopo la sua scomparsa. D’altra parte, ragionando tolstojanamente, il merito della liberazione di Auschwitz non spetta a Stalin, ma agli uomini dell’armata rossa. Detto questo, Stalin, per quante efferatezze abbia compiuto contro gli stessi compagni, non può mai essere accostato agli orrori compiuti dai nazifascisti e in primo luogo dai loro capi.

Lo stesso dicasi per l’antislavismo nazifascista, a loro era consentita qualsiasi ferocia, mentre gli slavi erano costretti a subire e non è percepita una loro lecita ribellione e ancora oggi l’alibi e l’orrore delle foibe, si cerca di metterlo come contraltare all’olocausto, benché sia evidente la sproporzione reale e storica: gli ebrei non avevano mosso un dito per giustificare la repressione contro di loro e gli slavi resistevano semplicemente all’aggressione nazifascista.

Questo tentativo anticomunista e fascista di delegittimazione della Liberazione è rimasto costantemente presente tra i neofascisti salvati dai governi post resistenza, fino alla completa legittimazione anticostituzionale di quel Berlusconi, che ancora oggi è considerato liberale e non fascista quale è sempre stato, benché conviva con questo il suo egocentrismo leaderistico utilitarista.

Da questo momento, in barba alla Costituzione, si è cercato di emarginare l’antifascismo militante, anche con una serie di decisioni che hanno inciso sulla formazione delle giovani generazioni, in una scuola che antifascista non è mai stata e con atteggiamenti arroganti che si sono spinti fino all’apologia del fascismo e in diverse occasioni alla ricostituzione di partiti fascisti, puntualmente tollerati con alibi vari. Da questo stato di cose è nato il razzismo nei confronti dei migranti e il nuovo nazionalismo reazionario.

Questo contesto è tanto più grave in quanto ha investito Presidenti della repubblica e governi, nonché altre istituzioni a vari livelli, senza che alcuno sia stato perseguito a termini di legge, dalle nomine di fascisti a suo tempo condannati come tali, alle lodi del fascista Rauti. Penserete che questo riguardi solo i Salvini, Meloni, Tajani e co., riguarda invece anche insospettabili che passano per antifascisti, e il riferimento è a scelte poco meditate dei Mattarella, Franceschini, Violante…

Recentemente Tomaso Montanari, storico antifascista, ha sostenuto molti di questi pensieri, essendo immediatamente attaccato dai fascisti che si nascondono sotto la definizione “destra”. Solidarietà a lui e a tutto l’antifascismo militante.

Questa lunga quanto necessaria esposizione, oggi che il fascismo – salvato da chi ha gestito il potere dopo la Liberazione – rialza la testa in modo insopportabile, non fa che confermare il giudizio espresso sulle riabilitazioni massicce del dopoguerra, compresa quella di Ungaretti, visto che dobbiamo pur tornare al nostro tema letterario.

Non stiamo parlando del peggiore gerarca, eppure di uno che ha avallato anche con la sua firma gli atti più atroci del regime e non ha mai ritrattato le sue scelte ad avvenuta Liberazione.

La poetica di Ungaretti è una “scala”, un cammino che con il tempo muta. La sua prima fase è stata quella di “poeta della guerra”, una fase iniziata ancora prima del 15-18 e durata almeno cinque anni, che gli si è appiccicata come un’etichetta, sgradita più che altro ai critici ossequienti e che in qualche modo si collega alla sua fase finale, un po’ involuta sotto il profilo letterario, perché meno naturale e più tecnica, ove affronta sempre più profondamente il tema della morte, legato anche a vicende personali.

Ungaretti si avvicina al Petrarca nel periodo Brasiliano – secondo i critici, dopo la perdita del figlio e del fratello -, un interesse che riflette anche sui più vicini a lui temporalmente, Leopardi, Manzoni e Foscolo, specie il primo nella “Terra promessa”, dopo il ritorno in Italia. Petrarca (più statico) lo riflette in Leopardi (più dinamico) e questo in se stesso, con i suoi rimpianti e la memoria del passato fanciullesco.

Egli vede in Petrarca il dramma esistenziale del suo tempo, il dolore, lo considera infatti “il poeta dell’oblio”, ne coglie la genericità, non le particolarità.

Per Tetrarca, Laura da terrena si è eterizzata con la morte (si è resa pietosa, più umana): l’imperfezione terrena/ rende perfetta la morte/.

Ungaretti non condivide l’idea di Besson secondo cui attraverso la memoria si può ricostruire il passato, per lui la memoria può ricordare solo alcuni fatti.

Anche rispetto all’ermetica poetica leopardiana vi sono dei distinguo, coglie rovina e decadenza, ma trasforma l’infinito in finito, cioè lo rende mondano.

Nella sua esperienza a “La voce” conobbe Umberto Saba (Poli), triestino di origine ebraica, costretto all’esilio, poi alla clandestinità. Li univa Leopardi; in Saba, in un contesto ermetico e simbolista, si scorge gioia, amicizia fanciullesca, ma anche sofferenza e dolore, visti da un lato positivo rispetto al passato e pessimistico riguardo al presente, non così in Ungaretti, che tuttavia lo apprezzava.

Saba si colloca un po’ tra Ungaretti e Montale, quest’ultimo molto empirico, materialista, ma lievemente pessimista; mentre Ungaretti era idealista, cercava sollievo nella natura di cui si sentiva parte.

Con De Robertis, che della rivista era il direttore, ebbe un rapporto sporadico legato all’apprezzamento reciproco per il frammentismo. Egli segue l’estetica crociata, legata al gusto personale – la Sanjust ritiene invece che la critica si debba fondare sulla filologia.

“La terra promessa” (1950) è terra della memoria, ove l’uomo supererebbe il finito per l’infinito, cosa impossibile, perché secondo Ungaretti, l’infinito esiste solo nel finito. Nei suoi ultimi anni pare perdere quella sorta di ispirazione cristiana che vantava, per una serie di vicissitudini personali. Eppure, prescindendo dalle vicende umane personali, non ritengo si possa separare in un giudizio, la critica letteraria da ciò che si è stati come uomini (è questo il senso della lunga premessa), e in Ungaretti le ombre non sono poche, si scorgono già nell’epistolario (se ne è fatto cenno) e nel suo rapporto con la guerra, ma esplodono con evidenza nell’adesione cosciente al fascismo, nella totale assenza di autocritica, e stante questo, nella pretesa di trovare attenzione dopo la Liberazione, come se nulla fosse accaduto.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 15.5.1997) MP

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Michaela
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This is over…

ERMETISMO E UN CERTO FRAMMENTISMO

Lezioni condivise 62 – Il porto sepolto

 31 Mar 2012 @ 10:57 PM

Ricordate il discorso fatto per Machiavelli, sul mistero di occuparsi di qualcuno abbastanza estraneo ai nostri interessi peculiari? Potrei ripeterlo per Ungaretti, su cui inizio una serie di condivisioni. Ci sono evidentemente delle differenze sostanziali tra la loro tipologia di scrittura, le tematiche di cui si occupano, il tempo in cui scrivono… Ma è indubbio che il segretario fiorentino, cui va riconosciuta l’attenuante di aver scritto nel Cinquecento, mi ha aperto gli occhi (contro la sua volontà o meno non è dato sapere) nei confronti del malaffare politico, non solo dei suoi giorni, giacché il machiavellismo in certi ambienti non è mai passato di moda; e non è poco. Ungaretti invece, rispetto alle cui scelte e non scelte, nutro delle profonde riserve, credo abbia inciso con l’ermetismo e con un certo frammentismo, sullo stile di parte dei versi da me prodotti dopo il 1996. Lo annoto per me stesso e chiedo scusa se uso questo articolo come memo.

Quanto appena esposto testimonia l’utilità dello studio a prescindere dall’oggetto (e dal soggetto), perché (quasi) ovunque c’è da cogliere, almeno per rielaborare, sicuramente per conoscere.

In Ungaretti c’è dunque questa luce comunicativa, che stride con alcuni suoi comportamenti pubblici e privati, tra l’ambiguo, il calcolo subdolo e il menefreghismo. E se debolezze private – che emergono dal nutrito epistolario -, alcuni errori – anche per certe disgrazie occorsegli -, sono classificabili ai confini tra le leggerezze e le miserie umane, il trasformismo conservatore e reazionario – fino alla compromissione ideologica con il fascismo -, sono incomprensibili in una persona con le sue vicende e la sua formazione, e tali restano.

E’ utile precisare che la sua adesione al fascismo (che ha riguardato anche intellettuali oggi apprezzati, ma che hanno fatto ampia ammenda ed erano, al tempo, più o meno adolescenti; non per giustificare, ma per quantificare almeno il livello di responsabilità personale), non ha avuto effetti pratici di rilievo, ma morali sì, se non altro perché da parte sua non c’è stata alcuna reazione alle nefandezze della dittatura; intrattenne invece costanti rapporti con Mussolini, che gli aprì la strada per l’Università di Roma; non si ha notizia di alcun ripensamento rispetto all’adesione al regime neppure dopo la liberazione.

In questo contesto non certamente plausibile, stridente è la contraddizione con la natura che emerge dai suoi versi, al punto tale che il rapporto tra la sua vita pubblica e la poesia resta incompatibile e irrisolto, si pensi solo alle poesie contro la guerra.

Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d’Egitto l’8 febbraio 1888 da genitori lucchesi, anarchici. Ebbe una formazione multiculturale, sebbene in parte occasionale. In età giovanile ebbe modo di leggere e apprezzare i poeti francesi, tra cui Baudelaire. Nel 1906 fece l’esperienza di Baracca rossa, deposito adibito a riunioni di socialisti e anarchici, sempre in Egitto.
Nel 1912 si trasferì a Parigi per gli studi universitari. Là ebbe modo di frequentare diversi artisti, tra cui Apollinaire, Picasso, De Chirico, Modigliani e italiani come Palazzeschi (futurista). Pubblicò i suoi primi versi sulla rivista “La voce” di Firenze, fondata da Prezzolini.
Allo scoppio della Grande guerra, interventista, si arruolò in fanteria e combatté sul Carso. Sul fronte scrisse “Il porto sepolto”, pubblicato a Udine nel 1916. Finita la guerra si stabilì in Francia. Nel 1919 pubblicò Allegria di naufragi, contenente Il porto sepolto e La guerre.
Nel 1920 sposò Jeanne Dupoix dalla quale ebbe due figli.
Nel 1921 si traferì a Roma (Marino), dove ebbe inizio il periodo buio di commistione con il fascismo. Svolse l’attività giornalistica come inviato della Gazzetta del popolo. Nel 1928 abbracciò la religione cattolica. In questo periodo maturarono le poesie raccolte ne Il sentimento del tempo.
Nel 1936, raggiunta la massima fama, durante un viaggio in Argentina, accettò un incarico presso l’Università di San Paolo in Brasile, dove si trasferì con la famiglia fino al 1942. Nel 1939 morì il figlio Antonietto, 9 anni, se ne trovano tracce ne Il dolore (1947) e Un grido e paesaggi (1952).
Al ritorno in Italia nel 1942 ebbe l’incarico presso l’Università di Roma, da cui fu sospeso al momento della Liberazione e reintegrato nel 1946 per l’intervento di Natalino Sapegno – parte della lunga schiera di ex-fascisti, poi imboscati anche nei partiti di sinistra, nonostante il passato liberale. Sono quelli che magari hanno disprezzato gli esiliati, che rifiutarono ogni compromesso con il regime, penso a Silone.
La sua opera omnia è stata pubblicata ne La vita di un uomo. Morì a Milano il 2 giugno 1970.

Il porto sepolto è il titolo della sua prima raccolta (1916) poi confluita come parte in “Allegria di naufragi”:
Vi arriva il poeta/ E poi torna alla luce con i suoi canti/ E li disperde/ Di questa poesia/ Mi resta/ Quel nulla/ Di inesauribile segreto.

L’ermetismo e il frammentismo danno certamente lo spunto per una riflessione diffusa sul mondo della poesia; se sia importante penetrarla per scoprirne i segreti dunque il messaggio del poeta, anche intimo e inconfessabile, o se ognuno deve coglierne quello che riceve.

Potrei dire che una cosa non esclude l’altra, se si considera la poesia come qualcosa di plurale, le più cose che è, estetica, sensazione, messaggio, enigma, gioco… Dico certamente che la poesia non può essere spogliata di nessuna delle sue caratteristiche e sarebbe velleitario farsi dei flash sul Porto sepolto, senza capirne la storia, il contesto, la ragione. Su questo ci si può esprimere.

La poesia è del poeta ed è inutile, sempre che non si tratti di sperimentazione mirata, trovarvi qualcosa che non ha voluto dire, dare un senso compiuto per un altro, due letture; e ciò è ancora più vero nel caso dell’ermetismo, dove l’arte dell’allegoria è capovolta, nel senso che ci si esprime in modo diretto, ma celato dalle parole.

L’ermetismo si legge studiando il poeta, la sua vita, le cose che ha scritto, solo così la poesia da fantastica diventa realtà, scoperta, espressione artistica, pittura tangibile.

Il porto sepolto (quasi una terapia di autocoscienza sul fronte in Friuli, dove pare abbia maturato la consapevolezza dell’assurdità delle guerre, giacché sull’altro fronte c’è gente come lui: Fratelli) richiama l’esilio in Egitto; testimonierebbe l’esistenza di una città prima di Alessandria, un porto sommerso di cui ebbe notizia dai f.lli Thuile, ingegneri, a sedici anni e che per lui ha rappresentato un segreto indecifrabile, un “nulla” eterno persistente nell’animo. Qualcosa di cui si conosce l’esistenza, ma irraggiungibile. Un mistero che indica una verità appena percettibile, ma inesauribile: la poesia.

Dannazione, esprime in tre versi la presenza di Dio percepita sul fronte:
Chiuso fra cose mortali/ (anche il cielo stellato finirà)/ Perché bramo Dio?
In una condizione borderline è spontaneo interrogarsi sull’esistenza, sono evidenti i limiti dell’uomo, la sua impotenza, ma allora da dove viene questa capacità di percepire oltre, questa intelligenza, perché non si abbattono questi limiti? Pensare che anche il cielo stellato immenso e misterioso un giorno finirà è quasi una consolazione?

Risvegli, si condensa nella domanda Ma Dio cos’è? come una sorta di appiglio disperato.
Torna il tema del Porto sepolto, il mistero impercettibile, che dà forza:
Ogni mio momento/ io l’ho vissuto/ un’altra volta/ in un’epoca fonda/ fuori di me/
e mi rammento/ di qualche amico/ morto/ Ma Dio cos’è?/…
E si sente/ riavere.

I fiumi è autobiografica, ripercorre la sua vita attraverso i fiumi della sua esistenza. Evidente la drammaticità della guerra e la fuga nell’immensità della natura; qualcosa di più grande, consolante come un grembo materno; nell’Isonzo allora vede i fiumi pacifici dell’infanzia, più rassicuranti:
Ma quelle occulte/ mani/ che mi intridono/ mi regalano/ la rara/ felicità.
Le mani eterne che forgiano il destino di ogni essere e la brevità della vita contrapposta all’assurdità di una guerra.

C’era una volta (1 agosto 1916):
Bosco Cappuccio/ ha un declivio/ di velluto verde/ come una dolce/ poltrona./
Appisolarmi là/ solo/ in un caffè remoto/ con una luce fievole/ come questa/ di questa luna.
Urlo tenue, ma drammatico, rifiuto ribadito della guerra; fiaba metropolitana surreale vissuta in una trincea. Fame e sete di normalità che trova solo nella natura, perché là non c’è umanità; desideri semplici di vita banale che assurgono a felicità.

Lind’oro di deserto è poesia del ricordo, di ricupero di temi della propria vita, scritta sul Carso, al fronte, un flash e un trip, risolto con questi versi:
Il sole spegne il pianto/ Mi copro di un tiepido manto/ di lind’oro/ Da questa terrazza di desolazione/ in braccio mi sporgo/ al buon tempo.
Il sole che sorge dà un po’ di speranza. Nel deserto della trincea la luce mette in risalto un lindo e tiepido manto con cui si copre e trova sollievo.

In Pellegrinaggio è ancora evidente la dicotomia mentale sullo stare al fronte, strisciare sul fango, e pensare ai giardini di Alessandria d’Egitto in cui prospera il biancospino (spinalba) e conferma con i versi:
Ungaretti/ uomo di pena/ ti basta un’illusione/ per farti coraggio.

Trasferire i ricordi biografici nelle opere e rivivere la realtà mescolandola nell’arte, fa parte della sua cultura poetica. Torna continuamente sui suoi testi, vive come un tormento poetico, il lavoro non lo soddisfa mai.

Porto Sepolto segna la conclusione della sua corrispondenza con Marone, direttore della rivista La Diana di Napoli, intorno alla quale ruotavano tutti i poeti che conosceva. La rivista era abbastanza selettiva, i poeti venivano accolti dopo un attento dibattito.
Quello di Napoli (1916) è un periodo riferibile all’approccio leopardiano (Leopardi morì a Napoli). Là incontrò Benedetto Croce e Salvatore di Giacomo.
A Napoli scrisse Natale, in casa di Marone (in Naufragi).
Non ho voglia/ di tuffarmi/ in un gomitolo/ di strade/…/ Lasciatemi così/ come una/ cosa/ posata/ in un/ angolo/ e dimenticata/…/ Sto/ con le quattro/ capriole/ di fumo/ del focolare.
Richiama la tecnica del Porto sepolto. Esprime volontà di isolamento con versi di poche sillabe (decasillabi spezzati).

Notte, tra le poesie disperse, fu scartata delle prime edizioni, forse perché troppo tecnica, (distici) o perché non in tono con le altre.
Io vorrei con le mie mani fare un festone di stelle/ e legarlo con le mie vene/
Io vorrei strappare una stoffa a questa notte bella/ e distenderci sopra la mia creatura.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 17.1.1997) MP

Commenti (3)

Ermetismo e un certo frammentismo
3 #
Paola
p.vecchiotti@tiscali.it
159.213.40.5
Inviato il 20/04/2012 alle 12:14
anche io non ricordavo l’adesione al fascismo di Ungaretti… non so se nessuno me lo ha detto o se l’ho dimenticato io…

Ermetismo e un certo frammentismo
2 #
Ginevra
https://unavaligiariccadisogni.wordpress.com/
ginevrabertrand@gmail.com
62.253.95.154
Inviato il 14/04/2012 alle 09:07
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Ermetismo e un certo frammentismo
1 #
Muriel
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Inviato il 01/04/2012 alle 04:15
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