TRADIRE E TRADIRE

31 luglio 2016 @ 21:54

Lezioni condivise 114 – Hamlet e la traduzione 

Avventurarsi nell’universo della traduzione è un po’ come entrare in un campo minato, come sfidare l’Idra di Lerna o per un altro verso rischiare, filosofeggiando all’estremo, di far cadere illusioni: “Ho letto tutto Dostoevskij”. Ma quale Dostoevskij? in che lingua? tradotto da chi? Per leggere Dostoevskij occorre davvero conoscere il russo? Non basterebbe comunque! …Continuando di questo passo ci si aggroviglierebbe in una Babele di concetti senza via d’uscita.  

Questo non significa che l’argomento non abbia un peculiare interesse e non debba essere trattato. Siamo, come sosteneva Walter Benjamin tra filosofia e letteratura. Il termine Babele rende l’idea in un’accezione positiva e affascinante.

Qualsiasi lettore sarà venuto certamente a contatto con una pubblicazione mal tradita e avrà avuto la possibilità di sbalordirsi perché non rispecchiava affatto quanto appreso dalla critica sia sul testo sia sull’autore.

Da adolescente fui notevolmente impressionato da traduzioni dall’inglese di parole di brani musicali, alcune banali, altre improbabili o di un ermetismo surreale… Non che un testo inglese non possa essere banale, incongruo o ermetico, ma il più delle volte si tratta di una traduzione errata, perché eccessivamente letterale e siccome ogni lingua fa parte a sé e ha la sua ricchezza, non è tutto così piatto.

Per trasporre un testo da una lingua a un’altra, almeno nelle traduzioni importanti e serie, occorre avere buona padronanza di entrambe le lingue, ma anche conoscenza della cultura in cui quelle lingue inferiscono, non semplicemente conoscere il vocabolario e qualche nozione di grammatica e tuttavia, un testo tradotto/tradito in un’altra lingua non sarà mai quello che si potrebbe leggere nella lingua originale; per poterne rendere in modo accettabile la comprensione, o come dire, per effettuale un fedele tradimento, occorre un passaggio semantico, semiotico, storico… un’operazione non facile e comunque mai assoluta.

Il mercato è pieno di libri tradotti male, molti di essi già complessi in sé, diventano di proibitiva comprensione…

La traduzione non è un’arte facile. George Steiner (1929) in Dopo Babele – Aspetti del linguaggio e della traduzione, scritto con Walter Benjamin (1892-1940), ha dato importanti indicazioni in merito. Intanto ha stabilito la differenza tra il tradurre e l’interpretare. Babele è il simbolo della genesi della pluralità linguistica. Un confronto tra lingue deve partire dall’individuazione delle reazioni interattive rispetto a retorica, storia, critica della letteratura, linguistica e filosofia linguistica.

La traduzione è insita in ciascun atto comunicativo, essa rappresenta un crescendo di difficoltà, che ha inizio nella semplice comunicazione tra individui che parlano o scrivono la stessa lingua, comunicano con gli stessi segni, ognuno di essi ha il suo idioletto, ogni uomo, di base, ha un suo linguaggio.

Pensiamo alle lunghe discussioni che a volte si verificano anche in seguito a una comunicazione semplice; significa che si hanno gli strumenti per comunicare e dibattere, ma che si hanno difficoltà a capire, decifrare, tradurre, anche se si dialoga nella stessa lingua convenzionale.

Questo genere di difficoltà si risolvono con l’ermeneutica (esegesi, spiegazione), un metodo empirico in quattro tempi: spinta iniziale – aggressione – incorporazione – reciprocità o restituzione. La comprensione di un testo deve tener conto di tutta una serie di variabili linguistiche (in parte già viste nelle lezioni di Filologia romanza e Linguistica sarda), quelle spazio-temporali (diatopiche e diacroniche), ma anche relative alla condizione (distratiche), al mezzo (diamesiche), alla situazione (diafasiche)…

Potremmo paragonare la linguistica, al carattere delle persone: mutevoli, dinamiche, altre statiche, contratte, sintetiche o prolisse, ornate…

Per l’interpretazione di un testo è molto importante l’apporto dell’autore, questo non sempre è possibile, allora è necessario uno studio storico-biografico, ma a volte non è possibile neppure questo.

Il pensiero che un testo sia anche di chi lo legge, può essere suggestivo, condivisibile, ma ci porta in un ambito più psicologico/filosofico che linguistico/letterario. É fondamentale sapere perché uno scrive, se lo fa affinché ci si impossessi, ciascuno a modo suo, della sua creazione o se intende dire cose precise e solo quelle. Peraltro questo discorso può essere applicato a determinate forme d’arte e non certo generalizzato. Se così non fosse a cosa servirebbe la filologia, il rigore di una scienza che discute anche sulle virgole… Ciò vale anche per la poesia, benché da tempo circolino altre tendenze… generalizzanti. Che senso può avere – al di là di quella sperimentale di precise avanguardie – l’interpretazione di un testo difforme dalla volontà dell’autore. Ha poco senso, sempre che non si intenda fare una rielaborazione, ma allora si diventa autori, interpreti di qualcosa d’altro rispetto al testo originale. In questo senso anche il critico, il lettore, l’attore, sono traduttori di linguaggio, interpreti, ma non è detto che siano fedeli.

La polisemia è un’altra variabile da tenere in considerazione, uno stesso termine che muta il suo significato con il variare della professione, del genere, categoria sociale (es. bambini), età, fino all’estremo idioletto (es. la libertà per il fascismo e le dittature, è ben altra cosa in democrazia).

L’importanza della traduzione trascende assolutamente la percezione comune sull’argomento, se si pensa che per Benjamin (drammatica la sua fine, ndr) è un genere dotato di piena autonomia, la ricerca del giusto senso di un’edizione critica o di un testo tradotto, ma anche la consapevolezza della diversità che possono avere stessi testi originali tradotti in qualunque forma da persone differenti. In poesia ciò è ancora più difficoltoso, entra in gioco tutto il mondo di un autore, il suo universo semantico irripetibile, per questo, se la poesia non è puro suono o suggestione, è risolutivo che il poeta si esprima sul senso dei suoi testi, aiuterà a tradirli più fedelmente, non risolverà tutto, ma qualcosa di più.

Come approcciare allora la lettura dei mostri sacri, ad esempio Hamlet di Shakespeare, in originale, ma essendo di madre lingua diversa o direttamente in un altro idioma?

La comprensione del testo può avvenire attraverso l’ostinazione (sic!), con la determinazione a voler leggere un testo e un autore, predisporsi a farlo acquisendo gli strumenti per farlo. Occorrerà una corretta percezione letteraria e una familiarità di spirito con l’autore, da copertina a copertina, from… to…

Quando si interpreta un testo nel modo più accurato possibile, quando ci si appropria dell’oggetto tutelandolo e vivificandolo, si attua un processo di ripetizione originale. Nei limiti delle proprie capacità un lettore riproduce la creazione dell’artista, il suo pensiero, in una consapevolezza secondaria, ma educata, fa rivivere un autore nella sua coscienza pur con limiti interpretativi insuperabili. Una sorta di mimesis parziale, di imitazione finita.

Questa operazione avviene soprattutto nella musica che non può esistere se non la si esegue, e ogni volta è diversa. Il suo rapporto ontologico con la partitura originale è duplice, perché si legge un testo, ma si innova anche.

In che rapporto si pone l’interprete nei confronti di un’opera. Secondo la prof “Il rapporto dell’esecutore deve essere femminile” (leggibile come sottomissione volontaria all’intensità della presenza creativa dell’opera, disponibilità a ricevere [personalmente ho le mie riserve su questa definizione]).

Dall’accoglienza dell’altro l’io diventa più se stesso: critici, curatori, attori, lettori, interpreti, si trovano su un terreno comune tra loro.

Ogni volta che si rappresenta Hamlet si può decidere di adottare diversi registri interpretativi: neutro, moderno, elisabettiano (pronuncia, accento) o modificare i costumi. Si sa che Hamlet non è un personaggio contemporaneo, però si può far finta che lo sia o che non lo sia, creando continui effetti (doppio effetto di straniamento). Nel rappresentare, leggere, interpretare, bisogna essere capaci di non farci sfuggire il testo di mano. A Londra si riproduce il testo elisabettiano; nonostante ciò la rappresentazione è come bloccata, perché c’è nell’osservatore la consapevolezza di un mondo esterno diverso (estraniamento temporale). Si può decidere di dare all’opera abiti contemporanei o di un’altra epoca.

Alla fine si può leggere come si vuole, ma non è male farlo con cognizione di quanto si stia compiendo, usare lo strumento testo, ma andare anche oltre esso con un bagaglio culturale a monte, per una maggiore comprensione, per una più grande soddisfazione.

(Lingua e letteratura inglese – 11.12.1997) MP

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TRADIRE E TRADIRE
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Anika
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Inviato il 01/06/2017 alle 01:46
Я хочу серьезных отношений…

MAL UNIDOS, DE SICURU!

Lezioni condivise 110 – La priorità della Lingua

31 Mar 2016 @ 23,58

Uno dei dispiaceri di molti intellettuali sardi è il luogo comune che ci dipinge ancora come pocos, locos y mal unidos, che ci portiamo dietro dal tempo della dominazione spagnola. E vorrei vedere il sardo che non si risentisse! Mi interessa tuttavia discutere sul giudizio di mal unidos; è naturale che ci dia fastidio, eppure se non fossimo davvero poco solidali tra noi, meno attenti ai campanili o anche alle cattedrali (nel deserto) e più al bene della Sardegna, forse staremmo un po’ meglio. Non mi avventuro in analisi storiche peraltro già in parte affrontate, voglio riferirmi al presente e alla fondamentale questione della lingua. In questo campo noi sardi stiamo dando il peggio di noi stessi, come quei politici che ogni volta buttano giù anche quel poco di buono fatto dai predecessori, vecchia usanza latina, una sorta di damnatio memoriae.

Sembrerebbe che lo stato della lingua sarda sia nuovamente a un bivio, o a un trivio. Il nuovo secolo era iniziato bene. Nel 1999 la legge sulle minoranze linguistiche, riconosceva finalmente anche se molto parzialmente, un nostro diritto costituzionale e qualche anno prima una legge regionale, esecutiva, riconosceva pari dignità a sardo e italiano. Da allora sono stati fatti molti passi avanti in positivo, ma molti meno di quelli che si sarebbero potuti fare, quasi sempre per i freni dei politici nostrani e per questo non si è colto l’attimo per fare quelli necessari – tra questi il regolamento di attuazione della legge 482/1999 -, comunque quasi tutti i Comuni della Sardegna hanno attivato uno sportello linguistico, l’insegnamento del sardo sta facendo breccia nella scuola e nella società civile, si sono realizzati alcuni progetti, purtroppo in parte un po’ abbandonati… bontà del renzismo!

Da alcuni anni, forse anche troppi, si assiste a uno stallo se non a un regresso; spiace constatare che ciò coincida con il ritorno in regione di una giunta che si definisce di “sinistra”, o forse per prudenza di “centrosinistra”. L’elettore spera sempre che i governi “progressisti” facciano cose conseguenti, invece si deve regolarmente constatare che anche questi governi continuano a fare cose di destra. E la favola che le categorie destra e sinistra sono superate non si può sentire, giacché c’è un abisso tra chi subisce le politiche conservatrici e chi invece ne usufruisce. La realtà è che non c’è più sinistra…

L’azione del movimento linguistico segna il passo anche per l’eccessivo calo dei finanziamenti, che pur tenendo conto della crisi, sono un attentato alla valorizzazione della lingua sarda ed è peraltro quanto ci si può aspettare da una politica retriva, che ragiona ancora contando gli elettori che accontenta per carpirne il voto.

Ciò che non ci si aspetterebbe è che persista una sorta di “guerra”, o più di una, tra i partigiani della lingua sarda… Nella migliore delle ipotesi si tratta di contrasti di campanile: il mio sardo è migliore del tuo e roba simile, ma si tratta anche di guerre di “potere”, gelosie, le peggiori faziosità e disobiettività, cavilli assurdi, testardaggini, pinnicas. Situazioni che frazionano il movimento linguistico, favoriscono i passi indietro e l’avanzata dei detrattori della lingua sarda.

Le posizioni più nocive sono quelle degli integralisti del logudorese e del campidanese, testardi quasi quanto Likud e Hamas. Posizioni che stanno minando una situazione di equilibrio e apertura della LSC. Vi erano cose da rivedere e lentamente si stavano rivedendo, non a favore delle fazioni, ma della lingua sarda. Chi blocca il progresso della lingua con queste questioni ha certamente altri interessi che non sono il bene del sardo, ma usa il sardo per affermare la propria persona ed è questo il motivo per cui non si fanno passi avanti e si tira continuamente il freno.

Parlavo di guerre, perché sono diverse: Campidano vs Logudoro, tutti contro tutti, difensori della lingua contro accademici, studiosi contro studiosi, giovani contro maestri e via dicendo.

Questa paradossale dimostrazione di disunità è da stigmatizzare, da denunciare, fa incazzare seriamente chi nel movimento linguistico vuole esclusivamente il bene della lingua sarda e non posizioni di potere, ed è chiaro che servono i denari per chi lavora, ed è chiaro che chi lavora deve essere retribuito.

Quanto agli studi, alla ricerca, credo diano un importante contributo alla lingua; gli atlanti stessi lo danno sicuramente al lessico e non solo, le parole non sono mai fini a se stesse, ma hanno una storia, un’etimologia, e nessuno ha il diritto di cassarle. Sarebbero auspicabili invece collaborazioni e idee e soprattutto lavorare tenendo in piedi una base concreta, che è la LSC e non muoversi nel caos.

Dalla LSC lingua di scrittura, lingua ufficiale, si parte verso la formazione della koinè, senza imposizioni di stile manzoniano, che abbiamo visto cosa hanno prodotto per reazione nell’italiano: la guerra dei “dialetti”, la loro necessità di farsi spazio con la forza, contro gli apparati, primi fra tutti i ministri della P.I., che spesso hanno agito contro gli stessi loro compiti, come ministri dell’ignoranza. Non penso che queste parole possano cambiare le cose, ma le dico, in mezzo a chi si fa la guerra, è bene che quelli che vogliono lavorare si contino, si conoscano e portino avanti la lingua sarda nella sua totale ricchezza.

Quali i concetti da privilegiare? Proteggere le specificità e favorire la crescita della koinè, fenomeno naturale e in corso; tutela di tutto il lessico e la grammatica, salvo le sole banali variazioni fonetiche, che pure come in ogni lingua possono coesistere. La ricchezza della lingua va favorita e non gettata via. E’ naturale che un significato possa essere espresso con più termini e non c’è più situazione deprimente di dover sentir ripetere sempre gli stessi luoghi comuni.

Ma affrontiamo concretamente un Atlante linguistico pubblicato o almeno del quale è iniziata la pubblicazione. Si tratta dell’Atlante Linguistico Italiano (ALI – italiano non inteso come lingua, ma come territorio), il cui primo volume (almeno in questo campo abbiamo avuto una priorità) è quello relativo alla Sardegna. Naturalmente non si tratta di una preferenza, ma di una ragione scientifica: il fatto che il dominio del sardo abbia confini finiti, precisi, essendo limitato all’isola e la sua peculiarità, come lingua più conservativa tra le lingue neolatine (tanto che Dante ci volle escludere dalle parlate volgari sostenendo che il sardo ripeteva pedissequamente il latino. Si tratta di un argomento che meriterebbe una specifica trattazione, mi limito solo a osservare che la conoscenza del sardo da parte del “divin” poeta non era approfondita, evidentemente, giacché tra l’altro non ne coglieva il sostrato e le varianti territoriali derivanti dalle diverse fasi temporali di influenza del latino e dal contatto con altre lingue. In ogni caso dobbiamo dargli atto che fu il primo a sostenere il nostro slogan: Sardigna no est italia).

Il materiale è pubblicato in volume per carte sparse (schede), per concetti linguistici produttivi. Vediamo la scheda della parola pipistrello (essere tra topo e uccello).
La scheda mostra una illustrazione contenente il risultato della ricerca sul campo, ovvero le varie voci nel sardo del termine in esame. Si dà atto che nel sardo non esistono continuazioni della voce latina (con buona pace di Dante), ma esclusivamente tipi lessicali originali, peculiari (attinenti alla creatività popolare locale).
I tipi fondamentali. Settentrione: tzirriolu; meridione: zunzurreddu, sunzurreddu, sintzimurreddu.
Dizioni minori. Centrale: alipedde (ala ‘e pedde) ala di pelle (Goceano, Margine; Buddusò, Nule, Bono).
Nuorese: zuzurreri (dal rumore delle ali, onomatopeico).
I tipi marginali: il genovese ratu pernugu (Calasetta), il catalano rata piñata (Alghero), i catalanismi del campidano: arratapignatta (con il fenomeno della prostesi e del raddoppiamento sintattico, come in riu – arriu).
Alcune variazioni morfologiche chiariscono il senso rendendo più facile la parola: da alipedde deriva a Orani,  impeddone (fonosimbolismo).
La dicitura farighe proveniente dal Corso, ha invaso l’area di tzirriolu.
Il ricorso a nomi sostitutivi per le denominazioni ha in Sardegna, come altrove, ragioni apotropaiche: non nominare affinché non compaia, così come si fa per la volpe che è chiamata in modo surrogato – come viene esaminato nella seconda carta – es. margiani.

Per l’approfondimento dello studio i materiali sono disponibili nelle biblioteche universitarie.
Gli Atlanti linguistici sono un importante strumento scientifico, ma anche di tutela del lessico, specie quello delle lingue minoritarie.

(Linguistica sarda – 9.5.1997) MP

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MAL UNIDOS, DE SICURU!
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            Tonya
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158.222.6.157
Inviato il 16/08/2017 alle 07:17
I needs to spend some time learning more or understanding more.

ALICE IN WONDERLAND

Lezioni condivise 3 – Lingua artificiale per stato artificiale.

31 ottobre 2006

Riflettiamo insieme su quante cose si possono fare con la lingua, forse è la prima volta che lo faccio anch’io in modo così universale, un po’ mi sorprendo e per quanto pensi, sono certo che mi sfuggirà comunque qualcosa. La lingua si può anche mordere, mostrare, serve per fischiare, gustare, leccare (e qui ci si può sbizzarrire con gli iponimi… comprenda chi vuole…)…ma soprattutto, la lingua è spesso un organo socievole nei confronti delle sue simili, piuttosto selettiva o a volte selezionata.

Un tempo le lingue le tagliavano pure, nel vero senso della parola, tant’è che l’espressione sopravvive come modo di dire (per fortuna desemantizzato) che certe madri usano come monito per i figli sproloquianti.

Anche il sardo è una lingua tagliata, ma si tratta di altra lingua e altro taglio (non siamo nel campo degli stupefacenti, né delle pratiche bestiali), parliamo di un idioma e della sua corruzione nel tempo, a causa di una lunga serie di dominazioni straniere.

Ma torniamo al nostro caro organo, senza il quale non ci sarebbe alcun idioma, ad eccezione di eventuali linguaggi strettamente gutturali o ventriloqui.

Sfuggendomi al momento la lingua di Adamo ed Eva, accontentiamoci di partire dal latino, e non è poco, visto che si incammina verso i tremila anni e sopravvive nelle nostre lingue materne.

Voglio essere banale e partire dall’analisi del sistema vocalico, nella consueta rappresentazione triangolare, basata sulla posizione della lingua (anteriore/posteriore) e della mascella (alto/basso) o della bocca (aperto/chiuso): 

ˉ   = suono lungo;  ˘ = suono breve

Per completare diciamo che tra i – e ed u – o, vi è lo spazio fonetico comune.

u ed o sono i suoni più difficili da pronunciare.

Una vocale è udibile quanto più la sua fonazione è lunga ed è tanto più udibile quanto il suono è aperto/basso (a). I suoni meno udibili sono dunque ĭ ed ŭ (suoni brevi e chiusi).

E’ bene ribadire che la dicotomia alto/basso, è relativa al movimento della mascella e non ha niente a che vedere con l’altezza, quale caratteristica di una voce o di un suono (basso/acuto).

Nelle lingue moderne vi è stata la tendenza a chiudere i dittonghi antichi. Ad esempio eu ha assunto l’esito di , ovvero e chiusa. Il dittongo au, ultimo a chiudersi, tende a farlo in o: ausir = udire; lauru = alloro (nel sardo); causa = cosa (nel sardo, romagnolo; si conserva invece nel rumeno).

Questo perché nelle lingue neolatine si assiste alla fusione in un’unica vocale della ĭ con la ē, nonché della ō con la ŭ latine (con esiti rispettivi di ed ).

(vedi anche http://www.latinovivo.com/curiosita/parole.htm)

Con il passaggio dal latino ai vari volgari vi è stata anche la perdita della quantità, che caratterizzava quella lingua, distinguendo tra vocali lunghe e brevi.

A cosa è dovuta questa perdita? La probabile causa è addebitabile all’espansione del latino lontano da Roma; dunque al contatto del latino con lingue che non avevano il senso della quantità (cioè il rafforzamento espressivo) e avevano difficoltà a riprodurla. Sant’Agostino, ad esempio, sosteneva che le orecchie africane non riuscivano a distinguere tra vocali lunghe e brevi.

Il sistema fonologico latino combina quattro consecuzioni:

vocale breve – consonante breve                     es. gŭla

vocale breve – consonante lunga                     es. gŭtta

vocale lunga – consonante breve                     es. sōlus

vocale lunga – consonante lunga                     es. stēlla   (poi nel tardo latino: stĕlla)

La consecuzione arcaica lunga – lunga con il passare del tempo tende a sparire, per cui si avrà in seguito stĕlla, come *meccum diventa mecum (da mēd+cum); missi diventa misi (da mīt+si), ma da cūpa (nuca), attraverso vari apparentamenti con altre lingue si passa a cŭppa (coppa), l’eccezione che conferma la regola? La domanda è d’obbligo, come dirò in chiusura…

La lunghezza (ciò che noi oggi rendiamo volgarmente con l’espressione doppia) consentiva al latino di distinguere tra due parole, che oggi nel volgare, spariti quegli esisti confondiamo (fāta o făta? Possiamo incontrare chi sostiene che fata derivi da fautuoe [compagna del fauno] o da fatum [destino].

Nel latino più tardo prende il sopravvento la vocale (doppia o scempia), distinta da ciò che noi oggi chiamiamo accento.

Totum (contatto rafforzativo) = tutto

Bruto = brutto

Bucca = bocca

Maccu = matto

La doppia italiana proviene dunque dalla lunghezza latina, ovvero dal valore linguistico latino di quantità.

Condiviso ciò, sperando che il vostro sonno sia lieve e vigile, adeguato ad un insegnamento ipnopedico, vorrei farvi riflettere sull’importanza delle lingue e in primo luogo della lingua materna. Considerato che il mio pubblico è prevalentemente “italiano”, peraltro lingua nella quale mi sto esprimendo, vorrei ricordare che l’italiano (dialetto fiorentino) è rispettabile come tutti i dialetti, ovvero le tante lingue materne da tutelare, perché conservano un inestimabile tesoro dialettologico e storico.

Ricorderei telegraficamente, che il Manzoni, su incarico savoiardo, volle estendere il fiorentino a tutto il neo stato italiano e che quel dialetto era conosciuto allora da meno del 2% della popolazione. Lingua artificiale per stato artificiale.

Lo contrastò Graziadio Isaia Ascoli, glottologo, ritenendo che fosse più giusto che si formasse una koinè in modo naturale, mantenendo le diverse parlate locali, salvo tutelare le vere e proprie lingue presenti.

La ricetta Manzoni ha funzionato grazie a tappe forzate e al grande sponsor che ne fu il fascismo. Oggi, graziadio, assistiamo al suo fallimento… mettete a parlare un veneto e un calabrese medi o un lombardo e un napoletano, per avere la controprova. Quanto alle lingue minoritarie, lo stato le ha dovute riconoscere, sebbene dopo oltre mezzo secolo dalla Costituzione, che lo imponeva.

Tornando alla domanda d’obbligo lasciata in sospeso più sopra, siccome ogni studioso può dimostrare tutto e il contrario di tutto, abbandonatevi pure a un sonno nichilista e sognate che tutto ciò non esista e siamo tutti Alice in wonderland o Pinocchio nel paese dei balocchi.

 (filologia romanza – 15.12.1995) MP

poēsie = poeesie = poésie

Riferimenti: poēsie = poeesie = poésie

Commenti (35 +2)

37.scrive:

23 Luglio 2008 alle 23:22

M., non ho molto tempo, compiti da correggere e riunione…ti passo i codici per cambiare solo il font:
font face=”carattere della scrittura” color=nome in inglese del colore
size=”da 1 a 10″> INSERISCI IL TESTO
Attenzione:In CARATTERE SCRITTURA inserisci il nome del carattere tipo monotype corsiva o gotica. E’ a tua scelta.
In NOME IN INGLESE inserisci il nome del colore in lingua inglese.
In DA 1 A 10 indica la grandezza della scrittura ti consiglio la 3 o la 4.
Poi ancora se vuoi scrivere una parola depennata è molto semplice prima e
dopo la parola inserisce questo codice:
parola
e il gioco è fatto. Ciao bacio, Sà

ALICE in wonderland
36 #
verdana marten
84.222.222.204
Inviato il 23/07/2008 alle 19:38
infatti con font non cambi la testata cambi il carattere e il formato del’articolo. Può lasciare Times e aumentare la size certamente. Sui commenti invece non si può intervenire, Forse un consiglio potrebbe dartelo fruscio. Il suo blog e 1fruscio.blog.tiscali.it. Se gli scrivi spiegando che vorresti solo che i commenti fossero più grandi magari ti dà una dritta.
Oppure lo sa danydonna. Il suo blog è playyy.blog.tiscali.it
Ciao.

35. verdanascrive:

23 Luglio 2008 alle 19:21

Te li mando io i codice per cambiare i font! Ma potevi pure chiedermelo no?

prima di iniziare il corpo del tuo testo scrivi questo codice il font face è lo stile, Tiscali ne accetta pochi devi provarli in anteprima per vedere se te lo ha preso, di solito accetta appunto Georgia,Tahoma, Black Chancery. Comic Sans MS, Monotype corsiva> size= è la grandezza del carattere da 2 che è molto piccolo fino a 10 12 ma sono enormi! color= è il colore scrivilo in inglese o cerca le tabelle numeriche, meglio in inglese, anche qwui alcuni colori non li prende.> Che ce voleva! Un bacio assassino. Il coniglio tace. Lo faccio in umido?

ALICE in wonderland
34 # bibi
88.63.27.74
Inviato il 23/07/2008 alle 13:55
Complimenti per il tuo blog… Ho visto che hai scritto in sardo sul mio e mi sono incuriosita 🙂

33. gioscrive:

30 Novembre 2006 alle 08:52

Ciao Angel
sono un pò impegnata a scuola… benché sia l’ultimo anno… e passo pochissimo a salutare gli amici…
durante le vicine vacanze mi farò viva.
Ciao

32. jovellyscrive:

29 Novembre 2006 alle 19:33

ooooo finalmente sono riuscita ad aprire la tua pagg…connessione di cacca!
molto bella la tua dissertazione sulla LIMBA
io nelle tue zone ci scendo forse lunedì…x un convegno sugli scioperi dei giornalai…come avrai sentito…casini..
oppure non lo so!
caro…a presto! fammi sapere se hai msn!
:******************

31. federico2005scrive:

29 Novembre 2006 alle 14:48

ei ciaooo!!
dei ffilm che mi citi non ne ho visto ancora uno,ma la trilogia sarà una mia futura visione!!
un abbraccio sinceroooo!

30. Jean Harlowscrive:

29 Novembre 2006 alle 12:40

Ciao Angel caro…come stai?
Io sveglia da un oretta e mezza, dopo un pò di disegni mi metto qua e scrivo un pò…poi doccina , trucco, scelta dell’abito…e università.
Sai, credo che se ti avessi messo fra le cose che amo saresti gia mio marito (come puoi notare non ho citato nemmeno Dave… non ve lo meritate voi…)

un bacio grande J.

29. verdanascrive:

29 Novembre 2006 alle 08:35

HAI POSTA ANGIOLETTO!

28. fiorescrive:

29 Novembre 2006 alle 00:04

da quali lontananze, da quali abissi oceanici riemergi? Da quali iperuranei arrivi planando?

27. falivenesscrive:

28 Novembre 2006 alle 23:06

…Esplodo io se non ti dai da fare!!!

26. Jean Harlowscrive:

23 Novembre 2006 alle 19:21

Io odio gli interisti!No scherzo…nn mi interessa…
Hai visto che J. torna sempre Jean?hehehe…ma che viaggiatore sei!Motivo dei tuoi spostamenti?

Comunque rimango per la monarchia…inutile, starò sempre dalla parte del più forte…
Un bacio Jean

25. Jean Harlowscrive:

22 Novembre 2006 alle 14:16

Ma questo nuovo post???
Come stai caro?
Qua tutto splendidamente…bugia…
un soffice bacio

24. falivenesscrive:

20 Novembre 2006 alle 09:32

felice settimana, appena posso ti invierò i codici che ti cambieranno solo il Font!!!
Bacio Sà

23. ivy phoenixscrive:

18 Novembre 2006 alle 18:08

appena ho fiato ti rispondo…
happy domenica

22. Jean Harlowscrive:

17 Novembre 2006 alle 12:41

Passavo a salutare ed a augurare un buon week…
Bacio J.

21. Jean Harlowscrive:

16 Novembre 2006 alle 22:11

Come mai il piede?
Come mai il piede?
Come mai?
La mia ossessione, la mia malattia…non chiedere non chiedere mai mai mai…ma invece di chiedere cerca di leggere sempre fra le righe…
Un dolce bacio mio angelo custode

20. jennynutellascrive:

11 Novembre 2006 alle 20:23

La lingua incanta, racconta, eccita, invoglia, stupisce, accarezza, offre…Un`arma di seduzione pazzesca, piena di fascino e di sensuale mistero se usata da una donna che sa quello che vuole… o da un uomo che ti trafigge il cuore….=) Grz per la visita al mio blog e a presto, spero. Big kisses, Jenny

19. falivenesscrive:

10 Novembre 2006 alle 21:39

Domani se ho tempo ti invio i codici html per cambiare il font!!!!!!!!!!!!!!!!

  1. falivenesscrive:

10 Novembre 2006 alle 21:38

E? nnata iere
è doce comm?o mare,
ca? t?accarezza a sera
o’ core nun te ?nfonne
e nun ?o saje lassà.

E? nnata iere
e tene ll?uocchie nire
ll?uocchie r?a terra mia
ca? nun ttè’ ppuò scurdà.

E? nnata iere
e tene arinte ?o fuoche
c?abbruscia e nun fa male
ma nun fà arrupusà .

E? nata iere
tene a vucchella rossa
rire , te mette n?croce
cu ricciulille n? fronte
senza nun se po? stà.

Maronna comm?è bella
Se chiamma ?Libertà?.Nenè

La Partenope terra ti risponde così;-)

17. Angelascrive:

10 Novembre 2006 alle 16:52

Si Macerata, di Paole ne conosco qualcuna, ma nn saprei, sei Sardo?
Ciao!!!!

16. amanitascrive:

10 Novembre 2006 alle 14:01

adoro la fonetica! mì che ho changé l’indiriss! un bacio

15. Jean Harlowscrive:

9 Novembre 2006 alle 22:45

Ciao tesoro…questa sera non ci siamo proprio…lui mi blocca, mi fa soffrire, mi blocca, ho mille cose da fare e lui blocca tutto, sto da cani.
Ho bisogno di un uomo, un vero ragazzo con cui condividere tutto…
mi fa male il piede destro, questa sera il dolore è insopportabile…
tua J
ti manderò presto le foto con i quadri

14. onescrive:

9 Novembre 2006 alle 21:28

ma il blù….non lo capita….????

13. onescrive:

9 Novembre 2006 alle 21:02

kazzo ke lezione….
ci ripasso a mente fredda…
ciao one

12. Angelascrive:

8 Novembre 2006 alle 16:55

A dire il vero devo ancora laurearmi, studio lettere moderne all’università di Macerata e lavoro part time in una biblioteca, cmq sono davvero lusingata che mi si scambi per una docente…

11. Angelascrive:

7 Novembre 2006 alle 11:10

La quantità riguarda solo le vocali, dunque le doppie in italiano non credo derivino dalla perdita della quantità, la consonante che segue una vocale lunga non è sempre raddoppiata, la regola non vige, o sbaglio? La perdita della quantita, è un fenomeno dovuto probabilmete alla naturale tendenza del parlante ad eliminare tutto ciò che è eliminabile senza alterare la comprensione, la lingua tende da sempre a seguire un processo economico, in cui tutto ciò che non è indispensabile viene lentamente escluso: ciò è evidente al giorno d’oggi con la graduale scomparsa del congiuntivo nella lingua parlata, e del futuro che è ancora meno usato del congiuntivo, e che sta scomparendo anche dalla lingua scritta senza che nessuno se ne accorga, sostituito sempre più spesso dal presente, senza che ciò alteri minimamente la comprensione della frase (es. “più tardi esco a fare due passi”, o “l’anno prossimo vado in vacanza in Marocco”, nessuno dice più “più tardi andrò a fare due passi”). La perdita della quantità è un fenomeno che inizia a diventare evidente a partire dal IV sec d.C. per tanto appartiene al latino tardo, in concomitanza con l’ormai segnato declino totale dei casi in favore dell’uso delle proposizioni, tutto ciò corrisponde ad un’esigenza dei parlanti di semplificare una lingua che evidentemente aveva dei connotati troppo arcaici ed elaborati? D’altra parte la vittoria della semplicità è evidente in ogni momento della storia della lingua: non è forse l’inglese la lingua che si va diffondendo sempre più, lingua tanto semplice quanto povera, che introduce il maggior grado di comprensibilità tra parlanti di tutti i continenti?

10. verdanascrive:

6 Novembre 2006 alle 23:34

azz… che post… che ti sei mangiato, un pane d’haschish? mi pare che qualcuno risciacquò i panni in Arno, no?
Buone nuove. Lucido il piatto d’argento.

9. Jean Harlowscrive:

6 Novembre 2006 alle 23:25

Per quale aspetto siamo simili?
Un bacio grande…tua J.

8. ivy phoenixscrive:

6 Novembre 2006 alle 22:24

oh maaaiii goooaaad!
ehm meglio che glielo spieghi sì…
moooolto meglio prima che si spinga ancora più in là…..

7. pecscrive:

6 Novembre 2006 alle 13:59

Ti lascio un bacio.. co la lingua ovviamente!

6. falivenesscrive:

5 Novembre 2006 alle 10:14

Ascolta ti volevo avvisare che c’è una petizione urgente ed importante da firmare:PER L’ABOLIZIONE DEI COSTI DI RICARICA DEI TELEFONI CELLULARI FIRMATE LA PETIZIONE PER VOI E PER I VOSTRI FIGLI, PER I VOSTR AMICI; PER LA LEGALITA’ E CONTRO LE TRUFFE!!!cIAO tVB:-)Nenè

P.S. lezione da aula magna tornerò a gustarla meglio

5. giampaoloscrive:

4 Novembre 2006 alle 19:15

Che belli i dialetti,radici della nostra tradizione che si tramanda di padre in figlio.E che lingue nella foto!!!ciao

4. ivy phoenixscrive:

3 Novembre 2006 alle 16:00

ma questa è una lezione di linguistica universitaria…

3. Jean Harlowscrive:

1 Novembre 2006 alle 21:21

Ed è per questo che non ti libererai di me tanto facilmente!!!!

2. Jean Harlowscrive:

1 Novembre 2006 alle 17:05

O dorothy de il mago di oz….interessante …io la lingua me la dovrei cucire più spesso…
Che giornata detestabile oggi…voglio che arrivi la sera sono poco tollerante, odio, volevo stare sola oggi…
jean

  1. cinqueconfiniscrive:

31 Ottobre 2006 alle 03:53

dio santo…mi hai stordito….

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