HAMLET VENDETTA

28 Feb 2017 @ 11:59 PM

Lezioni condivise 121 – Zanzotto and friends

La ricostruzione filologica di Hamlet di Shakespeare è piuttosto complessa e si intreccia con altre storie non meno intricate. Procediamo dalla figura di Amleto secondo canoni contemporanei, dalle fonti create dall’opera dello stesso drammaturgo, fino a quelle che invece hanno preceduto la sua opera.

Andrea Zanzotto (1921-2011) si è confrontato spesso con la figura di Amleto, questi rappresenta per il poeta antifascista, una figura fondamentale della crisi esistenziale, del dubbio e della coscienza frammentata, elementi che egli ha esplorato nella sua continua riflessione sui confini del linguaggio e dell’inconscio. Amleto incarna per eccellenza il “fardello della coscienza”, la scissione dell’Io e l’incapacità di agire in un mondo corrotto. Nelle riflessioni di Zanzotto (spesso affiancate al lavoro di critici come Stefano Agosti), la figura di Amleto è un tramite per parlare del balbettio e dell’afasia, ovvero le difficoltà del linguaggio di fronte alle tragedie della storia e dell’esistenza umana. E’ l’emblema della crisi della modernità, della ragione e del linguaggio, dell’intellettuale paralizzato dai dubbi, incapace di agire di fronte a una realtà corrotta, ma che combatte una strenua “battaglia ai confini del linguaggio”. Il dramma amletico riflette la frammentazione dell’io e l’incomunicabilità, elementi cardine della poetica zanzottiana.

La traduzione (Zanzotto considera il tradurre non come esegesi accurata e rigorosa, ma sostanzialmente adattamento e riscrittura. Ovvero superamento dei limiti linguistici in una sorta di cortocircuito tra lingue diverse, teso a far emergere i significati più reconditi) agisce come una radiografia critica, srappa l’opera all’inerzia della tradizione, costringe il testo a sprigionare la sua energia originaria, guarendolo dal grigiore accademico e rendendolo di nuovo vivo e percepibile. Questo “shock” trasforma la ricezione del dramma di Shakespeare. L’Amleto non resta il “plumbeo” capolavoro intoccabile, cristallizzato in frasi celebri. Così ogni nuova traduzione mette in discussione le certezze, permettendo di riscoprire le tensioni psicologiche e linguistiche dell’originale attraverso lenti contemporanee. Anche i grandi classici non sono monumenti da ammirare a distanza, ma organismi linguistici che possono essere continuamente riaccesi.

Tornando alla ricerca, occorre mettere un punto dal quale partire, e sarà necessariamente “The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark” di Shakespeare, scritto a cavallo tra Cinquecento e Seicento.

I testimoni derivati dall’Hamlet shakespeareano sono tre, scoperti tutti tra ‘700 e ‘800 successivamente alla loro datazione: il Primo in-Quarto (Q1, 1603), il Secondo in-Quarto (Q2, 1604) e il Primo in-Folio (F1, 1623). Ogni versione contiene versi e passaggi mancanti nelle altre.

In seguito alla ricostruzione (da mero testo teatrale orale), il dramma appare per la prima volta nel 1603 in una versione conosciuta come il “cattivo quarto”, edizione che segue sostanzialmente la trama del dramma come la conosciamo, ma è molto più corta e il linguaggio spesso è molto diverso. Per esempio, mentre nella versione più nota si legge “To be or not to be, that is the question”, nel “cattivo quarto” è scritto “To be or not to be, aye there’s the point”. Queste differenze in Q1 fanno pensare che il testo sia stato pubblicato senza il consenso della Compagnia, e messo insieme stenograficamente o da attori minori che ricordavano le battute degli altri a memoria. Fu scoperto dopo Q2 e ancora si discute se sia o meno successivo ad esso.

Il “secondo in-quarto” detto “buono” (Q2) ed evidentemente autorizzato dalla compagnia, viene fatto risalire al 1604, ed è il più lungo testo di Amleto che sia stato pubblicato in quel periodo.

La terza edizione fu quella pubblicata nel primo in-folio (F1) delle opere complete di Shakespeare. Questo testo è più corto ma contiene anche scene non presenti in Q2. Le edizioni moderne sono il compromesso tra il Q2 e il testo in-folio F1. Qualcuno integra le due edizioni per ottenere un testo molto lungo. Altri ritengono che il testo in-folio rappresenti le intenzioni finali di Shakespeare e che i tagli sono stati fatti da lui. In teatro, rappresentare l’intero testo integrato Q2/in-folio ha una durata di circa 4 ore. Per questo, molte produzioni utilizzano un testo tagliato.

Alcune compagnie hanno sperimentato la rappresentazione del “cattivo quarto”, che dura solo 2 ore, dichiarando che mentre alla lettura sembra peggiore, nella recitazione è più diretto della versione ufficiale.

Per inciso, quando si parla di in-folio ci si riferisce al foglio (misure dell’epoca) piegato in due lungo il lato minore (come si faceva a scuola per i temi); l’in-quarto, invece è l’in-folio piegato ulteriormente in due, lungo il lato maggiore, e produceva 8 facce scrivibili.

Nel comporre la tragedia, Shakespeare accoglie e fa sua la tradizione di Hamlet consegnatagli dalla Historia Danice libri (1140-1210), ripubblicata nel 1514. Secondo Alessandro Serpieri (1935–2017) – importante anglista, critico letterario traduttore italiano di William Shakespeare – in questa Historia c’è il personaggio Amletus. La fonte più diretta però può essere stata una versione francese della stessa, riveduta e corretta, di François de Belleforest (1530–1583); nel terzo racconto della Va serie delle sue Histoires Tragiques (compare il presonaggio Amlotti o Amletus, Amlet, Amlit, Amlitur, Amletur) . In particolare Serpieri ritiene che Shakespeare colse in seguito la “malinconia” del protagonista e la sua finta follia, da Belleforest.

Nella ricostruzione del “punto” Hamlet si inserisce pesantemente anche il drammaturgo Thomas Lodge che cita Amleto nella sua opera Wit’s Miserie and the World’s Madnesse (1596). La datazione conferma l’esistenza di una versione precedente e oggi perduta della tragedia, dove un fantasma urlava “Amleto, vendetta!”. Questo testo viene chiamato lo Ur-Hamlet. La desinenza UR (originale) designa un’opera andata perduta della quale però esistono prove documentali.

Ad ulteriore sostegno, nel 1589, anche lo scrittore Thomas Nashe citò per la prima volta un’opera teatrale su Amleto nella prefazione al romanzo Menaphon di Robert Greene. Ove ironicamente faceva risalire quel tipo di tragedia a Seneca. Molti si spingono a individuare l’autore dell’ UR-Hamlet nel drammaturgo Thomas Kyd (famoso per La tragedia spagnola).

La tragedia di vendetta esisteva dunque già prima di Shakespeare ed era popolare, elemento cardine del teatro elisabettiano, fortemente influenzato dalle tragedie di Seneca. Shakespeare ha poi ripreso questa trama (basata sulle antiche cronache di Saxo Grammaticus e rielaborata da François de Belleforest) per trasformarla in una complessa opera di riflessione filosofica e morale, espandendo il semplice tema della vendetta originario.

Dall’urlo “My name is Amleto Vendetta”, cominciano a venir fuori le tematiche della vendetta, la spanish tragedy, gli spettri, esotismo (spagnolo), violenza, duelli, incomprensioni, fratricidi, Seneca.

In sintesi la storia di Amleto di Shakespeare si basa soprattutto sulla leggenda di Amleth, raccontata da Saxo Grammaticus nella Vita Amlethi, parte delle Gesta Danorum. La versione di Saxo, narrata nei libri 3 e 4, è molto simile all’Amleto più noto. In essa, a due fratelli, Orvendil e Fengi, è affidato il governo dello Jutland dal re dei Danesi Rørik Slyngebond. Poco dopo, Orvendil sposa la figlia di re Rørik, Geruth (Gertrude nell’Amleto); Amleto è il loro primo e unico figlio. Fengi è risentito dal matrimonio di suo fratello e inoltre vuole il comando assoluto dello Jutland, perciò uccide Orvendil. Dopo un brevissimo periodo di lutto, Fengi sposa Geruth e si dichiara unico comandante dello Jutland. Tuttavia Amleto vendica l’omicidio del padre pianificando l’uccisione dello zio e diventa il nuovo sovrano dello Jutland.

Mentre nella versione di Shakespeare, Amleto muore appena dopo lo zio, nella versione di Saxo sopravvive e comincia a governare il suo regno. Egli è un fantasma, figlio di Re, pratica soliloqui, lo angustia un problema, fa vita difficile, è in contrasto con lo zio che detiene il potere e ha sposato sua madre, fa i conti con lo scetticismo di Orazio (suo fedele amico) nei confronti del sovrannaturale, vive il tessuto di relazioni della reggia di Danimarca, con la madre, Ofelia (l’innamorata), Polonio (padre di Ofelia), Laerte (fratello di Ofelia), Claudios (zio e patrigno), i falsi amici…….

(Lingua e letteratura inglese – 21.1.1998) MP

Commenti (1)
Emily scrive:
2 Marzo 2017 alle 22:10
Привет
privet

KAOS, OVVERO, PERSO IN UN DEITTICO

Lezioni condivise 107 – Sintassi e pragmatica

 31 dicembre 2015 @  20,06

Oggi ho rivisto Rosa alla Conferenza interdisciplinare che c’è stata in luogo della lezione di Linguistica sarda.  Non la vedevo dalla primavera scorsa; dopo la nostra ricerca sul campo ci eravamo persi di vista, seguito strade diverse, evidentemente anche lei ha avuto il suo da fare, ma oggi c’era, speravo fosse serena, lo era.

Ci siamo incontrati fin dal mattino, sembrava nulla fosse cambiato dall’ultima volta, evidentemente entrambi condividevamo di nuovo lo stesso spirito, quello che ti prende allo stomaco in modo morboso, quasi di malessere, ti toglie fiato e ti rende farfugliante; per fortuna esiste un linguaggio del corpo rivelatore, l’effetto calamita, quello che ti guida come barca alla deriva e ti porta immancabilmente nell’aula 11.

E’ sempre difficile descrivere uno stato del genere, lo hanno fatto diversi scrittori anche in capolavori della letteratura mondiale con più o meno efficacia, rispetto al nostro spirito, intendo. Tuttavia a me è capitato spesso, un blocco che causa una miriade di situazioni e sensazioni psico-fisiche che ti sorprendono e riesci a razionalizzare solo dopo che tutto è finito e puoi criticare lucidamente il tuo comportamento, quasi sempre si tratta di una severa autocritica. Quanto sopra è difficile da descrivere, ho tentato perché se non si ha la pazienza di farsi comprendere si può essere pericolosamente fraintesi. Si tratta qui di sensazioni più che di atti, questi non esistono proprio o sono goffi…

Ma cosa accade quando si è dentro l’aula 11, vuota, e si è accostata la porta, e quel senso di “paura” comincia a passare? perché tu sai che lei sa, lei sa che tu sai – anche se non è mai detto, so per certo che se trovi quella giusta poi ti dice che voleva solo visitare l’aula, perché non era mai stata nell’aula 11, è un gran rischio, mai portare nell’aula 11 una sconosciuta.

Sebbene sia passato del tempo, Rosa la conosco, abbiamo già dato, e là non ci servono né sedie né cattedre, ci serve una parete libera. Sì, quando lei si è appoggiata e io di fronte, ha fatto una decina di secondi di resistenza, proferendo sonorità inesplicabili, poi è stata fusione impetuosa per diversi minuti, per poi gradualmente placarsi, fino al completo ristabilirsi dell’intelletto.

Risulta misterioso come ci si possa perdere se si è entrambi animati da tale furore, ma accade, accade anche spesso per innumerevoli motivi, dal carattere, all’insicurezza, fino all’indolenza.

Il bello è che la cura dell’aula 11 è efficacissima, quasi del tutto risolte le turbolenze di stomaco, sostituite da una sensazione più positiva di appetito, così ci concediamo un aperitivo in mensa. Abbiamo parlato per tre ore di tutto quanto fosse possibile parlare, di studi, politica, vita quotidiana, letture, perfino di Justine ou les malheurs de la vertu e di berretti frigi, oltre alle sue allusioni a noi. Lasciata la mensa attendiamo, per il tempo che rimane in sala lettura.

La Conferenza si tiene nell’aula 7, il Laboratorio di cinema, vecchia conoscenza – non unica – di attività politiche svolte nel tempo della scuola superiore.

L’aula è piena, il tema che si affronterà è “Il testo teatrale tra sintassi e pragmatica” e prevede la proiezione del film “Kaos” dei Fratelli Taviani, che avevo già visto ai tempi romani ed è un film sicuramente d’art et d’essai, cioè di qualità e di ricerca artistica.

Dopo la proiezione ha inizio la conferenza e il dibattito. L’attenzione generale nella sala non dà luogo ad alcuna deroga. Posso riportare i contenuti con fedeltà e condivisione.

Occorre definire il mezzo sociolinguistico che discrimina la comunicazione (diamesia), ovvero la differenziazione linguistica in base al mezzo con cui si svolge l’atto comunicativo.

La distinzione più elementare è quella tra espressione scritta e parlata. Dal dialogo (tra due o più persone) (oralità/ascolto), alla diffusione di un testo fonologico, destinato a un pubblico ampio, anche sconosciuto, senza possibilità immediata di replica (trasmissione/ascolto), fino alla comunicazione scritta tout court (scrittura/lettura). Il mezzo comunicativo presuppone l’uso di un differente codice espressivo, di un altro tipo linguaggio.

Nell’oralità, l’espressione “Un sacco di…” esprime una quantità indefinita, ma non lo troveremo in un testo scritto nella lingua standard, sufficientemente corretto; tuttavia l’espressione può legittimamente trovare posto in un testo teatrale in quanto media tra i due mezzi, ovvero, il testo teatrale è scritto perché venga oralizzato.

L’avvento di nuove forme comunicative scritte modifica il discrimine classico facendo emergere nuove definizioni, come “parlato trasmesso” (radio, tv, cinema, telefono) e “scritto trasmesso” (internet, mail, sms), che operano una sorta di incrocio, un parlato che si avvicina al testo e un testo tipico dell’oralità.

I parametri principali che determinano la variazione linguistica sono: la diacronia, in rapporto al tempo; la diatopia, in rapporto allo spazio; la diastratia, in rapporto alla condizione sociale dei parlanti; la diafasia, in rapporto alla situazione.

Nel testo teatrale vi è una mediazione tra scritto e parlato, caratterizzato dalle deissi, forme espressive tipiche del parlato, “abusate” sul palcoscenico perché efficaci nella interazione con il pubblico, e che volendo possono anche caratterizzare i personaggi.

E’ evidente che nel teatro si verificano in parte alcune delle situazioni che caratterizzano il dialogo, avendo di fronte un interlocutore che partecipa e reagisce (risa, applausi ecc.), si creano insomma quelle condizioni per l’uso di un registro espressivo diverso da quello del testo scritto. Più esattamente avviene il passaggio dal testo scritto al parlato, il testo scenico, che completa il testo teatrale.

Riguardo alla dicotomia tra storia linguistica, storia della grammatica e semiotica, il testo teatrale riveste per la sua ambivalenza tra scritto e parlato (con le categorie parlato-parlato, parlato-scritto, parlato-recitato) un particolare termine di paragone e discrimine tra sintassi e pragmatica.

Tra parlato teatrale (o drammatico) e parlato reale, la differenza ovvia è che il primo è appunto più drammatico, teatrale, irreale, tendente a provocare attenzione mentre accade. Per questo il testo teatrale contiene tensione, inquietudine, esasperazione, equivoci, allusioni, sottintesi e altre ambiguità semantiche: queste necessità si riflettono sul testo.

Il testo teatrale in un certo senso azzera la variabile diamesica, ovvero la differenza tra lingua parlata e lingua scritta, in quanto un testo teatrale è scritto perché venga recitato.

La lingua parlata ha delle caratteristiche che la contraddistinguono, la pragmaticità, – ovvero deitticità, quindi lo stretto legame con la situazione reale -, la frammentarietà, l’uso di segni.

La deissi, dunque lo stretto rapporto tra discorso e situazione, è preponderante nel testo teatrale rispetto a qualsiasi altro genere letterario, la ragione è evidente: a teatro si cerca di far apparire un testo come reale, benché il primo manchi della spontaneità dell’altro, dunque deve essere assolutamente comprensibile a chi ascolta.

Secondo Cesare Segre, che ha elaborato le tesi di Alessandro Serpieri, i deittici sono i mezzi linguistici più forti di ancoraggio del testo alla situazione e sono presenti nel testo teatrale più che in ogni altro testo scritto, essi rappresentano “l’immanenza dello spettacolo in seno al testo”. In parole povere, un’esclamazione, ad esempio, da sola rende chiaro il concetto che si vuole esprimere. “I deittici sono infatti il preciso supporto alla gestualità e alla messinscena, costituiscono insomma l’immanenza dello spettacolo in seno al testo”. Allo stesso tempo la pragmaticità è solo fittizia perché i dialoghi sono prestabiliti.

Per altri studiosi il testo teatrale è incompleto finché non è espresso nella scena, giacché solo lì si traducono in gesto alcuni deittici.

Io me n’andrei là (La mandragola – Machiavelli); Ecco il padrone (Il marescalco – Aretino); Quest’é un fiorino, te’ (La Lena – Ariosto): Osservate questi orecchini. Vi piacciono? (La locandiera – Goldoni), scambio mimico-gestuale. Le deissi hanno una loro tipologia, quelle mimico/gestuali e quelle enfatiche.

Un’altra forma che ha preso piede specie nei testi teatrali dal Settecento in poi, sono le pause e le interruzioni, espresse in genere con i puntini di sospensione alla ricerca di una soluzione dialogica naturale.

Ad esse si accompagnano vari segnali discorsivi, come le interiezioni, congiunzioni, avverbi, verbi, locuzioni, formule e frasi che possono svolgere molteplici ruoli comunicativi. Anche in questo caso dal Settecento i testi risultano più curati e variegati.

Pertanto il teatro è il luogo privilegiato di applicazione delle teorie semiotiche per: la sua natura e comunicazione segnica, la pluricodicità, il rapporto spazio-temporale della rappresentazione e quello dello spettatore. Elementi segnici sono: l’attore/personaggio, la scena/finzione, il tempo scenico, ed è come un accordo tra attori sul palco e spettatori, un gioco complesso di immedesimazione e ricezione.

Nel teatro si verifica un livello di finzione doppio, quello della scrittura/invenzione (che corrisponde a quello letterario) e quello della rappresentazione.

Aristotele ha distinto tra mimesi (teatro): un io che finge su un presente, dove si sa solo di chi parla in scena – ed è lo spettatore a giudicare diventando di fatto un attore della finzione -, e diegesi (narrazione): si racconta di un egli, che può essere collocato in qualsiasi temporalità e il narratore può anche essere onnisciente su esso.

I codici comunicativi presenti nel teatro sono stati così individuati da Kowzan: testo/parlato, espressione corporea, apparenza scenica (mimica), scenografia, rumori di scena; testo scritto, ovvero solo testo.

Per Segre un altro elemento della rappresentazione teatrale è la densità, dover concentrare gli avvenimenti in un tempo più o meno prestabilito: “La «densità» è dunque nello stesso tempo concentrazione e accelerazione”.

In un articolo di questa pesantezza la redazione mise accanto il fumetto di un improbabile cameriere con una pizza fumante, ma alla fine della conferenza mi aspetta una serata con Rosa, non un banale deittico.

(Linguistica sarda – 30.4.1997) MP

Minimum monologue:
However, that fucking year was 2015! Just start, beginning, chimeras, mirages, suspensions … then cheat you…
Look, there’s someone worse off than you” and you remain fucked with your guilt…
(Però, che cazzo di anno è stato il 2015! Solo avvii, inizi, chimere, miraggi, sospensioni… che poi ti frega… “Guarda che c’è chi sta peggio di te” e tu rimani fottuto con i tuoi sensi di colpa…).

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