DALL’HOMO SAPIENS ALL’HOMO DEGENERES

Lezioni condivise 91 – Sulle origini della sinistra europea

21 Ago 2014 @ 7:59 AM 

Il socialismo è un’idea che è sempre stata nella mente degli uomini giusti, che si è evoluta con il tempo, sviluppandosi nei modi più svariati e con i nomi più vari, con più o meno fortuna. Marx non fu un inventore e il socialismo non è una scienza, è un’idea giusta che spesso ha avuto a che fare con uomini sbagliati. Ciò condanna gli uomini non l’idea. Non entriamo neppure, dunque, nei sentieri nefasti dell’anticomunismo e dei boia del socialismo (compresi quelli che hanno contribuito a screditarlo usurpandone il nome).

Quando dico socialismo, intendo nello stesso tempo comunismo, due fasi di uno stesso processo, utopistico solo perché l’evoluzione dell’homo sapiens ha preso due strade diverse: accanto a quella che ha per modelli un Gesù, un Francesco d’Assisi, un Marx, un Che, per intenderci, quell’altra purtroppo maggioritaria che ha per modelli Hitler, Stalin, i Bush, Netanyahu e tanti altri ancora, con tutto il bailamme che sta nel mezzo. Non me la prenderò mai con l’idea giusta, ma con la degenerazione del genere homo; non abbandonerò l’idea giusta, ma combatterò con i miei mezzi contro chi la osteggia: i fascismi, il capitalismo, la disuguaglianza, la violenza, gli armamenti e le guerre, l’inquinamento della terra…

Certo, l’idea socialista, passa attraverso complesse fasi, relative prevalentemente ad avanguardie, piccole comunità, e trova seguito di massa quando allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, si unisce la crescente consapevolezza degli sfruttati: dal forte impulso della Rivoluzione francese, alla nascita del movimento operaio a inizio Ottocento; ma c’erano già arrivati Platone, i Millenaristi (Sancta Nichilitate), Tommaso Moro, i Quaccheri, i Levellers e tanti altri, fino alle prime conquiste elementari come il suffragio universale, i monti di soccorso, le casse mutue, il diritto di sciopero, condizioni di lavoro più umane.

Base del socialismo è l’uguaglianza e la comunione dei beni tra tutti, ed è noto che la speculazione su questi principi elementari per la vita del genere umano ha portato i dittatori a far vivere negli agi una minoranza di favoriti e rendere il popolo “uguale” nella miseria e nell’oppressione. I seguaci di questi dittatori usano i loro stessi misfatti per infangare il socialismo.

Per approfondimenti cito i nomi di alcuni socialisti moderni: Robert Owen, Claude Henri de Rouvroy (Saint-Simon), Charles Fourier, Pierre-Joseph Proudhon, Alexander Herzen, Louis Blanc, Ferdinand Lassalle…

La classe operaia si era posta l’obiettivo di produrre senza sfruttamento, obiettivo generalmente fallito, perché alla base del profitto c’è l’homo degeneres.

Le teorie marxiste, come qualsiasi buon insegnamento, possono non essere esenti da errori, specie quando non trovano nel procedere del tempo e della storia innovatori all’altezza, infatti gli errori sono soprattutto dei suoi interpreti e/o dei suoi mistificatori. Marx ed Engels, fosse per strategia a meno, alla fine ripudiarono la violenza, aspetto non colto da Lenin, benché la Rivoluzione russa non sia stata particolarmente cruenta, ma lo è stata la sua deriva stalinista, e ci vuole una bella faccia tosta a definirla socialista, idem dicasi per altre dittature che usurpano quel nome ancora oggi. Insomma non basta darsi il nome per essere davvero socialisti.

L’Associazione internazionale dei lavoratori (prima internazionale), anarchica, operò in un momento in cui la storia era ancora eurocentrica (Zenith of european power, 1840 – 1890), un’Europa ancora in via di industrializzazione e in rapida trasformazione. Si ebbe alla fine di questo periodo la prima di tante divisioni del movimento operaio, quella della Seconda internazionale 1889 (socialista). Le divisioni non hanno mai giovato all’idea.

Gli anarchici (Proudhon, Bakunin), che agli albori del movimento erano maggioritari, ritenevano, non a torto, che lo stato sociale fosse talmente compromesso da non poter essere emendato; teorizzavano così l’abbattimento dello stato (come nazione e organizzazione capitalista) affinché nascesse una umanità nuova, per questo si opponevano all’organizzazione in partiti e alla politica parlamentare. Essi crebbero particolarmente nei paesi latini e diffusero l’anarcosindacalismo.

Un’altra forma di Socialismo libertario e radicale fu quello teorizzato da Jean Jaques Rousseau, che sosteneva la fondazione di piccole comunità socialiste indipendenti, unite da patto federativo.

A metà Ottocento attivisti emergenti considerarono che il socialismo potesse raggiungersi attraverso la via democratica, in parlamento; non necessariamente marxisti, si rivolgevano anche alla borghesia, distanti dal radicalismo e dai suoi simboli.

Tra questi la Fabian Society – 1884 – con esponenti come George Bernard Shaw, Virginia Woolf, Charlotte Wilson, Emmeline Pankhurst, Annie Besant, Beatrice Potter, Wepp Morris.

Citazione merita anche l’individualismo utilitarista di Jonathan Bentham e John Stuart Mill, una forma di socialismo che tiene in grande considerazione le libertà individuali, care al movimento anarchico. Le azioni dovevano essere improntate a moralità e conseguire il benessere e la felicità collettiva senza causare l’infelicità di alcuno, eventualmente sacrificandone il necessario per il bene di tutti gli esseri umani, tenuto conto che il sacrificio non è un bene, semmai una necessità. Tesi vicine al positivismo quanto agli ideali socialisti.

Il socialismo democratico esplicava la sua azione soprattutto in ambito sociologico ed economico. Prima del revisionismo, della compromissione con ambienti reazionari e soprattutto corrotti, i socialdemocratici credevano in uno stato socialista che mantenesse la proprietà privata ed esercitasse un controllo democratico della ricchezza, con il settore produttivo guidato da esperti. Il socialismo rappresentava idealmente una meta da raggiungere a lungo termine (gradualismo), un’evoluzione della democrazia che avrebbe portato a un progressivo miglioramento dell’economia e dell’uomo: più benessere collettivo, maggiore buon senso.

Un’altra concezione della grande famiglia socialista, e neppure tanto trascurabile, era portata dal cosiddetto Socialismo cristiano, sviluppato in Inghilterra, Francia e Germania, ma anche in Italia, sebbene la presenza di papi conservatori e restauratori non lo favorisse (a papa Francesco, invece, il merito di aver affermato che essere definiti marxisti – riferito a se stesso – non è un’offesa; dovrebbe però chiarire cosa accadde in Argentina durante la dittatura di Videla e promuovere una vera riforma della chiesa per liberarla dalle sovrastrutture che la tengono lontana anni luce dal Vangelo). Gli ispiratori, oltre a quelli, evidentemente storici, dai Vangeli a Francesco d’Assisi e i fraticelli spirituali, sono generalmente considerati John Ludlow, Charles Kingsley e Frederick Maurice (1848). In Belgio, furono i S.C. a dare la spinta decisiva per l’indipendenza dalla Francia.

Essi ponevano l’accento sul messaggio del Vangelo, sul suo messaggio etico sociale: per la cooperazione, fratellanza, spirito di sacrificio, solidarietà.

Riporto un elenco non esaustivo di esponenti S.C., per chi volesse esercitarsi in una sorta di mantra, alla Battiato. Ho aggiunto tre donne come viva testimonianza di tutte le altre che meriterebbero di essere citate, avendo sempre lavorato all’ombra di qualcuno. Se vi esercitate nella chiama, abbiate cura di aggiungere gli altri nomi appropriati già citati nell’articolo che evito di ripetere: Maria di Magdala (0003-0063), Gioacchino da Fiore (1130-1202), Chiara Scifi (1193-1253), Pietro Angelerio da Morrone (1209-1296), Dolcino da Novara (1250-1307), Thomas Müntzer (1489-1525), Tommaso Campanella (1568-1639), Étienne-Gabriel Morelly (1717-1778), Claude Fauchet (1744-1793), Jacques Roux (1752-1794), Robert de Lamennais (1782-1854), Étienne Cabet (1788-1856), Philippe Buchez (1796-1865), Wilhelm Weitling (1808-1871), Thomas Hughes (1822-1896), Davide Lazzaretti (1834-1878), Henry McNeal Turner (1834-1915), Edward Bellamy (1850-1898), James Keir Hardie (1856-1915), Walter Rauschenbusch (1861-1918), Hermann Kutter (1863-1931), Leonhard Ragaz (1868-1945, autore di “Da Cristo a Marx, da Marx a Cristo”), Ernesto Buonaiuti (1881-1946), Jacques Maritain (1882-1973), Paul Johannes Tillich (1886-1965), Karl Barth (1886-1968), Ignazio Silone (1900-1978), Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), Franco Rodano (1920-1983), Lorenzo Milani (1923-1967), Luce d’Eramo (1925-2001).

Nel mio concetto di socialismo non vi è una separazione netta con il comunismo e l’anarchismo storico, se devo fare delle scelte posso avvicinarmi di più a un pensatore o a un altro. E’ possibile che ne trovi di più radicali, di comunisti, anarchici e tutte le combinazioni che vogliamo, perché il termine di paragone del radicalismo (sinonimo di rigore e coerenza) non devono essere né le peculiarità, nè le conseguenze negative di un’idea, ma quanto bene essa riesce concretamente a fare all’intera umanità.

Un’idea socialista-comunista-anarchica è tanto più radicale, estremista, quanto più non ha effetti negativi nei confronti dei più deboli, sotto l’aspetto della libertà individuale e dell’equità sociale, quanto più ha effetti positivi rispetto all’abolizione di privilegi, demagogia, propaganda, disinformazione, quanto più riesce a togliere dalla mente dei vessati, emarginati, sfruttati, oppressi, l’idea della rassegnazione a un sistema radicato di iniquità e disuguaglianza.

Quella che il capitalismo ha chiamato utopia, la società senza classi, equa, la proprietà comune dei mezzi di produzione – che sono di tutti perché esistenti in natura -, è semplicemente quello che sarebbe un mondo giusto, umano e umanitario.

Chi porta avanti queste idee, quando tutto diventa, non solo inaccettabile, ma tocca limiti che superano la natura dell’uomo per divenire bestiali, alieni da qualsiasi forma di ragione, è spesso costretto a reagire alle provocazioni di un mondo sempre più elitario e discriminante.

L’idea socialista ha dovuto fare sempre i conti con un mondo già orientato in un certo modo e il passare del tempo ha solo mutato e fatto progredire l’ingiustizia, concedendo, grazie a lotte più o meno determinate, ampi periodi di respiro.

Riguardo allo stato attuale dell’universo socialista, lungi dall’essersi semplificate le cose, la situazione è piuttosto drammatica, sia per una sorta di appiattimento di una certa socialdemocrazia a ideali capitalisti e liberisti, mantenendo solo brandelli di socialismo che vanno affievolendosi sempre di più, sia per l’eccessiva frammentazione di quel che resta della sinistra di classe, incapace non solo di creare sintesi aggregative, ma anche di superare vizi leaderistici che esulano dai principi del socialismo e rientrano invece nelle sciagurate debolezze umane.

(Storia del risorgimento  – 18.3.1997) MP

Commenti (0)

GENESIS OF THE WRITE & TOUCH

Lezioni condivise 90 –  Il silenzio che fa rumore

25 Lug 2014 @ 7:55

Visto che quivi si dovrà trattare di una certa meditazione, mi domando se esista un qualche stile letterario simil drag-and-drop, qualcosa come write & touch (the balls)… Le parentesi e l’inglese sono una ulteriore precauzione apotropaica.

Ho già trattato de “Il sentimento del tempo” di Ungaretti nella lezione 88, con particolare attenzione agli Inni – che già non erano tutta questa allegria – , doversi occupare de La morte meditata, non so in quale misura possa migliorare l’umore.

Per me sarebbe di per sé un argomento tabù, tuttavia Ungaretti ha sempre parlato dell’atleta senza sonno – per usare le sue parole – , sia quando ne aveva ben d’onde, durante la guerra, ma anche in anni di morte della libertà, durante il fascismo; purtroppo a quella lui non si è mai riferito, utilizzando semmai il paradosso forse involontario, di parlare di libertà nella cella del condannato a morte.

La sua prospettiva con la sorella dell’ombra o madre velenosa, appare come una sorta di feticcio, un amuleto verbale, visto che è vissuto 82 anni, anche se tutti i suoi gioiosi pensieri gliene facevano dimostrare cento.

Egli evoca questa donna da guardare con distacco, in maniera temporale, storica, ma soprattutto metafisica, edenica, mai dantesca però, molto più lugubre – anche quando diveniva epica, favola – della desolazione leopardiana, che parlarne è un’impresa eroica e al contempo temeraria.

La morte meditata (1932) è composta da sei canti ed è la sesta sezione della silloge, l’ultima, prima che nell’edizione finale del 1936 venisse inserita L’amore. Stile ermetico più che mai, nominalistico, evanescente e indistinto, per capirne la lugubre portata, è sufficiente l’avvio del primo canto:

O sorella dell’ombra,/ Notturna quanto più la luce ha forza,/ M’insegui, morte.

L’abbinamento di amore e morte, vita e caducità umana, innocenza e memoria, temi dell’intero lavoro, qui non hanno soluzione di continuità e nell’atmosfera che si crea gli elementi positivi hanno la peggio.

L’uomo non può fare altro che fermarsi a osservare le tracce del percorso di questa tenebra contrapposta alla luce. Essa è la Madre velenosa degli evi/ nella paura del palpito/ e della solitudine,/ bellezza punita e ridente, forse deridente, metafora della poesia.

Sognatrice fuggente,atleta senza sonnodella nostra grandezza,quando m’avrai domato, dimmi:nella malinconia dei vivivolerà a lungo la mia ombra? Un’altalena continua tra vita terrena ed eterna che distrugge anche la poesia, una sorta di attentato, un processo iniquo, da Omero in poi. Il silenzio omerico è notturno, ma quieto, è il silenzio di Aiace Telamonio nell’XI canto dell’Odissea nei confronti di un tardivo conciliante Ulisse.

L’infarcitura luminosa di storia in Ungaretti, si fa subito tetra, nonostante gli elementi religiosi e mitici, con la deriva funerea e sepolcrale, un’atmosfera grigia, che sta talmente tanto nelle sue corde da riuscire a rendere buia anche l’estate con il sole alto; essa con l’uso o abuso di antitesi e ossimori, diventa torrida, paurosa, distruttrice. Molti brani sono stati sottoposti a un continuo lavorio stilistico e a modifiche, anche con il passaggio dalla scrittura dialogica a quella monofonica.

Nel canto secondo, l’emula sofferente, il silenzio che fa rumore, prosegue per la sua strada e la lusinga finale alla muta parola, esaspera semplicemente il disincanto: “Ti odo cantare come una cicala/ nella rosa abbrunata dei riflessi”. Il canto terzo è speculare, ossessivo, delirante, le cicale ritornano, non nella rosa, ma iroseTu, nella luce fonda,/ o confuso silenzio,/ insisti come le cicale irose. Torna di nuovo il concetto di silenzio chiassoso.

La conclusione, il canto sesto, è di nuovo un’invettiva contro la Memoria, colpevole di offrire spiragli di positività nello squallore totale, e con lei ne fa le spese l’uomo che vi ricorre: Solo tu, memoria demente/ la libertà potevi catturare (…) Con voi, fantasmi, non ho mai ritegno,/ e dei vostri rimorsi ho pieno il cuore/quando fa giorno. Fosse una penitenza, un principio di rimorso, volontà di espiazione, ma non pare affatto, sembra invece mera rimozione.

Era la giusta fine per quella silloge, l’aggiunta della settima sezione, L’Amore, esaspera e confonde. Essa venne aggiunta successivamente alla prima pubblicazione, portando i brani da 62 a 70. Nonostante il titolo l’atmosfera cupa non cessa, ma appare un po’ fuori posto e aumenta la nostra perplessità.

L’amore
Canto Beduino (1932)
Canto (1932)
… (1932)                                                                     p.s. il titolo (sic!)
Preludio (1934)
Quale grido (1934)
Auguri per il proprio compleanno (1935)
Senza più peso (1934)
Silenzio stellato (1932)

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 18.3.1997) MP

Commenti (2)

Genesis of the write & touch
2 #
sally brown
innellama@tiscali.it
79.32.166.74
Inviato il 05/08/2014 alle 00:02
ehm…io ci ho fatto la tesi di laurea, sul silenzio.: poiché di ciò di cui non si poteva parlare, si doveva tacere. ma j. cage se ne fregava….e suonava lo stesso. ma in silenzio…muto stai…( e pensa alla stecca) /.)

Genesis of the write & touch
1 #
vitty
vitty.n@tiscali.it
84.223.33.183
Inviato il 14/07/2014 alle 22:04
Ti ringrazio Indian per avermi aggiornato con l’indirizzo del tuo sito di poesie. Permettimi di farti i complimenti! Scrivi benissimo! Sai creare delle atmosfere molto coinvolgenti con i tuoi versi.Specialmente le poesie in dialetto ( che,lo ammetto non riesco a tradurre le parole ma riesco a carpirne l’intensità,il patos che racchiudono ) una volta letta la traduzione, capisco di non essermi sbagliata.Le emozioni che mi avevano trasmesso erano quelle giuste!
Per ora mi sono fermata alla poesia “Presepe ” che mi ha colpito e commosso molto. Per tutta una serie di circostanze,che non starò a spiegare, mi ha toccato profondamente l’anima. Trovo davvero ammirevole questa tua sensibilità nel dire e non dire certe cose. Nel lasciare largo spazio al pensiero,al cuore, per diventare tutt’uno con i sentimenti che si sprigionano grazie alle tue parole.
Ora metterò il link nella colonnina,così potrò leggerle e rileggerle a mio piacimento. Io adoro le poesie. Per me sono una vera carezza per l’anima!
Per quanto riguarda Tomas Eliot invece di carezza,sarebbe meglio dire un pugno nell’anima!
In casa ,dato che ho una discreta raccolta di autori,ho trovato un libro pieno di sue poesie. Ho prima approfondito il profilo del poeta, cercando di scoprire il più possibile i lati del suo carattere,la sua vita. Ne è venuto fuori un ritratto di un uomo piuttosto tormentato,molto introverso.Alla ricerca di trovare il verso giusto che lo facesse entrare nell’olimpo dei poeti affermati. Studioso di Dante,a tal punto da non esitare a prendere in prestito parole e stile da inserire nelle sue opere.
Poi ho iniziato a leggelo. Non solo la “Terra desolata” con le composizioni ” La sepoltura dei morti- Una partita a scacchi- Il sermone del fuoco_ La morte per acqua-V.Ciò che disse il tuono-
Ma pure “gli uomini vuoti”- Mercoledì delle ceneri- Poesie ( con tutta una sfilza di poesie ) ” Prufrock e altre osservazioni ” ( canto d’amore-ritratto di signora- preludi- rapsodia di una notte di vento- Mattino alla finestra- Zia Helen- la cugina nancy- il signor Apollinas- Isteria- Conversazione galante- la figlia che piange)
Ne avrei ancora da leggere ma ho deciso di fermarmi. In quanto,devo ammettere la mia completa incompetenza per comprenderlo a fondo. Si capisce che sono versi che descrivono un animo tormentato,bisognoso di credere in qualcosa in cui non riesce a credere. Sono tutte elucubrazioni interne dove,per me,non trapela nessuno vero sentimento. Per cui non riesce neppure a trasmetterlo.
Ma ripeto,è sicuramente una mia mancanza di conoscenza. Perchè non per niente è i suoi scritti sono inseriti in questa collana ” La grande poesia ”
Certamente spiegato da qualcuno che lo ammira, sarei riuscita a comprenderlo meglio. Come accade quando ci troviamo davanti ad un quadro astratto… alle prime occhiate sembra un groviglio di colori,linee…poi ci viene spiegato e tutto comincia ad avere un senso!
Comunque, per me,i tuoi versi sono assai più belli e sentiti. 🙂 Ciao!!!

THE FEELING OF THE TIME

30 Giu 2014 @ 10:48 PM

WHAT THE THUNDER SAID

Here is no water but only rock
Rock and no water and the sandy road
The road winding above among the mountains
Which are mountains of rock without water
If there were water we should stop and drink
Amongst the rock one cannot stop or think
Sweat is dry and feet are in the sand
If there were only water amongst the rock
Dead mountain mouth of carious teeth that cannot spit
Here one can neither stand nor lie nor sit
There is not even silence in the mountains
But dry sterile thunder without rain
There is not even solitude in the mountains
But red sullen faces sneer and snarl
From doors of mudcracked houses
If there were water
And no rock
If there were rock
And also water
And water
A spring
A pool among the rock
If there were the sound of water only
Not the cicada
And dry grass singing
But sound of water over a rock
Where the hermit – thrust sings in the pine trees
Drip drop drip drop drop drop drop
But there is no water

***********************

COSA HA DETTO IL TUONO (da “The Waste Land”)

Qui non c’è acqua, ma solo roccia
Roccia e non acqua e la strada di sabbia
La tortuosa strada sopra le montagne
Quali sono le montagne di roccia senza acqua
Se ci fosse acqua ci fermeremmo a bere
Tra le rocce non ci si può fermare o pensare
Il sudore è asciutto e piedi sono nella sabbia
Se ci fosse solo acqua tra le rocce
La bocca di denti cariati della montagna morta che non può sputare
Qui non si può stare in piedi né mentire né sedersi
Non c’è nemmeno il silenzio in montagna
Ma il tuono asciutto e sterile senza pioggia
Non c’è nemmeno la solitudine in montagna
Ma i volti rossi imbronciati derisi e ringhianti
Dalle porte delle case di fango incrinate
Se ci fosse acqua
E non roccia
Se ci fosse roccia
E anche acqua
e acqua
Un’estate
Una piscina tra le rocce
Se solo ci fosse il suono dell’acqua
Non la cicala
E l’erba secca che canta
Ma il suono dell’acqua su una roccia
Quando l’eremita – canta tra gli alberi di pino
Drip drop drip drop drop drop drop
Ma non c’è acqua

T. S. Eliot (from “The Waste Land”)

Commenti (3)

The feeling of the time
3 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
79.41.176.230
Inviato il 05/07/2014 alle 13:45
oggi anche per me è una giornata da waste land…

The feeling of the time
3 #
Vitty
vitty.blog.tiscali.it
vitty.n@tiscali.it
84.223.32.115
Inviato il 04/07/2014 alle 21:31
Complimenti per la scelta di questo testo.Davvero difficile da interpretare. Mi piacerebbe sentire una tua spiegazione 🙂

The feeling of the time
3 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.72.247.166
Inviato il 19/06/2014 alle 22:49
dove eravamo rimaste? a Fedor…probabilmente, troppo lungo il discorso, troppo lungo. La linguistica invece mi ha sempre incuriosito: che necessità c’era di sviluppare lingue, idiomi diversi? e sulla base di cosa? perché il cirillico dei russi e il mandarino dei cinesi? una forma di difesa, non permettere l’ inclusione. Come quando da bambini si inventa un codice segreto per non farsi capire dagli adulti? ciao, alla prox…

ORA DE MOSCIURA

Lezioni condivise 89 – Atlante linguistico mediterraneo

31 Mag 2014 @ 11:58 PM 

Tornando a parlare di atlanti linguistici nella consapevolezza della ricchezza culturale che contengono, come per tutti i lavori che è complesso far apprezzare a tutti, è triste pensare che nel mondo e anche vicino a noi, ci sia ancora chi pronuncia la parola dialetto in senso spregiativo, ci si vergogni di parlarlo o si parli queste lingue senza stimarle, per ignoranza patita o volontaria e peggio che mai per scelta politico/sociale, dunque con intenti assolutamente snob, tesi a diffondere sottocultura, dunque limitare la libertà di espressione e conoscenza.

Lo studio degli atlanti, la possibilità di consultarne le schede, apre mondi nuovi, crea prospettive inesplorate, nuove fratellanze, nuovo sapere, produce una serie di interazioni storiche, geografiche, antropologiche, economiche, perfino la pace tra gli uomini, giacché la guerra, la violenza, le armi, sono prerogativa degli ignoranti e di chi vuole mantenere l’ignoranza.

Dietro la formazione di un atlante linguistico vi è un lavoro colossale, sia preparatorio, sia esecutivo e di elaborazione, ma la risorsa che si forma non è fine a se stessa come si è detto, anzi essa è suscettibile di altri usi scientifici; una sorta di ricerca sul campo universale relativa ai temi indagati, utile a vari profili sociolinguistici.

Peraltro le isoglosse, i confini linguistici, mai netti sotto il profilo etimologico e semantico, e se anche lo fossero… permettono di pervenire alla conclusione che le differenze e le diversità sono valori da apprezzare, dunque uniscono e non sono oggetto di rivalità, ostilità, chiusura, ma offrono il piacere di conoscere l’altro.

In breve, la metodologia per la formazione di un atlante si basa sulle regole fondamentali della ricerca sul campo: si stabiliscono punti di indagine in base a criteri etnico-linguistici e anche la non raccolta di materiali in determinate zone è un decisione scientifica; si predispone un questionario con le domande da porre a individui scelti come campione; si mette al lavoro il raccoglitore, che deve ascoltare e analizzare le diversità fonetiche con metodo (si ricorre talvolta alla conversazione guidata con la registrazione, dunque pur basandosi su una griglia di argomenti precedentemente stabiliti, l’informatore viene orientato, pur sviluppando liberamente il suo discorso, a fornire le informazioni necessarie all’inchiesta); si passa poi alla lunga fase di elaborazione e scrittura.

I primi atlanti linguistici sono stati legati ad attività di terra, cioè hanno riguardato zone interne, pertanto la decisione di realizzare l’Atlante Linguistico Mediterraneo, dunque relativo a zone costiere, è stata una novità, soprattutto perché è stato il primo atlante linguistico ad aver preso programmaticamente in considerazione lingue e dialetti di famiglie linguistiche diverse. Cosa poteva esserci in comune sotto il profilo linguistico tra paesi che si affacciano sul Mediterraneo? La tesi dello studio, piuttosto scontata, era che nel corso dei secoli ci fossero state interferenze tra le varie lingue costiere e di ciò si suppone non abbia ragione di dubitare neanche il profano.

Per diffondere i risultati nell’immediato, man mano che il lavoro procedeva si pubblicò un bollettino; era chiaro che il lavoro sarebbe stato lunghissimo. Il primo numero del bollettino ha pubblicato il questionario, non troppo vasto, suddiviso per campi semantici uniformi. Una trentina di raccoglitori, esperti di linguistica, hanno selezionato (tra il 1960 e il 1972) in 165 località costiere, la trascrizione fonetica di circa 850 termini relativi al mare, attualmente raccolti in volumi. Il lavoro ha trovato parecchie difficoltà e si è fermato per qualche tempo.

Questo lavoro non ha certo potuto prescindere dal linguaggio della pesca, che per ovvie ragioni è anche quello che ha avuto più opportunità di interazione anche ai giorni nostri.

Il linguaggio della pesca, tecnico, usato esclusivamente dagli addetti ai lavori, presenta dei risvolti molto particolari, riguarda ad esempio le stelle, non tanto per l’orientamento che è desunto dalle coste, dalle colline sul mare e altri riferimenti di terra, ma proprio per l’attività della pesca in quanto tale.

Pare che allo spuntare di alcune stelle il pesce faccia dei movimenti ripetitivi che per questo favoriscono la pesca.

Secondo una testimonianza di pescatori siciliani, verso le 23 sorge la stella “U’ vastuni” (che mutua verosimilmente il nome dalle rete che si usa in quella circostanza, altrimenti detta paranza, rete a strascico) e il pesce sale dal fondo facilitando la pesca. Questa tesi sostiene che il pesce è attratto dal mutare della luce, argomento controverso, perché forse è più opportuno pensare all’influenza delle maree, legate tuttavia alle fasi lunari.

Il fenomeno della stella U’ vastuni pare si ripeta allo spuntare dell’Orsa maggiore o A’ puddara (le sette stelle), al quarto di luna (u’ quartu), alla vigilia della luna piena (prima de la chinta), il giorno stesso (supra chinta, quinta fase lunare) e l’ultima sera prima della luna nuova (spariluna). Nei primi giorni successivi alla luna piena (ruta chinta) pare che il pesce sparisca dalla circolazione.

Ma non c’è uniformità di vedute, altre testimonianze infatti individuano l’ora di mosciura, cioè quando non di vede un pesce in circolazione, alle fasi di quadratura tra luna e sole (primo e ultimo quarto), altre ancora parlano di ora mala per la pesca nel mercoledì, e che dire delle piume di uccello in barca. Più concreta è la paura del coniglio da parte dei pescatori, in quanto deteriora le reti.

Ho fatto cenno alle maree, che vengono influenzate dal ciclo lunare. I pescatori conoscono questa influenza sul mare e sui pesci, talvolta anche solo in modo meccanico e naturalmente tutto ciò si riflette sulla lingua.

Il ciclo lunare per me è stato sempre qualcosa di molto complicato, anche se in realtà non mi ci sono mai soffermato con intenti mnemonici, forse è la volta buona.

Una fase lunare, da luna nuova a luna nuova, cioè da quando la luna riprende a crescere, dura 29 giorni, 12 ore e 44 minuti. Questo tempo è diviso in otto fasi (circa 3 giorni ciascuna): luna nuova, falce crescente, primo quarto, luna crescente, luna piena, luna calante, ultimo quarto, falce calante e si ricomincia con la luna nuova.

Le maree, variazioni periodiche del livello delle acque, si verificano ogni 12 ore e 26 minuti e derivano dall’attrazione gravitazionale di luna e sole su esse. Ogni 24 ore o poco più si avranno due alte maree e due basse maree a intervalli di poco più di sei ore l’una dall’altra; esse ogni giorno si sposteranno di circa un’ora rispetto al giorno precedente, così che in circa una settimana a una alta marea, la settimana successiva, corrisponderà una bassa marea. L’alta marea si verifica quando la terra, nella sua rotazione, si avvicina contemporaneamente nei due emisferi opposti, alla luna.

L’allineamento di sole e luna provoca le maree, ovunque sia la terra. Si hanno le maree sizigiali (maree più alte e più basse del normale) due volte al mese, con luna piena e luna nuova.

Con sole e luna in quadratura (perpendicolari) le maree sono meno ampie (meno alte e meno basse). Anche ciò avviene due volte al mese, al primo e ultimo quarto. Le maree, sono otto come le fasi lunari, quattro normali, due sizigiali, due quadrature. La loro escursione metrica varia in base alla località geografica, fino a massimi di 18 metri e diminuisce man mano che ci si avvicina all’equatore.

Altre variabili per le maree sono il vento, il temporale, fonti di luce, la pressione atmosferica, le correnti.

La pesca si esercita preferibilmente durante le maree sizigiali, che portano pesci e il loro cibo nella acque meno alte. Le maree di quadratura sono le più sfavorevoli. In genere ciò vale sia sotto costa sia in alto mare, almeno per le specie che seguono comportamenti regolari. Ma le variabili sono talmente tante che è arduo pensare a delle regole valide per sempre.

Ho fatto un po’ il percorso del pesce: de limba in pisca, de pisca in retza, de retza in giassu, de pa(l)u in frasca.

(Linguistica sarda  – 14.3.1997) MP

Commenti (1)

Ora de mosciura
1 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
giuliapenzo@alice.it
79.44.168.124
Inviato il 14/05/2014 alle 20:37
http://www.repubblica.it/economia/2014/05/14/news/il_bonus_da_80_euro_anche_per_cassintegrati_e_disoccupati-86120135/?ref=HREC1-2
Che dici, 80 euro, sono da rottamare, come Ungaretti?

L’APPIATTIMENTO NEOCLASSICISTA MINCULPOPPISTA

Lezioni condivise 88 – Il sentimento del tempo

30 Apr 2014 @ 11:59 PM 

Le cose peggiori che era necessario dire su Ungaretti sono state dette, forse anche le migliori possibili, per cui esaminando la sua produzione di regime e i cambiamenti di stile netti dall’Allegria al Sentimento del tempo, inutile farsi tanti scrupoli.

Il suo appiattimento stilistico rispetto alla prima produzione e le scelte difformi dalla sua biografia precedente alla grande guerra, lasciano perplessi e non c’è modo di trovargli giustificazioni.

La nuova “poetica” era imposta dalla dittatura, ovvero dalle sue ramificazioni minculpoppiste, e Il Sentimento del tempo – sua seconda silloge del 1933/36, 70 poesie – ne è il frutto. E’ vero che non fu il solo ad aderire al regime, ma i più hanno l’attenuante della giovane età e soprattutto l’aver preso a un certo punto le distanze dal fascismo, cosa che il “nostro”, come abbiamo già detto, non ha mai fatto, anzi ne è stato per certi versi un soccorritore, ha cercato di mettere tutto e tutti sullo stesso piano, come fa ancora la destra, comprese le zone grigie del PD.

Il sentimento del tempo è molto diversa dall’Allegria, per stile e contenuti. La forma ripristina la metrica classica, punteggiatura, aggettivi, uso regolare della sintassi, ricercatezza delle parole, la retorica, l’allusione, polivalenza, ermetismo, spazi tra i versi, strofe brevi a rima libera e vari tecnicismi arcaici.

L ’Allegria invece si basa sull’assenza di metrica, di punteggiatura, di aggettivi, il verso era libero, la sintassi trascurata, le parole concrete e comuni, i versi essenziali senza figure retoriche, solo similitudini; il linguaggio scarno e intenso, i versi franti, spezzettati, versi-parola, versi aggressivi.

La guerra ha cambiato tante cose e principalmente ha portato il fascismo, ragione politica del cambiamento del lucchese, uomo ubbidiente al duce, al punto da non vedere il liberticidio che il dittatore aveva prodotto in Italia. Ungaretti era perfettamente integrato nell’ideologia fascista, la sua libertà era solo metafisica.

Le altre ragioni che vengono sollevate per un cambiamento simile, non sono a mio avviso determinanti: quelle personali – il trasferimento a Roma, il matrimonio con Jeanne Dupoix, la paternità, la morte della madre, il disagio economico; culturali – la collaborazione con La Ronda di Vincenzo Cardarelli e il ritorno all’ordine anche metrico, al nuovo classicismo, diretta conseguenza della stretta del regime, che dettava le sue leggi su tutto (quelli di “Ragioni di una poesia” del 1949 sono pretesti, tentativi di dare una motivazione “poetica” al cambiamento, in contraddizione con la passata vicinanza al simbolismo francese); religiosi – la “conversione” al cattolicesimo (convertirsi e aderire al fascismo è una bella logica!)

Semmai gli elementi non politici possono aver inciso sui contenuti: l’osservazione del paesaggio romano, d’estate, paragonato al barocco (che sbriciola e ricostruisce), un rapporto tra vita e morte; il sole, visto nella sua funzione implacabile, violenta, accostato a una “libertà” che rende prigionieri.

In questo senso egli stesso individua tre momenti della raccolta: il paesaggio come profondità storica; la civiltà minacciata di morte e dunque il destino dell’uomo in relazione con l ’eterno; l’invecchiamento, il perire della carne.

L’opera consta di sette sezioni: “Prime” (1919-1924), ancora vicina all’Allegria;  “La fine di Crono” (1925-1931), pre-ermetiche, già con elementi neoclassici: paesaggi estivi e pensieri metafisici, poesie oscure come L’isola e Fine; “Sogni e Accordi ” (1927-1929), paesaggi, ambiente, ove l’uomo è Stanca ombra nella luce polverosa; “Leggende” (1929-1935), poesie dedicate a persone care morte, ermetiche e tradizionali; “Inni” (1928-1932), riflessione sulla condizione umana, una sorta di rapporto dialettico con Dio, cui si chiede ragione dei tormenti dell’umanità, riconoscendo infine la natura malvagia degli uomini.

Gli “Inni” comprendono La PietàCaino e La Preghiera, considerate le migliori della raccolta, si tratta di una trilogia con versi ermetici e polisemantici, scritti durante la conversione religiosa.

La pietà è ritenuta la migliore, esprime la disperazione dei suoi primi 40 anni. Reca epigrafi, domande retoriche. Non ci vedo livelli ieratici alti e tanto meno l’accostamento ai salmi, azzardati da alcuni critici.

No, odio il vento e la sua voce/ di bestia immemorabile./Dio, coloro che t’implorano/ Non ti conoscono più che di nome? (…) La luce che ci punge/ è un filo sempre più sottile./ Più non abbagli tu, se non uccidi?/ (…) E per pensarti, Eterno,/ non ha che le bestemmie.

Il discorso prosegue in Caino, raffigurato in senso mitico e storico:

Corre sopra le sabbie favolose/ e il suo piede è leggero./ O pastore di lupi,/ hai i denti della luce breve/ che punge i nostri giorni“. Una luce breve in cui si intravede già la notte eterna.
Sei tu fra gli alberi incantati?/ E mentre scoppio di brama,/ cambia il tempo, t’aggiri ombroso,/ col mio passo mi fuggi…”.

L’uomo non è onesto di natura, sostiene Ungaretti, si dibatte nella primordiale tendenza umana al peccato, sempre in conflitto tra l’istinto violento e il desiderio di innocenza. Ma il brano, pur nella sua rappresentazione pacata, riporta un’immagine molto pericolosa, specie se espressa da un aderente al fascismo, è l’attacco alla Memoria, sia sotto il profilo storico che intellettuale. La Memoria non sarebbe onesta perché ricorda al peccatore il suo delitto, che ha oblio solo nel sonno. Allontanando la memoria del peccato si tornerebbe innocenti. Sembra satira! E’ la ricerca di alibi per tutte le nefandezze commesse dal duce? Gli interpreti benevoli suggeriscono che Ungaretti intenda semplicemente inibire la memoria onde evitare la ripetizione di fatti efferati, ma che significa? E’ esattamente il contrario dell’insegnamento umanitario di Dostoevskij in Delitto e castigo: per espiare un delitto occorre ravvedersi, guadagnarsi così una nuova possibilità di vivere, senza rimuovere nulla. Ma quella debole giustificazione è smentita dal poeta stesso quando contrappone innocenza e Memoria, che definisce “figlia indiscreta della noia”. Il Pensiero è dunque noioso? Questo è oscurantismo intellettuale, il capovolgimento di un valore; ed è inutile che si cerchi soccorso in Leopardi, per il quale era noia la nostalgia delle occasioni perdute, in un contesto peraltro personale e non sanguinario. Qui siamo invece a predicare l’incoscienza/innocenza contro l’indiscreta scomoda Memoria che ricorda un fratricidio.

Il concetto torna ne “La terra promessa”: Memoria di Didone, IV coro “Solo ho nell’anima coperti schianti,/ equatori selvosi, su paduli/ brumali grumi di vapore dove/ delira il desiderio,/ nel sonno, di non essere mai nati”.  Ma qui si tratta di dimenticare un dolore, non un delitto, anche se la Memoria è sempre consolatrice e aiuta nei passi successivi.

La preghiera chiede perdono per i peccati degli uomini; rappresenta la raffigurazione delle anime dopo la resurrezione dei morti, che si uniranno e formeranno l’eterna Umanità e il sonno felice di Dio.

Come dolce prima dell’uomo/ doveva andare il mondo./ L’uomo ne cavò beffe di demòni,/ (…) Signore, sogno fermo,/ fa’ che torni a correre un patto./ Oh! rasserena questi figli (…)Vorrei di nuovo udirti dire/ Che in te finalmente annullate/ le anime s’uniranno/ e lassù formeranno,/ eterna umanità,/ il tuo sonno felice.

La sesta sezione della silloge è “La morte meditata” (1932), sei canti sulla morte, vista con distacco, impersonata da una donna. Stile ermetico, nominalistico, evanescente e indistinto.

La settima sezione, “L’amore” (1932-1935) comprende otto poesie aggiunte nell’edizione del 1936. L’amore ispirato da donne lontane, sempre in chiave ermetica e indefinita.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea  – 14.3.1997) MP

Commenti (1)
L’appiattimento neoclassicista minculpoppista
1 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
87.0.244.16
Inviato il 28/04/2014 alle 23:11
Guarda che in america ci sono andati gli europei per primi (non è che i nativi siano scomparsi per colpa degli amerikani, visto che gli unici amerikani erano proprio i nativi), quindi prenditela con noi che siamo andati là con sete di conquista. hai provato a spiegarlo dopo, ma prima hai fatto gli stessi danni di Odifreddi

L’OLOCAUSTO OCCULTATO

Lezioni condivise 87 – La scoperta dell’Amerika

31 Mar 2014 @ 11:57

Non si può parlare della scoperta dell’America dispensando la solita storiella di Colombo, pur farcendola di dati storici meno noti, senza mettere in primo piano le conseguenze reali di quell’evento, forse non volute dai protagonisti più celebrati, colpevoli se non altro di gravi omissioni e scelte irresponsabili. Un buon contributo in questo senso lo dà il film 1492: Conquest of Paradise di Ridley Scott. Certo, siamo alla fine del medioevo, ma persone illuminate ne erano già nate parecchie. Gesù Cristo, nel cui nome molti di questi protagonisti agivano (e questo vale ancora oggi), era nato quindici secoli prima.

Ammetto che non si possa essere tutti ricercatori di tutto, ma esistono dei documenti alla portata di chiunque, denunce (anche attraverso musica, libri, cinema) che vengono ignorate da secoli, opere addirittura premiate per l’idiozia ipocrita e contraddittoria o strategica del sistema. La cosa più pericolosa per esso è che si apra un dibattito di massa e – visto che gli amerikani dividono il mondo in buoni e cattivi – che i “buoni” capiscano che i cattivi per eccellenza sono proprio loro.

I dati di fatto di questo semplice corollario sono davanti agli occhi di tutti: gli amerikani, gli yankees (che per intenderci distinguo dagli americani), fanno da sempre il contrario di quello che predicano (in Italia hanno tanti seguaci, ad esempio qualcuno che parla sempre a sproposito di libertà).

Libertà, democrazia, ambiente, diritti civili… alcune conquiste in questi ambiti, ma largamente parziali, sono state ottenute a caro prezzo da minoranze americane, con il sangue e con il carcere, come se in una democrazia fosse normale l’intrigo, l’assassinio e altre nefandezze, per negare diritti civili riconosciuti in quegli stati che possono fregiarsi di essere tali, cioè democratici.

Negli USA vige ancora la pena di morte, il sistema giudiziario non impedisce che innocenti possano essere condannati e giustiziati, non vi è il diritto allo studio, né alla salute, quando si parla di cittadini si intende una fascia di persone con una certa posizione sociale e reddito, chiunque può armarsi e fare strage di innocenti, vi è limitazione di accesso e circolazione sulla base delle idee… E del ruolo che gli USA svolgono nel mondo vogliamo parlarne? Hanno sempre appoggiato le dittature sudamericane, favorito i golpe, mantenuto guerre nel mondo a salvaguardia di interessi illegittimi (per loro le guerre sono un business), rivendicano soluzioni per le quali quando era interesse degli USA si è agito in maniera opposta (esemplare la questione Kosovo – Crimea), persistono nell’inquinamento mondiale e l’elenco potrebbe continuare; ma il loro crimine maggiore, che continua ad essere perpetrato, è lo sterminio dei popoli nativi, il razzismo, la disuguaglianza in base a criteri etnici…

E’ ancora calda la visita di Obama in Italia, farcita di retorica (sono lontani i tempi dei pugni chiusi alle olimpiadi), la pelle nera non è più sufficiente a dare garanzia di vera democrazia. Certe allusioni fatte da Obama sono un insulto all’intelligenza della gente: come si può non essendo ipocriti patentati, protestare per la decisione del popolo di Crimea di separarsi dall’Ucraina e un attimo dopo lodare la missione militare in Kosovo, territorio sottratto all’integrità territoriale della Serbia. Per osare tentare di farla franca in questo modo, o si è tarati da anni di propaganda amerikana o si pensa che la gente sia fessa. La vera democrazia non si fa con due pesi e due misure a seconda della convenienza, se si vuole essere credibili. Obama è un “arbitro” di parte, faziosissimo, che se ci fosse un organo di controllo dell’imparzialità e correttezza tra argomentazioni e atti concreti, lo radierebbe di sicuro dalla sua funzione. Se poi mi si dice che Barack è il meno peggio che possa assurgere al suo ruolo, posso concordare tranquillamente. Certo in America c’è gente migliore, ma non penso potrà mai abitare la casa bianca.

Assolutamente da segnalare, allora, le poche voci che gridano nel deserto, come quella di Piergiorgio Odifreddi ne Il matematico impertinente; dice quello che si deve dire, la verità: Hitler nel concepire lo sterminio degli ebrei, si ispirò all’ ”efficienza” con cui gli stati uniti, dunque i coloni europei, sterminarono i nativi americani, e lo scrisse nel suo cesso di carta detto Mein Kampf.

Quell’efficienza fu davvero tale se oggi negli Stati Uniti nativi e meticci sono circa lo 0,13 % della popolazione totale.

La tattica fu la stessa del nazismo: denigrazione persistente dei nativi, negazione della loro cultura, per giustificare lo sterminio di quelle civiltà.

La verità sullo sterminio è stata nascosta per anni e ancora oggi proseguono i tentativi di occultamento della realtà storica, di gran parte dei documenti prodotti dai nativi e persino delle testimonianze reali. La denuncia dei fatti è ancora una prerogativa di pochi, della controinformazione.

Scrive Odifreddi: Il modello per la soluzione del problema ebraico è stato il modo in cui gli Stati Uniti avevano risolto l’analogo problema indiano: un genocidio sistematico e scientifico dei diciotto milioni di nativi che vivevano nell’America del Nord.
La legge del 1933, per la prevenzione dei difetti ereditari, era esplicitamente basata sul modello statunitense di Harry Laughlin, al quale i nazisti diedero per questo motivo una laurea ad honorem nel 1936 a Heidelberg. (…) La prima legge per la sterilizzazione di “criminali, idioti, stupratori e imbecilli” fu promulgata nel 1907 dall’Indiana…  Imitata da una trentina di stati americani, e dichiarata costituzionale nel 1927 dalla Corte Suprema… Negli anni ’30 furono sterilizzati 60.000 individui negli Stati Uniti, metà dei quali nella sola California…  Negli anni ’50, dopo la guerra, furono castrate 50.000 persone. Gli Stati Uniti hanno dunque preceduto e ispirato il nazismo (fonte Kelebek).

Nel 2007, una parte dell’American Indian Movement guidata da Russell Means, ha chiesto l’indipendenza della nazione Lakota dagli USA. Le condizioni di vita dei nativi sono nettamente inferiori rispetto a quelle dei bianchi, ispanici e anche di molti afroamericani: vi è infatti un’alta percentuale di suicidi tra gli adolescenti di 150 volte superiore a quella statunitense, una mortalità infantile cinque volte più alta e una disoccupazione che tocca cifre altissime; sono inoltre molto diffusi la povertà, l’alcolismo e la tossicodipendenza. In seguito a questa azione politica, dichiaratamente nonviolenta, è stata proclamata la nascita della Repubblica Lakota.

Onore dunque a Oyate Wacinyapin (Russell Means), Teghiya Kte, Canupa Gluha Mani, Mni yuha Najin Win, la delegazione nonviolenta Lakotah, che ha denunciato per l’ennesima volta la violazione dei trattati da parte degli USA, contro la stessa costituzione americana, la convenzione di Ginevra, sentenze della corte suprema USA e la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni.

Ma finalmente, dopo 33 anni dalla Dichiarazione Nativa Americana di Continua Indipendenza, avvenuta nel 1974 a Standing Rock, è nata il 19 dicembre 2007 la Repubblica di Lakotah (100.000 abitanti, capitale Porcupine, situata territorialmente tra gli stati Dakota, Nebraska, Wyoming, Iowa e Minnesota), chiedendo agli USA di avviare negoziati pacifici. Sono state inoltre avviate pratiche per il riconoscimento con Venezuela, Bolivia, Cile, Sudafrica, Irlanda, Timor Est, Russia, Finlandia e Islanda. La risposta USA è scontata: non riconoscimento, ma è un primo passo, anche l’uomo di Neanderthal si è evoluto.

Il tempo comincia lentamente a far giustizia, sempre più persone si rendono conto della verità e soprattutto i genocidi eugenetici alla lunga falliscono sempre. Il disegno nazista è fallito di sicuro, ma comincia a delinearsi anche il fallimento di quello amerikano, se pensiamo che fino a qualche decennio fa, i nativi dei territori occupati da USA e Canada venivano considerati estinti. Auguriamo loro, invece, di diventare la grande nazione che avevano diritto di essere.

Vogliamo ora dire due parole anche sul fatto storico dal punto di vista europeo? Abbiamo già detto della contesa tra Spagna e Portogallo per la ricerca di nuove vie verso oriente, della raja, di due stati floridi sotto il profilo economico, in grado di finanziare viaggi anche lungo l’oceano. Siamo alla fine del Quattrocento quando Isabella, risolta la questione di Granada, finanzia Colombo per il viaggio verso occidente, attraverso l’oceano Atlantico. E’ il 1492. I grandi viaggi segnano l’inizio dell’era moderna e tutto avviene sempre con la supervisione della chiesa, presente nei viaggi con i propri religiosi.

Colombo si recò a corte ed ebbe la licenza (Capitolazioni di Santa Fe’ – Aprile 1492). Egli mise anche di suo nella spedizione, aiutato da giovani banchieri. Erano previsti per lui diversi privilegi: essere viceré delle terre che avrebbe scoperto e anche governatore (compito militare). Dal punto di vista economico avrebbe tenuto 1/10 di quello che avrebbe portato via. L’elenco dimostra che la regina pensava di trovare nelle Indie soprattutto beni preziosi. Era la ricerca dell’eldorado (la terra da dove proveniva l’oro).

Colombo toccò terra a San Salvador il 12 ottobre 1492. La terra scoperta “spettava” a Castiglia e Leon. Il regno catalano-aragonese non ebbe parte.

Passò del tempo prima che si chiarisse che quella terra non erano le Indie occidentali, ma un nuovo continente sconosciuto, abitato da popolazioni non progredite, apparentemente neolitiche che conoscevano l’uso dei metalli. Il primo approccio fu pacifico e si ebbe uno scambio di doni. Venne fondato un villaggio senza particolari opposizioni, Villa della Natividad. Colombo tornò a Palos il 15 marzo 1493, i catalani sostengono che approdò invece a Barcellona.

Il papa era allora Alessandro VI. Egli stabilì che le terre scoperte andassero alla Corona di Castiglia. In realtà lo decideva la raja, ovvero il parallelo che stabiliva i  limiti di conquista di Spagna e Portogallo. Dopo i ritocchi di cui si è già trattato, ovvero lo spostamento verso occidente, essa lambiva il Brasile e ciò consentì ai portoghesi (trattato di Tordesillas) di colonizzarlo.

Un concetto non va taciuto, questi fatti di diversi secoli fa, come si può capire, hanno conseguenze sul presente assetto mondiale, sulla politica attuale, sul risveglio dei popoli nativi, sui diritti degli stessi sanciti dall’Onu, in un’epoca in cui i signori della guerra la fanno ancora da padroni con la forza delle armi, non certo con la forza dell’intelletto e della ragione.

E’ importante sapere e capire perché in Brasile si parla portoghese, altrove spagnolo e inglese, ma soprattutto quale ne è stato e ne è il prezzo per i popoli nativi. Gli amerikani hanno voluto tutto ed è giusto che un giorno, speriamo non troppo lontano, ci sia giustizia, e siccome non siamo amerikani, almeno un po’.

(Storia moderna  – 14.3.1997) MP

Commenti (3)

L’olocausto occultato
3 #
vitty
vitty.blog.tiscali.it
vitty.n@tiscali.it
84.223.32.141
Inviato il 19/04/2014 alle 22:37
Mi piacciono molto queste tue spiegazioni della storia. Oltre che raccontare, sono delle vere e proprie denunce.
Gli anni passano,ma la stoltezza degli uomini resta sempre la stessa. Le prepotenze,i genocidi sono sotto gli occhi di tutti.
Quanto dovremo aspettare affinchè ci sia Giustizia???
Ho attraversato un brutto periodo,per questo sono stata assente.Ora va tutto bene, giusto in tempo per augurarti una serena Pasqua! Auguri a te e ai tuoi lettori!!!
´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´¢¶¶¶¶¶o´´´´´´´´´
´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´¶¶¶¶¶¶øøø7o´´´´´´´´´´
´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´¶øøøøø¢7ø¶7´´´´´´´´´
´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´ø¶¢øøø77¢7´´´´´´´´´´´
´´´´´´´´´´´´1´´´´´´´´´´´´´¶$øøo7¢ø$´´´´´´´´´´´´
´´´´´´´¶øoø¶¶øoø$¶7´´´´´´7o$ø¢¢øøø¶¶¶´´´´´´´´´´
´´´´´´´´¶¶øo7o¢¢¢ø1´´´´´øøoo¢´øøøø¢ø¶¶o´´´´´´´´
´´´´´´´´1¶¶$$ø¢oooø¶´o$$¶¶¶ø´øø¢oo¢¶ø´´´´´´´´´´
´´´´´´´´´¢ø¶ø¢øøø¢o$´¶ø¢ø´7øøø¢¢¶¶¶¶´´´´´´´´´´´
´´´´´´´´´´´´¶$¶$$øø¶øø$øøøøø¶¶¶øo7o¶´´´´´´´´´´´
´´´´´´´´´´´´¶¶´´¶øøøø¢¢¢$¶¶¢o´o¶$¶¶¢´´´´´´´´´´´
´´´´´´´´´´´´´´´´¶$¢o¢$¶$ø¶´´¶¶¶¶¶¶¶¶¶´´´´´´´´´´
´´´´´´´´´´´´´ø¶¶¶¶¶¶¶ooø¶o77$ø´¢¶¶o7¶¶´´´´´´´´´
´´´´´´´´´´´ø¶1´´´´´1¶¶¶¶´7777´´´´´´´1¶¶´´´´´´´´
´´´´´´´´´´¶o´´´´´´´´´7¶1´¶¶7´´´´´´17øø¶¶¶¶ø1´´´
´´´´´´´´´¶o´´´´´´´´´´1ø¶´o¶¶¶¶o¢ø¢¢¢¢øøø¶¶¶¶oø´
´´´´´´´1¶7´´´´´´´´´´7o¶¶´´¶¶¶¶øo$¶$øooøøø$$¶ø17
´´´´´´oø´´´´´´´´´´´1oø¶¶´´´¶$¶¶ooøøøøoo¶øo11´17
1ø´´ø¶$71´´´´´´´´´´7o¶¶´´´¶¶ø¶¶¶7oøøøøo$1´´´´¢´
1¶¶¶¶1´´7øø7´´´´´´17¢¶¶´´1¶¶ø¶¶¶$oø$ø¢o1´´´´o¢´
´´´¢¶¶¶¶¶11oo¶¶$¢77oø¶´´´1¶¶ø$¶¶¶øøo71´´´´7øo´´
´´´´´´´¶¶¶¢øo´´´¢¶¶¶¶¶´´´´ø¶o¶¶¶¶o71´´´´7¶ø´´´´
´´´´´´´´´ø¶¢1¢¶¶ø´17$¶´´´´´1771´´´´´7ø¶øo´´´´´´
´´´´´´´´´´¶¶¶¶1¶¶¶¶¶¶¶$´´´´´´´1oo¢¢o7´´´´´´´´´´
´´´´´´´´´´´´´´´´´´´o¶¶¶¶¶´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´´

L’olocausto occultato
2 #
sally brown
innellama@tiscali.it
151.72.213.131
Inviato il 07/04/2014 alle 21:35
la pensiamo uguale?

L’olocausto occultato
1 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
giuliapenzo@alice.it
82.60.161.88
Inviato il 30/03/2014 alle 13:37
strano… pur abitando in un posto di mare, leggendo il titolo mi è venuta in mente la pesca, cioè pesca-frutto. 🙂
buona domenica

A LORO INSAPUTA…

Lezioni condivise 86 – Il lessico della pesca

28 Feb 2014 @ 11:59 PM

Qualcuno potrebbe pensare che io sia un pescatore incallito, visto che insisto a parlare di pesca, in realtà non ho mai pescato neppure un pesciolino, se non a mia insaputa, come usa oggi fare per qualsiasi pesca (di “onorevole” beneficienza); benché nelle verdi e turchine acque dei mari di Sardegna capiti di nuotare tra banchi di pesciolini, la canna da pesca mi è sconosciuta, le barche idem e per esaurire tutto il repertorio non pratico neppure la pesca subacquea, men che meno quella proibita con bombe e neppure quella volta che da bambino caddi non so come nella fontana dei pesci rossi, essi si salvarono tutti, mentre io subii i rimbrotti di mio nonno che dovette accompagnarmi a casa grondante acque…

La ragione è manco a dirlo scientifica, giacché la pesca, come altri tipi di attività (agricoltura, pastorizia, artigianato e via dicendo) si prestano ad avere un loro lessico o registro particolare, settoriale o, con la parola giusta, diafasico.

La settorializzazione della lingua è peraltro utilizzata negli atlanti linguistici, metodo cose-parole, anche per un confronto, soprattutto diatopico e diacronico, di espressioni delle stessa lingua che spesso presentano una particolare variabilità.

Voci del lessico della pesca:

Contatti tra lingua comune e mondo della pesca:

Le variazioni linguistiche nel tempo (diacronia) sono nel breve periodo (tempo apparente, opposto al tempo reale) impercettibili. A volte basta una generazione.

Facciamo alcuni esempi di variazioni tra generazioni contemporanee:

Parlare di tempo apparente ha senso perché i parlanti, per sfuggire agli italianismi, si rifugiano nuovamente nei termini antichi che non hanno più un vocabolo nella lingua moderna. In molti casi ora si ricorre a italianismi, infatti la parte più minacciata della lingua è quella tradizionale, tecnica.

Dalle voci suddette non ho scartato quelle che, anche in seguito a ulteriore ricerca, non mi sono ancora chiare e che ho indicato, per la ragione che qualche lettore potrebbe riconoscerle o in futuro io stesso, sia che si tratti di espressioni arcaiche, sia che io nell’apprenderle foneticamente le abbia trascritte in modo errato.

Ipotesi di ricerca sul campo sulla realtà linguistica:
E’ necessario stilare in primis un Piano di intervento per l’inchiesta sul campo.
Si procede in secondo luogo alla scelta degli informatori e alla formazione del campione di persone da intervistare, iniziando con qualche intervista di prova.
Si può quindi procedere con le interviste utili.
La fase successiva è la sistemazione ed elaborazione dei materiali:
• la trascrizione su schede dei materiali linguistici, etnografici, etnolinguistici, etnotesti
• la sistemazione materiali illustrativi (foto, schemi)
• la sistemazione di eventuali registrazioni
• l’elaborazione e l’analisi dei materiali
• il controllo finale e la presentazione dei risultati.

(Linguistica sarda  – 7.3.1997) MP

Commenti (2)

A loro insaputa…
2 #
zenaida wyselaskie
frenchkiss.it/collection.php
luciaf@gmail.com
198.23.247.231
Inviato il 21/03/2014 alle 18:38
One way we might see ourselves as suppressing our anger is transferring unresolved anger onto situations that maybe do not warrant it.

A loro insaputa…
1 #
vitty
vitty.n@tiscali.it
84.223.32.159
Inviato il 01/03/2014 alle 22:02
E’ un post molto bello che sono venuta a leggere più volte. Aspettavo il seguito… ma sei passato ad altro argomento.
Il tema della memoria è un argomento molto importante, che non bisogna relegare nelle cose del passato…guai! Il passato non va dimenticato, da Lui si dovrebbero imparare lezioni preziose affinché nessuno mai più debba venire perseguito,per motivi di odi razziali.
Eppure è sotto gli occhi di tutti quanto sta accadendo in Palestina. Il mio cuore sanguina nel sapere che ogni giorno vengono uccisi uomini,ragazzi,bambini, donne. Solo perchè Palestinesi. Gli hanno tolto l’acqua,terreni,case. E nessuna voce occidentale si è alzata in loro difesa. Se qualcuno osa viene subito tacciato per antisemita. In questo caso dovremmo si gridare di più!!!! Io non sono antisemita,ma questa è una grandissima ingiustizia che non riesco a comprendere. Non riesco a comprendere perchè un popolo che ha tanto sofferto,debba a sua volta infliggere le stesse sofferenze.
Ho letto un libro che mi ha spiegato cosa voglia dire essere palestinese. Forse lo conoscerai.E’ una storia vera.Ti lascio il titolo:
Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa
edito feltrinelli.
Ciao Indian, Ti torru gratzias per le tue belle lezioni! 🙂

GRIDATE DI PIÙ…

Lezioni condivise 85 – Vita d’un uomo

31 Gen 2014 @ 11:59 PM

Ha ragione Moni Ovadia, l’olocausto è stato un crimine universale non contro un solo popolo, sebbene il quello ebraico ne abbia subito le conseguenze più gravi e palesi. Ogni giorno è buono per ricordare questo crimine, ma la giornata della Memoria serve soprattutto per ricordare la shoah agli smemorati, a chi tende a rimuovere, oltre che alle nuove generazioni, perché sappiano…

La Memoria, che serve per scongiurare il ripetersi di simili sciagure, deve comprendere tutte le shoah perpetrate da alcuni stati per sopprimere altri popoli, spesso fratelli; penso al dramma degli armeni, dei palestinesi, dei nativi americani, dei curdi e di tutti i popoli senza terra e senza autodeterminazione. La Memoria non può distinguere tra strage e strage, o peggio strumentalizzarla per altri fini.

La peggiore cosa che possa fare un popolo perseguitato è perseguitare a sua volta; ritenere che come erede di uno sterminio possa aver acquisito patenti per commettere ogni sorta di nefandezza. Insomma, se è tra le peggiori affermazioni nazi-fasciste la frase pronunciata nel 1869 al Congresso americano dal deputato James Cavanaugh “Io non ho mai visto in vita mia un indiano buono… tranne quando ho visto un indiano morto”, non è vero neppure il contrario, cioè non esistono popoli buoni e popoli cattivi tout court, esistono persone eccellenti e persone malvagie, con tante vie di mezzo.

Fatta questa importante precisazione, visto che i padroni della terra e della guerra decidono a loro piacimento quali sono gli eccidi da esecrare e quelli di cui far finta di nulla, mi chiedo senza soluzione, come possa aver fatto il poeta Ungaretti, così coinvolto moralmente con un regime spregevole come quello fascista, a non pronunciare una parola di scusa o di ripudio per la sua contiguità al regime. L’unico suo atto attinente peggiora addirittura la situazione perché, come altri ancora oggi, cercò di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici. Non gridate più… Invece occorre gridare di più contro le dittature di ogni natura (anche economica), la violenza, il liberticidio e l’ingiustizia. Ho già affrontato l’argomento e devo ribadire che questa sorta di negazionismo e intorbidimento della verità, è per certi versi conforme ad altri comportamenti di Ungaretti, poco autocritico e obiettivo, egocentrico e indisponibile a fare scelte coraggiose e conseguenti a certi suoi versi sulla guerra, di modo che, senza quelle, essi appaiono come di un fastidio privato, personale.

La ventura di averlo studiato a fondo non è negativa in se, serve a poter essere critici e a leggere come dovuto tesi decontestualizzate che lo vedono poeta contro la guerra, è eccessivo; è stato piuttosto contro la sua guerra e non ha condannato la seconda guerra mondiale, non può venire a dire “Non gridate più”, urliamo eccome contro il fascismo che è stato e contro i fascismi attuali.

Egli certamente non è un esempio da indicare ai ragazzi, e sinceramente sarebbe stato più interessante studiare a fondo un Saba, un Quasimodo, al più un Montale… Questi non aderì al fascismo, se ne stette buono, è stato sincero; meno accettabile è che di un comportamento passivo, non dico ci si vanti, ma che si faccia passare come se una cosa valesse l’altra e non bisogna mai dare questa impressione specie quando si è personaggi pubblici. Impossibile pertanto separare la vita reale dalla poesia.

La summa di tutta la poetica di Ungaretti, che almeno non ha avuto anche il demerito di fare nei versi l’apologia del regime, è raccolta nell’opera Vita d’un uomo, pubblicata nel 1969. Gli 82 anni di vita gli hanno dato la possibilità di essere critico con se stesso sotto il profilo letterario; condusse in radio la trasmissione “Ungaretti commentato da Ungaretti” e non disdegnò di apparire in tv: tuttavia non so se fece auto apologia o autocritica.

La logica di Vita d’un uomo porta a concludere che tutte le sue sillogi prefigurassero quest’opera unica, fin dal 1914. In essa è inglobata la sua vita, i suoi cambiamenti stilistici, le tante modifiche alle sue opere, rese con il tempo sempre più minimaliste.

Si possono dare diverse letture dell’opera, io provo a darne una consueta, integrata…

Distinguiamo tre periodi: quello che porta a rivisitare la vita passata, anche quella del bambino e ragazzo, l’Egitto, Lucca; quello segnato dalle guerre (quindi dalla precarietà della vita stessa, dal terrore), la dimensione del tempo, un tempo che scorre e si perde, e ha come orizzonte la fine, la dimensione dell’esserci e non esserci, anche se non si è vecchi; infine il dolore, le vicende personali, ma anche un dolore oggettivo, come di insoddisfazione, recriminazione contro se stessi… che si trascina fino in fondo, tra novità che non ci sono.

Tutto si è compiuto con le prime raccolte e il resto è quasi accademia. In questo senso L’Allegria, come prima fase, e Il sentimento del tempo, quale ritorno all’ordine: sono tappe parallele per arrivare a La vita di un uomo. Si appiattiscono di fronte a questa opera Soffici e gli altri, cui lui teneva così tanto.

“Soltanto la poesia – l’ho imparato terribilmente, lo so – la poesia solo può recuperare l’uomo, persino quando ogni occhio s’accorge, per l’accumularsi delle disgrazie, che la natura domina la ragione e che l’uomo è molto meno regolato della propria opera che non sia alla mercé dell’Elemento…”

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto.
(Il porto sepolto, Giuseppe Ungaretti, 1916)

L’allegria del 1931, raccoglie in se le prime due fasi, quella del Porto sepolto (Alessandria d’Egitto, Lucca, Parigi) e Allegria di naufragi, ricordi frammisti all’esperienza della Prima guerra mondiale, come dolore ma anche come scoperta di fratellanza e umanità, per quanto ciò sia paradossale.

La guerra gli stimola i ricordi della vita civile, l’amico arabo Moammed Sceab (In memoria), Il porto sepolto pre-alessandrino, I fiumi, attraverso i quali ripercorre la sua vita.

Sentimento del tempo non ha invece un tema unitario, se non sotto il profilo artistico, il ritorno alla metrica italica, anche in contrasto con il sentimento artistico del tempo.

Intorno agli anni Venti, dopo la Prima Guerra Mondiale si diffuse il disgusto per la guerra; tale avversione causò tra l’altro la nascita del movimento Dada. Questo movimento generò furore e scandalo. Essendoci dall’altra parte i giustificazionisti, ci fu una sorta di lotta tra civiltà e barbarie.

Dada intendeva distruggere la nuova crociata guerrafondaia. Il movimento durò pochi anni, circa sei, dal 1916 al 1922, il suo giornale “Ça Ira!”, anche se parlare di qualcosa che lo rappresenti è un controsenso. Nacque al tempo della battaglia di Verdun, mentre si manifestava un certo logoramento della guerra, e si spense all’indomani dello schiacciamento della rivoluzione tedesca. L’orizzonte di Dada è quello della guerra e della rivoluzione, compreso tra la morte di Apollinaire, due giorni prima dell’armistizio, e la sconfitta dei tentativi operai della presa del potere in Europa; sconfitta a cui è dedicato il III Congresso dell’Internazionale nel giugno del 1921. Qualche elemento comune, ma anche forti contrasti ebbe con il surrealismo e il futurismo.

Sono anni di confusione e di ricerca, tutto è tutto e alla fine molti superano questa fase tornando al classicismo. Questo è anche il travaglio ungarettiano. Torna agli stili del passato, a leggere Dante, Jacopone, Guittone. Il problema non è l’endecasillabo, ma un ordine metrico, non il versicolo o il prosaicismo.

Nel 1928 Ungaretti attraversa una crisi religiosa e si avvicina al “cristianesimo” (quale? mi chiederei, quello istituzionale, chiesastico, conciliare?), ciò tuttavia influisce sul Sentimento del tempo (1933), opera di ritorno alla tradizione e con contenuti più intimi, esistenziali ed ermetici. Nella silloge individua tre fasi: il tempo storico, Roma antica, misticismo, paesaggio; il tempo vitale, la sorte umana, Roma barocca, decadente; la percezione dell’invecchiamento, del declino fisico. Nelle edizioni il libro si compone delle sezioni: Prima, La fine di Crono, Sogni e Accordi, Leggende, Inni, La morte meditata, L’amore. Lui stesso fa rilevare la diversità tra le due sillogi pubblicate, e con la seconda diventa un riferimento per gli Ermetici.

Proseguendo nella sua opera, e tentando di districarci noi stessi in essa, Ungaretti usa dividerla in stagioni. Forse Il porto sepolto, in primis, rappresenta la Primavera, Il sentimento rappresenta l’Estate (avvicinata al barocco), con La terra promessa avrebbe voluto cantare l’Autunno della vita, il modo di affrontare questo tempo. Questo lavoro fu interrotto dalla morte del figlio, ancora bambino, in Brasile. Tornato in Italia nel ’42, vi trovò la guerra e l’occupazione nazista; scrisse la raccolta “Il dolore”, che nel suo bilancio umano e poetico sarà in molti sensi vicina alla faticosa ripresa de “La terra promessa” e dei suoi lavori conclusivi.

Come compendio che consenta di verificare il succedersi dell’opera ungarettiana, non sempre ristretta in tempi rigorosamente definiti, riporto la bibliografia essenziale:

Natale, Napoli, 26 dicembre 1916;
II Porto Sepolto, Stabilimento tipografico friulano, Udine, 1917;
Allegria di naufragi, Vallecchi, Firenze, 1919;
Il Porto Sepolto Stamperia Apuana, La Spezia, 1923;
L’Allegria, Preda, Milano, 1931;
Sentimento del Tempo, Vallecchi, Firenze, 1933;
La guerra, I edizione italiana, Milano, 1947;
Il Dolore, Milano, 1947;
Demiers Jours. 1919, Milano, 1947;
Gridasti: Soffoco…, Milano, 1950;
La Terra Promessa, Milano, 1950;
Un grido e Paesaggi, Milano, 1952;
Les Cinq livres, texte francais etabli par l’auteur et Jean Lescure. Quelques reflexions de l’auteur, Paris, 1954;
Poesie disperse (1915-1927), Milano, 1959;
Il Taccuino del Vecchio, Milano, 1960;
Dialogo , Milano, 1968;
Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Milano, 1969.

(Letteratura italiana moderna e contemporanea – 7.3.1997) MP

Commenti (3)

Gridate di più…
3 #
giulia
g@alice.it
87.5.246.25
Inviato il 17/02/2014 alle 20:17
sparite!
Il problema dei giusti è di essere troppo giusti.
Avrò la fissa, ma U. M. denunciò la presenza dei nazi proprio all’Università. Perché reintegrare chi si era macchiato di delitti così gravi?

Gridate di più…
2 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
82.60.183.152
Inviato il 15/02/2014 alle 19:27
ma sei pieno di pubblicità, come mai?

Gridate di più…
1 #
giulia
chidicedonna.myblog.it
g@alice.it
82.60.161.157
Inviato il 27/01/2014 alle 21:34
Chi non ha peccato scagli la prima pietra.
Così parlò Sciola.
Ops… forse mi confondo 😉
La capacità di un artista penso sia come quella di Sciola di creare dalla semplicità e di ideare qualcosa di eccezionale e unico, eppur universale.

NURAGH… LÌTHOS QUE DESECHARON ARCHITECTOS EST DEVENUE CANTONADA STONE

Lezioni condivise 84 – Il teatro della pietra

31 Dic 2013 @ 11:55 PM

Credete in qualcosa? Almeno in lupus in fabula dovete credere!

Metto subito le carte in tavola: devo trattare di teatro, di teatro della pietra, e ciò basterebbe ai più accorti per pensare a uno scultore sardo geniale, apprezzato a livello internazionale. Il suo nome ha cominciato a risuonarmi intorno quando, ancora adolescente, attraversai per la prima volta San Sperate e potei vedere i famosi murales di cui avevo sentito tanto parlare e dei quali egli fu il principale artefice. Nel 1968, di ritorno da alcune esperienze all’estero, proponeva al paese natale la sua rivoluzione culturale. Per cominciare lanciò l´iniziativa di imbiancare tutti i muri delle case di fango (làdiri) e su quei muri furono poi dipinti i primi murales.

Da allora Pinuccio Sciola è un celebrato artista alternativo, per non dire underground. Lo incrociai nuovamente con il mio avvicinamento concreto al movimento per il bilinguismo in Sardegna e in quello stesso periodo lo incontrai per la prima volta in occasione di uno dei tanti momenti celebrativi in onore di Antonio Gramsci, quando tenne contemporaneamente una mostra e un laboratorio attivo in piazza.

Potrei continuare a raschiare il barile dei ricordi e degli echi… Il 7 marzo di qualche lustro fa, un venerdì, alle nove da poco passate, entrato nella gloriosa aula 3 della Facoltà di lettere (la mia facoltà ha tante aule gloriose) per assistere alla lezione di Storia del teatro e dello spettacolo con prof. Bullegas, trovai un ospite, appunto Sciola.

Ho speso qualche ora a cercare l’introvabile per ampliare appunti scarni, ma ieri mattina – sarà il potere delle stelle, che aleggia sempre quando si tratta di pietre, o quello che volete – l’artista si è palesato, e ho avuto a disposizione la fonte diretta delle mie ricerche per chiarire alcuni punti insoluti. Ecco l’avvenirismo 2.0, altro che google! Un po’ come fare una ricerca sulla Rivoluzione francese e ritrovarsi accanto Danton, Marat, Robespierre e Sanjust insieme. Piccole cose, ma entusiasmanti.

Scultore e pittore autodidatta in gioventù, nel 1959, grazie a una borsa di studio, poté accedere al Liceo Artistico di Cagliari. Completò gli studi presso la facoltà di Magistero a Firenze e l’Università della Moncloa in Spagna; seguì un corso di scultura all’Accademia internazionale di Salisburgo. Ebbe presto una cattedra al Liceo Artistico di Cagliari fino al 1986. Nello stesso periodo promosse la Scuola Internazionale di Scultura a San Sperate. Nel 1973 lavorò a Città del Messico con Siqueiros. Dal 1990 al 1996 ha insegnato Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Sassari.

La sua carriera è poi costellata di importanti presenze a mostre internazionali, tra cui Venezia, Monaco, Messico, Spagna, Cuba.

L’incontro di quel 7 marzo ebbe inizio con una curiosità che capitò allo scultore all’apice della sua fama, una sorta di incontro con la burocrazia italiota, figlia di una certa retroguardia stantia e nostalgica. Nel concorso per accedere all’insegnamento presso l’Accademia delle belle arti, per Scultura, gli fu attribuito il punteggio zero e ciò gli valse una lettera di solidarietà dell’allora presidente della regione Sardegna, Federico Palomba, che in quell’occasione ci venne letta.

Ma la vera lezione fu sulla pietra. Pietra da tempo moderatamente celebrata da poeti, letterati, profeti, maestri di muro, ma chi può trarne la sintesi tra filosofia e empirismo, tra idea e materia, è certamente lo scultore e Sciola è andato ben oltre, ha dato voce alle pietre.

La pietra è il segno per eccellenza della terra, un elemento fondamentale della vita da sempre. Scolpire è interagire con la natura e la scultura è il teatro della pietra, in un certo senso è restituire dignità al creato, un gesto sacrale per la rigenerazione planetaria. Mostrare la terra, a volte invisibile, a volte disconosciuta, è la funzione dell’artista.

Le pietre sono città sonore, opere d’arte che non si vedono, semi di pace nascosti dall’aratro. La natura è protagonista di questo teatro, per cui ha davvero senso applaudire un albero e premiare il vento.

Sciola a San Sperate ha un giardino dove le sue opere di pietra sono esposte come tanti menhir per rinnovare la profonda cultura megalitica sarda, dalle tombe dei giganti – i tanti Gemitòriu che di quelle hanno la disposizione e conformazione – ai nuraghes. Queste pietre di basalto, scolpite, laminate, suonano nei modi più vari al tocco leggero di una scaglia litica, il suono viene da dentro ed è velato di mistero.

Le pietre sonore sono sculture simili a grandi menhir che risuonano a trisiadura. Le loro proprietà sonore sono ottenute applicando delle incisioni parallele sulla roccia. Sono capaci di generare suoni articolati, con differenti qualità a seconda della densità della pietra e dell’incisione, suoni che ricordano il vetro o il metallo, strumenti di legno e perfino la voce umana.

Esse, dall’inizio degli anni novanta, sono state esposte in tutto il mondo, sono stati organizzati concerti in cui queste sculture sono diventate veri e propri strumenti musicali e fonte di ispirazione per artisti, musicisti e compositori.

Nel 1991 Sciola visitò l’Isola di Rapa Nui (Pasqua), ombelico del mondo, territorio cileno del profondo Pacifico. Ospite in casa di un nativo, osservò, fotografò e rilevò, un manufatto simile a un nuraghe. Quando proiettò le diapositive senza dire dove fossero state realizzate, non ci furono dubbi che si trattasse di nuraghes.

La fantasia cominciò a navigare, bloccata subito dalla ragione. Prima delle grandi scoperte geografiche tra la Sardegna e quell’isola sperduta del Pacifico non ci fu di sicuro alcun rapporto. Un dilemma irrisolvibile, a meno di invocare nuovamente le stelle e i misteri irrisolti delle grandi opere megalitiche del passato, da Stonehenge alle Piramidi, dai Menhir ai Nuraghes.

La scoperta di Sciola non ebbe il risalto che pareva meritare. Ne parlarono i quotidiani isolani, ma non ci fu il clamore che avrei immaginato e che forse avrebbe avuto se nell’isola di Pasqua fosse stata ritrovata una Piramide o un dolmen simil Stonehenge. Cosa non ingrana quando c’è di mezzo la Sardegna?

I Nuraghes – II millennio a.C., età del bronzo, ne restano circa 7.000 – non sono meno misteriosi delle altre opere megalitiche, forse di più, se non altro perché meno studiati, eppure non attraggono quanto quelle, né a livello turistico, né scientifico, quasi si dicesse alla Sardegna, come si permette… per non parlare di chi proponeva di spostare i nuraghes che disturbavano potenziali e illusori progetti megaedilizi e commerciali, o voleva integrarli in essi, tanto erano i frigoriferi dell’età del bronzo (sic!) – datazione nostra, chi ha espresso un concetto così altamente culturale ne è certamente ignaro.

I nuraghes di Rapa Nui restano dunque testimonianza nelle schede dei ricercatori dell’Università di Cagliari, nella memoria di prof. Lilliu e di altri studiosi, interpellati in merito da Sciola, ignorati anche da chi continua a elaborare teorie su Atlantide e su una globalizzazione preistorica realizzata dai Shardana, magari con aiuti cosmici.

Certo questa scoperta sull’isola di Pasqua è curiosa e fa il paio con il ritrovamento dei kolossoi nel Sinis contro gli oltre trecento Moai (anche se questi datano 1000 d.C) disseminati nell’isola del Pacifico, grande poco più di un terzo la Sardegna e con soli 4.500 abitanti, senza piante e animali, ma con un turismo smisurato. Per il momento noi attraiamo solo la speculazione edilizia costiera.

Avrei potuto sintetizzare il mio scritto con questi versi del maestro:
Ho vissuto ere geologiche interminabili./ Immani cataclismi hanno scosso/ la mia memoria litica./
Porto con emozione i primi segni/ della civiltà dell´uomo./ Il mio tempo non ha tempo. (Pinuccio Sciola)

(Storia del teatro e dello spettacolo – 7.3.1997) MP

Commenti (5)

Nuragh… Lìthos que desecharon architectos est devenue cantonada stone
5 #
Lila Ria
infondoagliocchi.blogspot.com
violainside@gmail.com
82.54.129.83
Inviato il 12/01/2014 alle 14:59
credo che qui io sia ben accetta 🙂

Nuragh… Lìthos que desecharon architectos est devenue cantonada stone
4 #
vitty
vitty.blog.tiscali.it
vitty.n@tiscali.it
84.223.34.103
Inviato il 11/01/2014 alle 09:01
Ciao Indian, non so cosa stia succedendo a Tiscali,ma sono due sere che provo a entrare nel blog senza riuscirci. Durante il giorno mi è difficile causa mancanza di tempo. Riproverò questa sera! Volevo dirtelo perchè il tuo post è molto bello e mi ha veramente “conquistata!” A stasera dunque…tiscali permettendo! 😦

Nuragh… Lìthos que desecharon architectos est devenue cantonada stone
3 #
vitty
vitty.blog.tiscali.it
vitty.n@tiscali.it
84.223.33.137
Inviato il 02/01/2014 alle 21:44
Complimenti,hai saputo trasmettermi il tuo entusiasmo e la tua sorpresa ! Ora non vedo l’ora di leggere il seguito!
Auguri per un nuovo anno bellissimo (meglio esagerare… si fa come nel commercio… si chiede di più per avere il meno 🙂 ) incrociamo le dita e andiamo avanti.

Nuragh… Lìthos que desecharon architectos est devenue cantonada stone
2 #
Frittata
ilcestinodeicotoni.iobloggo.com
annamariaporcelli@libero.it
79.55.72.64
Inviato il 01/01/2014 alle 22:29
Grazie per le visite al mio blog.
Buonissimo anno, carico di tanto bene.

Nuragh… Lìthos que desecharon architectos est devenue cantonada stone
1 #
indian
m@tiscali.it
2.39.239.21
Inviato il 20/12/2013 alle 00:11
@sally brown
Ciao Sally, ci siamo incontrati qui 8 anni fa condividendo la condanna del governo israeliano per il genocidio del popolo palestinese, ma non posso non prendere le distanze dalla tua ultima battuta: Badoglio era un fascista come gli altri, un tdc; tanti politici attuali sono fascisti di fatto e tdc, ma un repubblichino, oltre ad essere nazifascista, è molto peggio di un tdc.

MAVITELLU!

Lezioni condivise 83 – Pisca a su pa(l)u

30 Nov 2013 @ 11:59 PM

Lo studio della linguistica è affascinante sotto tanti punti di vista, uno di questi è certamente il rivelarsi di un magico mondo sconosciuto, percepire di possedere la chiave di un enigma che è la babele di linguaggi formatisi nel mondo, con tutti i loro significati, anche sociali, scoprire insospettate parentele, vedere come in un sogno masse di genti che si spostano e contaminano i loro linguaggi, ne formano di nuovi.

Dietro una lingua c’è sempre la storia di un popolo, una sorta di DNA che ha a che fare con il tempo, lo spazio, gli accadimenti, le situazioni, le persone, i popoli e la loro cultura e tante altre variabili, la sociolinguistica ha il suo fascino, ma lo ha anche l’idioletto, l’idioma di uno solo.

E’ fantastico scoprire dietro il lavorio del tempo come una o più parole, modificate dalla fonetica dei parlanti e da un’altra miriade di fenomeni, possano avere un’origine comune, o viceversa scoprire come una stessa parola possa cambiare significato nel tempo e nello spazio, perdendo del tutto quello originario. Ma ci sono mille altre curiosità piacevoli e interessanti nella magia linguistica.

Tra le variabili sociolinguistiche cui discorsivamente si è fatto cenno, è degna di interesse quella diafasica (dal greco dia phasis, mediante il dire), che riguarda i diversi contesti in cui si trova a esprimersi il parlante, dunque i diversi registri linguistici che si adoperano con il variare delle situazioni: in famiglia, a scuola, in ufficio, nei posti di lavoro e così via. Questa variabile comprende anche i linguaggi specifici che vengono utilizzati in certi ambiti e in particolari tipi di lavoro, quindi linguaggi tecnici, come possono essere quello tra medici, il linguaggio sportivo, culinario o i vari gerghi tipici di certe professioni o condizioni, come ad esempio quello giovanile.

Muta ad esempio la denominazione di parti del corpo o di organi, a seconda vengano espresse da una persona comune o da un medico.

Occorre dunque analizzare il linguaggio nel suo contesto d’uso; ergo, un professore universitario, si suppone non usi lo stesso registro linguistico durante una lezione e nella domus con i propri figli.

Nella lessicologia sarda abbiamo ad esempio i gerghi tecnici relativi ai ramai (Isili), all’uccellagione o alla pesca, in particolare a quella;

Soffermiamoci su alcune curiosità comuni agli ambienti della pesca storicamente esercitata negli stagni di Cabras e Santa Giusta.

Certe terminologie vengono usate solo nella peschiera, che è uno sbarramento apribile e chiudibile a seconda delle esigenze, costruito dall’uomo per intrappolare i pesci. A Cabras queste chiusure sono fatte ancora con le canne (cannitzadas), come avveniva nel medioevo.

Notiamo come intervengano parti del corpo umano nella designazione della realtà lavorativa.

Sa buca = bocca, rappresenta l’apertura della rete; sa conca = testa, sono le estremità apicali degli attrezzi che vengono adoperati.

C’è da dire che questo linguaggio è anche un po’ un codice segreto di cui gli stessi pescatori sono gelosi, pertanto ci troviamo spesso di fronte a espressioni enigmatiche: ad esempio, per sa cora de is bìddius (letteralmente: il ruscello o scia degli ombelichi) dobbiamo avanzare due ipotesi. Stabilito che is bìddius, nella fattispecie, sono i lembi di muscolo addominale del muggine, che si estraggono con la sacca delle ovaie, verosimilmente, per quanto misteriosa, l’espressione è riferita alla circolazione del muggine stesso.

Ma l’ambito più interessante di questo slang, riguarda i comandi che i pescatori si scambiano nel corso della pesca, comandi che vengono urlati dal puperi (uomo di poppa), recepiti ed eseguiti dall’equipaggio. Questi ordini, incomprensibili ai profani, in quanto pressoché privi di alcun riferimento contingente, rappresentano la sfida per il linguista, riuscire a trovare l’etimologia dei termini apparentemente privi di significato o che lo hanno mutato, e non sempre è possibile. Molto, ad esempio, si deve fare ancora per decifrare i pochi residui di sardo nuragico, comunque prelatino, sopravvissuto e nascosto nei toponimi e in pochi altri vocaboli.

Nella pesca a su pau (palu), che avveniva con la sciabica (una grande rete a sacco tirata a strascico), da poppa, come già detto, partivano tre ordini, come riportato nello schema:

Cun deus (con Dio) rappresenta in sardo una forma di saluto, andiamo con Dio; questa formula avvisa che la sciabica è stata calata e che la pesca può avere inizio con la caba (discesa), ovvero il giro della barca che trascina un’ala della sciabica e tende a circondare i pesci, cioè a formare una barriera tra loro e l’altra ala della sciabica.

Mavitellu! è il secondo ordine che su puperi urla, e al quale corrisponde la chiusura dell’arco della caba, dunque l’avvio della chiusura della sciabica, ovvero il congiungimento tra le due ali, con in mezzo il pesce.

A su pau! (al palo) significa che l’arco della caba è chiuso e invertendo la direzione di voga, si torna al punto di partenza, indicato da un palo.

Il termine “mavitellu” si è appurato provenire dai dialetti meridionali, mutuato nell’uso dei pescatori sardi per contatto con quelli con più grande tradizione del napoletano, Calabria e Sicilia. E’ dunque un prestito desemantizzato, che ha assunto un significato diverso da quello originario che designava l’ala della sciabica (mavitiello).

Adesso che la pesca a su pau sta cadendo in disuso, potrebbero perdersi anche i termini legati ad essa. Molti di essi sono usati nella pesca fin dal tempo dei fenici, una tradizione consolidata negli stagni e dove essa viene storicamente praticata. Termini a volte non documentati: la dedizione dei sardi per la pesca è relativamente tarda. La ricerca sul campo e gli atlanti linguistici rappresentano la salvezza anche per queste forme di patrimonio lessicologico.

(Linguistica sarda – 28.2.1997) MP

Commenti (1)

Mavitellu!!!
1 #
vitty
vitty.n@tiscali.it
84.223.34.103
Inviato il 11/01/2014 alle 22:35
Caro Indian non si può non restare contagiati dal tuo entusiasmo nel leggere questo interessantissimo post.
Mi ha emozionato il paragone sulla ricerca della rivoluzione francese (che adoro!!!) e pensare di “ritrovarsi accanto Danton, Marat, Robespierre e Sanjust insieme.”
Per me sarebbe stata una ubriacatura di emozione, altro che “piccole cose! ”
Questo comunque mi ha fatto capire quello che devi aver provato nel trovarti di fronte un artista come Pinuccio Sciola.
Seguendo il percorso della sua carriera artistica,si capisce il grande amore che nutre per la sua Sardegna. L’ha abbellita ( se mai ce ne fosse stato bisogno,di certo l’ha resa più preziosa ) con degli splendidi murales ( grazie a Google ho potuto ammirarli ) facendo diventare San Sperate,suo paese natale,un museo a cielo aperto.
Anch’io anni fa,in un viaggio indimenticabile in Sardegna, ho avuto la fortuna di ammirare dei murales. Rimasi affascinata guardando quei dipinti che raccontavano storie di vita vera. Non ero dalle parti di Cagliari,perciò dubito che l’autore fosse Sciola. Però ti assicuro erano veramente belli!!
Quanto mi sarebbe piaciuto conoscere l’autore!
La scoperta che nell’isola di Rapa Nui sia stato trovato una costruzione simile a un nuraghe mi ha lasciato senza fiato! Mi ha indignato che non siano stati fatti studi più approfonditi per saperne di più. Finalmente c’era l’occasione per scoprire le origini di quei manufatti ,per mettere insieme i tasselli di una storia tanto affascinante quanto misteriosa . Non è possibile che abbiano ignorato una simile scoperta.
L’indolenza non credo sia riservata solo alla Sardegna.
(Un’isola peraltro che è impossibile non amare. Io vorrei tanto vederla in inverno. Drve essere magnifica! )
Ma temo sia un male comune che opprime tutta l’Italia. Basta vedere come vengono lasciati andare le grandi zone archeologiche…
Ma le emozioni più forti le ho provate nel sentire le pietre che suonano! C’è come una magia dentro quelle pietre che al tocco dell’artista rispondono con dolci melodie.
Come restare indifferenti leggendo le parole dell’artista?
“Caro San Francesco,
quando tu parlavi all’acqua, ai fiori, alle stelle…
la pietra in silenzio stava ad ascoltare.
Adesso, grazie all’intuizione di un artista e alla tecnologia,
la pietra ti farà ascoltare la sua voce, i suoi suoni…
Pinuccio Sciola”
Carlo Levi soleva dire che le parole sono come pietre. ora dopo aver scoperto,grazie a te,le pietre di Sciola,posso dire che le pietre parlano.
Grazie indian per avermi portato in questo mondo magico dell’arte. Continuerò a seguirlo. Un caro saluto, vitty.  (Il commento è evidentemente riferito all’articolo successivo, ndr)

ZÎZNASE

bilgelik sevgisi...bilgi aşkı

Le foci dell'Eufrate

ovvero le frasi che urlo di notte

Falcerossa - Comuniste e comunisti

La Pasionaria: Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio

Astrogirl

Obsession driven to infinity

Mente Virtuale

tutto ciò che vuoi scoprire online, e molto altro!

Creative minds.

When you are young , your thoughts are younger.

Il suono della parola

dedicato a Guido Mazzolini

Doduck

Lo stagismo è il primo passo per la conquista del mondo.

Sfumature e Sogni d'Inchiostro

✿ La Biblioteca di Regi e Ale ✿

Racconti Ondivaghi

che alla fine parlano sempre d'Amore

Ghor_Ghumakkad

so much to see...so much to do !!!

poeesie02

VERSUS VERSO

La Page @Mélie

Contre le blues, le meilleur remède, c'est le rock

Discover WordPress

A daily selection of the best content published on WordPress, collected for you by humans who love to read.

Longreads

Longreads : The best longform stories on the web

WordPress.com Blog

News, Tips & Website Tutorials